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Di percezione e realtà: il multipolarismo dopo la Guerra Fredda

Accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti.

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[dropcap]I[/dropcap]n seguito al crollo del muro di Berlino nel 1989, e la conseguente dissoluzione dell’URSS, il momento post-Guerra Fredda diveniva a guida americana, unipolare ed egemonico, e un’intera categoria di Paesi faceva registrare un aumento costante della crescita economica. Tra questi, anche le economie dei Paesi emergenti, che avvaloravano così la teoria dei vantaggi dell’arretratezza delle condizioni di partenza (Gershenkron, 1962), prefigurando una futura convergenza con quelli economicamente più avanzati, anche in termini di influenza e potere politico.

In questa breve trattazione si cercherà di analizzare l’attuale scenario internazionale, verificando l’attendibilità di alcune delle principali previsioni di medio-lungo periodo sulla crescita economica e relative conseguenze. I BRICs, innanzitutto, rappresentano un valido esempio: la Cina è passata da una crescita a doppia cifra registrata nel 2010, ad un “misero” 7.8% del 2012. Il Brasile, nello stesso periodo di tempo, è passato da una crescita maggiore del 7.5% a poco meno del 2%, l’India dal 10.1% al 4.9% e la Russia dall’8% del 2007 al 3.7% del 2012.

Sebbene questi indebolimenti non possano essere assimilabili ad un arresto, risulta evidente come persino una crescita economica apparentemente inarrestabile implichi dei costi di sostenibilità nell’arco di un decennio. Come ha fatto notare l’economista dell’Università di Harvard, Dani Rodrik, il “percapita income gap” tra economie emergenti ed economie sviluppate è addirittura aumentato tra il 1950 e il 2000. Pertanto, nonostante il nuovo millennio sembrasse garantire una diminuzione di questo differenziale, nel 2011 si è ritornati al livello del 1950.

Tra l’altro, accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti. Come riportato dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, tutte le previsioni di crescita per il 2013 sono al ribasso quasi ovunque, specialmente in Europa e Cina.

Di conseguenza, si registra uno iato evidente tra quelle che sono, a tutti gli effetti, grandi potenze e tra coloro che aspirano ad essere tali. Infatti, a livello politico le sfide per i nuovi protagonisti della scena multipolare si preannunciano gravi e di difficile superamento.

Il colosso cinese dovrà essere chiamato ad affrontare sfide di natura strutturale. A Pechino il margine di manovra politica è condizionato dall’invecchiamento della popolazione, conseguente agli effetti della one-child policy in voga dal 1979, e da quello che, riprendendo Arthur Lewis, viene definito come il Lewis Turning Point. Secondo tale modello, utile a spiegare lo sviluppo industriale, viene ipotizzata una situazione di partenza simile a quella presente nei Paesi arretrati come la Cina di qualche decennio fa: la prevalenza di manodopera sottoccupata nel settore agricolo. L’economia, pertanto, è suddivisa in due settori: uno stazionario, cioè l’agricoltura, e uno moderno, l’industria. Lo sviluppo inizia con un aumento della domanda di prodotti industriali, che provoca un trasferimento di forza lavoro, in esubero nel settore agricolo, da quest’ultimo al settore industriale. Dato l’eccesso di lavoratori, i salari sono molto bassi e quindi le imprese hanno un notevole profitto, che viene poi reinvestito nelle aziende. Finché c’è un eccesso di manodopera nel settore agricolo, il processo di accumulazione degli investimenti e dei profitti procede nel settore industriale, ma quando si verifica il processo inverso, e l’eccesso di domanda di lavoro proveniente dal settore agricolo è stato già ampiamente riassorbito, una economia di tipo industriale subisce seri rallentamenti e gravi perdite di profitto. A tali problematiche se ne aggiungono due di natura politica: la prima, riguardante la supposta capacità del Politburo di Pechino di coniugare un’esigenza di legittimità domestica con il monopolio del potere da parte del partito, finora necessario per la pace sociale. La seconda di politica estera, tutta rivolta al mantenimento dell’influenza cinese nel Sud-Est asiatico.

Giungendo alle conclusioni, due problemi emergono da quanto finora scritto, l’uno di tipo metodologico e il secondo di tipo economico-politico. In primo luogo sarebbe necessario interrogarsi se il PIL, e le relative previsioni di crescita e decrescita, sia un valido indicatore per etichettare alcuni Paesi come “grandi potenze”, o anche solo per effettuare comparazioni attendibili senza il rischio di distorcere un’analisi seria e puntuale. A questo proposito, sembra più ragionevole paragonare Paesi che godano dello stesso reddito pro-capite. Questo, anche per evitare di cadere in visioni limitate che tendano a interpretare i Paesi emergenti come antropologicamente proni alla disuguaglianza, e i suoi cittadini non esigenti di importanti strutture sociali quali il welfare, la sanità e l’istruzione pubblica a livelli occidentali. Per quanto riguarda il secondo, sebbene il valore di previsioni politiche ed economiche possa risultare analiticamente accettabile, presenterà sempre alcuni rischi. In effetti, l’elemento cruciale risiede nel potere d’influenza che queste previsioni potrebbero avere nel presente, indirizzando o meno alcune politiche economiche nel medio e lungo periodo. La teoria, pertanto, deve rimanere uno strumento utile per capire la realtà e il suo progredire, ma di certo non il solo per comprendere tematiche e questioni politico-sociali.

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Photo Credit: MREBRASIL

Libyan protestor Gaddafi

Libia: due anni dopo Gheddafi

Il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Libyan protestor Gaddafi

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[dropcap]M[/dropcap]entre si avvicina il secondo anniversario della rivoluzione libica, la minaccia di nuove proteste ha spinto il governo di Tripoli ad annunciare un piano per la sicurezza di alcune città, tra cui la capitale. Sebbene nuove proteste armate appaiano poco probabili, la pressione popolare per il cambiamento è stata così virulenta da suscitare reazioni da parte del governo. Il Primo Ministro Ali Zaidan ha manifestato le proprie preoccupazioni sul rischio di una seconda rivoluzione,  ventilata da molti cittadini nei centri di Beni Ulid, Bengasi e Tripoli. Vari gruppi della società civile, inoltre, hanno annunciato proteste contro la lentezza delle riforme governative. A fronte delle tante sfide che si prospettano per il governo, il proliferare di tali voci critiche è indice del crescente malcontento che serpeggia tra il popolo.

Il governo sembra  incapace di affrontare le più elementari questioni di sicurezza: lo dimostrano incidenti di alto profilo – come  l’attacco al consolato statunitense, avvenuto lo scorso settembre  a Bengasi – o  l’insubordinazione delle milizie armate. In molte città,  numerosi miliziani continuano a girare a piacimento per le strade, pretendendo inoltre un trattamento di favore in virtù del servizio svolto durante la guerra.

Città strategiche come Bengasi – centro economico della nazione e baluardo della rivoluzione – sono soggette al malfunzionamento delle istituzioni, che determina uno stato di semi-anarchia. Un’ondata di violenza ha investito la città, scossa da  rapimenti, bombardamenti ed omicidi che hanno spesso colpito personalità del governo e della polizia. Il problema della sicurezza impedisce l’esercizio di servizi basilari, come ad esempio la raccolta urbana dei rifiuti. I miliziani, formalmente integrati nell’apparato di sicurezza nazionale, continuano a controllare punti chiave della città, risultando più numerosi e meglio armati delle forze di polizia locali. Ciononostante, gli arresti effettuati sono pochi, per timore di rappresaglie o rapimenti di poliziotti.

La città di Bengasi, che ha sempre diffidato del governo centrale, ha ripreso ad invocare il ritorno ad un sistema federalista. Tali richieste, che se attuate indebolirebbero ulteriormente il governo di Tripoli, potrebbero essere imitate dalle altre province.

La sicurezza non è un problema che riguarda solamente borghi isolati o città devastate come Bengasi: anche Tripoli ha subito una certa dose di violenza. Sono all’ordine del giorno, nella capitale, tentativi di omicidio nei confronti di membri del governo o di ufficiali di sicurezza. Inoltre,  il Congresso Generale Nazionale   è stato più volte preso d’assalto da miliziani e dimostranti; il 4 gennaio, si è tentato l’omicidio del suo presidente Mohamed Magarief.

Secondo molti esperti, la violenza della rivoluzione ha avuto un impatto significativo sulla stabilità della regione magrebina, facendo confluire armi e truppe dal conflitto libico verso il Mali. Nonostante la chiusura dei confini nazionali, la Libia è ancora una base importante per i militanti islamici attivi nella regione, per cui continua a costituire uno snodo importante. Proprio le insufficienti misure di sicurezza sui confini libici hanno agevolato l’assalto ad un impianto di gas nella vicina Algeria.

A quasi due anni dalla caduta di Gheddafi, il governo deve ricostruire una nazione devastata dalla guerra civile, e al tempo stesso fronteggiare le esigenze della sua popolazione. Solo maggiori sforzi sul fronte della sicurezza e delle riforme potranno scongiurare il rischio di rivolte popolari o di nuove ondate di violenza.

Per far questo, il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Libya, Two Years After Gaddafi

Photo Credit: شبكة برق | B.R.Q

canada flag

Canada and the Arctic Council

The next two years will be defining for both Canada and the Arctic region. As the ice sheet continues to dissipate in the summer months, the pressure from multinational corporations and non-member governments to develop this vast, untapped wilderness will be immense.

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canada flag

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This coming May, Canada takes over the two year chairmanship of the Arctic Council. For those who are not familiar with this organization it is an intergovernmental body of Arctic nations (Canada, US, Russia, Iceland, Norway, Sweden, Finland and Denmark representing its dependencies of Greenland and Faeroes) which pledges cooperation on issues of mutual concern. The organization emerged in 1996 as a part of the so called Ottawa Declaration and most recently in 2011, the Council trumpeted the signing of an agreement on mutual search and rescue responsibilities and capability in the arctic region.

For the duration of the chairmanship it is widely expected that the Canadian Government will push an agenda of economic development for arctic regions while encouraging greater involvement of indigenous aboriginal groups. The issue of grappling with the challenges of climate change has not been a priority for the Canadian government (both domestically and internationally) leading to environmental groups challenging its priorities in the face of the risk of ecological disaster in the arctic region due to both climate change and pollution. Most reports have found Canada’s readiness to handle a major ecological disaster in the arctic region to be surprisingly wanting, with one report citing that it would be likely to clean up 5% of oil spilled in the North Atlantic.

Beyond this broad agenda there is of course the touchy issue of territorial disputes that are ongoing across the Arctic region. Although it appears that bilateral negotiations and possible resolution under the United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS) could see these issues sorted out. Canada has thus far failed to submit its claims and the December 2013 deadline is fast approaching. There have been reports that Canada plans on expanding its claims in the high Arctic as well as attempting to enforce the status of its Arctic Archipelago as an internal waterway. The effect of these overriding territorial issues on the ability of Canada to lead the Arctic Council is unknown but the fact remains that ongoing disputes with Russia, the United States and Denmark all have outstanding disputes with Canada that have yet to be resolved.

Canada’s perspective Chairwomen, the Honourable Leona Aglukkaq (Canadian Minister of Health and Minister Northern Economic Development) not only faces challenges from within the organization but also outside groups attempting to gain a seat at the table. China, South Korea and the broader European Union have all made petitions for permanent observer status at the Arctic Council as a means to have their voice heard in the forthcoming rush for development in the far north. This expansion of the Arctic Council poses many challenges for Canada as the larger the institution becomes the less Canada’s voice will be valued. Being realistic, the organization is already geopolitically unbalanced with the United States and Russia being the “polar bears” in the room with their acceptance of agreement being nominally required for them to move forward. The adding of the European Union, China or others even in an observer role would further dilute the Council’s ability to reach consensus on vital issues.

The next two years will be defining for both Canada and the Arctic region, as the ice sheet continues to dissipate in the summer months the pressure from multinational corporations and non-member governments to develop this vast untapped wilderness will be immense. The Canadian government seems poised to pursue an agenda of economic development while thumbing its nose at its neighbours by claiming vast stretches of seabed. All the while, environmentalists worry about an ecological apocalypse in the region and circumpolar aboriginal groups call for greater representation and decision making power.

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syria protest democracy 2011

Syria Is Not Iraq Revisited

Afghanistan (2001-ongoing) and Iraq (2003-2011) should remind us of the unpredictability of mission creep.

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syria protest democracy 2011

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With more than 60,000 estimated deaths, the issue of military intervention to stop the bloodshed in Syria is becoming more and more topical. Some days ago on the pages of The Atlantic, Shadi Hamid, director of research at the Brookings Doha Center, wrote a very thoughtful piece, Syria is Not Iraq, where he argued in favor of intervention.

Hamid is extremely critical of the way the United States is responding -or not responding- to the Syrian crisis:

In due time, the Obama administration’s inability or unwillingness to act may be remembered as one of the great strategic and moral blunders of recent decades. Hoping to atone for our sins in Iraq, we have overlearned the lessons of the last war.

Hamid’s article raises two questions. First, is it fair to define the Obama administration’s policy toward Syria “one of the great strategic and moral blunders of recent decades”? Second, is the 2003 war in Iraq the only precedent we should look at to find enduring lessons that could have influenced the current US policy in Syria?

With regard to the first question, the United States did make mistakes along the way. For example, I agree with Hamid that discarding the option of military intervention “in such a flagrant manner” could have been a mistake. In fact, publicly taking the military option off the table may have decreased the pressure the international community could exert on the Syrian regime to restrain its response to the uprising.

The United States could have also taken different decisions. It took US President Obama five months to state that Syrian President Bashar al-Assad had lost legitimacy. It took Obama an additional month and a death toll of around 20,000 people to finally say that “for the sake of the Syrian people, the time has come for President Assad to step aside.” That was a long wait, above all considering the level of violence reached in the Syrian conflict and the fact that in Libya the US president called on Colonel Qaddafi to leave after only two weeks and a much lower death toll.

Mistakes and questionable decisions notwithstanding, there is not sufficient evidence to support the statement that US policy has been one of the great strategic and moral blunders of recent decades. To make such a statement one should have the certainty that a military intervention would resolve the conflict once and for all. I simply do not think that at this time we have the luxury to believe that a foreign military intervention would inevitably bring back peace and stability in Syria. Reasons to be worried about the opposite outcome are indeed justified.

President Obama made such concerns public in a recent interview on The New Republic:

In a situation like Syria, I have to ask, can we make a difference in that situation? Would a military intervention have an impact? How would it affect our ability to support troops who are still in Afghanistan? What would be the aftermath of our involvement on the ground? Could it trigger even worse violence or the use of chemical weapons? What offers the best prospect of a stable post-Assad regime? And how do I weigh tens of thousands who’ve been killed in Syria versus the tens of thousands who are currently being killed in the Congo? Those are not simple questions. And you process them as best you can.

Unfortunately, nobody is in the position to know exactly what would have happened had the United States intervened militarily in Syria. One can only speculate on it. However, I think Hamid’s criticism is not completely fair mostly because it does not consider past US experiences in the Middle East, other than Iraq in 2003, that may have influenced the Obama administration’s decision to take a prudent stance toward getting involved militarily in Syria.

Afghanistan (2001-ongoing) and Iraq (2003-2011) should remind us of the unpredictability of mission creep. Two military operations that started with a relatively narrow objective then progressively turned into prolonged and costly nation-building efforts whose outcomes one can arguably define as successes.

Hamid would probably rebut that 2011 Libya was a clear example of the Obama administration’s ability to avoid mission creep and the risk of getting bogged down into yet another nation-building effort in the Middle East. Today, however, Libya is a state with a very weak central government. Several armed militia are effectively in power in some areas of the country. Last September in the Libyan city of Benghazi Christopher Stevens was the first US ambassador to be killed after more than 30 years. Arms provided to the anti-Qaddafi opposition reportedly ended up in the hands of extremists. The same extremists that have crossed Libyan porous borders to export violence into neighboring countries such as Algeria and Mali.

What if, then, the United States intervened militarily in Syria and after the end of the military operations, following the script of the Libya intervention, did not take on the burden of nation-building? Who would be ready for a Libya-redux in Syria with similar levels of instability and lawlessness? What the potentially explosive implications for highly-sensitive countries such as Lebanon, Israel, Jordan, Iraq and Turkey? All that considered, I believe that a limited US military intervention in Syria with no significant follow-up would be not only unwise but also extremely dangerous.

Finally, the Syrian crisis has clearly taken the form of a civil war that primarily pits a Sunni majority against an Alawite minority, with other minor groups picking side or standing idle. Lebanon in the early 80s was a dramatic example for the United States of the perils of getting involved in civil wars fought mostly along sectarian lines. At that time, in fact, US troops and personnel became targets of terrorist attacks that resulted in more than 300 American casualties on Lebanese soil.

Therefore, the US lack of enthusiasm to intervene militarily in Syria may go well-beyond the unfortunate experience of Iraq to include hard lessons from Afghanistan, Libya and Lebanon.

Hamid argues that the Obama administration is making a huge mistake by not getting involved militarily in Syria. I personally hold some doubts that the current Syrian mess could be resolved by military means. Instead, more resources and more energies should be invested in finding a difficult, but not yet impossible, political solution to crisis.

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Photo Credit: Syriana2011

Australia Nationalism Flag Multiculturalism

The Troubling Lack of Asian Faces in Australian Media (Part 2)

Part two of a two part series examining the lack of diversity in Australian media. Part one can be found here.

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Australia Nationalism Flag Multiculturalism

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It wouldn’t be fair to state that there are no recurring, positive portrayals of Asians in Australian mainstream media today. Reality cooking competition television program Masterchef Australia often features a diverse cast (albeit most of them are of Anglo-Saxon descent), incorporating contestants of Asian background in many of its seasons. Chinese-Australian Poh Ling Yeow appeared in almost all episodes of the first season and finished runner-up. She was also extremely outspoken about her hybrid methods of Asian cooking on the program, defying the stereotype that individuals of Asian descent are timid and submissive. Similarly, Adam Liaw was a prominent Chinese-Australian contestant on the program and won the second season.

Half-Japanese Australian Yumi Stynes is one of the very few of Asian background who has emphatically made their mark across several Australian mainstream media outlets. Stynes has notably been a VJ for Channel V Australia, co-hosted a national breakfast television program and presented a number of national radio shows. Hence, there are definitely Asian media personalities amidst the sea of Caucasian faces in Australian mainstream media.

However, the sheer presence of Asians in Australian media does not necessarily encourage Anglo-Saxon and non-Asian audiences to understand and appreciate Asian cultures and values so as to learn to get along with them. As per Masterchef Australia and the McDonalds Australia Day campaign, many Asians are often depicted briefly and cast alongside a large number of Caucasians on Australian television programs, radio shows or advertisements. In a sense, this perpetuates the notion that Australia is a “diverse white nation with white ideologies”. That is, the representation of Asians in the media is strategically constructed and seemingly functions as a deliberate means to briefly, just briefly, showcase Australia’s multicultural side.

The importance of Asian faces in Australian media

The representation of intimate, individual Asian-Australian perspectives that are every part of Australian society is considerably lacking in the media. “Asian” is a broad term. An “Asian person” can be someone who is of Chinese, Japanese, Vietnamese, Korean, Thai, Hmong etc. descent. Each “Asian ethnicity” is different and this is something that Australian mainstream media does not seem to recognise enough.

It is important to have Asian faces in Australian media for a number of reasons. Firstly, the presence of confident, eloquent Asian-Australian personalities or characters in the media can function as role models for many young Asian-Australians growing up in Australia – this group will then have individuals of their own race to look up to and attain the sense that Asians rightfully belong in Australian society. Secondly, it allows Asian perspectives and voices to be articulated to the wider public, stimulating in-depth discussion about multiculturalism and encouraging one another to understand different cultures within Australia. Also, Asian faces in the media will indeed provide a clearer and more accurate depiction of Australia as a diverse nation.

The Conversation has mentioned that the process of overcoming the lack of diversity and equality in terms of representation in Australian media needs to be “driven by both broadcaster and artist/producer”. That is, both broadcasters and the Asian community – or any ethnic group for that matter – need to actively take the initiative and perhaps collaborate together to enhance diversity within the media. However, respect for one another and all parties regardless of race naturally needs to be fostered first before anyone can work together.

But given that there are ostensibly racist sentiments towards Asians in Australia, when this will happen along with more Asian faces in the media here remains to be seen.

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vintage guns western

Britain’s Defence Industry: Decisive Dealers in Death

As Osborne plans to impose £11 billion of welfare cuts or tax rises, the arms industry in Britain in contrast is an ever increasing chief expenditure. In 2011, after the US Britain was found to be ‘the world’s biggest defence exporter’, and shamelessly remains the fourth-biggest military spender in the world. By shamelessly I mean proud, exemplified by Cameron last December as he admired the ‘outstanding performance‘ of the Typhoon fighter jet in Libya.

From an impartial British citizen’s perspective it is tempting to believe Cameron when he says:

Boosting exports is vital for economic growth, and that’s why I’m doing all I can to promote British business … so [it] can thrive in the global race. Every country in the world has a right to self-defence, and I’m determined to put Britain’s first-class defence industry at the forefront of this market, supporting 300,000 jobs across the country.

In actuality, the defence industry makes up a mere 1% of the workforce. More importantly, what does increasing your own nation’s GDP mean when it comes at such a barbaric cost elsewhere?

Within just four months in 2009, as the Sri Lankan civil war between the government and the Tamil Tiger’s culminated, up to an alleged  75,000 people were killed. A recent Independent article reveals how during a similar amount of time, over a mere three month period last year, the UK sold nearly £4 million worth of weapons to Sri Lanka – regardless of numerous reported human rights abuses.

The following article is about the recently revealed execution of the 12 year old son of the military leader of the Tamil Tigers, shot dead by the Sri Lankan army. If you can’t relate to the 75,000, perhaps you can relate to a young individual in order to realise that it is time to regulate the arms trade. It is time to stop profiting from deaths.

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Hezbollah flag

Hezbollah: A History of the “Party of God”

Hezbollah: A History of the “Party of God” is an exceptional dispassionate analysis of Hezbollah’s early and later years, and should be required reading for anyone interested in the organization or Lebanese history.

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Hezbollah flag

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Hezbollah: A History of the “Party of God”
Harvard University Press
ISBN 978-0-674-06651-9
Pages: 244

Hezbollah is a movement full of contradictions operating in a country that challenges mainstream Western perceptions of the Middle East. This is the group which has an acute awareness of new media and propaganda, creating a video game and museum surrounding the 2006 war with Israel along with agreeing to play paintball with a group Western journalists and researchers in 2011. The group has also been a suspected actor in attacks on Western targets, most notably the bus bombing in Bulgaria last July, an event which has resulted in recent pressure from Israel and the US for the group to be added to the EU’s designated terrorist list. The group has also been on the US State Department’s Foreign Terrorist Organizations list since 1997.

One of the first things done in Dominique Avon and Anaïs-Trissa Khatchadourains’ book, Hezbollah: A History of the “Party of God”, is to state that they will be writing clearly about the organization. This means avoiding terms like ‘terrorism’ or ‘terrorist’. For the authors engaging in the debate about what these terms mean (if anything), in an academic context, is neither useful or necessary.The authors brilliantly expose the contractions demonstrated by Hezbollah, summed up in this passage:

When the battles are few, the gap grows between the daily practice of its sympathizers and its discourse. That presents a Cornelian dilemma: the Hezbollah cannot call for an Islamic regime, which would run the risk of losing it allies and some its followers; it also cannot declare that such is not is long-term objective, since that would run the risk of acknowledging that the Islamic Republic of Iran did no inaugurate an era of “God’s government on earth” and that its fundamental structure is not superior to a liberal state, one that is pluralist to varying degrees.

The text is full of nuanced sections such as this. Presenting a fair, accurate, and compelling analysis of the Hezbollah. This is a welcome departure from the information typicallly disseminated by governments and journalists on the organization. The core question explored is how does an organization balance its revolutionary rhetoric with its responsibilities as a member of government.

One critique is of the book’s format. Part I includes 90 or so pages of Hezbollah history in three chapters from 1982-2009. Then the book shifts to 60 plus pages of reproducing Hezbollah documents in English, including the organization’s Political Charter of 2009 and the Open Letter of 1985. The authors then return to their own analysis for a concluding chapter. This is a difficult transition for the reader, from historical analysis, to primary sources, and then back to analysis. One wonders why the authors did not make their argument using quotes from primary sources in a narrative and then provide the primary sources in their entirety in an appendix.

Despite their odd placement, having a solid English translation of these documents in English is an extremely useful resource for the casual reader and researcher alike. In addition to primary source documents the authors have also included a lexicon, which is exceptional at demystifying terms that new researchers to the topic might not know (Adū) and  clarifying the meaning of terms readers may think that they know (Jihād). Two useful maps are located in the back of the text, including one showing the ethno-religious geography of Lebanon and the layout of Beirut. The text also includes a portraits section, detailing significant biographical information on the organization’s key actors. However the most useful supplementary material is the Organizational Chart of the Hezbollah detailing the political, social, and military wings of the party.

Despite its brevity (under 120 pages when not including the translated primary sources) the book feels quite dense. Some of this may be due to the fact that it was written in French and then translated to English by Jane Marie Todd. Practically his means that the text is a bit of a slog to get through, this is further exacerbated by the confusing shift to primary documents and then back to narrative discussed above. Despite these shortcomings, the book is an exceptional dispassionate analysis of Hezbollah’s early and later years and should be required reading for anyone interested in the organization or Lebanese history.

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Photo Credit:  upyernoz

Mali crude oil 2012

French Motives In Mali

Mali’s resources, argued by some commentators to be the primary motivation for the intervention in January, are negligible and are unlikely to have motivated French intervention.

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Mali crude oil 2012

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France sent armour, troops, and helicopters to Mali in January to beat back Islamist rebels advancing on the capital, Bamako. French diplomats were in the process of drafting an UN Security Council resolution that would have authorised an armed mission by the African Union to send its own troops; the rebels’ advance prompted swifter action.

At the beginning of February, Francois Hollande, the French president, said that his country’s troops would stay until ‘the sovereignty of Mali [was] restored’, and that AU troops would replace them when ready. Writing for The Risky Shift, Patrick McGhee supported this view, saying that the threat to Malian sovereignty came from Islamist militants, not the French intervention.

Commentators elsewhere have speculated that France has other motives. In a Guardian opinion piece, Seamus Milne wrote that the intervention was part of France’s ‘post-colonial habit of routine armed intervention’, and that the real motives for it were access to oil, gas, and uranium.

Assed Baig, writing in the Huffington Post, made a similar argument: the public explanation was a ‘myth’; France was really interested in gaining preferential access to Mali’s natural resources, such as uranium and gold.

How to judge these claims? It seems sensible to consult some reliable statistical sources to try to shed more light on claims that access to Mali’s economy and resources lies behind France’s intervention.

First, Mali’s economy. The CIA World Factbook shows that Mali has a small national output, and it is very poor in absolute and per person terms. The World Bank concurs, estimating that 35 per cent Malians live on less than $2 per day.  According to the CIA, Mali’s 2012 GDP was $17.35bn, or 137th in the world; its GDP per capita was $1,100 – 214th in the world.

What is Mali selling to the world? Not very much, as it happens. Its main export partners are in South Asia and the Far East. France is the second largest seller of goods to Mali. But this is unlikely to be a motive for intervention, either. From the World Factbook:

  •  Exports: $2.56bn (2012 USD) – ranked 124 in the world
  • Exports – partners: China 31%, South Korea 14.5%, Indonesia 12.2%, Thailand 6.3%, Malaysia 5.4%, Bangladesh 5% (2011
  • Imports: $3.21bn (2012 USD) – ranked 146 in the world
  • Imports – partners: Senegal 14.9%, France 11.6%, China 8.2%, Cote d’Ivoire 6.3% (2011)

 11.6 per cent of Mali’s imports is $372m per annum. French exports in total are $567 billion – meaning that Mali accounts for 0.0007 per cent of the French export market.  France has budgeted €650m ($868m) for the Mali intervention. This does not seem good value for money to secure such a nugatory market.

How about Mali’s oil wealth? Again, the CIA has statistics.

  • Crude oil – production: 0 bbl/day
  • Crude oil – exports: 0 bbl/day
  • Crude oil – proved reserves: 0 bbl/day
  • Natural gas –production: 0 cu m
  • Natural gas – exports: 0 cu m
  • Natural gas – proved reserves: 0 cu m

So there seems to be little in the way of oil or gas wealth to speak of. Two authoritative histories of oil as a resource, Daniel Yergin’s Pulitzer Prize winner The Prize and Francisco Varra’s Oil Politics, do not mention Mali.

Are other resources drawing France in? France generates the highest proportion of electricity from nuclear of any country in the EU, so access to uranium is certainly important in keeping the lights on. However, the World Nuclear Association’s 2011 table of world uranium production ranking does not mention Mali; in other words, no production was recorded. (Neighbouring Niger is a large producer, producing around 7% of world output.)

One area where Mali’s resources are significant is minerals. Gold is a significant commodity, and there is potential for other large-scale mineral exploitation. Niger is also mineral-rich, including coal production. But France is not involved in mineral extraction in either country.  A 2010 report by the US Geological Survey on Mali and Niger did not mention any French mining companies. Foreign companies are involved in gold mining in Mali, but these are based in west Africa, South Africa, the UK, Australia, and Canada.

In summary, Mali’s resources, argued by some commentators to be the primary motivation for the intervention in January, are negligible and are unlikely to have motivated French intervention. Its economy is poor, it has no proven hydrocarbons, and France is not heavily invested in its extractive industries. France may yet be shown to have an ulterior motive, but looting Mali is probably not it.

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Photo Credit: Magharebia

Shale Gas

Stati Uniti: le implicazioni internazionali di una politica energetica “non convenzionale”

Quali saranno le implicazioni della politica energetica “non convenzionale” americana, nel caso di una sua eventuale auto-sufficienza, a livello internazionale e in Medio Oriente? Gli USA inaugureranno una nuova stagione isolazionista, o manterranno il ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area?

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Shale Gas

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Nel 2007 l’Energy Information Administration (EIA) stimava che nel 2030 gli USA avrebbero importato circa il 20% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Dopo 6 anni, e la prima amministrazione Obama, le suddette prospettive sono sostanzialmente cambiate rendendo, addirittura, la chimera dell’indipendenza energetica una tangibile possibilità: secondo le stime dell’AIE, dal prossimo decennio gli USA potrebbero entrare nel novero degli esportatori di gas naturale e superare, anche se solo temporaneamente, l’Arabia Saudita nella leadership della produzione petrolifera mondiale.

Un tale rapida inversione nella politica energetica statunitense è attribuibile alla cosiddetta “shale revolution”: l’imponente crescita dell’offerta interna di gas e petrolio trainata dallo sviluppo delle risorse non convenzionali, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e nuove tecnologie estrattive. Nonostante lo sviluppo di questo tipo di risorse non sia del tutto nuovo nel Continente – i primi pozzi sono stati “fratturati” alla fine degli anni ’40 del secolo scorso – è solo negli ultimi tempi che, grazie all’avanzamento tecnologico, al clima politico favorevole, e a prezzi sostenuti del greggio, l’unconventional ha registrato un boom nella produzione. Nel caso dello shale gas si è verificata una crescita, nella produzione domestica di gas, dall’1% del 2000 al 20% del 2010, con prospettive incoraggianti, che prevedono di raggiungere il 46% nel 2035. Washington, pertanto, ha superato Mosca come più grande produttore di gas al mondo, arrivando a coprire il 20% della produzione globale, a fronte del 18,5% russo. Inoltre, non sarebbe nemmeno da sottovalutare il ruolo del petrolio non convenzionale statunitense la cui produzione, come ha evidenziato l’OPEC nel suo ultimo rapporto, ha già superato 1 milione di barili al giorno, contribuendo in modo sostanziale all’aumento dell’offerta di petrolio non-OPEC a livello mondiale.

Si tratta, quindi, di una vera e propria rivoluzione, che ridefinisce gli equilibri della mappa energetica mondiale, determinando significative implicazioni a livello domestico e internazionale. Gli effetti economici interni sono senz’altro evidenti, sia in termini di benefici sull’occupazione che nel forte calo dei prezzi del metano. La shale revolution si palesa non solo come volano per gli operatori del settore energetico, con un aumento delle imprese produttrici e del loro fatturato; essa ha anche un impatto sull’intera economia nazionale, supportando l’industria attraverso una estesa supply chain e maggior introiti governativi provenienti da tasse e royalties. La minore dipendenza dalle importazioni energetiche e la polarizzazione di nuovi investimenti reca un evidente beneficio in termini di crescita del PIL, creazione di nuova occupazione, effetti positivi sul saldo della bilancia commerciale: nel 2010, lo sviluppo di gas non convenzionale ha trainato la creazione di più di 1 milione di posti di lavoro con la prospettiva di arrivare ad 1,5 nel 2015, un quinto dei quali concentrato negli Stati americani non produttori. Per quanto riguarda i mercati internazionali, il (temporaneo) calo dei prezzi del gas garantisce un vantaggio competitivo alle imprese statunitensi rispetto ai propri competitor, rinforzando le industrie energivore statunitensi come quella manifatturiera.

Quali saranno le implicazioni del rafforzamento del quadro macroeconomico interno, contestualmente al raggiungimento di una eventuale auto-sufficienza energetica, sull’impegno statunitense a livello internazionale, in particolare in un’area strategica come il Medio Oriente? Gli USA prenderanno la strada di un nuovo isolazionismo o manterranno il loro ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area? Rispetto a tali questioni, va precisato che l’engagement statunitense nell’area del Golfo non può essere motivato solo dal fabbisogno di petrolio. La questione della sicurezza di Israele, la nuclearizzazione dell’Iran, la lotta al terrorismo internazionale restano questioni imprescindibili per la politica estera di Washington. In effetti, non è la dipendenza, peraltro esigua, dal petrolio del Golfo, piuttosto l’interdipendenza economica che lega i mercati globali, Europa e Cina in primis, a rendere la più grande economia mondiale vulnerabile ad un aumento dei prezzi energetici, e quindi sensibile ad una instabilità negli Stati produttori. Alla luce di ciò, la questione della sicurezza regionale, in un’area strategica come quella mediorientale, mantiene un ruolo importante negli equilibri globali e, pertanto, non è ivi pensabile un disimpegno della politica estera americana.

Come ha evidenziato Daniel Yergin, un incremento dell’offerta petrolifera mondiale avrà un impatto geopolitico notevole: l’aumento della produzione petrolifera contribuisce a compensare l’assenza di greggio iraniano soggetto a sanzioni, rendendo queste ultime maggiormente efficaci su Teheran. Altro aspetto da considerare è che lo shale oil statunitense andrà ad alimentare l’offerta non-OPEC, immettendo un elemento di incertezza non trascurabile (insieme alle politiche occidentali di efficienza), causando i presupposti per un potenziale calo dei prezzi e della domanda OPEC. Tale quadro incide sulle politiche di investimento che sono richieste ai Paesi OPEC per garantire il flusso di offerta e per mantenere una spare capacity adeguata alla sicurezza energetica globale. Un costo peraltro necessario non solo per rendere disponibili addizionali volumi di petrolio ma anche per bilanciare il tasso di declino naturale che tipicamente colpisce i giacimenti.

Per quaranta anni, la politica energetica statunitense si è strutturata intorno allo slogan dell’indipendenza energetica. Da Nixon in avanti, l’obiettivo, quasi congenito, delle amministrazioni americane è stato quello di rendere gli Stati Uniti del tutto capaci di provvedere al proprio fabbisogno interno di energia, riprendendo una retorica fedele ad un approccio isolazionista. Lo sviluppo delle risorse non convenzionali certamente avrà un effetto positivo sulla sicurezza energetica statunitense, nonostante logiche di salvaguardia delle risorse, obblighi contrattuali e limiti infrastrutturali impediscano la possibilità di una reale indipendenza. Resta, tuttavia, la portata storica di tale cambiamento tale da renderlo politicamente (ed economicamente) vincente. Al fattore idealista, certamente non trascurabile quando si parla di Stati Uniti, si aggiungono anche aspetti strategicamente più importanti come le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza delle forniture energetiche, sia a causa di prezzi del greggio elevati, che della continua incertezza politica nell’area mediorientale rinfocolata dalla Primavera Araba.

Le questioni di sicurezza ambientale che le tecniche di estrazione sollevano, e le opposizioni all’interno dell’opinione pubblica americana, non sono aspetti trascurabili e potrebbero diventare fattori di incertezza e di rallentamento dello sviluppo dell’unconventional. Tuttavia, ad oggi la rivoluzione energetica sembra continuare il suo percorso, così come confermato dal discorso di Obama del 12 febbraio scorso al Congresso. Il Presidente ha rinsaldato l’impegno verso lo sviluppo di petrolio e gas nazionali ed ha incoraggiato un nuovo “Energy Security Trust” per investire nella ricerca tecnologica al fine di rendere il gas più pulito e i trasporti più efficienti. L’Oil&Gas resta quindi parte della politica energetica dell’Amministrazione Obama; una politica da lui ribattezzata come “all of the above” che, insieme a rinnovabili ed efficienza energetica, punta a ridurre l’impatto climatico, oltre che ad accrescere la sicurezza, piuttosto che un’impraticabile indipendenza, energetica.

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Photo Credit: ANR2008

Australia Nationalism Flag Multiculturalism

The Troubling Lack of Asian Faces in Australian Media

Part one of a two part series examining the lack of diversity in Australian media.

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Australia Nationalism Flag Multiculturalism

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Recently, McDonalds Australia released a series of television ads as part of its Australia Day campaign. Two of these ads are near identical with almost the same narration and cast. One of them features an Asian guy while the other does not and this has subtly put the spotlight once again on the lack of Asian faces in Australian media.

It does seem odd that McDonalds Australia has taken the trouble to produce two television ads that are similar in every aspect except for a few seconds near the beginning and end in celebration of Australia Day. One of the ads features an Asian guy called “Stevo” eating McDonalds and his Asian parents for roughly five seconds. The other advertisement is entirely the same, except in place of “Stevo”, two Caucasians called “Gordo ‘n’ Sonny” are shown instead. This has led to an article that suggests poor “Stevo” was not deemed “Aussie” enough for the television ad(s) that attempts to showcase the quintessential Australian(s). Or perhaps he was not “Aussie” enough to appeal to a certain (Anglo) audience one of the ads was supposedly targeting.

At the very least, such an incident subliminally reminds us once again of the fact that there are few Asian-Australians in Australia media today. Judging from the two almost identical McDonalds ads where in one of them Asian “Stevo” was featured ever so briefly, it gives rise to the inkling that it is rather troublesome to place an Asian face or voice within Australian mainstream media. Where do they fit?

In line with the phenomenon of the lack of Asian faces in Australian media, independent news analysis website The Conversation points out that although the White Australian Policy ended in 1975 and there was the establishment of the Australian Film, Television and Radio School in 1973 and SBS in 1978/9 with governmental mandate of providing voice to a growing multicultural society, Asian-Australian “stories and faces stay on SBS”. In addition, studies have proposed that Asians are often discriminated in local mainstream media, especially within media coverage of Asian immigration and “boat people”.

No doubt it is perplexing that Asian faces and voices are uncommon on Australian television and commercial radio. The 2011 Census reveals roughly 2.4 million or 12% of the population comprise Australians of Asian heritage, which is more than a tenth of the nation’s residents. As such, Australians of Asian descent constitute a considerable proportion of the population and so it would only be fitting to see and hear regular Asian personas and opinions in the media, showcasing the true diversity of Australia.

Reasons behind the lack of Asians in Australian media

One can speculate the reasons behind the lack of and more often than not negative representations of Asians in Australian mainstream media. Racism towards Asians Down Under is seemingly one of them.

In 2011, an Energy Watch ad was pulled from television screens for racially and negatively stereotyping Indians as “doorknockers”. The ad shows an Indian salesman with a strong Indian accent convincing a Caucasian Australian couple to switch to his electricity company, offering them a lucrative discount on their bills. A blonde Caucasian “heroine” then steps in to warn the couple that they should shop around first before making a decision and blows a whistle in the Indian man’s face.

The fact that this Energy Watch ad, embedded with racist ideals, was callously approved and initially given the green light to be broadcasted to the Australian public by media authorities is no doubt demeaning towards Indians. Such a decision gives rise to the idea that xenophobic behaviour towards Asians, in particular Indians, exists among some Australians. In addition, this incident occurred in a decade today where many local jobs are increasingly outsourced overseas to developing Asian countries such as India and China. Cheap, shoddy labour is commonly associated with mass manufacturing in developing regions, so perhaps this sentiment stimulated the creation of such an ad depicting an Indian person offering “dodgy” deals/services.

In 2011, the inclusion of an Indian family in long-running drama Neighbours which is known to have a predominantly white cast sparked racist comments from some viewers on the program’s official website. Some said it was “un-Australian” to include this Asian family regularly in the program. As such, xenophobic attitudes towards Asian groups are evident within the community and some do prefer to see and hear Anglo-Saxon faces and voices in the media. Thus, there is the likelihood that Australian mainstream media constantly favours featuring Anglo Saxons over minority groups in order to appease the “white media palate” of the majority of the population (media audiences) who are Caucasian.

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Lo spreco alimentare e la sicurezza internazionale

Malgrado numerose e gravi evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate e progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione dello spreco alimentare.

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[dropcap]L[/dropcap]e guerre per l’acqua sono destinate a diventare sempre più frequenti nei prossimi anni. Questa problematica è particolarmente rilevante per il Medio Oriente, visto che numerose fonti di acqua dolce si trovano a cavallo dei confini interstatali. Spesso, i negoziati tra Israele e Palestina si arenano per divergenze sulla condivisione delle acque, e in passato sia la Giordania che la Siria hanno stabilito che le minacce poste alle rispettive fonti di approvvigionamento saranno cruciali nel decidere una eventuale partecipazione bellica contro Israele.

Questa situazione è destinata a peggiorare: il numero di Paesi mediorientali che soffrono carenze idriche “è cresciuto costantemente, passando dai tre del 1955, agli otto del 1990″. Attualmente dodici Paesi, su quindici a livello mondiale, che soffrono emergenze idriche si trovano in Medio Oriente e Nord Africa.

L’agricoltura è la causa del “70% dell’assorbimento dell’acqua dolce a livello globale“: un dato destinato a salire man mano che in Asia aumenterà il consumo di carne. Il Medio Oriente non fa eccezione – l’agricoltura è “la principale causa di esaurimento delle risorse idriche nella regione“.

La gran parte dello sfruttamento idrico avviene a vuoto – infatti, le percentuali di risorse alimentari sprecate a livello globale oscillano tra il 30 e il 50%. Stuart sostiene che quando il 25% del cibo prodotto nel mondo viene malamente sprecato, ne consegue una perdita di circa 675 mila miliardi di litri d’acqua, che sarebbero più che sufficienti a soddisfare i bisogni idrici famigliari di 9 miliardi di persone che ne utilizzano 200 litri al giorno. Il direttore esecutivo di SIWI sostiene che la riduzione dei rifiuti alimentari “è la soluzione più intelligente ed efficace per alleviare la pressione sulle risorse idriche e le terre coltivabili”. Quindi, se si vogliono evitare futuri conflitti per l’acqua, è essenziale che il mondo rivolga la sua attenzione a risolvere il problema dello spreco alimentare.

Anche gli spazi coltivabili rappresentano una grande fonte di conflitto. In questo caso, riducendo gli sprechi alimentari si allevierebbe il relativo iper-sfruttamento, liberando vaste aree di terreno agricolo per altri usi. Il McKinsey Global Institute stima che “la riduzione del 30% dei rifiuti alimentari nei Paesi industrializzati potrebbe far risparmiare circa 40 milioni di ettari di terreni agricoli”. Il rapporto del suddetto istituto esamina le opportunità di produttività contenute nelle risorse energetiche, nelle terre, nelle acque e in altri materiali, che potrebbero soddisfare fino al 30 per cento della domanda totale prevista nel 2030 –  ponendo la riduzione dello spreco alimentare come la terza misura più rilevante.

La mancanza di cibo rappresenta un’altra problematica collegata ai conflitti armati. Recentemente, è stato suggerito che i recenti rialzi dei prezzi alimentari abbiano avuto un ruolo determinante nello scatenare la Primavera Araba. In realtà, tali rialzi furono causati principalmente dalla speculazione sulle materie prime avvenute nei mercati dei futures, piuttosto che spinte dalle consuete logiche di mercato. Tuttavia, nel lungo periodo i maggiori prezzi del cibo sono stati influenzati dagli sprechi alimentari, creando una insufficienza artificiale di cibo sul mercato, e mettendo alla prova l’allocazione di risorse scarse, che agiscono come fattori di produzione agricola, causando un’impennata dei prezzi alimentari. In un mondo dove circa 925 milioni di persone soffrono di malnutrizione è di vitale importanza, per motivi umanitari e di sicurezza, che la questione dello spreco alimentare venga al più presto affrontata.

Infine, la riduzione dello spreco alimentare è fondamentale per affrontare i cambiamenti climatici, che rappresentano una minaccia per la sicurezza internazionale a causa dei fenomeni di siccità, degrado dei terreni agricoli e dei disastri ambientali. Stuart stima che nei casi di Regno Unito e Stati Uniti uno spreco alimentare del 25% corrisponde alla produzione del “10 per cento di tutte le emissioni di gas serra”, a sua volta derivante dalla “produzione, trasporto, conservazione e preparazione” dei suddetti cibi. La FAO sottolinea che è necessaria “molta meno energia per conservare i cibi, rispetto ai quantitativi utili per produrre una quantità pari di cibo“. Per esempio, “il costo energetico totale per conservare il grano equivale appena all’1% del costo energetico atto alla sua stessa produzione”.

La riduzione dello spreco alimentare risulterebbe economicamente auspicabile, più degli incrementi di produttività. Ad esempio, nel Regno Unito è stato calcolato che “l’aumento del 5% di raccolto venduto in un supermercato può accrescere i margini di profitto degli agricoltori fino al 60%“.

Malgrado tali evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate, progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione.

Sia i governi che il mercato non sono riusciti a risolvere il problema. I primi hanno formulato programmi di sviluppo puntando eccessivamente sugli aumenti di produttività. Dall’altro lato, lo sviluppo disomogeneo del mercato non ha  permesso un piano di investimenti nelle infrastrutture dedite alla trasformazione di alimenti non consumati nei Paesi industrializzati. Inoltre, il potere dei rivenditori all’interno delle catene di approvvigionamento consente loro di trarre profitto inducendo fornitori e consumatori allo spreco.

L’Iran è stato il primo Stato ad assegnare valenza geopolitica al problema dello spreco alimentare. In effetti, tutti noi  dovremmo iniziare a interpretare in tal senso il suddetto fenomeno da cui, presto, dipenderà la nostra stessa sicurezza.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Food & International Security: Wasted

Photo Credit: Bobolink

Mali Islamist Militants

Mali: Intervention, Invasion, and Invention

Broadly, it may be that intervention is a limited and fundamentally flawed approach, but to say that some invented Western Empire marches on Africa to secure its dominance is to simplify a complex internal crisis, and to ignore the appeals of the Malian government for help.

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Mali Islamist Militants

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Ten years since the West’s intervention in Iraq and in the midst of a new French and British presence in Mali, it is right to emphasise that failing to appreciate the complexities of any international conflict is always costly. Deciding whether or not to commit to military intervention requires extensive deliberation and patience. Whatever one decides, there must be no doubt as to the seriousness of the implications, no question as to the responsibilities assumed as a consequence. Interventionists are often urged to keep these warnings in mind before they choose to support a foreign military conflict, but it should be remembered that this counsel must also apply to those opposed to intervention.

Not long after the French intervention in Mali, a number of voices on the left denounced what they saw as a provocative invitation to Islamist violence and a failure to learn from the West’s intervention in Iraq ten years ago. However, it is arguably these voices that appear to be repeating past mistakes. Opposition to the Iraq War, while vociferous, never received the scrutiny and interrogation it truly deserved, and since it so frequently characterised itself solely in terms of what it was against, it is crucial to keep in mind what the anti-war movement was for.

Broadly speaking, we can infer that many of those opposed to the Iraq war would have preferred the continuation of Saddam Hussein’s rule over Western intervention. There was little and remains little to suggest that his regime could have been toppled from within the country, and in any case, this was not a hope articulated by some within the anti-war movement at the time. In particular, we should note that George Galloway, one of the most prominent members of the Stop the War Coalition, openly praised the dictator and the operations of insurgent forces in Iraq. The Stop the War Coalition’s erroneous unease around efforts to thwart fascism in Iraq and elsewhere have been disappointing, but by failing to offer a credible approach to the tangible dangers of the Islamist influence in Mali, some are perpetuating the notion that to be anti-war is to abdicate responsibility for the consequences of non-intervention. The impact of intervention is important and deserves continuous scrutiny, because this impact is severe and often bloody, but the potentially destructive impact of inaction in the face of the dangers present in Mali are not receiving the attention they deserve.

It would be in error to say that alternatives to intervention do not exist. Here at The Risky Shift, Alex Clackson has identified a number of suggestions, including the provision of development aid and increased support for domestic governments. However, a deeper misunderstanding often characterises opposition to intervention. There is a tendency among many, particularly on the left to locate intervention by the West in general and, in the case of Mali, France and Britain in particular, in a neo-imperialistic/colonialist narrative. Journalist John Pilger has gone so far as to say that ‘A full-scale invasion of Africa is under way,’ which he compares to the Scramble for Africa of the nineteenth century. This is a limited and ultimately ahistorical view of the kind of Western intervention we have seen in the region.

The sovereignty of Mali is not under threat from ‘the West’ but from several Islamist groups including Ansar Dine and al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), both of which demand the imposition of Islamic law throughout the country. It is also worth noting that it was Mali’s interim president Dioncounda Traore who requested military aid from France in January of this year to counter these groups. Broadly, it may be that intervention is a limited and fundamentally flawed approach, but to say that some invented Western Empire marches on Africa to secure its dominance is to simplify a complex internal crisis, and to ignore the appeals of the Malian government for help.

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Photo Credit: Magharebia

iran

Iran And The Bomb: Coercive Diplomacy In, Arms Race Out

Talk delivered at A Nuclear Iran: The Start of a Middle Eastern Arms Race?, Public Conference, King’s College London, February 12, 2013, London, United Kingdom.

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In order to address to the talk’s question, I will try to present the Iranian issue from a systemic point of view, framing it in the broader context of the international system and assuming Iran as one of the many actors belonging to it.

According to Matthew Kroenig and other strategic advisers such as Dov Zakheim, from the Center for Strategic and International Studies, a nuclear Iran would trigger an arms race in the Middle East, as a product of the security dilemma put in place.

The security dilemma asserts that both strength and weakness in national security can be provocative to other nations. If a nation is too strong, this can be provocative since most means of self-protection simultaneously menace others.” On the other hand, if a nation is too weak, “great dangers arise if an aggressor believes that the status quo powers are weak in capability or resolve.”

A frequently cited example of the security dilemma is the beginning of the World War I. Supporters of this viewpoint argue that the European powers felt forced to go to war by feelings of insecurity, despite not actually desiring the war. However, the only case in which an arms race could occur is the so called “first world”, a theoretical place formulated by Robert Jervis in his seminal article “Cooperation Under the Security Dilemma”, published in 1978. In defining the security dilemma, two variables are pillar: on the one hand, offensive weapons and policies; on the other hand, defensive weapons and policies.

In the aforementioned first world, offensive and defensive behaviour are not distinguishable, but offense, conceived as the situation in which it is easier to destroy the other’s army and take its territory than defending its own, has an advantage: in this hypothesis, the security dilemma is “very intense”. The environment is “doubly dangerous” because even status quo states will behave in an aggressive manner and there will arise the possibility of an arms race. Consequently, chances of cooperation between states are low.

Iran, differently, is already seen as the threat by the whole region and from external actors, so its behaviour and weapons are very distinguishable: for that this case does not fall within the first, rather in the third case stipulated by Jervis. In the latter one, no arms race should occur: offensive and defensive behaviour are distinguishable but offense has an advantage. In this third world, the security dilemma is “not intense”, even if security issues do exist and an aggression might take place at some future time. As a result, status quo states are free to follow different policy than aggressor.

Accordingly, the inherent peril of a nuclear arms race in the region seems to be, from a theoretical point of view, quite unlikely. Adding the presence of the US as the hegemonic power in the region, capable to guarantee a good degree of security to Saudi Arabia and its other satellites, such a possibility is completely out of question. In addition, Israel already holds the nuclear bomb since 1979, and despite the perception of threat that its presence caused in the region, an arms race has never occurred as well.

As Hobbs and Moran have recently argued, Saudi Arabia’s political and strategic context does not favour the acquisition of nuclear weapons. Indeed, from a security perspective, the relationship between Saudi Arabia and the United States based on the “oil-for-arms” commitment continues to be well-working since the 1940s. On the other hand, the US strategic umbrella over this country has been reinforced after the events of the last years, such as the fall of the pro-Saudi Mubarak regime in Egypt; protests and instability in Bahrain and Yemen; the collapse of the pro-Saudi government in Lebanon; and civil war in Syria, which have made Riyadh one of the pillar allies of the US in the region.

By this token, justifying a preventive attack against Iran as the only way to stop the possibility of an arms race would be a strategic mistake, since it is not necessary and, additionally, it would bring more instability to the area. Given this explanation, two other policy choices remain on the table: allowing Iran to pursue its nuclear ambitions, and then deter it; conversely, forcing Iran to dismiss any pretension over the nuclear, through the so-called coercive diplomacy.

Rational Deterrence Theory

First and foremost, it is worth recalling that the debate over the possibility of nuclear proliferation and the related threat to regional stability has already been discussed by Kenneth Waltz and Scott Sagan in 1981, and renewed by the same scholars in 2002.

Waltz has always sustained the idea that nuclear proliferation should guarantee peace and stability, basing this assumption on the historical record of the Cold War confrontation and the following nuclear rivalry between India and Pakistan. As a result, in the last article by Waltz published on Foreign Affairs last year, nuclear asymmetry is conceived as destabilizing given the objective gap in military power and capabilities between Iran and Israel. In addition, such a strategic shortcoming is worsened by the ideological rivalry, that’s an irrational aspect that could be worked out only by the logic of deterrence. In fact, following this argument, once Iran obtains its own nuclear weapons, itself and Israel shall be strategically balanced, and no other country in the region should have the incentive to acquire further nuclear capability, leaving the region more stable than today.

If a first sight the rational logic suggested by Waltz seems to be correct and attractive, it is worth considering that the realm of international politics is quite complex and security concerns are not the only characteristic that states are affected by. As Sagan pointed out as early as 1981, states pursue nuclear weapons building because of three major considerations: security, domestic dynamics and international norms.

Aside from the security concerns already discussed, domestic considerations such as the existence of parochial but powerful political groups or individuals (such as the nuclear energy establishment, the military complex and populist politicians), and the concurrent influence of international norms and shared beliefs on national leaders (such as the Iranian establishment pretension to be a regional power with global aspirations), are not elements of the Waltzian equation and as such they alter the balance with unpredictable consequences.

Indeed, as Sagan himself recalled, the Cold War’s “nuclear peace” should not be deduced as the general rule or as an excuse for inaction with either arms control or non-proliferation; instead it remains an exception to celebrate and wonder about, given that even the World War II ended up with a nuclear bombing. Furthermore, considering the nuclear bomb inherently peaceful weapons since their possessors have never fought against each other, as Waltz and John Mearsheimer assert, represents a historical mistake.

In fact, Pakistan’s development of nuclear weapons has facilitated its strategy of engaging in low-intensity conflict against India, making the subcontinent more crisis-prone. As the political scientist Paul Kapur has shown, as Islamabad’s nuclear capabilities have increased, so has the volatility of the Indian-Pakistani rivalry. For example, in 1999 Pakistan sent conventional forces disguised as insurgents across the Line of Control in the Kargil district of Kashmir, triggering a limited war with India.

The historical record suggests that competition between a nuclear-armed Iran and its principal adversaries would likely follow the pattern known as “the stability-instability paradox”, in which the supposed stability created by mutually assured destruction generates greater instability by making provocations, disputes, and conflict below the nuclear threshold seem safe.

Finally, critiques against Waltz’s argument come from Stephen Walt, a neo-realist scholar labelled as “defensive” (as Waltz itself is): he doubts the contemporary validity and workability of deterrence because such a strategy could work well once both sides are endowed with survivable forces – namely, the second strike capabilities – that make each of them unwilling to launch the first attack for strategic calculations.

Coercive diplomacy

If deterrence and containment seem to be infeasible and probably unsuccessful, while allowing Iran to acquire its nuclear arsenal too risky a move, the last resort in the hands of the United States, in order to maintain stability in the Middle East is coercive diplomacy.

Despite the choice of attacking Iran is strategically flawed, ruling out any possibility of deterrence, it remains the last resort that President Obama currently takes in consideration. To date the only peaceful way to deal with Iran’s advancing nuclear program is called coercive diplomacy, also known as the diplomacy of threats. The theory of coercive diplomacy, elaborated by the political scientist Alexander George, aims at getting a target, a state, a group (or groups) within a state, or a non-state actor – to change its behaviour through either the threat to use force or the actual use of limited force.

Coercive diplomacy is a diplomatic strategy, that relies on the threat of force rather than the use of it. Force must be used to make diplomatic efforts at persuasion more effective, in order to demonstrate resolution and willingness to escalate to high levels of military action if necessary. There are five types of coercive diplomacy and the so-called “carrot and stick approach” seems to be the most useful.

In fact, such a strategic choice is based upon a twofold requirement: making both credible promises and credible threats simultaneously. In this case, the difficulty is heightened by several other factors: the long history of intense mutual mistrust between Iran and the United States; the U.S. alliance with Iran’s archenemy, Israel; and the opacity of Iranian decision-making.

In order to make credible threats, the US should voice them publicly and unambiguously, while U.S. policymakers should emphasize that an attack on Iran would benefit greatly the United States. Still, American policymakers could stress that a strike would severely affect Iran’s nuclear effort, serving as a powerful warning to other potential proliferators, strengthening the United States’ global reputation for resolve, and possibly even triggering an Iranian revolution. Finally, if threats are dispatched confidentially by third parties close to Tehran, such as China and Russia, might have more credibility.

Conversely, making credible promises would need a deal proposal, according to which Iran would agree to stop building warheads and to refrain from enriching uranium above the 20 percent level, and allowing  inspections of its nuclear facilities. In return, the United States would accept a limited Iranian enrichment program, promise not to try to overthrow the regime, and suspend sanctions imposed in response to the nuclear program. Ideally, the United States might also restore normal diplomatic relations with Iran.

History and Coercive diplomacy: the case of the Cuban missile crisis

The strategy of coercive diplomacy has been successful applied in history, namely in the Cuban missile crisis in 1962. Indeed, by considering the current situation like a Cuban missile crisis in “slow motion”, Graham Allison has figured out a showdown in which the current US president will be forced to choose between ordering a military attack or allowing a nuclearized Iran, as happened to Kennedy in the final Saturday. Then, the US President chose for a third way, a secret promise to withdraw US missiles from Turkey within six months after the crisis was resolved.

According to Alexander George, three factors contributed to preventing escalation. First, Kennedy limited his demands to removal of the Soviet missiles from Cuba, while further demands would have increased Soviet resistance. Second, Kennedy limited the initial means of coercion to a blockade. The blockade did not involve the use of force, and bought Kennedy time to try persuasion with the Soviets. Finally, both Khrushchev and Kennedy followed important operational principles of crisis management. Kennedy in particular sent clear and consistent signals to the Soviets, acting to slow the pace of the crisis, and signaling his strong preference for a peaceful resolution.

Unfortunately, today the situation is much more complicated given the presence of a third nuclear party, Israel, and its domestic perception of threat. Accordingly, the key is the Israel behaviour. If Israel will contribute to reduce the likelihood of a unilateral attack, then U.S. policymakers will be able to implement a successful strategy of coercive diplomacy.

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Photo Credit: Luciapro

Palestine flags

Time For Palestine To Join The Arab Spring

Palestinians must decide whether they want to continue living in dire conditions under a brutal Israeli regime or take the plunge, join the Arab Spring and strive for the opportunity to achieve justice and freedom for themselves.

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Palestine flags

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As uprisings continue to sweep the Arab region, from the North African country of Tunisia all the way to Syria and Bahrain, it is rather astonishing that the Palestinians have not jumped on the bandwagon and joined the Arab Spring movement. After all, it would have been a timely opportunity to join the momentum of those revolutions that continue to strike the region in hope of achieving freedom from brutality. It would have also put the Western nations in a difficult situation. Western Europe, together with the United States, has been very supportive (at least in rhetoric) of the Arab Spring, playing a crucial role in overthrowing Gaddafi and continuing to be an important player in the Syrian civil war. It is well known, however, that the West-especially the United States-shows undeniable support towards Israel. This was witnessed during the last Israeli attacks on Gaza when the United States blamed the Palestinians for the conflict. For this reason, a Palestinian uprising would put the United States in a peculiar position. Could America really continue to show full support to the Syrian rebels and Egyptian civilians, who are once again demonstrating on the streets against their current leader Morsi, yet deny the Palestinians the opportunity to protest against the many grievances: Israeli occupation of the West Bank, the ghetto-like Wall that separates Gaza from the rest of humanity, the illegal settlements, the unfair treatment of Palestinians living in Israel, the shootings of Palestinian children on the Gaza border, the lack of food and clean water due to the Israeli blockade and against the constant threat that Israel will strike again any minute. While western nations are notoriously known for their hypocritical stance when it comes to their foreign policy in the Middle East (which usually reflects their own national interests), the denial of the Palestinian right to rise up against Israel would set in stone what the majority already fear: the West’s lack of concern for human rights of others.

Though the Arab Spring started in 2011, the uprisings are still in full swing and therefore it is not late for Palestine to join the movement. It would be essential for the Palestinians to carry out a peaceful protest (i.e. no rockets from Hamas and no killings of Israelis), but nevertheless a protest that sends out a clear message that they will not back down until some progress is made. This would deny Israel their usual defence: that Palestine is an aggressive region and poses a threat to Israeli national security. This protest should not be about borders, or about a potential creation of the Palestinian state, but about a simple desire to be treated like human beings rather than caged animals. The majority of the international community already support the Palestinians. Not only has Palestine been granted the status of an observer non-member state at the UN, but the reports by the United Nations continue to condemn and criticise the inhumane actions of Israel. If Israel were to retaliate with violence and force against a peaceful uprising by the Palestinians, the Jewish state would risk more alienation from the international community and more disapproval from the general public around the world. A nation cannot continue to survive with a long queue of enemies.

In 2011, the Arab populations took the leap of faith. Many knew that their uprisings could lead to brutal response from their dictators. Some were aware that perhaps they would not survive to see the end of authoritarianism in the Middle East. Yet as the saying goes, when you have nothing, you got nothing to lose. The Palestinians have suffered to the point of near-total submission. However they must use the inspiration from their fellow Arabs who made the decision that enough is enough. Emiliano Zapata, a leading figure in the Mexican Revolution against the dictatorship in 1910 said that “it’s better to die upon your feet than to live upon your knees”. The Palestinians must now make the choice between whether they want to continue living in dire conditions under a brutal Israeli regime or take the plunge, join the Arab Spring and strive for the opportunity to achieve justice and freedom for themselves.

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Photo Credit: Joi

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L’Iran e il nucleare: nessuna corsa al riarmo, ma diplomazia coercitiva

Il seguente intervento è stato presentato al dibattito intitolato: A Nuclear Iran: The Start of a Middle Eastern Arms Race?, tenutosi presso il King’s College di Londra il 12 febbraio 2013. 

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[dropcap]I[/dropcap]l miglior modo per rispondere al quesito posto dal titolo dell’evento di questa sera, è quello di presentare la questione del nucleare iraniano attraverso un punto di vista sistemico, che inquadri l’oggetto del dibattito nel contesto internazionale, e che presupponga l’Iran come uno degli innumerevoli attori del sistema internazionale.

Secondo l’opinione di Matthew Kroenig, e di altri consiglieri strategici come Dov Zakheim, in attività presso il Center for Strategic and International Studies, un Iran dotato di armi nucleari scatenerebbe una corsa al riarmo in tutto il Medio Oriente, a causa del dilemma della sicurezza che inevitabilmente si verrebbe a creare.

Il dilemma della sicurezza sostiene che sia le caratteristiche di forza, che quelle di debolezza insite negli approcci e nelle politiche di sicurezza dei singoli Stati, possano innescare una spirale di insicurezza reciproca che conduce al conflitto. Infatti, se uno Stato è già molto forte, gli strumenti impiegati da esso per accrescere la propria sicurezza provocheranno una riduzione, anche non intenzionale, della sicurezza di altri Stati. Al contrario, se uno Stato dedito al mantenimento dello status quo è percepito come debole o scarsamente risoluto, la pace sarà messa a repentaglio da potenze aggressive e revisioniste.

Un noto esempio del dilemma della sicurezza è quello relativo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Difatti, i sostenitori di tale interpretazione ribadiscono che le potenze europee furono indotte a partecipare al conflitto a causa dell’insicurezza generalizzata a livello internazionale, nonostante queste non desiderassero affatto un tale esito. Tuttavia, l’unico contesto in cui una corsa al riarmo potrebbe aver luogo è quello del cosiddetto “primo mondo”, un concetto teorico elaborato da Robert Jervis nel 1978 in “Cooperation Under the Security Dilemma”. Definendo il dilemma della sicurezza, Jervis sottolinea l’importanza di due variabili distinte: da una parte, politiche e strumenti militari di tipo offensivo; dall’altra, politiche e strumenti militari di tipo difensivo.

Pertanto, all’interno del summenzionato “primo mondo”, i comportamenti di tipo offensivo e difensivo non risultano tra loro distinguibili, ma la circostanza offensiva (la situazione in cui risulterebbe più vantaggioso, per uno Stato, attaccare e distruggere l’esercito avverso e impossessarsi del relativo territorio, piuttosto che limitarsi a difendere il proprio),  godrebbe di un vantaggio strategico: in tale ipotesi, il dilemma della sicurezza sarebbe molto intenso, e l’ambiente internazionale doppiamente pericoloso e instabile. Infatti, in tale circostanza persino gli Stati interessati a mantenere lo status quo si comporterebbero in maniera risoluta e aggressiva, innescando la possibilità di una corsa al riarmo. Ne conseguirebbe una drastica diminuzione delle possibilità di cooperazione tra Stati.

Per quanto riguarda l’Iran e il Medio Oriente, vige una situazione differente. Teheran, in virtù del proprio programma nucleare e della determinazione mostrata nel perseguirlo, è già percepita come una minaccia dalla comunità internazionale: per tale motivo, il caso in questione è ben rappresentato dalla terza tipologia teorica elaborata da Jervis. In quest’ultima, non è previsto alcun riarmo generalizzato: infatti, nonostante la circostanza offensiva risulti ancora vantaggiosa, i comportamenti offensivi o difensivi di uno Stato sono chiaramente distinguibili dagli attori esterni. In questo “terzo mondo”, il dilemma della sicurezza è piuttosto flebile, e anche se esiste la concreta possibilità che un’aggressione possa comunque verificarsi in futuro, gli Stati interessati a preservare lo status quo e la pace possono perseguire politiche diverse da quelle del potenziale aggressore.

Almeno da un punto di vista prettamente teorico, il pericolo che un riarmo nucleare possa verificarsi in Medio Oriente appare piuttosto inconsistente e infondato. Se poi si aggiunge, a tali considerazioni, la presenza degli Stati Uniti, che in quanto potenza egemonica nella regione è in grado di garantire un buon livello di sicurezza all’Arabia Saudita e agli altri suoi satelliti, tale ipotesi è completamente da scartare. Bisogna inoltre ricordare che, nonostante Israele detenga l’arma nucleare dal 1979, insieme alla percezione della minaccia che la sua presenza ha sempre causato nei vicini Stati arabi, non si è mai determinato un riarmo nucleare in Medio Oriente.

Come hanno recentemente scritto Hobbs e Moran, l’attuale contesto politico e strategico dell’Arabia Saudita non favorirebbe l’acquisizione della bomba nucleare. Infatti, da un punto di vista prettamente difensivo, la relazione speciale tra il paese arabo e gli Stati Uniti, sin dagli anni ’40 basata sull’interscambio energetico e militare, continua ad essere enormemente vantaggiosa per entrambi. D’altro canto, l’impegno strategico statunitense su questo Paese si è ulteriormente rafforzato in seguito agli eventi degli ultimi anni (la caduta del regime di Mubarak in Egitto, l’instabilità politica in Bahrain e Yemen, il collasso del governo filo-saudita in Libano e la guerra civile in Siria), che hanno reso Riad uno degli alleati principali nella regione.

Per tali motivi, giustificare un attacco preventivo contro l’Iran come l’unico modo per fermare un riarmo regionale sarebbe un errore strategico, un’operazione non necessaria ma che, al contrario, aumenterebbe l’instabilità dell’intera area. Scartata tale ipotesi, agli Stati Uniti rimarrebbero due alternative: la prima, sarebbe quella di permettere all’Iran di soddisfare le proprie ambizioni nucleari, e in seguito contenerle; la seconda, consisterebbe nel forzare l’Iran a tralasciare il programma di arricchimento nucleare attraverso la cosiddetta diplomazia coercitiva.

La teoria della deterrenza razionale

Innanzitutto, è opportuno sottolineare che il dibattito sul rapporto tra proliferazione nucleare e il pericolo di conflitti armati è stato affrontato, per la prima volta,  da Kenneth Waltz e Scott Sagan nel 1981, e poi successivamente rinnovato dagli stessi nel 2002.

Waltz ha sempre sostenuto che la proliferazione delle armi nucleari sia foriera di pace e stabilità, basandosi sulle conclusioni tratte dagli avvenimenti della Guerra Fredda e dalla successiva rivalità tra India e Pakistan. Pertanto, non sorprende come lo stesso Waltz, scrivendo su Foreign Affairs lo scorso anno, abbia ribadito che una situazione di asimmetria nucleare, come quella sussistente adesso in Medio Oriente tra Iran e Israele, sia destabilizzante. Il pre-esistente gap militare tra i due Stati è inoltre reso maggiormente problematico dalla rivalità ideologica, un aspetto irrazionale e ancor più dirompente che, a detta di Waltz, potrebbe essere superato dalla logica della deterrenza. Infatti, secondo la teoria della deterrenza razionale, non appena l’Iran avrà acquisito il proprio arsenale nucleare, bilanciando così la disparità militare con Israele, nessun’altra nazione avrebbe l’incentivo a nuclearizzare le rispettive capacità militari, rendendo il Medio Oriente ancor più sicuro e stabilizzato.

Se a prima vista la logica di una tale proposta appare stringente e convincente, è bene considerare la complessità delle relazioni internazionali, dove le preoccupazioni relative alla sicurezza non sono affatto le uniche a caratterizzare il comportamento degli Stati. Come lo stesso Sagan ha fatto notare già nel 1981, gli Stati cercano di appropriarsi delle armi nucleari per tre ragioni: sicurezza, dinamiche di politica interna, e norme internazionali.

Le dinamiche di politica interna, che afferiscono all’esistenza di gruppi politici, o individui, piuttosto influenti (come le lobby dell’energia nucleare, il complesso militare, e gli stessi politici populisti), e la contemporanea influenza delle norme internazionali e di valori e credi politici comuni (come la pretesa, da parte dell’establishment iraniano, di essere una potenza globale con aspirazioni di dominio regionale), non fanno parte dell’analisi di Waltz, e come tali possono modificarne la logica apportando conseguenze gravi e inaspettate.

A questo proposito, come Sagan ricorda, la pace nucleare della Guerra Fredda non dovrebbe essere presentata come l’esempio di una regola generale, o peggio come la scusa per non agire verso un possibile riarmo e una  proliferazione di tipo nucleare; la “pace” in questione rimane comunque un’eccezione, dato che persino la Seconda Guerra Mondiale si è conclusa con il tragico bombardamento su Hiroshima e Nagasaki. Inoltre, considerare la bomba nucleare un’arma intrinsecamente pacifica, dato che coloro che la possiedono non si sono mai scontrati militarmente, proprio come affermano Waltz e John Mearsheimer, è un errore storico.

Il Pakistan, in seguito allo sviluppo di armi nucleari, ha aumentato i conflitti a bassa intensità contro l’India, rendendo il subcontinente ancor più instabile. Come evidenziato dallo scienziato politico Paul Kapur, l’aumento della capacità nucleare di Islamabad è coinciso con una accresciuta volatilità del conflitto Indo-Pakistano. Ad esempio, nel 1999 il Pakistan inviò le proprie forze armate, camuffate da ribelli, lungo la linea di controllo del distretto di Kargil, nella regione contesa del Kashmir, innescando un conflitto limitato con l’India. La storia, quindi, suggerisce che tra un Iran così armato e i suoi vicini, come Israele, potrebbe determinarsi il “paradosso della stabilità-instabilità”, in cui ad una supposta stabilità creata dalla reciproca distruzione assicurata, seguirebbe una maggiore e inaspettata instabilità, laddove aumenterebbero le provocazioni, le dispute e i conflitti militari combattuti al di sotto di una, almeno apparente, rassicurante soglia nucleare.

Infine, critiche alla teoria di Waltz provengono anche da Stephen Walt, un accademico neo-realista di tipo “difensivo” (come pure lo stesso Waltz viene etichettato), il quale dubita fortemente sull’attuale validità della deterrenza. Secondo Walt, questa strategia funzionerebbe solo se entrambe le parti in questione possedessero la cosiddetta capacità di secondo colpo, che le frenerebbe dallo scagliare il primo attacco per calcoli meramente strategici.

La diplomazia coercitiva 

Se la deterrenza e il contenimento sembrano opzioni alquanto impraticabili e probabilmente fallimentari, mentre permettere all’Iran di costruire un arsenale nucleare una mossa fin troppo azzardata, l’ultima carta che gli Stati Uniti hanno a disposizione per garantire la stabilità in Medio Oriente è quella della diplomazia coercitiva.

Allo stato attuale, sebbene la scelta di attaccare preventivamente l’Iran sia razionalmente fallace, l’impossibilità di praticare una politica di deterrenza la rende un’opzione comunque valida, come dimostrano le recenti dichiarazioni del Presidente Obama. Per questa ragione l’unica via pacifica rimane quella della diplomazia coercitiva, nota anche come la diplomazia della minaccia. Alla base di questa teoria, proposta dallo scienziato politico  Alexander George, si punta a costringere un obiettivo, uno Stato, un gruppo (o gruppi) interni ad uno Stato, o persino attori non statali, a modificare il relativo comportamento attraverso la minaccia dell’uso della forza oppure uno suo utilizzo limitato. La forza, pertanto, è finalizzata a garantire maggiore efficacia agli sforzi diplomatici atti alla persuasione: la sua minaccia comunica in maniera inequivocabile la risolutezza e la volontà di chi utilizza tale strategia, che a sua volta si riserva di non escludere, se necessario, la possibilità di azioni militari. Ci sono cinque tipi di diplomazia coercitiva, e l’approccio “bastone e carota” sembrerebbe il più appropriato al caso in questione.

Il suddetto approccio si basa su un doppio e contemporaneo prerequisito: avanzare promesse e minacce credibili. Nel caso mediorientale, la difficoltà dell’impegno è accentuata da numerosi altri fattori, come la lunga storia di reciproca sfiducia tra Iran e Stati Uniti, l’alleanza di questi ultimi con Israele (da sempre grande nemico dell’Iran), e la mancanza di trasparenza dei processi di decision-making iraniani.

Al fine di elaborare minacce credibili, gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto esprimerle pubblicamente e in maniera inequivocabile, enfatizzando i relativi benefici che conseguirebbero da un attacco militare all’Iran. In più, i funzionari americani dovrebbero evidenziare il fatto che un attacco apporterebbe danni irreparabili al programma nucleare iraniano, sottolineando i relativi effetti collaterali: avvertimento verso altri potenziali proliferatori, quali la Corea del Nord; accresciuta credibilità alla risolutezza americana; possibilità di innescare una rivoluzione interna al Paese. Infine, l’uso strumentale e diplomatico delle minacce sarebbe rafforzato nel caso in cui queste fossero inviate in via  confidenziale da attori terzi vicini a Teheran, come Russia e Cina.

Una proposta d’accordo, d’altro canto, sarebbe il requisito fondamentale per promesse perlomeno plausibili. Il negoziato, così, dovrebbe poggiarsi sulla disponibilità dell’Iran a fermare la costruzione di missili e testate, evitando al contempo di arricchire l’uranio al di sopra della soglia del 20%, e permettere ispezioni ai propri impianti nucleari. Gli Stati Uniti, poi, dovrebbero accettare un programma di arricchimento limitato, promettere di non rovesciare il regime iraniano, e sospendere le sanzioni imposte a causa della questione nucleare. Sarebbe inoltre perfetto se Washington  e Teheran ripristinassero regolari relazioni diplomatiche.

Storia e diplomazia coercitiva: il caso della crisi dei missili di Cuba 

La strategia della diplomazia coercitiva è stata applicata con successo durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962. In effetti, considerando la situazione in analisi alla stregua di una crisi cubana in “slow motion”, Graham Allison prefigura una resa dei conti, in cui l’attuale Presidente americano, proprio come avvenuto per Kennedy, sarà costretto a scegliere tra un attacco militare alle installazioni iraniane, oppure a dare il proprio beneplacito alla militarizzazione nucleare del Paese. Nel 1962, però, il Presidente optò per una terza via, promettendo segretamente ai sovietici di ritirare i missili NATO dalla Turchia entro i sei mesi successivi dalla risoluzione pacifica della crisi.

Secondo Alexander George, nel 1962 l’escalation militare è stata evitata in virtù di tre fattori. Primo, Kennedy limitò le proprie richieste alla rimozione dei missili sovietici da Cuba, poiché ulteriori condizioni avrebbero solamente accresciuto la resistenza di Mosca. Secondo, Kennedy si limitò ad ordinare un blocco navale. Questa misura non presupponeva l’impiego della forza, e permise al Presidente di guadagnare tempo per cercare di indurre i sovietici ad un accordo. Infine, sia Krusciov che Kennedy rispettarono alcuni importanti principi operativi di gestione delle crisi. In particolare, Kennedy fu sempre attento a inviare segnali chiari e coerenti ai sovietici, agendo per rallentare l’esacerbarsi della situazione, e indicando la sua assoluta preferenza per una sua risoluzione pacifica.

Oggi, purtroppo, il contesto politico appare più complesso a causa della presenza di un terzo attore nucleare, Israele, e delle implicazioni connesse alla relativa percezione della minaccia. Di conseguenza, Israele si configura imprescindibile alla risoluzione pacifica della crisi: se Gerusalemme deciderà di ridurre le probabilità di un attacco unilaterale, allora anche Washington sarà in grado di elaborare e attuare la migliore e più fruttuosa strategia diplomatica possibile.

 

Qui la versione inglese.

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Photo Credit: Luciapro