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La geopolitica e il futuro della stabilità globale

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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[dropcap]L’[/dropcap]ultimo contributo in materia di geopolitica offerto da Ian Bremmer, presidente e co-fondatore di una delle più importanti agenzie di valutazione di rischio politico, si basa sul cosiddetto “nuovo pensiero geopolitico” e, per certi versi, la sua teoria, denominata “G-zero” rappresenta l’idealtipica evoluzione dello stesso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, e la conseguente scomparsa delle più importanti minacce alla società e alla stabilità occidentale mossa da quest’ultima, numerosi studiosi hanno immediatamente supportato il paradigma della “fine della storia”: il ritratto della vittoria trionfale e definitiva del modello politico, economico e sociale di tipo liberale su quello socialista. Secondo altri, tra cui, ad esempio, Samuel Huntington, la minaccia successiva sarebbe stata rappresentata da divisioni di tipo religioso, esacerbate dall’insorgenza di fondamentalismi anti-occidentali e anti-cristiani. Tali previsioni, sebbene in alcun casi siano state accertate, hanno avuto a che fare con attori, ideologie e modelli politici ben identificabili, e con la plausibile eventualità di nuove minacce internazionali a questi collegate.

Infatti, dal crollo dell’Unione Sovietica la stabilità internazionale non è stata ulteriormente intaccata, considerata l’assenza di attori palesemente ostili e dotati di un hard power tale da mettere a repentaglio la sicurezza di altri soggetti internazionali. Al contrario, si è gradualmente formato un complesso scenario di rischio, caratterizzato da fattori imprevedibili, non intenzionali e incontrollabili. Di conseguenza, le formulazioni di politica estera hanno prestato sempre più attenzione alle implicazioni degli sviluppi tecno-scientifici, e la relativa applicazione al settore militare e cibernetico. Tra questi, è possibile annoverare: la proliferazione di armi di distruzione di massa; il mutamento climatico, i disastri ambientali e la necessità di sviluppare una geopolitica della sostenibilità; la crescente competizione per l’accaparramento delle risorse naturali tra attori statali e non in Asia centrale e in Africa; la diffusione del terrorismo religioso e fondamentalista.

Sebbene la geografia rimanga il fattore più pertinente in materia di politica estera, la consapevolezza di vivere in una società del rischio globale, vale a dire dove il rischio trascende i confini territoriali e politici, ha influenzato profondamente il pensiero geopolitico, che storicamente si è sviluppato all’interno della tradizione realista delle relazioni internazionali. Gerard Tuathail ha identificato questo nuovo ambito di ricerca come “geopolitica critica”, insistendo sulla necessità di adottare un approccio nuovo e deterritorializzato per analizzare le questioni relative alla sicurezza.

Sulla scia di questa precedente teorizzazione, la teoria G-Zero di Bremmer afferma che l’epoca attuale richiede più cooperazione sotto l’ombrello di una leadership forte, al fine di affrontare con successo le sfide transnazionali. Ciò nonostante, né le singole potenze come gli Stati Uniti, la Cina o gli altri paesi BRIC, né il G20 o altri soggetti più istituzionalizzati (quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU) sono in grado di garantire una leadership internazionale coerente ed efficace, a causa di vari fattori: il relativo e temporaneo declino in termini di credibilità; poco potere decisionale a disposizione; scarsa influenza in ambito economico su scala globale.

Come risultato dell’instabile vuoto politico al quale assistiamo ormai da qualche tempo, vi sono quattro plausibili scenari geopolitici, tutti incentrati sulla relazione tra Stati Uniti e Cina: un improbabile “G2 informale” che prevede una forma di bipolarismo cristallizzato e cooperativo eretto su due sistemi politici ed economici agli antipodi; un concerto globale di stati, sebbene caratterizzato da interessi diversi in materia di economia e sicurezza, data la contemporanea presenza di potenze emergenti e già consolidate; la Guerra Fredda 2.0, conseguente alla competizione globale tra Stati Uniti e Cina, e imperniata su divergenze economiche e ideologiche, e alla scarsità di risorse energetiche; un mondo frammentato in regioni, dove la cooperazione multilaterale sarebbe ulteriormente indebolita e i problemi di natura transnazionale non potrebbero essere affrontati in maniera appropriata.

Infine, si potrebbe considerare l’evoluzione di un ulteriore scenario, il cosiddetto G-Subzero, nel quale questioni di ordine globale potrebbero tramutarsi in emergenze di carattere locale, con conseguenze catastrofiche per la stabilità dei singoli stati. Infatti, secondo tale prospettiva, ogni nazione sarebbe interamente impegnata a gestire crisi interne causate da rivolte di carattere sociale, crolli economico-finanziari, disordini politici innescati da movimenti separatisti ed estremisti. Di conseguenza, lo stesso concetto di globalizzazione verrebbe compromesso, e ogni nazione sarebbe chiamata a impegnarsi autonomamente per trovare soluzioni efficaci.

È inutile aggiungere che una tale prospettiva, così pessimista, non si realizzerà in maniera altrettanto deterministica, anche se va presa comunque in considerazione dopo mezzo secolo di stabilità bipolare e unipolare. Inoltre, le questioni transnazionali fanno sì che l’attuale configurazione del contesto politico sia la più rischiosa e imprevedibile sin dalla creazione del sistema di Westphalia. Per questo, appaiono impraticabili soluzioni come quella proposta da Robert Cooper: infatti, non è ponendo le basi per una nuova egemonia occidentale che il processo di frammentazione degli stati-nazione sarebbe evitato. Una ricetta simile appare, più che altro, un’anacronistica rielaborazione del messaggio imperialista lanciato da Mackinder nel 1904, utile allora solo per prevenire il crollo dell’Impero Britannico.

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Geopolitics & Future World Stability

Photo credit: Peter Bo Rappmund

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