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L’intervento francese in Mali: una trappola fuori controllo

Se vuole evitare di rimanere intrappolata nel suo Afghanistan, la Francia farebbe meglio a darsi obiettivi limitati. 

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[dropcap]L[/dropcap]a Francia si è inserita nel conflitto in corso in Mali a seguito di un’improvvisa azione ribelle nel sud del Paese. Senza che l’esercito maliano fosse capace di contrastarne l’offensiva, alcune città strategiche sono cadute nelle mani degli Islamisti: per questo motivo, le forze militari francesi si sono mobilitate nella speranza di arginare l’avanzata ribelle verso la capitale Bamako. L’esercito francese ha bombardato le roccaforti di Gao e Kidal, schierando inoltre le proprie truppe attorno alla capitale e alla provincia di Mopti.

Quello malese ha tutte le caratteristiche di un conflitto moderno, che vede opporsi, ad un governo debole, una rete transnazionale di gruppi armati non-statali. Ciò avviene in un’area, quella del Sahel, attraversata da confini porosi: sono i residui del passato coloniale francese, in pratica linee immaginarie tracciate nella sabbia.

Il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha definito l’azione francese una misura temporanea: un intervento   di poche settimane, in attesa delle truppe dell’ECOWAS, per arginare l’avanzata dei ribelli. Ma tali promesse saranno difficili da mantenere, poiché la durata del conflitto è fuori dal controllo della Francia, che potrebbe rimanervi invischiata a lungo se non si atterrà agli obiettivi chiari e limitati dell’ONU.

Il piano originale, per motivi logistici e di coordinamento, non prevedeva l’impiego di 3.300 forze locali fino al settembre 2013; un numero reputato comunque esiguo da alcuni ambienti militari. L’attacco preventivo degli Islamisti ha cercato di approfittare di tale inferiorità, per conquistare più territorio e quindi anche maggiore credibilità  al tavolo delle trattative. Il precipitare degli eventi ha smentito il presidente francese Hollande, che aveva assicurato di non voler impiegare soldati sul territorio. Inoltre, dopo l’abbattimento di un elicottero militare, le autorità francesi hanno dovuto riconoscere che le milizie ribelli fossero meglio equipaggiate di quanto si pensasse inizialmente. Il piano attuale ha dunque dovuto aggiornarsi, prevedendo addirittura l’impiego di 2.500 unità aggiuntive.

L’obiettivo di Le Drian, Ministro della Difesa francese, sarebbe quello di estirpare dalla regione ogni radice terroristica: secondo recenti ammissioni, ciò  protrarrebbe notevolmente la durata dell’intervento. In aggiunta, Vincent Desportes, generale francese in pensione, ha dichiarato che gli obiettivi attuali della Francia sono quelli di securizzare la capitale e i cittadini francesi; rinforzare la propria linea di azione presso Konna (700 km da Bamako); addestrare, per la riconquista del nord del Mali, truppe dagli stati africani di Niger, Burkina, Benin, Togo e Senegal [nelle relazioni internazionali,  la securizzazione è l’impiego di mezzi non ordinari in nome della difesa della sicurezza. Elaborata da  Barry BuzanOle Wæver e Jaap de Wilde, la teoria della securizzazione combina pensiero costruttivista e realismo politico. Ogni atto di securizzazione si compone di tre elementi principali: un agente securizzante, un obiettivo minacciato e un pubblico, sui cui ricade l’effetto dell’azione securizzante, da convincere della sua necessità. NdT].

Nel breve termine,  la Francia ha quasi portato a termine i primi due; in ogni caso, l’imminente “africanizzazione” del conflitto,  che vedrebbe schierare truppe maliane e dell’ECOWAS,  potrebbe subire complicazioni legate all’anticipazione rispetto ai piani iniziali. Ma tale urgenza è richiesta dalla probabilità di espansione del conflitto, che  allo stato attuale  ha già coinvolto due Paesi confinanti. Il 16 gennaio, l’Algeria ha subito un’azione di rappresaglia per la concessione del suo spazio aereo: un attacco ad un impianto di gas, senza precedenti nemmeno nei tumultuosi anni ‘90:

L’Algeria,  pur avvezza a combattere gruppi islamisti armati sul territorio nazionale, aveva sempre espresso riserve sull’opportunità di un intervento  in Mali. Ma molto probabilmente l’attacco nel cuore del Paese, con i suoi numerosi ostaggi, farà desistere l’Algeria dalla volontà di un dialogo politico con il principale gruppo islamico Ansar-Eddine. L’impianto attaccato nei pressi di In Amenas è più vicino alla Libia che al Mali: e se i confini politici hanno poco significato, il teatro del conflitto si prospetta molto più vasto.

La Francia, però, non dovrebbe aspettarsi molto dall’Algeria, potenza militare egemone nell’area del Sahel, ma quasi esclusivamente nei confronti di Stati sostanzialmente deboli  come il Mali. L’intervento diretto dell’Algeria costituirà, molto  probabilmente, un incentivo per i francesi; in ogni caso, al di fuori del territorio nazionale, le capacità dell’esercito algerino sono tutte da verificare, anche perché ci si aspetta che  le stesse saranno impiegate per la difesa dei relativi confini.

Pertanto, è altamente probabile che la Francia si areni in un lungo conflitto in cui si ritrovi coinvolta tutta la regione del Sahel. Nel peggiore dei casi, il Mali diventerebbe l’Afghanistan della Francia; in alternativa, per la nazione si prospetterebbe un insuccesso simile a quello degli Stati Uniti in Somalia. L’impiego di truppe dell’ECOWAS resta determinante, sebbene il suo apporto effettivo rimanga da verificare. Se vuole evitare di rimanere intrappolata nel suo Afghanistan, la Francia farebbe meglio a darsi obiettivi limitati.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Avoiding The Entanglement Trap Lies Beyond French Control

Photo credit: fdecomite

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