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Lo Sprint Finale Della Corsa Alla Casa Bianca: Un Commento Conclusivo.

Si riducono le possibilità per Obama di conquistare i voti degli indecisi. A questo punto il presidente dovrebbe sperare che vada tutto per il verso giusto – nessuna gaffe o incidenti internazionali – e che la base del suo elettorato accantoni la delusione per le promesse non mantenute e si rechi a votare.

Obama & Romney Caricature

E’ risaputo che gli scontri aperti e sul filo del rasoio siano quelli preferiti dalla stampa. Questo spiega perchè il primo dibattito televisivo fra Mitt Romney e il presidente Obama abbia appassionato così tanto il pubblico di tutto il mondo. Il candidato repubblicano, dopo settimane di gaffe che sembravano aver messo seriamente a repentaglio la sua candidatura, è tornato in corsa per l’elezione dopo il primo confronto televisivo. Infatti, l’insufficiente, e per questo incomprensible, performance di Obama ha permesso a Romney di far emergere la credibilità e la ricchezza delle sue proposte politiche, sebbene in contrasto con quelle precedenti, confermando quanto l’efficacia della comunicazione politica ed elettorale sia molto più rilevante e determinante di qualsiasi incoerenza programmatica.

Così, mentre la stampa e i commentatori politico-elettorali hanno ritrovato nuova linfa ed energia grazie a questo inaspettato successo repubblicano, la base democratica ha avvertito il presagio di una possibile sconfitta del proprio candidato, apparso quasi noncurante sull’esito della corsa alla Casa Bianca. Tuttavia il rischio maggiore che incombe sulla rielezione di Obama è rappresentato dal disinteresse dei suoi stessi sostenitori. Sebbene appaia improbabile una vittoria schiacciante come quella del 2008, al pari di un significativo spostamento degli elettori democratici verso Romney, è necessario considerare che, il 6 novembre, la partecipazione di questi ultimi non sarà affatto scontata, dato che durante il suo mandato Obama non è riuscito ad ottenere successi politici netti ed evidenti.

Ci troviamo così di fronte al tipico dilemma dei sistemi bipartitici: i più fermi sostenitori di un candidato sono quelli che destano meno preoccupazione, dal momento che i liberali convinti, per quanto possano sentirsi trascurati, difficilmente daranno il loro voto al candidato repubblicano. In ogni caso sussiste il serio rischio che gli elettori demotivati e disillusi, fra cui si possono certamente enumerare diversi sostenitori di Obama, semplicemente non si rechino nell’urna, appellandosi ad una serie di promesse non mantenute, come Guantanamo Bay, la politica verso le droghe e i costosi compromessi riguardanti la riforma sanitaria. L’amministrazione Obama ha cercato di confutare queste argomentazioni, sostenendo che l’ottimismo iniziale, quasi ingenuo, sull’eventualità di chiudere Guantanamo è stata subito derubricata da un Congresso non collaborativo, al punto che la questione non è neanche emersa durante la campagna elettorale. Tuttavia, la promessa di porre fine al traffico di sostanze stupefacenti è stata completamente disattesa, e l’attuale amministrazione si è addirittura distinta per aver adottato provvedimenti ancor più repressivi, quali l’applicazione di sanzioni federali per la vendita di marijuana ad uso medico. Anche in questo caso, il governo ha trattato come marginali tali tematiche, non ritenendole determinanti per la rielezione. Infine, lamentano gli aficionados democratici, l’assicurazione sanitaria pubblica non è stata introdotta, nonostante Obama godesse della capacità di influenzare il Congresso a suo favore.

In effetti, è comprensibile come in un sistema bipartitico, caratterizzato dall’assenza di evidenti contrapposizioni fra le parti, singole questioni di natura politica non rivestano un’importanza determinante. Anche per questa ragione sia l’affaire Guantanamo, che la lotta alla droga sono stati tralasciati durante il dibattito pre-elettorale. Allo stesso modo, hanno suscitato poco interesse i dati secondo cui il 50% sul totale dei caduti in Afghanistan, e l’escalation di attacchi condotti tramite droni in Pakistan siano avvenuti durante la presidenza Obama, malgrado l’estrema rilevanza di tali questioni per i liberali, considerati a ragione i più fedeli sostenitori del presidente.

Accantonando le succitate divergenze, gli elettori democratici conservano ottime ragioni per non perdere fiducia nell’operato e nello slancio progressista del proprio presidente: a tal riguardo, basti citare la sua decisione di schierarsi a favore della possibilità di matrimoni tra persone omosessuali. D’altronde, gli stessi sostenitori di Obama sono consapevoli che un secondo mandato potrebbe garantirgli la possibilità di agire su nodi politici ancora irrisolti, e finora lasciati in disparte.

A questo punto, a meno di due settimane dal voto, Obama potrebbe fare ben poco per rivitalizzare la propria base elettorale: l’unica strategia, utile ad assicurarsi i voti necessari alla rielezione, dovrebbe mirare alla conquista degli indecisi. A tal proposito, gli esiti del secondo e terzo dibattito sono stati rivelatori: in entrambi Obama si è mostrato molto più fedele all’immagine di se mostrata e ammirata quattro anni fa dal monto intero, e in virtù della ritrovata energia ed entusiasmo, i suoi elettori confidano nel successo finale. In effetti, un approccio maggiormente critico e assertivo ha caratterizzato gli interventi del presidente negli ultimi due dibattiti, durante i quali quest’ultimo ha più volte sottolineato ed evidenziato le numerose contraddizioni e incoerenze programmatiche assunte da Romney nell’estremo tentativo di recuperare consensi e sostegno elettorale.

Da parte sua, il candidato repubblicano ha condotto una campagna abbastanza confusa, cercando di fornire risposte soddisfacenti e onnicomprensive a platee di elettori troppo diverse tra loro, con l’ovvia conseguenza di rendere sfuggenti le proprie reali intenzioni. Così, nelle ultime settimane il baricentro politico di Romney si è progressivamente spostato verso il centro rispetto a tematiche fondamentali, quali la tassazione dei ceti più abbienti e modifiche inclusive alla riforma sanitaria, riguardanti pazienti che soffrono di patologie pregresse. Le sue carte vincenti, come il progetto di un’ampia riduzione della tasse grazie all’eliminazione di numerose scappatoie fiscali, sono state presentate in maniera superficiale ed eccessivamente teorica. Pertanto, nonostante Romney abbia prevalso nel primo dibattito, il formato “townhall” del secondo, tipicamente più colloquiale e con domande fatte direttamente dal pubblico, ha avvantaggiato Obama: in aggiunta, durante il terzo dibattito Romney ha dimostrato una certa incompetenza nell’affrontare temi di politica estera, malgrado il suo sforzo, reiterato ma vano, di rifocalizzare l’attenzione su questioni di natura economica. In effetti, presentando come debole e stentata la reazione all’assassinio dell’ambasciatore Chris Stevens a Bengasi, Romney è riuscito solamente ad essere accusato di point-scoring (tentativo di mettere in difficoltà il presidente con il solo fine di ottenere consenso, ndr), dimenticando la diffusa ed opposta percezione dell’opinione pubblica americana in merito, impegnata a festeggiare la cattura e la morte di Osama Bin Laden meno di un anno e mezzo fa.

Le innumerevoli gaffe di Romney susseguitesi negli ultimi mesi, compresa quella in cui attacca il 47% degli americani che “non pagano le tasse e votano Obama”, dovrebbero garantire un certo margine di tranquillità all’attuale presidente. Tuttavia i sondaggi attestano i candidati in una situazione di sostanziale equilibrio, prevedendo clamorosi pareggi in alcuni collegi elettorali. Con la fatidica data del 6 novembre in avvicinamento, si riducono anche le possibilità per Obama di conquistare i voti degli indecisi. A questo punto il presidente dovrebbe sperare che vada tutto per il verso giusto – nessuna gaffe o incidenti internazionali – e che la base del suo elettorato accantoni la delusione per le promesse non mantenute e si rechi a votare.

Traduzione ed editing di Giuseppe Paparella (si ringrazia per la collaborazione Marianna Bettini).

Articolo originale: US Presidential Election: The Sprint To The Finish

Photo Credit: DonkeyHotey

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About James Butler

James Butler is an alumnus of Oxford University and a recent graduate of King's College London's MA in International Relations. His research interests include civil liberties in the age of terror, the US 'War on Drugs', and the utility of torture as an intelligence gathering tool.

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