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Netanyahu ha davvero perso le elezioni?

L’annuncio della sconfitta del Likud di Benjamin Netanyahu, alle ultime elezioni israeliane, sembra sostanziare una valutazione poco prudente. In realtà il premier uscente ha perso qualche seggio, ma si è rafforzato rispetto alle vittoriose consultazioni di quattro anni fa. 

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[dropcap]R[/dropcap]ispecchiando l’antico detto yiddish “tre partiti ogni due ebrei”, le elezioni per il rinnovo della Knesset hanno consegnato a Israele un quadro di grande frammentazione politica. Il premier uscente Benjamin Netanyahu conserva il primo posto, ma il suo partito risulta numericamente indebolito rispetto alle consultazioni del 2009. Il successo del candidato centrista Yair Lapid è la vera – e indiscutibile – sorpresa delle ultime elezioni. Effettivamente, non si è verificato l’ulteriore spostamento a destra previsto da buona parte degli osservatori: l’estremista Naftali Bennett, che ha attirato su di sé l’attenzione per buona parte della campagna elettorale, non ha ottenuto l’exploit preventivato da più parti. Piuttosto, la formazione di estrema destra ha sottratto voti a Likud-Beitenu, la lista del premier uscente.

D’altro canto, osservando attentamente i risultati sembra ardito sostenere la tesi di un’avanzata delle forze moderate e progressiste. Aggregando i dati per ‘gruppi ideologici’, emerge che le formazioni di destra hanno effettivamente perso ben 6 seggi alla Knesset. Allo stesso modo, le formazioni di centro hanno perso un altro parlamentare. Pertanto, ad una analisi più oculata, si rileva come il successo ottenuto da Yesh Atid, il partito di Lapid, abbia semplicemente occupato la posizione ideologica ed elettorale lasciata vacante dal forte arretramento di Kadima (che, infatti, ha subito una perdita di 24 seggi su 26). Gli ultimi 7 seggi a disposizione sono stati occupati, in gran parte, dalla sinistra – i laburisti e Meretz –, e dagli ultra-ortodossi di Giudaismo Unito nella Torah, che ha conquistato 2 deputati in più rispetto al 2009. In sintesi, lo spostamento avvenuto a favore del centro-sinistra è stato di 4 miseri seggi: insufficienti per formare una coalizione anti-Likud, e imprimere così una svolta politica rispetto ai governi degli ultimi anni.

In definitiva, parlare di una sconfitta di Netanyahu, sulla scorta di buona parte della stampa internazionale (e non) ‘liberal’, sembra poco prudente. Bibi, come è affettuosamente chiamato il primo ministro israeliano, governa da quasi quattro anni il paese, godendo di un consenso personale che supera il 50%. Nonostante la sua coalizione, con i russi di Yisrael Beiteinu, abbia sofferto un calo elettorale, rimane comunque indispensabile per la formazione di qualsiasi formazione di governo. Inoltre, il PIL israeliano ha registrato tassi di crescita del 4.7% nel 2011; dal 2009, inoltre, più nessun israeliano è stato vittima di attentati terroristici che, in precedenza, scandivano macabramente la quotidianità dello Stato di Israele. Netanyahu, pertanto, è percepito dall’opinione pubblica come una guida forte e autorevole, la cui necessità è avvertita in maniera sempre più impellente, dati gli ultimi sviluppi nella regione mediorientale. Infatti, l’instabilità della regione – e quindi l’allontanarsi delle prospettive di pace – rimane da sempre il vero grande alleato della destra israeliana.

Il quadro regionale sembra confermare i timori di chi auspica uno Stato ebraico armato e sulla difensiva. L’Iran, ormai da sette anni, persevera nella sua politica di minacce e dichiarazioni bellicose, così da permettere a Netanyahu di evocare il pericolo di una shoah nucleare. La Turchia di Erdoğan, ormai lanciata verso la conquista dell’egemonia del Mediterraneo islamico, ha mutato il suo approccio accomodante verso Israele, trasformandosi in un potente, sebbene non ostile, avversario regionale. Infine, l’Egitto dei Fratelli Musulmani e i tumulti della guerra civile siriana aggiungono ulteriori motivi di preoccupazione ed elementi di instabilità: in quest’ultimo caso, ad esempio, la caduta del regime di Bashar al-Assad aprirebbe scenari completamente inediti, a cui Israele dovrebbe riadattare le proprie posizioni strategiche pur di conservare l’equilibrio e la pace regionale.

Anche sul fronte interno, relativamente al conflitto israelo-palestinese, il leader israeliano potrebbe continuare ad agire sulle divisioni interne all’ANP, e insistere sulla minaccia rappresentata da Hamas. Difatti, l’operazione militare Pillar of Defense lanciata dalle forze armate israeliane nel novembre scorso, è stato uno pseudo-conflitto – nonostante le centinaia di vittime – dal punto di vista tattico e strategico: da una parte, Hamas ha sempre evitato e respinto il confronto diretto con l’esercito israeliano, che avrebbe come unica conseguenza la distruzione del partito islamista; dall’altra, Netanyahu ha dimostrato di non avere nessuna intenzione di rioccupare Gaza, dato che l’operazione costerebbe eccessivamente in termini umani, elettorali e militari, essendo peraltro inutile dal punto di vista della sicurezza. Pertanto, mantenere lo status quo nella striscia di Gaza rientra tra gli interessi di tutti i contendenti: in primis, da parte della destra israeliana che, insistendo ed ergendosi ad alfiere della sicurezza e della risolutezza militare, guadagna voti ogniqualvolta si affievoliscono le speranze di pace; in secondo luogo, anche di Hamas che, sfruttando la radicalizzazione del conflitto, rafforza l’egemonia e il controllo sui palestinesi, sottraendo consenso ai moderati di Fatah. Purtroppo, a quanto pare, l’unico attore che ci perde in questo ignobile gioco delle parti è il popolo palestinese assediato all’interno della striscia di Gaza.

In conclusione, la strada di Netanyahu non è, quindi, così in salita. Di sicuro, formare una coalizione che coinvolgerà i centristi, una parte degli ultra-ortodossi e l’estrema destra non sarà impresa agevole. Tuttavia, il premier può contare sulla minaccia del ritorno alle urne, visto che una campagna elettorale incentrata sul tema della governabilità non potrebbe che favorire il proprio partito. Diversa, invece, appare la posizione di Yair Lapid: se il nuovo protagonista della politica israeliana deciderà di partecipare al nuovo governo, lo farà ponendo alcune condizioni essenziali, quali la riapertura dei colloqui di pace (sebbene sul tema ci sia da registrare una posizione piuttosto ambigua, concernente l’irrinunciabilità agli insediamenti coloniali in Cisgiordania). Una volta accettata tale condizione, Netanyahu sarà costretto a dimostrare all’opinione pubblica israeliana di essere seriamente interessato a perseguire sulla strada del negoziato con Hamas e Fatah. Lapid, di conseguenza, dovrà dimostrare di essere anche un abile politico, oltre che un ottimo e accattivante comunicatore da campagna elettorale.

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Photo Credit: todogaceta.com

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