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Viva la Resistenza! L’Iran, l’atomica e il Medio Oriente

Le conseguenze dell’improvviso equilibrio di potenza, derivanti dalla nuclearizzazione dell’Iran, sono enormi: un obiettivo che non è esclusivo della leadership islamica e che non può essere nemmeno scoraggiato attraverso sanzioni o azioni militari.

Netanyahu United Nations nuclear sanctions Iran

Nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU della scorsa settimana il primo ministro israeliano Netanyahu ha riportato l’attenzione del pubblico internazionale sulla questione nucleare iraniana, anche se con toni più consoni a dei fumetti della Looney Tunes che a un foro come quello delle Nazioni Unite. La costante svalutazione del Rial iraniano indica che la politica sanzionatoria voluta dagli Stati Uniti sta gravando pesantemente sulla società iraniana ma non è chiaro se, o come, stia avendo ripercussioni sul controverso programma nucleare del paese. Nonostante questa valutazione, il discorso di Netanyahu ha lasciato pochi dubbi sull’eventualità di azioni militari nel caso in cui l’Iran dovesse superare la soglia nucleare. Infatti, è opinione comune che l’Iran stia sviluppando testate atomiche per il proprio arsenale militare, e tali sospetti sono ulteriormente alimentati dalle dichiarazioni retoriche di Ahmadinejad sull’opportunità di spazzar via dalle mappe geografiche lo Stato di Israele. Una spiegazione, attualmente ignorata all’interno di un dibattito fin troppo intriso di nozioni accademiche proprie del campo delle Relazioni Internazionali, è che l’Iran si sia proclamato paladino della “Resistenza”.

Dalle cime del Libano Meridionale, il villaggio di Mlita sembra cozzare parecchio con il resto del panorama montuoso e con i palazzi lacerati dalla guerra dei vicini centri abitati. Questo villaggio è stato trasformato in un museo elegante, moderno e, a dirla tutta, perfino professionale: situato in un’ex base operativa di Hezbollah, e dedicato all’organizzazione della guerra contro Israele e l’Esercito del Libano del Sud, l’avamposto fu costruito con fondi iraniani, come il resto del Libano sciita. Forse l’aspetto più peculiare di Mlita è che, a differenza della classica nozione e funzione di un museo, commemora un evento tuttora in corso.

Tutt’intorno a Mlita sembrano riecheggiare parole appassionate e sciovinistiche. Infatti, potrebbe risultare alquanto ripugnante per un turista che la propria guida turistica si soffermi a far notare i caschi degli elicotteristi israeliani. Tuttavia, a differenza di quanto sosteneva Remarque quando sosteneva che “la guerra è l’inferno”, la scultura di metallo “l’Abisso”, che si erige attorcigliata su sé stessa al centro dal museo, emana un senso di orgoglio e fierezza mai sopiti. Sembra, infatti, che l’intero museo sia stato costruito per lanciare un messaggio a Israele: “Per due volte ci avete invaso e per due volte vi abbiamo sconfitto. Siete molto più deboli di quanto vogliate ostentare e siamo stati noi a mettere a nudo questa vostra debolezza.” Pertanto, il messaggio che proviene dal museo si discosta dall’ “eliminare Israele dalla cartina del mondo”, piuttosto assomiglia ad un invito alla deterrenza o alla “resistenza”. Infatti, nel momento in cui ci si allontana da quella che è la retorica comunemente utilizzata contro Israele, diviene necessario e utile leggere tra le righe e capire quali messaggi vogliono comunicare Hezbollah e i loro sostenitori iraniani.

In effetti, una particolare epigrafe incisa all’interno del museo esprime succintamente una delle idee più ricorrenti in Medio Oriente:

Dal 1948, e fino all’invasione del Libano del 1982, il nemico israeliano ha imposto una sola scelta al Libano e alla regione circostante: la resa, la sconfitta e la sottomissione. L’11 novembre 1982 un guerriero della resistenza di nome Ahmad Qassir si è fatto esplodere nei pressi della roccaforte israeliana di Tyr proclamando la nascita di una nuova scelta: la resistenza.

Malgrado i disperati tentativi da parte degli Stati Uniti (e dell’Europa) di dissimulare, inutilmente, l’immagine di negoziati neutrali, e di evitare di mostrare la realtà dei fatti, le popolazioni mediorientali hanno ben capito da quale parte si trova l’aggressore. In aggiunta, la tendenza a sminuire i forti sentimenti degli arabi nei confronti dell’antisemitismo ha compromesso in modo considerevole la possibilità di trovare una soluzione al problema. Questo non per sostenere una divisione manichea tra buoni e cattivi, ma le recenti ondate di proteste che stanno attraversando il Medio Oriente testimoniano la complessità e la problematicità del ruolo statunitense nella regione.

È importante prendere in considerazione il fatto che in un’era di ritrovato interesse per la contro-insurrezione, abbiamo più volte sentito le popolazioni delle aree interessate dalle insurrezioni fare riferimento al concetto geopolitico di “Spazio Vitale”, un termine proprio del vocabolario della guerra convenzionale, utile ad incitare i cittadini e a supportare i comandanti nelle loro operazioni militari. In effetti, il binomio “cuori e menti” [che la teoria della contro-insurrezione vede come priorità da conquistare, ndr] rappresenta metaforicamente quello Spazio Vitale, conteso tra le parti coinvolte nella Guerra al Terrorismo [Stati Uniti da una parte e reti terroristiche transnazionali dall'altra, ndr].

A riprova di tale tesi basti citare l’indignazione scatenata nel mondo arabo da “Innocence of Muslims” [film distribuito nel settembre del 2012 che propone messaggi e scene ritenute offensive dai Musulmani ndr], che ha sconvolto tutto il Medio Oriente, indicando chiaramente come gli Stati Uniti non detengano il controllo di questo particolare spazio vitale. Da questo punto di vista l’Iran occupa una posizione molto più forte.

Infatti nel mondo occidentale, mentre ci si impegnava a criticare l’idea distorta di libertà di espressione insita nella cultura musulmana, nessuno si è chiesto come tanta rabbia nei confronti degli Stati Uniti si sia potuta diffondere così velocemente per un tale abominevole video. Se da una parte è chiaro quanto tale filmato possa risultare a noi insignificante e volutamente provocatorio, dall’altra nessuno si è posto il problema della possibilità di differenti percezioni e interpretazioni dello stesso, che avrebbero potuto scatenare, come è effettivamente successo, reazioni diverse nelle popolazioni di religione musulmana, spinte a credere alla presenza di una precisa volontà politica, e in tal caso provocatoria, da parte di un altro stato.

In questo contesto, l’Iran esercita la propria influenza nella regione mentre Israele ci prova solo con le armi e la minaccia del loro utilizzo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, riescono ad ottenere supporto combinando forza militare e assistenza di tipo materiale (principalmente bellica). Di conseguenza, almeno nel Libano meridionale la strategia di sostegno iraniana, caratterizzata da ingenti finanziamenti a Hezbollah utili alla ricostruzione, riedificazione e modernizzazione dell’intera area, ha ottenuto maggior successo. Qui il denaro iraniano ha permesso di ricostruire souq [mercati e quartieri commerciali ndr] e infrastrutture chiave per la mobilità dell’intera popolazione. Al contrario, il denaro saudita è stato il viatico per l’installazione di negozi Versace e Armani, spesso situati tra concessionari Porsche, e accessibili solamente all’elite libanese e ai turisti del Golfo. Anche per queste ragioni, l’occidente parte da una posizione culturalmente svantaggiata rispetto all’Iran, e l’attuale indifferenza nei confronti dei sentimenti dei popoli mediorientali non pare essere una strategia particolarmente produttiva, soprattutto se la sconfitta del terrorismo resta in cima alla lista dei nostri obiettivi strategici.

È anche vero che l’Iran si contende l’egemonia della regione con i rivali Sunniti, tant’è che emergono inquietanti segnali di una guerra di religione Sunnita-Sciita in Bahrain, Siria e Libano. In tali paesi, e diversamente dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, la resistenza iraniana ha credenziali molto più solide, al punto da rivendicare un ruolo di preminenza anche nella resistenza palestinese, a prescindere dal fatto che i palestinesi lo vogliano o meno. Per tale ragione, l’ottenimento dell’arma nucleare costituirebbe una seria opportunità per la resistenza iraniana di raggiungere l’equilibrio militare con Israele, divenendo un deterrente molto più efficace dei rudimentali Qassam di Hamas [razzi rudimentali esplosivi, ndr] e degli imprecisi Katushya degli Hezbollah [lanciarazzi di origine sovietica, ndr].

Le implicazioni geopolitiche di un improvviso equilibrio militare, risultante da un Iran nuclearizzato, sarebbero enormi – anche considerando il suddetto obiettivo non esclusivo della leadership islamica [già nel 1957 lo scià Mohammad Reza Pahlavi inaugurò il primo programma nucleare civile, ndr], e la contestuale inefficacia di sanzioni o possibili azioni militari. Avendo già assistito al potenziale di mutamento politico insito nella volontà collettiva dei cittadini, ignorare il significato di “resistenza” significa mettere a repentaglio gli obiettivi strategici degli Stati Uniti e dell’Europa nel Medio Oriente.

Traduzione di Giuseppe Paparella e Valentina Mecca

Articolo originale: Viva La Resistance! Iran, The Bomb & The Middle East

Photo CreditAdobe of Chaos

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About Emlyn Mooney

Emlyn holds a BA in Arabic and Persian from the University of Edinburgh and is a current MA Middle Eastern Studies with Persian student at Pembroke College, Oxford. His focus is the international relations and politics of the Middle East.

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