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Siria: Armare O Non Armare, Questo è Il Problema

La decisione dei fornitori turchi e arabi, di privare gli insorti di armamenti altamente tecnologici, rappresenta la scelta migliore affinché le forze ribelli siriane imparino a operare in maniera più coesa.

A venti mesi dall’inizio del conflitto siriano, si sono osservati considerevoli scontri intestini tra le diverse fazioni di ribelli, i quali stanno compromettendo la vittoria sulle forze di Assad. Infatti, allo svantaggio dei ribelli in termini di preparazione e armi a disposizione, si aggiunge la loro incapacità di cooperare insieme per il raggiungimento dello stesso obiettivo, il che riduce ulteriormente la probabilità di successo contro le forze governative. Pertanto, la Turchia, e gli altri sostenitori del Golfo schierati contro Assad hanno deciso – un po’ come genitori alle prese con figli capricciosi – che a causa di questo comportamento litigioso, i ribelli non riceveranno nuovi armamenti. Infatti, si spera che gli insorti, nel momento in cui vedranno venir meno i rifornimenti, si convincano finalmente a collaborare insieme, pur di non mettere a repentaglio quel risultato atteso e sperato dalla maggior parte del mondo (tranne, a quanto pare, dal governo cinese e russo).

La prima domanda da porsi è: perché questi attori internazionali si schierano dalla parte del popolo siriano? Per quanto le giustificazioni ufficiali appaiano inopinabili, sembrano sussistere altre motivazioni più utili e sottili. In linea di massima, se le forze ribelli siriane fossero più coese, il paese andrebbe incontro a una situazione politica più stabile al termine del conflitto, che è quello che sperano in molti soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti in Libia. La Turchia, che permette l’ingresso degli armamenti provenienti dagli stati del Golfo, ha bramato per lungo tempo il ruolo di autorità morale sul Medio Oriente (per via, probabilmente, della sua volontà di entrare  a far parte nell’Unione Europea). La riconciliazione tra la Turchia e il PKK è, da una parte, un’ipotesi plausibile ma, d’altro canto, la loro relazione rimane instabile e fonte di tensioni. Attraverso il controllo dei rifornimenti militari verso la Siria, i turchi hanno acquisito mezzi sufficientemente potenti da imporre la propria volontà sulle operazioni condotte sia dai ribelli siriani (che potrebbero un giorno costituire l’esercito siriano), sia dai curdi siriani (che potrebbero appoggiare il PKK dalle basi nel nord della Siria). Dato il ruolo cruciale di Ankara nella questione degli armamenti, gli stati del Golfo (in particolare il Qatar) si sono accodati alla sua scelta, in quanto ambiscono a mantenere una posizione centrale in seno all’azione militare e strategica, come testimonia l’accoglienza offerta da questi paesi a molti attivisti siriani dall’inizio del conflitto.

Il rifiuto a fornire nuove armi avrà un impatto significativo sul successo delle operazioni dei ribelli. Poiché i siriani fanno affidamento su armi rubate, contrabbandate, o ricevute da disertori governativi, molto probabilmente non riusciranno ad accaparrarsi missili anti-aerei e anti-carro. È certo, quindi, che l’interruzione di una tale linea di rifornimento così costante e completa potrebbe inibire seriamente la loro capacità di sconfiggere le forze di Assad, numericamente più cospicue e ben equipaggiate. Nonostante le informazioni, scarne e non ufficiali, di velivoli aerei governativi colpiti e distrutti, la mancanza degli armamenti necessari per effettuare regolarmente tali operazioni difensive potrebbe inficiare la vittoria degli insorti siriani. I missili anti-carro, poi, sono parimenti importanti anche se non del tutto necessari per sconfiggere le forze armate governative, dal momento che i ribelli sono già dotati di sistemi adatti, quali gli RPG [lanciarazzi anticarro, ndt].

Tuttavia, una scelta di questo tipo potrebbe incitare all’unità e alla collaborazione le forze ribelli. Negli ultimi mesi, gli insorti hanno patito la mancanza di supporto reciproco nelle operazioni offensive attuate contro le forze governative. A tal proposito, i comandanti dell’esercito regolare godono di un evidente vantaggio strategico, dato che, a differenza dei ribelli, possono vantare anni di addestramento, e mettere in pratica azioni congiunte dei loro battaglioni, brigate e reggimenti. A prescindere dal flusso di armi attraverso il confine turco-siriano, sarebbe molto più importante e decisivo che gli insorti acquisiscano la capacità di operare in maniera efficiente e coesa, alla stregua delle forze governative (che possono beneficiare anche di una copertura aerea e d’artiglieria considerevole, così come di mutuo supporto su terra). Dopotutto, l’importanza degli armamenti ad alta tecnologia diventa evanescente, nel momento in cui manca il coordinamento necessario per adoperarli in maniera efficiente.

L’autore del presente articolo è convinto che, per quanto possa sembrare azzardata la decisione dei fornitori turchi e arabi di privare le forze siriane di armamenti altamente tecnologici, questa rappresenti la scelta migliore, affinché gli insorti imparino a operare in maniera più coesa. Inoltre, rapporti più solidi tra le varie fazioni siriane garantirebbero una maggiore stabilità interna al termine del conflitto, e con Assad destituito. Non resta che attendere e sperare.

Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: Syria: To Arm Or To Not Arm, That Is The Question

Photo Credit: syriana2011

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About David Hurden

David Hurden holds a BA (hons) in Modern Middle Eastern History from the University of Manchester. His interests are the Persian Gulf and wider international and strategic relations in the Middle East.

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