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Una Cina Grande Come La Cina

Che il cambio della guardia ai vertici cinesi sia tenuto all’oscuro, deciso in una stanza chiusa, è chiaramente il sintomo di un’anomalia intrinseca e persistente. La Cina stenta così a manifestare un potere egemonico che è in gran parte consolidato.

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L’interesse dell’opinione pubblica occidentale per gli avvenimenti che hanno scosso la Cina nel 2012 è sorto in primavera, a seguito del più grande scandalo politico dai tempi dell’eliminazione di Lin Biao nel 1971. La rimozione di Bo Xilai da capo del Partito di Chongqing, avvenuta nel marzo scorso, ha posto fine alle sue ambizioni di potere, obbligando così l’ormai ex membro del Politburo a rinunciare alla leadership nazionale. Il popolarissimo ispiratore della corrente neomaoista è stato eliminato dalla corsa al XVIII Congresso del Partito Comunista cinese a causa di una serie di scandali che hanno a lungo appassionato gli osservatori. La sua fine coincide da un lato con il declino delle istanze ‘reazionarie’ della sinistra del partito e, dall’altro, con l’affermazione, da parte della componente maggioritaria, della volontà di proseguire sulla strada delle riforme.

Il Congresso del Partito Comunista è l’evento centrale per la determinazione degli assetti di potere in Cina. Il XVIII Congresso, che si è svolto lo scorso novembre, ha visto la prevista affermazione della quinta generazione di governanti della Repubblica Popolare e l’elezione di Xi Jinping, attuale vice-presidente, a Segretario Generale del PCC, carica che prelude al passaggio di consegne da parte del presidente Hu Jintao.

Xi, come la maggioranza dei sette membri del Comitato permanente del Politburo, viene dal gruppo dei principi rossi, figli o nipoti dei compagni di Mao nella Lunga Marcia. Nel suo discorso post-elettorale, il nuovo leader della Cina popolare ha parlato della necessità di proseguire sulla strada delle riforme e di sconfiggere il fenomeno – ormai diffusissimo – della corruzione, manifestatosi recentemente in scandali che hanno coinvolto i grandi dirigenti del partito. Anche il presidente Hu, durante il suo intervento di apertura, aveva fatto esplicito riferimento alla vicenda di Bo Xilai. L’eliminazione di Bo resta, difatti, una delle chiavi di volta di questo congresso, soprattutto qualora si vada a considerare l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti. Nonostante la loro apparente marginalità, gli americani hanno infatti svolto un ruolo centrale nella vicenda.

Nel febbraio scorso, il braccio destro di Bo, Wang Lijun, era stato rimosso dal suo incarico; atto, questo, che rivelava l’effettivo avvio dell’operazione politica contro i neomaoisti. Wang Lijun aveva immediatamente cercato rifugio nel consolato americano di Chengdu, per poter sfuggire all’inevitabile arresto. Tuttavia, la reazione americana non è stata quella evidentemente sperata. Dimostrando un’inaspettata fermezza d’intenti, l’amministrazione americana ha negato l’accoglienza a Wang, rifiutandogli lo status di rifugiato politico. Riconsegnando Wang alle autorità cinesi, gli americani hanno così rinunciato alla possibilità di accedere alle eventuali informazioni che questi avrebbe potuto fornir loro. Malgrado l’apparente complessità dello scenario, è tuttavia piuttosto semplice leggerne in filigrana ragioni e cause determinanti. Il mondo che circonda la Cina, Stati Uniti compresi, non è più ostile come un tempo. Al contrario, buona parte degli attori della politica globale aspetta ansiosamente di capire quali siano gli obiettivi futuri del gigante cinese.

Quest’ultima generazione politica si trova, in effetti, a dover fronteggiare una questione del tutto inedita: in che modo e in quale misura assumere e gestire le responsabilità attribuite alla Cina dal suo status di superpotenza mondiale. Il nuovo Celeste Impero è divenuto protagonista della scena mondiale grazie a trent’anni di crescita economica straordinaria e largamente imprevista; una crescita che ha colto impreparata la classe dirigente dei figli della rivoluzione. Dagli anni ’90 ad oggi, la Cina ha teso a mantenere un profilo basso sullo scacchiere globale, dimostrando così una sostanziale incapacità ad affermarsi come potenza egemone. Un processo facilmente imputabile al fatto che la Cina, ad oggi, non ha nulla da offrire.

Il XVIII Congresso del Partito Comunista si è trovato a coincidere, oltretutto, con il periodo in cui gli effetti della crisi euro-americana cominciano a manifestarsi in Asia, rallentando sensibilmente la crescita del gigante cinese. Una simile situazione pone questa nuova quinta generazione di governanti della Repubblica Popolare di fronte ad una sfida inedita: assegnare alla Cina un posto nel mondo. Dare avvio, cioè, a un processo di costruzione e ricostruzione che interesserebbe tutti quei paesi che sono caduti o cadranno sotto l’area di influenza cinese. Un processo di costruzione che adotti una prospettiva di crescita diversa da quella tradizionale, che vada quindi oltre i prodotti industriali a basso costo, e che sia in grado di prevalere sul disinteresse di Pechino per la qualità dei governi con cui costruisce partnership.

Tutto ciò significherebbe inventare un vero e proprio progetto politico per il mondo cinese; staremo a vedere se Xi Jinping e i suoi uomini saranno all’altezza della sfida.

Un ulteriore elemento può aiutare, seppure in maniera incidentale, a comprendere le difficoltà politiche della Cina. Il XVIII Congresso si è aperto due giorni dopo le presidenziali americane ed il fortuito coincidere degli eventi ha messo così in evidenza una delle grandi differenze che dividono le due superpotenze. Da una parte, la segretezza e l’oscurità dei processi politici cinesi rendono inaccessibili, al grande pubblico globale, i nomi dei prossimi governanti. Dall’altra, la corsa al seggio presidenziale negli USA, illuminata fin quasi all’esasperazione dai riflettori mediatici, viene seguita con fervente entusiasmo da tutti gli angoli del globo. Ogni spettatore può quindi parteggiare per il candidato che gli è più affine, per valori o convenienza. Una strategia di comunicazione simile, aggressiva e clamorosa, non può che rafforzare, inevitabilmente e a prescindere dal risultato, il peso dell’egemonia americana.

Il fatto che il cambio della guardia ai vertici cinesi sia tenuto all’oscuro, deciso in una stanza chiusa, è chiaramente il sintomo di un’anomalia intrinseca e persistente. La Cina stenta così a manifestare un potere, di tipo egemonico, che è in gran parte consolidato.

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Photo Credit: Bert Van Dijk

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