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Perché, In Questo Momento, Il Riconoscimento Di Uno Stato Palestinese Sarebbe Disastroso

Bisogna evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU, soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici.

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Articolo in riposta a: “Ostacolare la creazione della Palestina: il grande errore degli Stati Uniti

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La richiesta di riconoscimento istituzionale che l’Autorità Nazionale Palestinese ha avanzato presso l’ONU ha rappresentato, per molti,  una possibile via d’uscita dalla questione mediorientale: si reputa, infatti, che una tale istanza possa esercitare una maggiore pressione internazionale su Israele. Di conseguenza, assecondando questa logica, i contrari al suddetto riconoscimento statuale rischierebbero un passo falso diplomatico: pare, infatti, che la richiesta dell’ANP goda di crescente consenso presso gli Stati membri delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, sostiene ancora la tesi dell’articolo precedente, vi si opporrebbero poiché preoccupati dalla possibile denuncia che, un eventuale Stato palestinese, intenterebbe presso la Corte Penale Istituzionale contro Israele, con l’accusa di occupare illegalmente i propri territori. Infatti, continuando a sostenere un alleato storico, gli Stati Uniti finirebbero però per  tradire i propri stessi principi e valori, vedendo poi compromessa la propria influenza all’interno del mondo arabo. In aggiunta, conclude l’articolo, l’atteggiamento americano nei confronti dell’ANP suscita qualche perplessità, dato che appare in forte contrasto con il supporto fornito alle rivoluzioni democratiche in Nordafrica.

A questo punto, sarebbe il caso di confutare le argomentazioni descritte. In primis, approvare la richiesta dell’ANP potrebbe generare pericolosi sviluppi non solo per Stati Uniti ed Israele, ma anche e soprattutto per lo stesso Stato palestinese;  e, più in generale, per tutta la regione mediorientale. E’ infatti per ragioni legate alla stabilità e alla sicurezza regionale che gli Stati Uniti si oppongono a tale epilogo, piuttosto che per opinabili legami di lealtà a Gerusalemme. In questo momento storico l’ANP non è pronta a configurarsi come entità statuale, e se le valutazioni strategiche avanzate da Israele dovessero essere ulteriormente ignorate, si profilerebbero instabilità politica e il rischio di un conflitto generalizzato a tutta l’area circostante.

L’ANP, in effetti, non gode del pieno controllo sui propri territori, nemmeno per quanto riguarda la Zona A: non è in grado, dunque, né di esercitare lo stato di diritto sulla regione, né di garantire stabilità nei territori di confine – come ad esempio nella Striscia di Gaza dove perdura e si consolida la presenza di Hamas. A tal proposito, pur supponendo che l’ANP acquisisca lo status desiderato, appare improbabile che possa subentrare o affiancarsi pacificamente ad Hamas nel governo di Gaza. L’organizzazione in questione continuerebbe le proprie attività anche all’interno di uno Stato palestinese ormai indipendente, come il lancio di missili su Israele e la politica di reclutamento tra le tribù beduine, in modo da garantirsi un rafforzamento strategico nella zona del Sinai. Un eventuale Stato potrebbe costituirsi solamente nel momento in cui dovesse possedere le caratteristiche adatte a diventarlo: per adesso territorio e popolazione non sono affatto attributi sufficienti.

Relativamente a considerazioni di ordine interno, si provi ad ipotizzare uno Stato palestinese indipendente che ottenga, da parte della Corte Penale Internazionale, una sentenza sul ritiro di Israele dai Territori Occupati. Cosa accadrebbe in seguito? Storicamente, nessuna entità statale ha mai rinunciato volontariamente alle proprie posizioni strategiche, ancor più per sentenza e senza calcolare le ripercussioni sulla propria stabilità interna. Sia a livello di apparato statale, che di forze di sicurezza, l’ANP risulta troppo debole per poter affrontare proteste e rivolte; e sembra avere ancora meno chance di debellare il terrorismo di matrice domestica. Abu Mazen sarebbe davvero in grado di fermare un possibile lancio missilistico verso l’aeroporto di Tel Aviv? Di ostacolare il contrabbando di armi da fuoco giordane a Ramallah? E di impedire ad agenti di Hezbollah di infiltrarsi in Palestina per reclutare ed addestrare nuovi terroristi?

Non sembra decisamente il caso di correre rischi così consistenti; tanto più adesso che l’intera regione è scossa da conflitti settari. Con le sue deboli istituzioni statali, e le sue forze di sicurezza impreparate e corrotte, l’ANP non è in grado di esercitare il potere sufficiente a garantire una certa stabilità. Al contrario, Israele riesce, in maniera efficace, ad arginare la minaccia terroristica proveniente dai Territori Occupati, malgrado i vergognosi abusi umanitari e le violenze che ne conseguono. Sarebbe dunque ipotizzabile che, sulla base di un mero imperativo morale, lo Stato israeliano decida di affidare la propria sicurezza ad istituzioni deboli e poco influenti? Basterebbe solo un po’ di buon senso per affermare il contrario.

In primo luogo, lo stato di diritto potrà essere esercitato dall’ANP, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, solo quando sarà in grado di evitare che il terrorismo locale giunga a colpire Israele. In secondo luogo, non è pensabile che Israele possa essere costretta, per di più da potenze straniere, ad accettare l’esistenza di uno Stato palestinese. La pressione esercitata su Gerusalemme non basterebbe comunque a determinarne un cedimento; per quanto riguarda la parte palestinese, tale situazione potrebbe dare il via libera ad una Terza Intifada. Ne conseguirebbero eccidi, violenze e l’intensificarsi della presenza militare israeliana nei Territori Occupati: una mossa del genere ritarderebbe almeno di vent’anni la risoluzione della questione palestinese, facendo sfumare ogni possibilità di stipulare un compromesso pacifico.

In ultima analisi, la negoziazione del processo di pace deve coinvolgere le grandi potenze. Ogni argomento contrario sarebbe irrilevante e fuori luogo, poiché già nel 2001, nel corso del Summit di Taba, furono definiti tutti i parametri per una risoluzione consensuale. Il problema risiede nella mancanza di buona volontà da entrambe le parti: se desiderassero realmente risolvere la questione, uno Stato Palestinese potrebbe sorgere nel giro di una notte. Allo stesso modo, ogni soluzione internazionale che prescinda da Israele sarebbe rovinosa: il rischio di violenze aumenterebbe vertiginosamente, determinando il rinfocolarsi di atteggiamenti aggressivi da parte di israeliani e palestinesi.

In conclusione, il riconoscimento statuale sarebbe disastroso per l’ANP e la sua legittimità. Se, successivamente all’ottenimento di tale status istituzionale le condizioni di vita per gli abitanti palestinesi non dovessero migliorare, l’ANP si ritroverebbe ulteriormente danneggiata, e il già debole supporto di cui attualmente gode verrebbe compromesso. Non è difficile ipotizzare come un’ondata di proteste popolari possa favorire la base radicale, che, attaccando l’inerzia e la passività dell’ANP, vedrebbe rinsaldata la propria credibilità, incitando la popolazione a rivendicare con violenza ciò che le stesse Nazioni Unite avevano promesso. Se dovesse scoppiare un’altra Intifada, l’ANP non avrebbe alcuna possibilità di gestirla, né risulterebbe credibile nel prendere le redini del conflitto, ponendosi come alternativa al populismo militante di Hamas. Se Arafat non fu in grado di gestire la Seconda Intifada, è assolutamente fuori discussione che il poco carismatico Abu Mazen riesca a fare di meglio.

Non si voglia leggere, in quest’articolo, un’apologia di Netanyahu o delle politiche repressive israeliane. Bisogna, però, evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU,  soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici. Bisogna comunque riconoscere che, indipendentemente dalle posizioni sull’argomento dibattuto, al momento le relazioni israelo-palestinesi – sia a livello sociale, che diplomatico – sono pacifiche come non accadeva da qualche anno.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Editing: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Recognizing A Palestinian State Would Be Disastrous

Photo Credit: Adam Biggs / theriskyshift.com

5 thoughts on “Perché, In Questo Momento, Il Riconoscimento Di Uno Stato Palestinese Sarebbe Disastroso”

  1. Se la Palestina non è pronta ad essere riconosciuta come stato non è né una questione di momento storico, né una questione interna: possiamo vedere come sia pieno di stati in medio oriente (l’Italia stessa?) non sufficientemente stabili per essere riconosciuti a livello internazionale. Qualcuno ha parlato della Siria?Se la Palestina non è pronta ad essere riconosciuta perché la stabilità interna del paese non è garantita, questo è sopratutto dovuto a cause esterne alla Palestina stessa (leggi Israele -> Stati Uniti), secondo me.Ed è alquanto tautologica persino la messa al bando di argomentazioni contrarie al riconoscimento delle potenze mondiali come riferimento per la negoziazione. Come se Stati Uniti, Russia e Cina e compagnia avessero diritti speciali o avessero diritto a diritti speciali.È palese che manchi la volontà da entrambe le parti, ma se una parte crede di pesare 100 e far pesare l’altra 2, non si va da nessuna parte.

  2. In un contesto in cui tutti i paesi avessero, utopicamente parlando, le stesso peso diplomatico, militare ed economico, e un’importanza pressoché identica per quanto riguarda le posizioni strategico-geografiche da difendere e conquistare, allora il tuo ragionamento filerebbe e non ci sarebbe nemmeno bisogno di interessarsi o studiare la materia. In ultima analisi, non ci sarebbero nemmeno guerre ma, anzi, una forma globale di colonialismo (come nel caso delle pacifiche sparizioni avvenute in Africa e Cina nel diciannovesimo secolo: paradossale, ma sarebbe esattamente questo l’epilogo). Ma il mondo non è ancora così perfettamente ordinato, né, temo o per fortuna, lo sarà mai, e quindi il potere decisionale rimane, come è sempre stato, a disposizione del più forte. Le grandi potenze non sono escludibili, per ovvie e imprescindibili ragioni.

  3. In un contesto in cui tutti i paesi avessero, utopicamente parlando, le stesso peso diplomatico, militare ed economico, e un’importanza pressoché identica per quanto riguarda le posizioni strategico-geografiche da difendere e conquistare, allora il tuo ragionamento filerebbe e non ci sarebbe nemmeno bisogno di interessarsi o studiare la materia. In ultima analisi, non ci sarebbero nemmeno guerre ma, anzi, una forma globale di colonialismo (come nel caso delle pacifiche spartizioni avvenute in Africa e Cina nel diciannovesimo secolo: paradossale, ma sarebbe esattamente questo l’epilogo). Ma il mondo non è ancora così perfettamente ordinato, né, temo o per fortuna, lo sarà mai, e quindi il potere decisionale rimane, come è sempre stato, a disposizione del più forte. Le grandi potenze non sono escludibili, per ovvie e imprescindibili ragioni.

  4. In un contesto in cui tutti i paesi avessero, utopicamente parlando, le stesso peso diplomatico, militare ed economico, e un’importanza pressoché identica per quanto riguarda le posizioni strategico-geografiche da difendere e conquistare, allora il tuo ragionamento filerebbe e non ci sarebbe nemmeno bisogno di interessarsi o studiare la materia. In ultima analisi, non ci sarebbero nemmeno guerre ma, anzi, una forma globale di colonialismo (come nel caso delle pacifiche spartizioni avvenute in Africa e Cina nel diciannovesimo secolo: paradossale, ma sarebbe esattamente questo l’epilogo). Ma il mondo non è ancora così perfettamente ordinato, né, temo o per fortuna, lo sarà mai, e quindi il potere decisionale rimane, come è sempre stato, a disposizione del più forte. Le grandi potenze non sono escludibili, per ovvie e imprescindibili ragioni.

  5. Sono d’accordo con te. Rimane da decidere cosa fare e su cosa concordare: cercare la migliore soluzione possibile o cercare la migliore delle soluzioni e perseguire la strada del poco probabile e molto difficile.

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