29 Novembre 2012: In Medio Oriente è Ancora Primavera

Perché, a due anni dall’esplosione della Primavera araba nella regione magrebina e all’espansione della rivoluzione verso le estremità più orientali del mondo arabo-islamico, le conseguenze più straordinarie del cambiamento si producono, ancora oggi e con rinnovata energia, sulla scena mediorientale.

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[dropcap]A[/dropcap] partire dal dicembre 2010, il mondo arabo è stato travolto da una nuova stagione di cambiamenti, da una primavera e dal risveglio politico e sociale che l’ha caratterizzata. La rivoluzione tunisina, inaugurata con l’atto estremo ed emblematico del dissidente Mohamed Bouazizi, per denunciare i maltrattamenti subiti dal regime precedente, ha rappresentato la miccia che ha determinato lo scatenarsi de al-Thûrât al-ʻArabiyy, ossia delle ribellioni arabe. Uno a uno, i Paesi del cosiddetto mondo arabo, sono stati sconvolti da denuncie e pretese, avanzate dai propri cittadini a voce unisona, con determinazione e violenza: improvvisamente, e fieramente, respingendo ogni sorta di compromesso, il demos (popolo) ha reclamato la propria cratia (potere).

Sarebbe tuttavia incompleto e, dunque, per certi versi inesatto, sostenere che le nazioni arabe si siano opposte ai propri rappresentanti per le stesse motivazioni. Sarebbe riduttivo immaginare la Primavera araba quale movimento unitario, senza valutarne le specificità di ogni singolo Paese che ne ha fatto e, in alcuni casi, continua a farne parte. D’altra parte, sia il demos che la cratia, possono essere intesi e variare sensibilmente. Cosicché, se in alcuni casi il cambiamento si è compiuto rapidamente e ha portato i frutti sperati, in altri, è stato brutalmente represso e isolato mentre, in altri ancora, si esplica ancora oggi con effetti inaspettati.

Il Medio Oriente, ancora una volta al centro dell’attenzione internazionale, manifesta e subisce la rivoluzione. La primavera è dilagata nel Nord Africa, nella Penisola Arabica, ha sfiorato le coste del Mediterraneo orientale, per poi tornare ancora nel Maghreb e in Libia. Infine, la primavera sboccia, durante questi ultimi mesi e precisi istanti, nel Medio Oriente. Catalizzatore di diverse problematiche internazionali, da tempi immemori, la regione mediorientale ospita nuovamente il teatro degli scontri più acuti, dall’inizio dell’ondata rivoluzionaria.

L’Egitto, dopo decenni di oppressione retta dal Presidente Hosni Mubarak, è insorto. La guida del Paese, a partire dal 2012, è stata consegnata dal popolo al partito dei Fratelli Musulmani, giudicato dal regime precedente illegale e perfino non candidabile a elezioni. Il cambiamento estremo, sebbene sconsigliato e contrastato da molti stessi egiziani, si è generato come reazione alla violazione sistematica dei diritti umani, indirettamente ammessa dal medesimo dettato costituzionale.

Analogamente, la Siria è stata governata per anni da uno stato di emergenza, risalente al decreto legislativo n. 15 del 22 dicembre 1962. Da allora, fino alla violenta opposizione scatenatasi all’inizio del 2011 e ancora in corso, il partito Baath ha negato diritti fondamentali al proprio popolo, protetto da una costituzione impropriamente definita democratica.

Ancora, mentre l’Iraq è in fiamme dal 2003, il Libano ha subito l’ennesimo attentato alle proprie istituzioni lo scorso ottobre, con l’esplosione di un’autobomba che ha visto l’uccisione del generale Wissam al-Hasan, capo del servizio informazione della polizia libanese. La Giordania, alleato strategico dell’Occidente, è riuscita a gestire gli effetti della primavera fino ad oggi, ma si avvia alle elezioni parlamentari, programmate per il 23 gennaio prossimo.

Infine, i territori palestinesi e lo stato d’Israele, sebbene quest’ultimo non possa essere tecnicamente incluso nel mondo arabo. Acuti scontri si sono consumati nelle ultime settimane, principalmente nella Striscia di Gaza e nella regione meridionale dello stato israeliano, tra le forze militari di quest’ultimo e le forze politiche dominanti della prima. Le perdite umane sono state importanti, soprattutto nella società civile o, meglio, nelle società civili, mentre la tregua è stata mediata dalla presenza egiziana.

Tuttavia, ciò che è accaduto in seno all’Assemblea generale delle Nazione Unite, il 29 novembre scorso, ha un significato storico e simbolico assolutamente nuovo. Con 138 voti a favore, nove contrari e 41 astensioni, l’assemblea internazionale ha riconosciuto lo Stato palestinese. Ben 67 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo la Costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nonché il riconoscimento di Israele, l’Assemblea generale ha affermato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

In Medio Oriente è ancora, o nuovamente, primavera: infatti, il 29 novembre 2012 è iniziata una nuova epoca per il popolo palestinese, per il popolo israeliano, per il mondo arabo e per tutta la comunità internazionale. L’importanza epocale di quanto avvenuto comporterà, difatti, nuove responsabilità sia individuali che collettive. Il riconoscimento dello stato di Palestina non permetterà più di addossare al passato, né di affidare egoisticamente, alle future generazioni, l’onere della soluzione di un conflitto che rimane, in tutti i sensi, internazionale. Poiché da un punto di vista giuridico, solo da questo momento sono internazionali le relazioni tra lo stato d’Israele e lo stato della Palestina.

La primavera ha, quindi, risvegliato coscienze nazionali e rivendicazioni di potere, ha percorso e attraversato il mondo arabo: a due anni di distanza, i fiori della primavera finalmente sbocciano in seno alla comunità internazionale. Se le conseguenze delle ribellioni arabe, a partire da quella tunisina, si erano estese entro limiti territoriali di singoli stati sovrani e potevano essere ritenute crisi interne, dal 29 novembre scorso il piano su cui si manifesteranno è a tutti gli effetti internazionale.

Gli effetti politici e tecnico-giuridici saranno complessi e molteplici, ma il cammino è appena avviato e l’attività diplomatica da compiere si configurerà decisiva e frenetica, dato che la comunità internazionale dovrà compattarsi e non disperdere i risultati ottenuti finora. Laddove la pace e la necessità di sicurezza non siano più circoscritte a un solo soggetto di diritto, ma si estendano alla comunità degli stati, l’impegno per il loro mantenimento dovrà essere senza alcun dubbio collettivo. Solo in questo modo, al tempo del raccolto, a tutti i soggetti sarà concesso godere della nuova e accresciuta ricchezza.

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Photo Credit: D’Ark Man

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