La frammentazione degli stati-nazione avviene solo a causa di chiare ed inconciliabili differenze, che emergono tra gruppi nazionali. Pertanto, nell’ambito della recente ondata secessionista europea, il Belgio sembra essere l’unico paese davvero prossimo a dividersi.
Da quando Barack Obama è stato rieletto alla presidenza statunitense, la Casa Bianca ha ricevuto da vari Stati – perlopiù dal Texas – numerose petizioni separatiste, per un totale di oltre 100.000 firmatari; i quali hanno dichiarato di sentirsi lesi nei propri diritti di cittadini americani. Se in questo caso, presumibilmente, a parlare è solo la mancata accettazione della sconfitta elettorale, resta significativa la riproposizione dell’idea secessionista, che attualmente sta prendendo piede soprattutto in Europa.
Nel mese di settembre, circa un milione di catalani hanno marciato per le strade di Barcellona, reclamando una maggiore autonomia per la loro regione ormai sull’orlo della bancarotta. Il Belgio sembra essere orientato verso la separazione tra la regione fiamminga e quella francese, i cui gruppi nazionali dividono il paese dal punto di vista economico e culturale. Nel frattempo, pare che il Regno Unito abbia le ore contate: scozzesi ed inglesi hanno fissato al 2014 il referendum per l’indipendenza scozzese. Intanto il Sud Tirolo, forte della sua matrice germanica, ventila l’ipotesi di uno stato indipendente, così da eludere il cosiddetto “regime fiscale” imposto da Roma. Sembra dunque sia ancora d’attualità l’adagio “Se non ti piace (la tal nazione), puoi sempre andar via”. Non è però chiaro dove porterà quest’ansia da separazione, e quali siano le prospettive per le nuove nazioni – sempre che riescano a formarsi. La storia ci dimostra che raramente una nazione è riuscita a smembrarsi pacificamente: infatti, a determinare quasi tutte le separazioni nazionali sono intervenute guerre civili o il crollo di regimi autoritari. Passando in rassegna il panorama globale, ci si rende conto di come gli esempi contrari siano piuttosto rari: uno di questi è la Cecoslovacchia, che riuscì a dividersi pacificamente tra Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca.
Così come in qualsiasi matrimonio problematico, una separazione nazionale va ponderata indagando le cause del problema; e tentando poi di prevenire ripensamenti immediati, o a lungo termine, delle parti in causa. Generalmente, la frammentazione degli stati-nazione avviene solo sulla base di chiare ed inconciliabili differenze, che emergono tra gruppi nazionali: per questo motivo, molte delle secessioni avvengono in maniera violenta. Nei predetti casi, però, ad istigare sentimenti separatisti è stata piuttosto la crisi finanziaria del 2008, e la ricerca di cause e responsabilità che ne è conseguita. Se i motivi della crisi sono ben noti, così come gli effetti a catena del contagio, in molti casi la cura appare dannosa quanto la patologia. Si prendano, in primo luogo, le misure di austerity che hanno tentato di attuare i governi europei: queste, hanno innescato proteste in tutto il continente, poiché il cittadino medio si è sentito il capro espiatorio della cupidigia delle banche e dell’incompetenza dei governi. Le politiche incentrate sul rigore hanno inoltre fomentato sentimenti di insofferenza nei confronti di determinate classi sociali o gruppi linguistici ed etnici, che sembrano immuni (e in alcuni casi, beneficiari) rispetto al contesto generale.
È di questa insofferenza che si nutrono i sentimenti separatisti. La popolazione si sente tradita e non più in sintonia con i propri governi nazionali; nella ricerca di sicurezze, si rivolge a strutture regionali o locali, la cui coesione è cementata attraverso legami storici, culturali e linguistici. Una volta sviluppatesi, le tendenze separatiste minacciano la stabilità del governo nazionale, su cui cercano di far pesare in maniera determinante i relativi problemi locali, regionali o culturali. Sfortunatamente, per questo tipo di interessi le interconnessioni globali si configurano in maniera complessa: è per questo che decisioni e minacce separatiste hanno un impatto che va molto al di là degli scopi prefissati.
Molti reputano che il processo di istituzione di una nazione avvenga in maniera relativamente semplice. Certo, bisogna indire un referendum, negoziare accordi di separazione e dichiarare l’indipendenza; ma non si tratta di un processo così lineare. Ad esempio, la regione che si separa potrebbe non condividere accordi multilaterali firmati dallo stato di cui faceva parte. Nel caso dell’Europa, ciò potrebbe tradursi in una fuoriuscita dall’Unione, dall’euro e da altre organizzazioni comunitarie. Altre questioni riguardano il trasferimento di parte del debito nazionale: come si divide un debito governativo? Che formule si devono usare? Praticamente ogni decisione – dall’immigrazione all’ambiente, dalla difesa all’economia – dovrebbe essere rimessa in discussione, attraverso la ricodifica di prassi e accordi pre-esistenti.
Questo ci riporta ai disordini europei: da uno sguardo oggettivo, non sembra che i pronostici siano favorevoli alle potenziali soggetti statuali. Detto francamente, le proteste in Spagna rivendicano, più che altro, la richiesta di maggiori concessioni fiscali e autonomia nella gestione di bilancio, come già avviene per i Paesi Baschi; ma difficilmente la Catalogna – che, come il resto della paese, è sull’orlo della bancarotta – avrebbe la possibilità di sopravvivere come stato autonomo. Stesso discorso per quanto riguarda le velleità separatiste del Sud Tirolo, che piuttosto mira ad ottenere modifiche costituzionali di tipo fiscale. Infatti, il governatore della regione, che non esita a definire i propri cittadini come “passeggeri di prima classe” della nave italiana, è consapevole che, un eventuale nuovo stato tra le Alpi (composto da poco più di 500.000 abitanti) riuscirebbe difficilmente a mantenersi economicamente competitivo. Passando alla Scozia, le proiezioni più recenti, a circa due anni dalla data fissata per il referendum, indicano un misero 28% tra coloro favorevoli alla secessione: l’attuale primo ministro Alex Salmond, quindi, dovrà darsi molto da fare per intervenire su quel sostanzioso 53% di contrari. In un panorama del genere, il Belgio rimane l’unica nazione a dimostrare sentimenti separatisti credibili. Il vuoto governativo della nazione, durato quasi due anni, è stato colmato solo da una coalizione di sei partiti; in seguito, durante le elezioni locali, il leader separatista Bart De Wever è stato eletto sindaco di Anversa. Ciò potrà costituire la fase iniziale della resa dei conti prevista per il 2014, data in cui le elezioni amministrative, molto probabilmente, decideranno del futuro del Belgio.
Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio
Articolo originale: European Separatism: Three Weddings & A Funeral
Photo Credit: imcountingufoz
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