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Ostacolare La Creazione Della Palestina: Il Grande Errore Degli Stati Uniti

A prescindere da qualsiasi congettura, è certo che il sostegno atteso dai 115 membri dell’ONU – possibilmente estendibile fino a 150 – nei confronti della Palestina, stia lasciando Stati Uniti e Israele in una posizione diplomatica piuttosto isolata.

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Gli Stati Uniti hanno commesso un grave errore di valutazione nella loro ostinata opposizione alla richiesta, da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, dello status di non-membro delle Nazioni Unite. Tale posizione non solo perpetua la volgare apatia che il mondo – e gli Stati Uniti in primis – ha dimostrato nei riguardi della Palestina dalla fondazione dello stato di Israele nel 1948; soprattutto, è il simbolo di un errore diplomatico che sta compromettendo buona parte della retorica americana in materia di politica estera.

Dal 2010, in virtù dell’empasse nei negoziati internazionali, la questione palestinese per l’indipendenza e la richiesta di una soluzione “a due stati” sono state abbandonate all’esclusiva volontà politica dei soggetti coinvolti. Pertanto non hanno suscitato scalpore né la richiesta di riconoscimento dello Stato Palestinese, né quella di adesione alle Nazioni Unite, avanzate lo scorso anno da Mahmoud Abbas. Successivamente, a seguito della pressione diplomatica contraria esercitata dagli Stati Uniti sul Consiglio di Sicurezza, l’Autorità Nazionale Palestinese ha deciso di bypassare l’esame dell’organismo ONU e procedere con l’adozione dello status di non-membro in seno all’Assemblea Generale.

Rivolgendosi all’Assemblea Generale il 27 settembre Abbas ha dichiarato: “Abbiamo avviato intensi colloqui con diverse organizzazioni regionali e con gli stati membri con l’obiettivo di ottenere l’adozione da parte dell’Assemblea Generale di una risoluzione che prenda in considerazione lo stato Palestinese come non-membro dell’ONU.” Alla speranza del popolo palestinese di essere riconosciuto non-membro delle Nazioni Unite, si somma quella di poter vedere Israele incriminato dalla Corte Penale Internazionale per l’occupazione illegale della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. In maniera abbastanza sorprendente, dato l’attuale disinteresse internazionale, il futuro della Palestina sembra riservare qualche speranza: ci si aspetta, infatti, che almeno 115 stati membri dell’ONU voteranno a favore del riconoscimento della Stato, secondo i confini del 1967. Ci si Interroga, quindi, sui motivi per i quali Washington appaia così determinata affinché tali sviluppi non abbiano alcun seguito.

Una possibile risposta, almeno secondo la retorica ufficiale, potrebbe essere efficacemente riassunta dalla seguente  affermazione: “Lo stato Palestinese sarà dichiarato solo a seguito di negoziati diretti con Israele”. Quello che si può dedurre è che gli Stati Uniti stanno cercando di proteggere il loro storico alleato, nonché maggior beneficiario del sostegno finanziario americano sin dalla seconda guerra mondiale. È indubbio che Israele necessiti di assistenza economica e militare per contenere la minaccia sciita di Hezbollah, e la mole di questi investimenti assicura la contemporanea difesa da tutti i nemici di Israele. A questo proposito, gli americani potrebbero essere seriamente preoccupati dalle conseguenze della sentenza della Corte Penale Internazionale sulla sicurezza di Israele. Quel che sembra chiaro, a prescindere da qualsiasi congettura, è che il sostegno atteso dai 115 membri dell’ONU – possibilmente estendibile fino a 150 – nei confronti della Palestina, stia lasciando Stati Uniti e Israele in una posizione diplomatica piuttosto isolata.

L’isolamento degli Stati Uniti, insieme all’inamovibilità e alla pervicacia mostrate sulla questione, rischia così di mettere a repentaglio l’autorevolezza diplomatica di Washington. Fatta eccezione per la Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono stati i maggiori sostenitori della democrazia sin dalla presidenza Wilson, come dimostrano anche i casi recenti della Primavera Araba e dell’Afghanistan. Di conseguenza, perché le stesse istanze non sono attualmente promosse anche a livello sovra-nazionale? Al contrario, l’atteggiamento tenuto sin qui dagli Stati Uniti si è rivelato repressivo e ostruzionistico, come dimostrano le sanzioni finanziarie inflitte all’Autorità Palestinese a seguito della richiesta di diventare membro dell’ONU, e l’abiura dei principi dell’UNESCO nel 2011 dopo l’ammissione della Palestina. Infatti, questa posizione stride fortemente con la lotta palestinese per l’autodeterminazione, e avvalora l’idea che l’egemone globale sia poco interessato alle conseguenze di questi atti sul processo di pace. Inoltre gli americani stanno via via  perdendo credibilità nella regione, e questo diventerà più evidente nei prossimi mesi, quando i cittadini mediorientali e nordafricani inizieranno a dubitare delle reali intenzioni di Washington di promuovere la democrazia, con il deleterio e tristemente consueto effetto di rendere indistinguibili i terroristi dai “combattenti per la libertà”.

In ogni caso è arrivato sicuramente il momento di avviare un processo di pace tra israeliani e palestinesi senza l’interferenza di Stati Uniti e Russia. Questi ultimi non possono essere considerati autorità morali di riferimento, dato che hanno bandito il razzismo e la segregazione appena cinquanta anni fa. Ci si chiede, infatti, per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno sostenere Israele, un paese che ha dimostrato e che continua a mostrare un’inosservanza così manifesta del diritto internazionale. Sembra giunto il momento che i due ex protagonisti della Guerra Fredda si facciano da parte per permettere alle Nazioni Unite di espletare il compito per cui fu ideata e fondata, ovvero mantenere la pace e la sicurezza internazionale sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli stati e l’autodeterminazione dei popoli. Pertanto, l’approccio americano alla politica estera dovrebbe cessare di mostrarsi intransigente, e finalmente aderire alla natura democratica del multilateralismo.

A questo proposito riecheggiano le affermazioni di Kofi Annan, secondo cui: “Le Nazioni Unite sono indispensabili per tutti i suoi membri, compresi gli Stati Uniti, soprattutto se agiscono in maniera coesa e lavorano come l’unica legittima fonte dell’azione collettiva internazionale”.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Editing: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Blocking Palestine: America’s Big Mistake

Photo Credit: Jean-François Gornet

One thought on “Ostacolare La Creazione Della Palestina: Il Grande Errore Degli Stati Uniti”

  1. Quante imprecisioni in questo articolo, scarsa conoscenza dell’argomento o articolazione del testo volutamente omissiva e parziale? (accecamento dettato da posizioni personali o mero tecnicismo tipico di un giornalismo ‘da accensione del dibattito’?)
    “Tale posizione non solo perpetua la volgare apatia che il mondo – e gli Stati Uniti in primis – ha dimostrato nei riguardi della Palestina dalla fondazione dello stato di Israele nel 1948″ FALSO: l’accettazione tacita e strappata da un ottimo lavoro diplomatico di Eban ed altri, della dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele entro i confini stabiliti per i due stati, non strideva non la soluzione “del doppio stato”; L’attacco simultaneo di tutti gli stati confinanti con quelli che sarebbero dovuti essere i due stati – il giorno esatto della dichiarazione d’indipendenza invece si; Nel tentativo di massimizzare i propri interessi, gli stati arabi hanno – perdendo nel 48 – fatto un favore al nascente stato di Israele, bloccando la nascita dello stato di Palestina, suggerendo fra le altre cose la fuga di migliaia di arabi successivamente appellati come palestinesi dalle proprie terre d’origine con la promessa di un ritorno imminente etc etc etc.  Nash qualche anno + tardi cablò matematicamente quella teoria dei giochi che avrebbe potuto suggerire allo schieramento arabo d’accontentarsi.
    Tutto l’articolo d’altronde è costruito sulla MENZOGNA che gli Stati Uniti fossero i principali partner economici e detrattori di vantaggi politici territoriali derivanti dal sostegno d’Israele sin dalla seconda guerra mondiale. Chiunque studi storia e voglia sviluppare i propri interessi in politica internazionale e più specificatamente nel medio oriente, non può (fingere di?) non sapere che il maggior finanziatore e partner d’israele è stata la Francia sino a quando De Gaulle – ad un certo punto della sua carriera politica ha deciso di invertire la propria rotta, mentre gli Stati Uniti attendevano di capire chi valesse la pena supportare a pieno regime.
    Altra pecca a mio avviso di questa analisi è la leggerezza con la quale si analizza le motivazioni che portano Israele e gli Stati Uniti ad un comportamento del genere. Solamente discutere di quelli che qui vengono chiamati confini del 1967 dovrebbe essere argomento sufficiente per scriverne 10 di articoli, difatti, quello che l’ONU d’oggigiorno finge di non sapere è che trattasi di Linee Armistiziali, non di confini stabiliti da chissà quale accordo. Chi scrive di questi argomenti dovrebbe specificare che finanche nelle stesse risoluzioni ONU c’è scritto ritiro ” witdrawal ” che non significa incondizionato, ma prevede una negoziazione dei territori da cedere con l’obiettivo di avere dei confini sicuri e condivisi fra le parti. Un Abbas che ricorre a questo strumento diplomatico è un buon giocatore di scacchi che fa una mossa però ovvia per accreditarsi come unico interlocutore, difendendosi dalla spaccatura Hamas/Fatah e contemporaneamente cercando di far passare quelle linee armistiziali come punto non negoziabile. 
    Inoltre sarebbe interessante capire come sia possibile difendere questa affermazione di causalità che a me pare impossibile oltre che se mi è concesso, ridicola: “Al contrario, l’atteggiamento tenuto sin qui dagli Stati Uniti si è rivelato repressivo e ostruzionistico, come dimostrano le sanzioni finanziarie inflitte all’Autorità Palestinese a seguito della richiesta di diventare membro dell’ONU”
    Infine la perdita di autorevolezza di Washington, che lo scrittore ci suggerisce essere derivata dalla posizione di opposizione alla richiesta, sommata allo spegnimento di interesse nel tentativo di mediare fra la parti, a me pare fondata su un mucchio di parole vuote.  Con rispetto parlando per chi ha pensato di scriverle: L’allora presidente Americano Clinton portò al tavolo delle trattative un Barak disposto a cedere il 98% dei territori chiamati occupati più la sovranità di metà della città di Gerusalemme, Arafat dimostrò di amare + l’immagine di se stesso in abito militare che non il proprio popolo. Posso concordare una perdita d’autorevolezza di Obama che si è dimostrato incapace nel saper gestire il ruolo degli Stati Uniti in quella fetta di mondo, ma è tutta un’altra storia.  
    Una offerta migliore di quella proposta da Barak è resa impossibile dalla semplice equazione d’equilibrio fra le parti: in assenza di spiragli di pace e con la costante e quasi giornaliera gittata di bombe da Gaza così come dal nord del Libano (centinaia all’anno) la risposta in costruzione di insediamenti sempre + capillari all’interno di quei territori che dovrebbero essere oggetto di trattativa, pare essere una risposta moderata, seppur dalle conseguenze poco felici per l’autodeterminazione del popolo palestinese, eppure fortemente comprensibili.  Togliere diplomaticamente questo strumento di risposta ad Israele in cambio di nulla da parte di chi vorrebbe essere Palestina è un precedente pericoloso per l’equilibrio di quei territori.

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