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Da “Yes We Can” a “Forward”: la rivoluzione retorica di Obama dal 2008 a oggi

Dopo aver vinto la sfida con la storia, ed essere divenuto il primo Presidente di colore degli Stati Uniti nel 2008, a distanza di quattro anni e nonostante la crisi economica, Barack Obama è riuscito ad incrementare il consenso elettorale tra coloro che avevano già riposto fiducia in lui.

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Marianna Bettini è co-autrice di questo articolo.

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[dropcap]R[/dropcap]innovando la scelta operata già quattro anni fa, la rivista Time ha proclamato nuovamente Barack Obama “Person of the Year“. L’inversione di tendenza nella strategia della macchina elettorale democratica, in seguito al timore di un declino dell’effetto Obama, è riuscita a far dimenticare, almeno temporaneamente, l’esito poco brillante della sua presidenza. Il nuovo approccio di Obama emerge anche dai discorsi celebrativi pronunciati nel 2008 e nel 2012, all’indomani della vittoria elettorale.

Infatti, se il discorso del 2008 era incoraggiante e proteso verso un futuro fiducioso, quello tenuto a Chicago lo scorso novembre è sembrato incerto e poco originale, nonostante l’emozione che lo ha accompagnato. Grazie alla retorica utilizzata, Obama ha cercato di ricomprendere le individualità, le minoranze, le singole specificità, nel tentativo di orientare a proprio favore quella parte di opinione pubblica e di elettorato a lui politicamente più congeniale. Mai come quest’anno, infatti, la campagna è stata una scommessa sulle qualità personali del Presidente, inteso come uomo di responsabilità, padre ed emblema del ceto medio. La campagna elettorale, infatti, è stata incentrata sull’ideologia politica portante e sul carisma del personaggio, più che su progetti o idee programmatiche: Obama, pertanto, è stato eletto a leader e, contemporaneamente, rappresentante credibile di un’America in affanno.

Il nuovo atteggiamento di Obama è riuscito a capitalizzare efficacemente il nuovo panorama demografico emerso nella società americana negli ultimi 4 anni. Sebbene i gruppi che costituivano l’elettorato democratico nel 2008 siano rimasti numericamente invariati, il consenso è aumentato soprattutto tra le componenti etniche che lo sostennero quattro anni fa: il 93% degli afro-americani (2% in meno rispetto al 2008), il 71% degli ispanici e il 73% degli asioamericani (rispettivamente in aumento del 4 e 11%) lo hanno preferito al suo avversario repubblicano

Nel corso dello scorso mandato, in questi settori dell’elettorato si è registrata una generale disaffezione rispetto al messaggio obamiano, tradito nella sua portata innovativa ed epocale, con un calo di popolarità pressoché uniforme. Tuttavia, solo nell’ultima fase della campagna elettorale, quando Obama ha concentrato la sua attenzione sulla quotidianità degli americani, è emersa una rinnovata fiducia, dimostrata dall’aumento delle registrazioni al voto proprio da parte dei gruppi etnici citati. Non va però minimizzata la critica di molti americani, soprattutto del ceto medio e dei lavoratori a bassa e media specializzazione, rispetto alla gestione della crisi economica.

Una novità assoluta della recente campagna elettorale, caratterizzante soprattutto la piattaforma democratica, è stata la centralità data alla famiglia. Michelle Obama, in particolare, è diventata la personalità chiave della campagna del partito democratico, elevando la figura della first lady alla stregua di una vera e propria guida spirituale e rappresentante del popolo, una sorta di Marianna americana. A lei è stato assegnato il compito di aprire la Convention di Charlotte, dimostrando la sua rilevanza non solo come icona femminile, affermatasi per il suo stile e la sua eleganza, ma anche per il sostegno costante al proprio marito, al punto da far ipotizzare, tra i commentatori politici, una sua possibile, benché sorprendente, candidatura per il 2016.

In questa campagna, Obama ha adottato una strategia politica più diretta e concreta, dando voce alle esperienze di soggetti particolarmente provati dalla crisi: il candidato-presidente ha infatti posto al centro della sua retorica le testimonianze di vita quotidiana raccolte dal 2008. Parafrasando Dwight D. Eisenhower e John F. Kennedy, il candidato democratico ha reso i cittadini protagonisti dell’attività di governo, sottolineando l’importanza del loro contributo per uscire dalla situazione attuale. Dallo stesso palco di Chicago, nel suo discorso del 2008, il neo-eletto Presidente aveva raccontato l’esperienza della signora Ann Nixon Cooper, nata una generazione dopo l’abolizione della schiavitù, che aveva potuto esprimere per la prima volta il voto digitale all’età di 106 anni. L’importanza di tale conquista fu paragonata allo sbarco sulla Luna e alla caduta del muro di Berlino, quali esempi di libertà e unione della cultura americana. Era, quello, un discorso che parlava di valori e di ideali, di imprese che rimandavano ad un concetto ampio e onnicomprensivo di storia.

Lo scorso novembre, invece, la storia ha lasciato spazio alle storie: lo slogan “forward” non ha indicato solo la direzione verso cui tendere, ma ha voluto evidenziare in negativo le politiche offerte da Romney, che sembravano riproporre le ricette liberiste degli anni ottanta. Risulta curioso, pertanto, che proprio nel suo discorso del 7 novembre Obama abbia ripreso l’espressione “the best is yet to come”, usata da Reagan poco prima di lasciare la Casa Bianca. La suddetta espressione, resa celebre proprio da quest’ultimo, fu pronunciata per la prima volta da Carter nel 1978 ed è quindi riconducibile alla tradizione democratica: si evince, pertanto, l’intento unificatore, dapprima di Reagan, e oggi rinnovato da Obama.

Se, dunque, nel 2008 Obama si riferiva agli Stati Uniti come al Paese delle certezze e dei sogni realizzati, nel 2012 ha parlato più volte di impegno, di sacrificio, di speranza e di una forza che emerge quasi negando se stessa: “Questa è la nazione dove c’è più benessere, ma non è quello che ci rende ricchi.” Obama ha così demandato al popolo americano il compito di dimostrare la propria grandezza, ponendosi egli stesso come primus inter pares. Come già aveva tentato Carter, che cercò di fornire una risposta provvisoria alle incertezze degli americani, traditi dalle precedenti amministrazioni ree di aver trascinato gli Stati Uniti nel baratro del Vietnam e di una crisi economica e di potenza, Obama ha chiuso il suo discorso ricordando come quella statunitense sia “la nazione più grande della Terra”, ricalcando pienamente la tradizione della retorica politica ispirata a quella dei Padri Fondatori.

Di conseguenza, la “seconda incarnazione” del Presidente, così come è stata definita dal Time, si è dimostrata vincente, smentendo chi sosteneva che l’effetto Obama fosse svanito del tutto. Sebbene durante il suo primo mandato ci sia stata una leggera flessione nel consenso popolare, gli americani hanno rinnovato la propria fiducia al Presidente uscente, in virtù del nuovo approccio retorico, che si è dimostrato più incisivo, strumentale e adatto al superamento del momento storico attuale. Dopo aver vinto la sfida con la storia, ed essere divenuto il primo Presidente di colore degli Stati Uniti nel 2008, a distanza di quattro anni e nonostante la crisi economica, Barack Obama è riuscito ad incrementare il consenso elettorale tra coloro che avevano già riposto fiducia in lui.

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Photo Credits: MyEyeSees & LeStudio1.com

7 thoughts on “Da “Yes We Can” a “Forward”: la rivoluzione retorica di Obama dal 2008 a oggi”

  1. Concordo con quanto è scritto nell’articolo. Indubbiamente il carisma e le capacità retoriche del Presidente hanno oscurato in parte alcuni risultati deludenti ottenuti nel primo mandato. Credo che un “contributo” alla rielezione di Obama sia stato dato anche dal Partito Repubblicano, che non è riuscito ad esprimere un candidato all’altezza della situazione, incapace di intercettare il malumore di una grossa parte della classe media.
    Vedremo se questo “meglio” arriverà..

  2. Concordo assolutamente con il tema. I repubblicani hanno commesso, insieme con il loro leader, una serie di errori figli anche di una mancata velleità nella comprensione dello stato d’animo della “nuova America” che si sta ormai manifestando non solo nelle urne. La capacità di Obama è stata soprattutto quella di rivoluzionare parte della sua strategia e di intercettare proprio quell’America che parte del frastagliato mondo repubblicano non riesce a vedere.

  3. Fratelli di Cispea, i miei omaggi. La retorica presidenziale è stata oggetto della mia tesi specialistica che, temporalmente, si fermava all’elezione di Obama. In quella sede concludevo il mio lavoro con un grosso punto interrogativo sul futuro e sugli esiti di questa verve comunicativa esplosa nella fase pre-2009. Perchè non mi aiutate a scrivere il secondo tempo? Dateci un occhiata..è su tesi online. The best is yet to come?Vedremo..una cosa è certa: qualsiasi politico, senza il cappio della conquista della rielezione, funziona meglio.

  4. Grazie Francesca notevole suggestione la tua. Quanto al “The Best is yet to come” e al cappio della rielezione, sono meno convinto. Di solito funziona così, tranne sporadici e particolari casi, ma andrà visto il peso del Congresso e il medio termine come incideranno sulle reali capacità di Obama. Io sono fiducioso, ma la storia americana insegna.

  5. Carissima Francesca, volentieri leggerò la tua tesi, credo che sarebbe interessante continuare ad interrogarsi sulla retorica di Obama per proseguire la tua ricerca.
    Per quanto riguarda il “cappio della rielezione”, credo che il “meglio” sia sempre relativo, infatti credo che sia interessante e notevole il cambiamento retorico di Obama per la rielezione. Ha giocato una vittoria quasi sicura, ma ha saputo manovrare non solo i mezzi di comunicazione tradizionale, ma anche i social network e i mass media in modo molto efficace.
    Inoltre, credo sarebbe interessante cercare di capire se nella retorica di Obama c’è stato un fattore che ha permesso a lui di prevalere sull’avversario nonostante più di qualcuno abbia sottolineato la somiglianza tra le proposte dei due candidati.
    Personalmente sono anche convinta che la campagna elettorale sia spesso utile in quanto fa emergere, nel confronto fra i programmi dei candidati, quali sono gli spazi nei quali la politica può portarsi al passo con la società( vedi l’apertura di Obama ai matrimoni gay), seppur nell’arco di un tempo che quasi certamente andrà oltre il mandato successivo, ma intanto cerca di alzare un po’ la sbarra. Ne è un esempio la conclusione del suo discorso che identifica secondo diverse caratteristiche il popolo americano( “it doesn’t matter whether you’re Black or White, or Hispanic or Asian, or Native American, or young or old, or rich or poor, abled, disabled, gay or straight, you can make it here in America if you’re willing to try”), che era partito dal binomio “bianchi e neri” usato per indicare le minoranze(“whether you happen to be black or white, or young or old( …) I believe in the American dream.”- Richard Nixon).

    In ogni caso, staremo a vedere se questa volta Obama riuscirà a fare finalmente di meglio.!

  6. Interessante e condivisibile sintesi. Ma non si dovrebbe aggiungere al coinvolgimento dei cittadini anche quello delle parti sociali, come protagonisti di fronte alla crisi? In altri termini (necessariamente generici, per carità), oltre ad Eisenhower, F.D. Roosevelt?

  7. Ringrazio Bruno per l’osservazione, senza ombra di dubbio sensata e interessante. Era nostra intenzione richiamare anche FDR nel pezzo perché le assonanze, soprattutto in alcuni riferimenti di Obama in questa seconda campagna elettorale profondamente segnata dalla crisi economica, sono plurime. Come ovviamente era possibile riferirsi, in termini retorici, a Reagan (che fra l’altro ricorre spessissimo a FDR già negli anni 60-70 nella sua ascesa in California). Sia FDR che RR si trovarono in una condizione, sotto diversi aspetti, simile a quella in cui Obama si é trovato negli ultimi anni seppure in una diversa prospettiva e posizione. Ritengo assolutamente corretto ciò che dici, ma per rimanere nei termini del pezzo, improntato ad alcuni elementi, i riferimenti linguistici e retorici li abbiamo concentrati su alcune (e sappiamo benissimo non essere le sole) tematiche.

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