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Appunti per un liberalismo di sinistra

Secondo Lorenzo Costaguta, difendere un punto di vista liberale, in politica, ne presuppone l’adozione coerente. Di seguito, un’interessante analisi concettuale e comparativa a partire dal pensiero liberale anglosassone.

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[dropcap]L[/dropcap]e primarie del centrosinistra dello scorso autunno hanno riportato al centro della scena il dibattito circa la presenza di una corrente “liberale di sinistra” che stenta ad affermarsi sullo scenario politico nazionale a causa dell’egemonia (culturale e politica) della sinistra ex-comunista.

Questa disputa è però inficiata da una scarsa conoscenza dei fondamenti del pensiero liberale, confuso con una generica ed etero-dirigibile “volontà riformatrice” che poco ha a che vedere con lo stesso. A ben vedere, infatti, il liberalismo è un’idea la cui applicazione comporta lati positivi ma anche fardelli (teorici e politici), la cui compatibilità con la difesa di valori fondanti della sinistra (su tutti, l’uguaglianza) è dubbia. Discutere di alcuni fondamenti del pensiero liberale anglosassone permetterà di analizzare il problema:

In primis, la sfiducia nell’ideologia: Karl Popper si scaglia contro la “Utopian social engineering”, la pianificazione di politiche sociali in accordo con impostazioni ideologiche, e difende la “piecemeal social engineering”. Invece di stabilire un orizzonte ideale da raggiungere (pericoloso, perché potrebbe costringere l’individuo a compiere gesti illiberali e sbagliati in nome dell’obiettivo finale), è meglio procedere gradualmente, analizzando con cura la circostanza e riformando di conseguenza.

Segue l’idea di responsabilità: scrive Von Hayek che “libertà e responsabilità sono inseparabili”. Il nesso è logico e duplice: da un lato la mia libertà presuppone che io prenda su di me le responsabilità che questa libertà comporta. Dall’altro, solo il godimento di tutte le conseguenze (positive e negative) della mia libertà fa si che io sia davvero libero.

Infine, il concetto di individualismo: il solo modo per garantire la libertà è che l’individuo sia considerato come entità singola. Isaiah Berlin fornisce uno dei migliori argomenti a riguardo. In Two Concepts of Liberty, Berlin presenta due idee di libertà contrapposte: secondo i difensori della “libertà positiva”, essere libero significa poter essere davvero sé stessi, raggiungere la “propria vera natura”, essere padroni del proprio destino. L’Io, pienamente dispiegato, è razionale, e combatte gli istinti bassi, estemporanei e irrazionali per definizione. Questo io si sublima e si completa in affiliazioni sociali altrettanto importanti (la famiglia, lo stato, la Chiesa). Qui è il pericolo: il riconoscimento che determinate azioni collettive (pagare le tasse, ad esempio) aumentano la libertà di una società (avere un servizio di sanità pubblica, liberandosi dal rischio della malattia) giustifica l’imposizione di tali azioni al singolo (sia esso volente o nolente). Ma dove si pone un limite a quest’azione paternalista dello Stato? Cos’accadrebbe se un domani il potere centrale imponesse attività che ritengo ingiuste in nome della mia “vera felicità”? Che argomenti avrei io per fermarlo? Nessuno. Da qui lo schierarsi di Berlin a favore della “libertà negativa”, che concepisce la libertà nella semplice assenza d’impedimento e coercizione, nella libertà di movimento e d’azione.

Deriva da questi presupposti un’idea della politica come sapere pratico, una tecnica di governo che si apprende e si affina con il tempo, da applicarsi alle situazioni specifiche in base a un’analisi scientifica e fattuale delle circostanze. Il rigetto di qualunque ordine di riferimento ideologico e l’individualismo sono pilastri fondanti di questa concezione.

La carica riformista di questa impostazione è evidente. Ma non devono sfuggire alcuni elementi, che giungono di conseguenza ad esso. Per quanto riguarda l’elemento ideologico, l’applicazione coerente del principio dell’abbandono di qualunque impostazione di tal tipo rende l’efficienza il criterio di riferimento alla base delle scelte di politica pubblica. Ne consegue, ad esempio, l’ingiustificabilità: di un sistema scolastico egualitario e pubblico; di un sistema universitario a prezzi agevolati, diffuso su tutto il territorio e generalmente uniforme nell’offerta qualitativa; di un sistema di servizi pubblici (ferroviario e urbano) universalmente accessibile, ecc.

In secondo luogo, l’idea di responsabilità rende il prelievo fiscale un principio ingiusto. Infatti, all’individuo non è data la possibilità di godere dei frutti della propria libertà (il guadagno, in questo caso), che ha esercitato prendendo su di sé tutti i rischi ad essa connessi.

Infine, l’individualismo è un elemento talmente indispensabile per il mantenimento della propria libertà che si è disposti a sopportarne due macroscopici lati negativi: uno (individuato da Tocqueville) riguarda il rapporto con la democrazia, che vive di una dimensione politica che l’ideale liberale svuota di senso. Da Constant in poi, la modernità si definisce come quella in cui il privato, differentemente che nell’antichità, non deve più occuparsi della sfera pubblica, ma può serenamente delegare questo aspetto ad altri e concentrarsi sulla cura delle sue faccende. Questo “ritiro nel privato” crea il rischio della “tirannide della democrazia”, dove individui “atomi” e “dissociati” sono alla mercé del volere dell’élite meglio organizzata. Il secondo, più recente, mette in crisi l’idea liberale di tolleranza, un pallido sentimento di “sopportazione” del tutto incapace a funzionare da collante in società moderne profondamente multiculturali.

Veltroni, Morando, Letta, Ichino e Renzi sono solo alcuni dei politici che negli ultimi tempi sono stati ascritti alla corrente liberale del Partito Democratico. Quanta parte dell’apparato teorico descritto qui sopra condividono? Facciamo chiarezza: invocare una riforma del sistema giudiziario, la riforma del sistema parlamentare, promuovere una ridisegno del fisco in senso progressivo, debellare l’evasione non sono riforme liberali. Sono riforme. Non è un caso che l’aggettivo “riformista” e “liberale” siano spesso usati in concomitanza per definire questa supposta “corrente”. Ma i due concetti non sono coincidenti. Difendere un punto di vista liberale, in politica, ne presuppone l’adozione coerente. La libertà dell’individuo è anche la difesa dell’interesse dell’industriale che investe, contro la salvaguardia di posti di lavoro sul territorio nazionale. L’efficienza è la promozione dell’eccellenza della scuola, contro l’ideale di una educazione culturale universale. L’individualismo è la rivendicazione orgogliosa dell’autonomia della sfera privata, contro una dimensione collettiva in cui la società è un insieme che si aiuta vicendevolmente e il diverso è un elemento da integrare.

La costruzione di un liberalismo di sinistra può avvenire solo a seguito dell’accettazione di queste premesse. Solo la conoscenza dei pregi e dei difetti dell’idea liberale può dare adito all’avvio della costruzione di un progetto politico che, dall’interno del recinto teorico del liberalismo, provi a mitigarne i limiti che mal si conciliano con gli ideali cari alla sinistra, nello spirito di movimenti che in altri contesti politici hanno tentato la stessa strada (un esempio su tutti, il Lib-dem in Gran Bretagna).

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Photo Credit: LSE Digital Library

7 thoughts on “Appunti per un liberalismo di sinistra”

  1. Commento un po’ lungo, ma gli spunti dal tuo interessante articolo sono tanti.

    Non trovi che l’assunzione “la politica che deriva da un pensiero filosofico deve abbracciare tutto quel pensiero, senza riserve” sia un po’ forte? Filosofia liberale, e politica liberale devono per forza essere tutt’uno? E così anche le “policies”? Io non credo. Soprattutto se consideriamo che il pensiero liberale ha molte “correnti”, non sempre in sintonia (non conosco Berlin, ma da quello che scrivi sembra su posizioni più “estreme” di pensatori come Popper e von Hayek, per esempio).
    E poi ancora, i valori della sinistra sono immutabili in Italia? L’uguaglianza che tu menzioni che cosa ha in comune con l’uguaglianza delle opportunità, su cui per esempio si fonda la tradizione liberal americana a cui i politici che tu citi spesso si ispirano? Io spero e credo che anche la sinistra iin Italia possa fare propri i valori liberal (o meglio, lo credevo fino a Novembre 2012, anche se mi auguro che possa ancora essere così in futuro). Bisogna poi considerare che la storia politica e partitica italiana, come sai meglio di me, ha precluso l’esistenza di una forza liberale, se non in minima parte grazie ad alcuni piccoli partiti (Partito d’Azione, Partito Repubblicano) che erano riconducibili (permettimi la forzatura) al centro-sinistra.
    Sui singoli argomenti e politiche, un liberale adotterebbe il principio popperiano della “piecemeal social engineering” e non accetterebbe quel pastone che fai a metà del tuo pezzo su scuola, sanità etc, e neppure quando parli di tassazione (che nessun liberale, magari tranne Berlin, rifiuta)….è infatti non lo accetto neanche io!

    Ci sarebbero tante altre cose…ma mi son dilungato.
    Gaetano

  2. Gae, grazie per il commento!

    Esistono certamente diverse correnti liberali, ma io nella prima parte del l’articolo mi sono limitato a presentare punti che qualunque liberale della terra (anche i liberal americani) accetterebbe. Rifiuto dell’ideologia, responsabilità, individualismo. Berlin non è su posizioni più estreme di Popper e Hayek. Anzi, rispetto ad Hayek è molto più moderato. Il suo discorso è teorico, ma piuttosto decisivo: l’individualismo metodologico è l’unico punto di partenza coerente per difendere una posizione liberale.
    Il problema è che quel punto di partenza è “pericoloso” perchè rischia di portare a conseguenze che contraddicono gli obiettivi che si vogliono raggiungere. E’ ovvio che il rifiutare le tasse è un’esagerazione. Però assumere una posizione liberale implica prendersi il rischio che qualcuno, giustamente e con ragioni consistenti, un domani si opponga alle tasse in nome della propria libertà (e l’America, da questo punto di vista, è è un esempio piuttosto lampante). Un altro esempio: la meritocrazia. La meritocrazia crea disuguaglianza. Bilanciata, compensata (forse, se il governo funziona…). Ma crea disuguaglianza, territoriale e sociale. Sarebbe capace la sinistra liberal italiana di spiegarlo al proprio elettorato? Lo ha messo in conto? Ma soprattutto: è questo che vuole l’elettorato di sinistra a cui si chiede il voto?

    Questo secondo me è il punto.

  3. Gli Italiani vogliono opportunità, i giovani soprattutto perche’ non le hanno mai avute. E il liberalismo, e il liberismo (che non si è mai capito perché solo in Italiano sono due parole distinte) creano opportunità. Poi i limiti del mercato, quando e dove il mercato fallisce e si creano disuguaglianze eccessive e non sostenibili che intrappolano una parte della popolazione, vanno corretti. E non è in contraddizione con il liber(al)ismo attuare queste correzioni, anche attraverso la tassazione.

    Il punto cruciale però è proprio questo e ne abbiam già discusso in altra sede. Il voto non si chiede all’elettorato, tantomeno solo a quello di sinistra. Son gli elettori che votano le persone in base alle idee. Se queste idee significano opportunità, allora danno il loro voto. Se la sinistra vorrà offrire opportunità finalmente vincerà, e così sarebbe stato se Renzi avesse guidato la coalizione.

  4. Come precisa Lorenzo, Berlin non è estremo come può sembrare. “Due concetti di libertà”, a mio parere, è una delle più fenomenali opere descrittive sulla natura della libertà e sulle sue radici nello spirito umano e si inserisce idealmente, come noti, nel solco di “On liberty” di Stuart Mill.
    L’idea di Berlin, secondo me, è che i due concetti di libertà siano entrambi presenti e ineludibili nell’agire umano. La propensione di Berlin per la libertà negativa, deriva dalla natura più “controllabile” di quest’ultima, dall’essere meno rischiosa dal punto di vista sociale e dell’ordinamento politico. Tuttavia allo stesso Berlin non sfuggono le caratteristiche in termini di qualità della libertà positiva.

    Nel confrontare le accezioni del liberalismo non vanno dimenticate le differenze di persorso tra gli autori citati: Berlin ha un punto di vista e una preparazione di pura filosofia politica in stile anglosassone, Hayek parte da presupposti ed assunzioni economico-sociali, mentre l’influenza di Popper sul liberalismo ha a che fare con le sue posizioni epistemologiche, prima ancora che politiche.

    Differenze che noto anche nei nostri diversi modi di approcciare il problema: confesso le mie difficoltà ad approcciare il problema in termini di Scienza Politica, per questo mi limito a notazioni teorico-politiche, senza riuscire ad individuarne con precisione le ricadute.

    Sulla meritocrazia: naturalmente la meritocrazia crea disuguaglianza e, secondo molti teorici, non è giustificabile un riequilibrio in senso redistributivo (pensa Nozick e l’illuminante esempio di Wilt Chamberlain), ma semmai in senso di “egualitarismo di partenza”; l’idea, sviluppata da Dworkin, di un superamento della mera “pari opportunità”, ammettendo un intervento redistributivo solo in vista di un bilanciamento delle condizioni di partenza.

    Gaetano, sulla questione liberalismo-liberismo, c’è un interessante querelle tra Einaudi e Croce, trovi qualcosa qui http://www.mps.it/NR/rdonlyres/67C85B48-2745-42EE-9086-746C83017B44/34464/b1_zanfarino.pdf e qui http://rivista.ssef.it/site.php?page=20040325160550767&edition=2010-02-01
    In soldoni la questione pare sempre essere tra teoria e prassi.

    Chiudo con una notazione prettamente attuale: la base del PD, continua ad essere un elettorato che vota, almeno in parte, non secondo idee o opportunità ma per appartenenza. Qualche discussione fa si parlava di “elettorato di recinto”; ecco io penso che lo sforzo liberale che deve compiere il PD, sia quello di allargare la base elettorale, creando davvero le nuove opportunità di cui parla Gaetano.

    1. Ciao Tommi, grazie mille per il bel commento, che spiega anche un po’ di cose non sono riuscito a mettere nell’articolo.

      Sono d’accordo con tutto quello che scrivi. L’unica cosa da aggiungere: va detto che l’idea di Dworkin risolve solo parzialmente (volutamente, tra l’altro) il problema della disuguaglianza, perché, appunto, punta all’uguaglianza di opportunità ma giustifica e non ha problemi con la disuguaglianza di fatto. E’ un’impostazione che prende molto poco in considerazione la dimensione economica del problema, e difatti è stata attaccata da sinistra da G. Cohen (libro che non ho letto ma dal titolo memorabile: “If you are egalitarian, how come you’re so rich?”).

  5. bell’articolo lore, davvero interessante! per quanto riguarda il termine liberalismo sostengo la distinzione che tu fai tra il suo significato storico ed il modo in cui il termine viene usato comunemente in politica oggi. Esso infatti, come termine politico, andrebbe a mio avviso bandito, come anche “riformista”, perché non significano sostanzialmente più nulla. quello che è utile fare è a mio avviso chiedersi se ci sono degli elementi nei padri del liberalismo che possono essere ripresi e riutilizzati, con cui confrontarsi insomma. sfiducia nell’ideologia: chi segue in maniera deduttiva (da social engineering) una ideologia nella politica odierna? nessuno più. sarebbe però ideologico e fuorviante in maniera forse più grave pensare di poter osservare la realtà senza “lenti” e “a-priori” (non esistono scelte e governi “tecnici”). Qui è chiaro che la sintesi tra realtà e impostazione a-priori (valori di fondo cui riferirsi) è già presente nella politica del CSX. per quanto riguarda libertà-responsabilità e individualismo, temo che con una impostazione come quella descritta nel tuo articolo non si possa fare granché nel campo della sinistra. una loro applicazione razionale richiederebbe condizioni utopiche che non esisteranno mai. Il riproporre queste idee nella realtà italiana odierna nasconde dunque a mio avviso soluzioni di destra sostanzialmente. E se non dobbiamo seguire il social engineering allora dobbiamo riconoscere che, partendo dai dati di realtà, quello di cui c’è bisogno è una riscossa collettiva, una spinta per l’uguaglianza, una difesa dei diritti e dei più deboli. Non un altro bagno di individualismo, non un falso mito della meritocrazia.

    1. Penso sia molto interessante il tuo punto sull’ideologia, perché punta il dito su un rischio oggettivo dell’idea liberale (la deriva tecnicista…). D’altro canto, penso che una volta accolto questo punto ci sia da mettersi d’accordo su quale sia “la sintesi tra realtà e impostazione a-priori (valore di fondo a cui riferirsi)” della politica di CSX, che, a questo punto, non si può fare altro che per appartenenza identitaria a determinate istanze e cause politiche. Si finisce di nuovo alla domanda: cos’è la sinistra e quali sono i suoi confini? E, come si discuteva sul mio profilo FB, secondo me tracciare confini troppo netti non ha molto senso. Ma forse non c’è ragione di replicare quella discussione anche qui…!

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