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Il Quarto Reich In Ascesa? Una Risposta (Tedesca) Al Giornale

Nessuno riesce a cogliere gli obiettivi della Germania a livello internazionale: è forse in procinto di attuare piani da grandeur, magari attraverso una strategia egemonica sull’intero continente?

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Nella tempesta scatenata dalla crisi finanziaria internazionale, la Germania ha assunto il ruolo di guida europea, al punto da sembrare l’unica speranza per uscire dall’impasse. Allo stesso tempo vari commentatori temono, arrivando persino a  denunciarlo, la rinascita di un impero tedesco costruito sulle spalle degli altri Stati europei, tramite il coinvolgimento delle istituzioni dell’Unione Europea. In Italia i giornali parlano di Quarto Reich, e i politici nei talk-show chiedono sarcasticamente ai rispettivi colleghi tedeschi se i prossimi cittadini degli Stati Uniti d’Europa saranno biondi e con gli occhi azzurri.

Ampiamente diffuso a livello europeo, tra comuni cittadini e rappresentanti istituzionali, è quel ragionamento secondo il quale “ciò che i tedeschi non hanno ottenuto con i carroarmati nel 1940, lo avranno ora con l’Euro”. Di conseguenza, sembra scontata l’assenza di qualsiasi alternativa alla ferma volontà tedesca di guidare l’Europa. Il Die Zeit, uno dei più noti e diffusi settimanali tedeschi, ha chiesto a studiosi di tutta Europa di descrivere come i propri paesi percepiscano la Germania: uno di questi ha dapprima chiaramente affermato che la Germania intende guidare l’Europa, per poi elencare una lunga serie di comportamenti che, in qualità di potenza egemonica europea, lo stato tedesco dovrebbe e non dovrebbe assumere.

D’altro canto, altri attori denunciano e si lamentano dell’inattività tedesca. Ad esempio, alla fine del 2011 il Ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski sostenne: “Probabilmente sarò il primo ministro degli esteri nella storia polacca ad affermarlo, ma non sono spaventato dal potere della Germania, piuttosto dalla sua inattività”. Tale dichiarazione giunse alquanto inaspettatamente da parte di un politico il cui paese aveva sofferto per l’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale, e la cui la stampa non si era recentemente astenuta dal riecheggiare la cosiddetta “Nazi card”, risalente a quando i due Paesi entrarono in conflitto.

Da ciò si può dedurre l’ambiguità che caratterizza la percezione della politica estera tedesca in Europa, dato che nessuno  riesce a cogliere gli obiettivi della Germania a livello internazionale: è forse in procinto di attuare piani da grandeur, magari attraverso una strategia egemonica sull’intero continente?

Il problema è che, a questi quesiti, nemmeno Berlino saprebbe rispondere. Difatti, dal dibattito politico traspare uno sconcertante disorientamento sulla strategia di politica estera che il governo dovrebbe assumere, al pari, a parte la contingente e temporanea attenzione dedicata dai media, di un netto disinteresse manifestato dai cittadini e dalla classe dirigente tedesca. Manca, quindi, un’elite preparata a riguardo, che sia in grado di ottenere maggior seguito e credibilità. Come se non bastasse, i più importanti esperti di politica estera sono due signori anziani: il giornalista Peter Scholl-Latour, impegnato da oltre mezzo secolo con la rivista ”Oriente”, e l’ex Cancelliere Helmut Schmidt che, dall’alto dei suoi 94 anni caratterizzati da un irrefrenabile tabagismo, è l’esperto di politica internazionale (e quando serve anche di economia).

In effetti, la rilevanza intellettuale e politica di questi due studiosi si può facilmente dedurre dallo spazio dedicato ai loro saggi nelle librerie tedesche, mentre è difficile trovare la stessa quantità di riferimenti bibliografici appartenenti a studiosi più giovani (sebbene questo non significhi che non ve ne siano). In sostanza, ne risulta una politica estera vaga, goffa e mal attuata, nonostante il notevole sforzo della Germania nel coprire le spese di funzionamento delle istituzioni europee (maggior contribuente in assoluto) e partecipando con simile impegno e dedizione ad altre organizzazioni internazionali quali le Nazioni Unite (terzo maggior contribuente nel 2011). A conferma della mancanza di un coordinamento coerente e funzionale della sua politica estera, alle delegazioni tedesche presso tali istituzioni non sono assegnati tutti gli incarichi direttivi che, in teoria, dovrebbero corrispondere ai contributi economici elargiti. Inoltre, mentre i diplomatici tedeschi a New York si battono e promuovono risoluzioni ONU contro il traffico di armi, il governo di Berlino approva massicce vendite di carroarmati Leopard 2 all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, tra l’altro nel bel mezzo della Primavera Araba.

La mancanza di una strategia coerente e complessa viene spesso lamentata dai professionisti di politica estera tedeschi (le cause di tali carenze sono talmente varie che meriterebbero un articolo a parte); tuttavia ciò non significa che la Germania non abbia mai avuto dei paradigmi strategici legati al proprio ruolo internazionale. A riguardo, basti citare l’obiettivo nazionale della riunificazione, perseguito da Bonn fino alla fine della guerra fredda, e messo in atto in seguito alle politiche di distensione verso l’Est. Un altro concetto strategico fondamentale della Germania si basa sulla relazione speciale con Israele: risale infatti al 2008 la presa di posizione di Angela Merkel, la quale equiparò ed elevò l’obiettivo della sicurezza di Israele a interesse nazionale.

Altri concetti strategici che caratterizzano l’azione di politica estera tedesca attengono a progetti sovranazionali di integrazione. Questi, però, non dovrebbero esser visti come ulteriori tentativi atti ad imporre il proprio potere, bensì come il retaggio dell’approccio di politica estera tedesco successivo alla Seconda Guerra Mondiale. A quel tempo, l’integrazione della Germania Ovest nel blocco occidentale e nelle organizzazioni internazionali ad esso collaterali quali la CEE e l’ONU (Westintegration), contemplava una duplice funzione: dimostrare ai vicini europei la dismissione di qualsiasi atteggiamento revanscista, e il tentativo di riconquistare la sovranità perduta dalle potenze occupanti. Per questo, un pensiero puramente egemonico tra i politici e gli esperti di politica internazionale semplicemente non trova supporto in Germania, dove al contrario, fino ad oggi, il principio dominante che ha sostanziato la sua politica estera è stato quello della auto-limitazione, diretto a contenere e ad evitare il perseguimento dei propri interessi nazionali con la forza. In aggiunta, secondo la cultura tedesca, sostenere la propria economia ha sempre implicato la creazione di benessere diffuso attraverso la cooperazione e l’integrazione. Seppur durante tale crisi finanziaria il principio di auto-limitazione sia stato più volte contraddetto, le strategie per la sua risoluzione hanno sempre perseguito l’approccio tedesco post-1945, teso a creare le condizioni per una maggiore integrazione.

Pertanto, è storicamente errato e politicamente fuorviante sostenere che la Germania punti a ricreare un’egemonia simil-nazista. Non bisognerebbe mai dimenticare di citare, quando si parla di Germania quale repubblica democratica oramai esistente da circa 70 anni, una riflessione tratta dal libro di Anika Leithner, Shaping German Foreign Policy: “Sento spesso cittadini stranieri chiedersi cosa farebbero con la ricchezza, le dimensioni geografiche e la popolazione della Germania. Eppure, non capita mai di sentirli fantasticare su cosa farebbero se ne condividessero anche il passato.”

E allora, questo Quarto Reich? Semplicemente, non esiste.

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Traduzione di Giuseppe Paparella (si ringrazia per la collaborazione Marianna Bettini).

Articolo originale: The Fourth Reich Rises

One thought on “Il Quarto Reich In Ascesa? Una Risposta (Tedesca) Al Giornale”

  1. Pienamente d’accordo. La riluttanza delle classi dirigenti tedesche a fare politica ‘in grande’ è un dato storico precedente ed intrecciato alle due guerre mondiali (l’unica volta che ci hanno seriamente provato è stato un pò un disastro in effetti). E’ questa la riluttanza che vediamo drammaticamente oggi, l’incapacità di prendersi – legittimamente – l’Europa. Questi preferiscono difendere quel marco che chiamano euro per paura di pensare in grande (e qualcuno per non perdere le elezioni).

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