L’elezione di Enrique Peña Nieto non permette chiare previsioni sul destino della guerra messicana ai cartelli della droga.
Il 1° luglio, Enrique Peña Nieto, del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), ha vinto le elezioni presidenziali messicane; in quell’occasione, analisti internazionali e comuni cittadini hanno cercato di prevedere quali sarebbero stati gli ultimi atti, prima del passaggio di consegne fissato per il 1° dicembre, dell’amministrazione sconfitta di Felipe Calderón. Alcuni si aspettavano, ragionevolmente, che Calderón avrebbe cercato di intensificare la lotta ai violenti cartelli della droga che, seppur ufficiosamente, detengono di fatto il controllo di una porzione considerevole del Paese.
Nel solo mese di agosto, più di 15.000 uomini, tra truppe militari e forze di polizia federali, sono stati impiegati in sette stati messicani. Si ritiene, infatti, che il controllo di questi stati sia in mano a Los Zetas, il più violento cartello della droga messicano e, a livello mondiale, tra le più agguerrite organizzazioni del narcotraffico internazionale. Tale azione ha ricordato, in maniera sconcertante, il dispiegamento di truppe ordinato dallo stesso Calderón nel 2006; un’operazione che, negli stati interessati, ebbe l’effetto di triplicare il numero di omicidi, dovuti alle violente azioni di rappresaglia dei cartelli. Nel complesso, il massiccio utilizzo di truppe federali è stato ampiamente criticato – e reputato addirittura fallimentare, come l’ha definito l’ex presidente Vicente Fox. In effetti, dall’insediamento di Calderón, avvenuto nel 2006, ad oggi, si stimano circa 50.000 vittime direttamente collegate all’azione delle suddette organizzazioni. Sebbene si tratti perlopiù di personaggi collegati al traffico di droga, tra le vittime non mancano giornalisti, funzionari, finanche membri del governo statunitense, oltre ad un numero imprecisato di donne e bambini innocenti.
In ogni caso, il recente potenziamento dell’apparato militare e di sicurezza avvenuto durante l’amministrazione Calderón, ha permesso al governo messicano di indebolire i Los Zetas e il Cartello del Golfo. Il 13 settembre le truppe federali hanno arrestato Jorge Eduardo Costilla Sanchez, leader del Cartello del Golfo, inferendo così un duro colpo ad una organizzazione radicata da tempo. In seguito, nel corso di uno scontro con la marina messicana nei pressi del confine con gli Stati Uniti, è stato ucciso Heriberto Lazcano, (detto “Z-3” o “Il Boia”), tra i maggiori leader del narcotraffico targato Zetas. Se ci si chiede se questi sviluppi siano significativi o meno, la risposta è affermativa, sebbene non si possa esser sicuri che gli stessi costituiscano dei punti di svolta nella guerra tuttora in corso. In realtà, negli ultimi anni molte figure di spicco dei cartelli sono stati arrestate o uccise; ma le organizzazioni criminali, invece di indebolirsi, ne sono uscite rafforzate. Ciò è stato particolarmente vero nel caso degli Zetas, che hanno potuto allargare i confini del territorio sotto il proprio controllo, oltre ad incrementare le operazioni di traffico di stupefacenti a livello transnazionale, coinvolgendo il Guatemala e gran parte dell’America Latina. Per di più, molte valutazioni sulla morte di Lazcano ignorano il fatto che già dal 2010 non fosse più il leader effettivo degli Zetas.
Come se non bastasse, a questa grave situazione si aggiunge una recente scissione interna agli Zetas, che ha avuto l’effetto di far sprofondare il Messico in una spirale di ulteriore violenza. Lo stato di San Luis Potosi, apparentemente estraneo alla guerra della droga, ha registrato in agosto un aumento nel numero di crimini violenti, come possibile conseguenza del conflitto intestino agli Zetas. É anche probabile che, a lungo andare, una tale scissione possa indebolire l’intera organizzazione, sebbene altre circostanze sollevino dubbi su un suo eventuale declino. Ad esempio, per molto tempo le autorità messicane avevano individuato in Miguel Angel Treviño (alias “Z-40”), personaggio reputato ancor più spietato di Lazcano, il leader effettivo dell’organizzazione, essendone anche uno dei suoi fondatori. Di contro, era opinione diffusa tra gli Zetas che Lazcano stesse collaborando con le autorità governative; ed è quindi probabile che la sua morte fosse propedeutica al tentativo di Treviño di subentrare al controllo dell’intera organizzazione. Detto questo, non è da escludere che l’attuale caos interno agli Zetas, così come al Cartello del Golfo, possa spianare al Cartello di Sinaloa la strada per il monopolio nazionale del mercato della droga; d’altronde, in tutto il Messico è l’unica organizzazione criminale ad essere rimasta operativamente integra sull’intero territorio.
In questo clima di incertezza, pervaso dalla costante possibilità di scontri armati tra guerriglieri narcos e forze governative, la futura amministrazione di Peña Nieto si trova a dover fronteggiare una decisione cruciale, riguardante la strategia di attacco da impiegare contro il narcotraffico. Se da una parte sembra altamente improbabile che Peña Nieto riesumi le vecchie tattiche del PRI (caratterizzate da trattative segrete con i cartelli mediante le quali si cercava di ridurre le violenze al minimo), la proposta del neoeletto presidente punta alla creazione di una squadra speciale di 40.000 unità (in gran parte provenienti dalle forze armate), espressamente finalizzata alla lotta alla produzione e allo smercio di stupefacenti.
Tuttavia, molti reputano tale proposta inconsistente, oltre che di scarsissima efficacia: nel corso degli anni, tutte le istituzioni incaricate di contrastare i cartelli si sono rivelate incompetenti o corrotte. Le forze di polizia, sia a livello locale che federale, sono state coinvolte in numerosi casi di criminalità collegata al traffico di droga. Per non parlare dell’esercito messicano, che si è rivelato per i cartelli un’ottima fonte di reclutamento; infatti, molti soldati sono stati accusati di torture nei confronti di rei sospetti.
Pertanto, se Peña Nieto vuole davvero contrastare le organizzazioni criminali che controllano gran parte del territorio nazionale, dovrebbe rafforzare le istituzioni esistenti, e non crearne di nuove. Ad esempio, in tutta l’America Latina, il Messico si assesta agli ultimi posti per quanto riguarda le spese militari: questi semplici dati non lasciano presagire nulla di buono per il futuro. Inoltre, Città del Messico deve tener conto anche delle richieste provenienti dall’esterno, come dagli Stati Uniti, per quanto riguarda una radicale riforma della polizia, tesa a contrastare la corruzione interna e a migliorare gli standard di professionalità ed efficienza nella lotta al narcotraffico.
In ultima istanza, potrebbero essere sufficienti anche poche misure, rivolte ad aumentare i poteri di esercito e polizia, e ad implementare formule di negoziazione maggiormente efficaci con i membri più collaborativi degli stessi cartelli, come già avvenuto nel caso di Joaquín Guzmán Loera, leader del Cartello di Sinaloa. In conclusione, sebbene l’incertezza sulle strategie da adottare permanga sovrana, le contromisure che Peña Nieto si impegnerà a realizzare avranno un impatto decisivo sul futuro del Messico e sulla sicurezza dei suoi cittadini.
Traduzione di Giuseppe Paparella e Antonella Di Marzio
Articolo originale: An Uncertain Future for Mexico’s Drug War
Photo Credit: Ms. Phoenix
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