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Il nucleare dopo Fukushima: tra lo stallo occidentale e i rischi della rincorsa mediorientale

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’energia nucleare rimane un’opzione aperta, specialmente nel contesto asiatico e mediorientale; entro il 2035 la capacità installata crescerà dagli attuali 370 GW a 580 GW e il 94% di tale aumento sarà soddisfatto dai paesi non-OCSE.

Solamente tre anni fa l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) citava, nel suo annuale World Energy Outlook (WEO), la possibilità di una “Nuclear Renaissance”: il ritorno dell’apporto dell’energia nucleare sul mix energetico mondiale dopo la situazione di stallo che aveva caratterizzato gli anni ’90, complice anche il disastro di Chernobyl. Il WEO 2012, pubblicato solamente un mese fa, offre un quadro inevitabilmente diverso a causa dell’effetto che l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima Daiichi ha avuto sulle istanze dell’opinione pubblica internazionale, inducendo diversi Paesi, specialmente in area OCSE, a ripensare la propria linea politica in tema di nucleare.

Tra le misure restrittive adottate da questi paesi si ricorderanno: la decisione della Germania di optare per la chiusura immediata di otto centrali e la cessazione delle altre entro il 2020; l’abbandono della Svizzera; il voto referendario dell’elettorato italiano, espressosi (per la seconda volta) contro il ripristino del nucleare; il lancio degli stress test europei per controllare la sicurezza delle centrali; il blocco della costruzione di nuovi impianti da parte degli Stati Uniti. Persino la Francia, storico baluardo dell’energia atomica, ha espresso l’intenzione, con il governo Hollande, di ridurre la quota nucleare dal 74% al 50% ed ha abbandonato, in via quasi definitiva, la costruzione della centrale di Fessenheim. Nonostante l’effetto Fukushima abbia evidentemente minato l’accettabilità di tale fonte energetica nel mondo occidentale, la stessa continuerà, seppur in modo più contenuto, a contribuire al mix energetico mondiale futuro. L’AIE prevede che la quota del nucleare, sul totale della produzione elettrica mondiale, non muterà, attestandosi al 12% nel 2035 (rispetto al 13% attuale). In termini assoluti la capacità installata crescerà dagli attuali 370 GW a 580 GW e il 94% di tale aumento sarà soddisfatto dai paesi non-OCSE (in particolare da India e Cina, con quest’ultima che dovrebbe accrescere la propria capacità nucleare dai 12 GW attuali a 128 GW nel 2035). Pertanto questi dati non possono essere ignorati dalla comunità internazionale per le implicazioni di carattere politico, economico e di sicurezza che pongono.

Proprio in Medio Oriente il dibattito sulla nuclearizzazione della produzione energetica è quanto mai attuale, insieme alle questioni che un tale scenario solleverebbe in termini di sicurezza, sia a livello di safety che di security. Infatti la costruzione di centrali preposte alla produzione di energia nucleare è tra le risposte più adatte per fronteggiare sia la crescente domanda di elettricità, alimentata dall’aumento del reddito e demografico, sia per il perseguimento delle finalità tipiche delle politiche energetiche – sicurezza degli approvvigionamenti, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, progetti di desalinizzazione. Tra questi paesi risalta l’Arabia Saudita, che punta a installare 16 reattori entro il 2030, a partire dal 2019. Sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), tuttavia, a guidare lo sviluppo nell’area, avendo già siglato contratti di fornitura dell’uranio e avviato, quest’estate, la realizzazione del primo reattore, il cui completamento è atteso nel 2017. La Turchia, similmente, ha cantierizzato la costruzione di tre impianti nucleari entro il 2023 al fine di soddisfare il 10% della domanda energetica nazionale. In tal caso, però, la decisione del governo turco riguardo alla localizzazione della prima centrale ha incontrato forti proteste popolari, dato che la città di Akkuyu è situata nelle vicinanze di una faglia sismica.

Nella regione mediorientale l’unica centrale operativa è quella iraniana (ma di costruzione russa) di Bushehr, connessa alla rete elettrica nel settembre 2011. Sebbene la presenza di impianti per la produzione di energia nucleare non implichi direttamente la detenzione dell’arma atomica, alcuni processi e tecnologie sono comuni sia all’ambito militare che a quello civile, in particolare l’enrichment dell’uranio e il reprocessing del plutonio. Nonostante i paesi interessati abbiano più volte escluso la volontà di dotarsi di un programma nucleare strategico, l’acquisizione di tale tecnologia solleva notevoli preoccupazioni a livello internazionale. D’altra parte, però, sembra che i governi occidentali (e non solo) siano in questa fase più interessati alle opportunità che un tale sviluppo possa determinare a livello commerciale, come dimostrano gli accordi di cooperazione di Francia, USA, Sud Corea e Australia con gli EAU.

Infatti, ricordando che il diritto a intraprendere lo sviluppo dell’energia nucleare a fini pacifici è riconosciuto all’art. IV del Trattato Internazionale di Non Proliferazione (TNP), l’unica strada per ostacolare i rischi di proliferazione, derivanti dallo sviluppo dell’energia nucleare, dovrebbe prevedere una più stretta collaborazione con i governi occidentali esportatori di tecnologia nucleare e gli attori internazionali di garanzia e salvaguardia, come l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) e il Nuclear Suppliers Group (NSG). Washington, che detiene la leadership in entrambe le organizzazioni, ha recentemente optato per un approccio più flessibile, mirante a mantenere la propria influenza su un’area così sensibile, piuttosto che intraprendere una strategia di contrapposizione che screditerebbe la propria leadership, come dimostra l’accordo siglato con gli EAU nel 2009. Il cosiddetto 123 Agreement prevedeva, da parte degli Emirati, la rinuncia a erigere installazioni per l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del plutonio, affidandosi al mercato internazionale per ottenere il combustibile nucleare necessario. In questo senso, il 123 Agreement potrebbe essere adottato come modello di riferimento, viste le garanzie di trasparenza e sicurezza che lo stesso offre.

In conclusione, nonostante l’inevitabile riduzione dell’apporto nucleare al mix energetico da parte dei paesi occidentali, l’energia atomica rimane un’opzione aperta, specialmente nel contesto asiatico e mediorientale dove sono previsti numerosi progetti di sviluppo nel medio e lungo periodo. Tuttavia, le problematiche inerenti allo sviluppo di impianti nucleari – il rischio di proliferazione, la gestione delle scorie, la sicurezza delle centrali – restano cogenti, se non addirittura accentuate dalla maggiore interdipendenza a livello internazionale. Un quadro, questo, che evidenzia la necessità di costruire un rapporto cooperativo tra il contesto occidentale e quello asiatico e mediorientale che permetta, da una parte, di sopperire alla mancanza di expertise locale – ad esempio, per quanto riguarda l’utilizzo dell’energia nucleare per i progetti di desalinizzazione marina – e, dall’altra, di gestire tale sviluppo in maniera più sicura e controllata.

Photo Credit: revistanuevamineria

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About Chiara Proietti Silvestri

Chiara occupa attualmente la posizione di Junior Analyst presso la società di consulenza energetica R.I.E. (Ricerche Industriali ed Energetiche) di Bologna e collabora con la Rivista Energia. Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna (Sede di Forlì). I suoi interessi riguardano principalmente questioni energetiche, tra cui le politiche energetiche del Medio Oriente, l’energia nucleare, i processi di dibattito pubblico e di consenso. Puoi seguirla su LinkedIn e Twitter (@orienta_giovani).

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One Comment

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    FrancescaDecember 12, 2012 at 3:30 pmReply

    Grande Chiara…. :)

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