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L’Unione Africana E La Crisi In Mali

Mentre l’Unione Africana continua a radunare consensi e ad accrescere il suo potere nella lotta per la supremazia nell’area Sahariana, sembra inevitabile la formazione di un esercito indipendente, in grado di contrastare rapidamente le fazioni degli estremisti islamici.

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Quando il Mali settentrionale è finito nelle mani del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), sono stati pochi gli osservatori internazionali a prestare attenzione all’accaduto. Si è trattato di un evento relativamente minore rispetto al colpo di stato che ha avuto luogo nella vicina capitale, alla guerra civile in Libia e agli attacchi degli estremisti religiosi nella Nigeria settentrionale. Ciò nonostante, i riflettori sull’area si sono accesi nel momento in cui sono emersi contrasti all’interno delle forze che avevano dichiarato l’indipendenza dell’Azawad, e il MNLA è risultato sconfitto da fazioni di estremisti islamici.

La disfatta del MNLA, arrivata dopo che questi aveva già battuto l’esercito maliano, ha rappresentato il successo più importante ottenuto delle milizie degli estremisti islamici dalla vittoria sui talebani del 2001. Infatti, se i talebani afgani si stanno convertendo sempre più in una forza moderata, l’Iraq sta ritrovando un suo equilibrio, le forze moderate governano in Africa settentrionale, e le milizie di al-Shabaab in Somalia sembrano ormai quasi esanimi, vien da chiedersi quale soggetto abbia tratto beneficio da questa sconfitta. La risposta reca il nome di Ansar Dine e del Movimento per un’Unica Jihad nell’Africa Occidentale (MOJWA), affiliato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).

Poiché la sconfitta di al-Shabaab appare un’ipotesi sempre più prevedibile a seguito della creazione di un corridoio tra le forze dell’Unione Africana (UA) a Mogadiscio, e le aree sotto il controllo dell’UA, il Mali potrebbe costituire il prossimo fronte per la lotta contro le correnti fondamentaliste islamiche in Africa.

La vittoria del movimento jihadista, ottenuta in Africa Occidentale, ha presupposto la concomitanza una serie di eventi internazionali. Tra questi, va sicuramente considerato l’aumento degli attacchi militari nella Nigeria settentrionale, che ha implicato l’ascesa di una fazione politica e militare denominata Boko Haram. Non si tratta, pertanto, di un conflitto dai caratteri meramente nazionali.  La Nigeria, infatti, è una nazione di medio reddito, ed è un paese relativamente enorme per subire inerme questo tipo di attacchi e questa resistenza da parte di un gruppo ribelle. Non stiamo parlando dell’Afghanistan o dello Yemen, ma piuttosto di uno stato geograficamente ed economicamente simile al Messico, all’Egitto e alla Turchia (secondo le stime più recenti, la Nigeria registrerà la crescita economica più significativa, a livello globale, entro i prossimi quarant’anni). In aggiunta, la popolazione della Nigeria è più ampia, e il suo PIL più elevato, rispetto ai dati registrati dagli altri 14 membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) a livello aggregato. Per questa serie di ragioni non si può sottovalutare la crescita di Boko Haram avvenuta nel corso degli ultimi dieci anni.

Dopo una decade di crescita, i militanti jihadisti dell’Africa Occidentale attendevano solamente l’occasione propizia per sferrare offensive militari di un certo calibro. Tale occasione è giunta a seguito della Primavera araba. Mentre la Libia soccombeva al caos, decine di islamisti si sono arruolati nelle truppe delle tribù orientali e liberali per prendere parte alle campagne contro Gheddafi. Man mano che il conflitto proseguiva, i suddetti infiltrati si sono muniti dei  migliori armamenti. Infine, dopo l’uccisione di Gheddafi, la vittoria elettorale delle forze liberali in Libia e la conseguente smilitarizzazione, i militanti jihadisti si sono spinti dapprima in Algeria, e in seguito lungo il confine con il Mali.

Il MNLA ha beneficiato moltissimo di questo afflusso di militanti. Sebbene questi combattenti siano stati assorbiti soprattutto tra i ranghi degli estremisti dell’Ansar Dine e del MOJWA, e non dai Tuareg nazionalisti, i tre gruppi costituiscono il pericolo maggiore per l’esercito maliano. Infatti, a seguito della rivolta tuareg, avvenuta tra gennaio e marzo scorso, l’ormai logoro esercito maliano rovesciò il governo e sospese la costituzione. Poco tempo dopo il MNLA ottenne il controllo del nord del paese per essere poi tradito e sconfitto dagli alleati islamisti. Al momento il paese risulta diviso tra un nuovo governo transnazionale e gli affiliati dell’AQIM. La situazione attuale, quindi, è estremamente favorevole allo sviluppo dell’Islam estremista. I gruppi militanti, devoti ad un’interpretazione violenta della Sharia, si dedicano ad assediare aree lacerate dai conflitti, dove è più semplice reclutare uomini privati dei propri diritti, e lo stato si rivela incapace di detenere il monopolio della violenza. Ad ogni modo, nell’ultima decade l’Africa ha iniziato ad organizzarsi per far fronte a questa minaccia in continua espansione. A differenza dell’Afganistan, dove la mancanza di una potenza regionale ha implicato il coinvolgimento dell’alleanza occidentale della NATO, l’UA sta intervenendo gradualmente con l’obiettivo di evitare una disgregazione regionale per la quale gli stati interessati perderebbero il controllo dei relativi territori. In Somalia, le forze dell’UA detengono il controllo della capitale e continuano a demolire i centri di potere di al-Shabaab. Nel Mali l’ECOWAS sta agendo in supporto dell’UA, dopo la decisione di dispiegare 3.300 soldati nelle regioni settentrionali contro gli affiliati di AQIM. Il piano prevede una missione della durata di sei mesi, a partire da dicembre, con l’obiettivo di stabilire delle basi nel sud del paese, per poi procedere verso nord e il confine con l’Algeria, che a sua volta si asterrà dalle operazioni. L’Unione Europea, storico sostenitore dell’UA, si sta a sua volta organizzando per inviare centinaia di consiglieri militari, con la precipua funzione di ristabilire l’efficienza dell’esercito maliano.

L’UA sta seguendo il modello adottato dalla NATO nel periodo successivo alla guerra fredda, il quale contemplava la salvaguardia della sicurezza attraverso l’ordine. I cosiddetti “stati falliti”, in altre parole quegli stati in cui non vige un governo in grado di detenere il controllo dell’intero territorio e del monopolio della violenza, non possono essere ignorati, in quanto rappresentano dei veri e propri focolai di destabilizzazione regionale. Come la NATO e l’UE intervennero al momento del collasso dello stato iugoslavo, allo stesso modo l’UA agisce laddove i militanti islamici lottano per il controllo del territorio. Se l’intervento dell’ECOWAS nel Mali dovesse aver successo, dovremmo attenderci l’utilizzo di ulteriori forze di peacekeeping nella Nigeria settentrionale e nella Libia meridionale, in modo da contenere eventuali tensioni.

Qualsiasi resistenza all’azione militare dell’Unione Africana potrebbe essere giustificata solo per mere ragioni di reputazione: infatti, accettare la stessa implicherebbe ammettere l’incapacità di difendersi con i propri mezzi. Sia il Mali e che la Somalia non possono più permettersi tali considerazioni, diversamente da Libia, Nigeria e Sudan meridionale. In sostanza, la minaccia dell’estremismo islamico rappresenta un pericolo così rilevante da sollecitare l’intervento di tutti gli attori regionali, in favore di altri stati, una volta che la necessità di sopravvivenza di questi ultimi precede qualsiasi altra considerazione.

Molti ritengono che la guerra contro l’estremismo islamico sia una questione che riguardi prevalentemente gli Stati Uniti. Credere a tale ipotesi implica accettare l’idea che, il contesto nel quale il conflitto si sviluppa, sia quello contro i malefici imperialisti americani, rendendo ancora più semplice il reclutamento. In realtà, si tratta di una questione globale. La Russia si scontra spesso con gli islamisti nel Caucaso. Il Pakistan nelle regioni federali, la Cina nello Xinjiang, l’Egitto nella penisola del Sinai, l’Indonesia ad Aceh, la Turchia nella zona curda, l’India nel Kashmir, le Filippine nel Bangsaromo. Ogni regione confinante con il mondo islamico deve contrastare gli estremisti che sono visti come minaccia alla propria sicurezza, al proprio potere e ai diritti umani. Il problema principale della lotta al terrorismo, così come concepita dagli Stati Uniti, ha riguardato l’utilizzo unilaterale della forza, in Iraq come in Afghanistan. D’altra parte, l’UA ha perseguito una strategia multilaterale in tale lotta, coinvolgendo l’UE, l’ONU e le forze locali. Una strategia che è stata recentemente adottata anche in Afganistan, sebbene con grave ritardo.

Contestualmente allo sviluppo economico dell’Africa, che sottende ad un ruolo sempre più importante dei propri attori nazionali nell’arena internazionale, la sua battaglia contro l’Islam radicale acquisirà sempre più rilevanza. Una delle questioni che continueranno ad essere cruciali interesserà l’aumento della forza militare dell’UA, che si sta progressivamente trasformando in una forza militare permanente. Così come l’UE è stata richiamata alla coesione a causa della crisi economica, l’Unione Africana è costretta a combattere in maniera altrettanto unita contro i militanti islamici. Entrambe le potenze internazionali possono essere l’emblema di un allontanamento dalla concezione degli stati nazionali, verso amministrazioni internazionali multilaterali dotate di eserciti indipendenti, e particolarmente attente a preservare la stabilità politica. La natura di queste stesse potenze risulterà più liberale degli stati stessi, e pertanto la crescita del consenso pubblico sui diritti umani sarà in totale contrasto con la militanza islamica estremista.

Sembra inevitabile, di conseguenza,  la formazione di un esercito indipendente in seno all’Unione Africana, in grado di contrastare repentinamente fazioni come quelle di AQIM. L’Unione Europea opera già in Africa centrale in ottemperanza alla politica europea di sicurezza e difesa. Le operazioni militari che si svolgono sotto il vessillo dell’UA e dell’UE sembrano destinate ad ampliarsi, avallate dalla legittimità internazionale. Nel frattempo, sarà la stessa caratteristica violenta dell’Islam a tagliar fuori gli estremisti dalle dinamiche internazionali.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: The African Union & The Mali Crisis

Photo Credit: zeepkist

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