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Di percezione e realtà: il multipolarismo dopo la Guerra Fredda

Accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti.

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[dropcap]I[/dropcap]n seguito al crollo del muro di Berlino nel 1989, e la conseguente dissoluzione dell’URSS, il momento post-Guerra Fredda diveniva a guida americana, unipolare ed egemonico, e un’intera categoria di Paesi faceva registrare un aumento costante della crescita economica. Tra questi, anche le economie dei Paesi emergenti, che avvaloravano così la teoria dei vantaggi dell’arretratezza delle condizioni di partenza (Gershenkron, 1962), prefigurando una futura convergenza con quelli economicamente più avanzati, anche in termini di influenza e potere politico.

In questa breve trattazione si cercherà di analizzare l’attuale scenario internazionale, verificando l’attendibilità di alcune delle principali previsioni di medio-lungo periodo sulla crescita economica e relative conseguenze. I BRICs, innanzitutto, rappresentano un valido esempio: la Cina è passata da una crescita a doppia cifra registrata nel 2010, ad un “misero” 7.8% del 2012. Il Brasile, nello stesso periodo di tempo, è passato da una crescita maggiore del 7.5% a poco meno del 2%, l’India dal 10.1% al 4.9% e la Russia dall’8% del 2007 al 3.7% del 2012.

Sebbene questi indebolimenti non possano essere assimilabili ad un arresto, risulta evidente come persino una crescita economica apparentemente inarrestabile implichi dei costi di sostenibilità nell’arco di un decennio. Come ha fatto notare l’economista dell’Università di Harvard, Dani Rodrik, il “percapita income gap” tra economie emergenti ed economie sviluppate è addirittura aumentato tra il 1950 e il 2000. Pertanto, nonostante il nuovo millennio sembrasse garantire una diminuzione di questo differenziale, nel 2011 si è ritornati al livello del 1950.

Tra l’altro, accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti. Come riportato dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, tutte le previsioni di crescita per il 2013 sono al ribasso quasi ovunque, specialmente in Europa e Cina.

Di conseguenza, si registra uno iato evidente tra quelle che sono, a tutti gli effetti, grandi potenze e tra coloro che aspirano ad essere tali. Infatti, a livello politico le sfide per i nuovi protagonisti della scena multipolare si preannunciano gravi e di difficile superamento.

Il colosso cinese dovrà essere chiamato ad affrontare sfide di natura strutturale. A Pechino il margine di manovra politica è condizionato dall’invecchiamento della popolazione, conseguente agli effetti della one-child policy in voga dal 1979, e da quello che, riprendendo Arthur Lewis, viene definito come il Lewis Turning Point. Secondo tale modello, utile a spiegare lo sviluppo industriale, viene ipotizzata una situazione di partenza simile a quella presente nei Paesi arretrati come la Cina di qualche decennio fa: la prevalenza di manodopera sottoccupata nel settore agricolo. L’economia, pertanto, è suddivisa in due settori: uno stazionario, cioè l’agricoltura, e uno moderno, l’industria. Lo sviluppo inizia con un aumento della domanda di prodotti industriali, che provoca un trasferimento di forza lavoro, in esubero nel settore agricolo, da quest’ultimo al settore industriale. Dato l’eccesso di lavoratori, i salari sono molto bassi e quindi le imprese hanno un notevole profitto, che viene poi reinvestito nelle aziende. Finché c’è un eccesso di manodopera nel settore agricolo, il processo di accumulazione degli investimenti e dei profitti procede nel settore industriale, ma quando si verifica il processo inverso, e l’eccesso di domanda di lavoro proveniente dal settore agricolo è stato già ampiamente riassorbito, una economia di tipo industriale subisce seri rallentamenti e gravi perdite di profitto. A tali problematiche se ne aggiungono due di natura politica: la prima, riguardante la supposta capacità del Politburo di Pechino di coniugare un’esigenza di legittimità domestica con il monopolio del potere da parte del partito, finora necessario per la pace sociale. La seconda di politica estera, tutta rivolta al mantenimento dell’influenza cinese nel Sud-Est asiatico.

Giungendo alle conclusioni, due problemi emergono da quanto finora scritto, l’uno di tipo metodologico e il secondo di tipo economico-politico. In primo luogo sarebbe necessario interrogarsi se il PIL, e le relative previsioni di crescita e decrescita, sia un valido indicatore per etichettare alcuni Paesi come “grandi potenze”, o anche solo per effettuare comparazioni attendibili senza il rischio di distorcere un’analisi seria e puntuale. A questo proposito, sembra più ragionevole paragonare Paesi che godano dello stesso reddito pro-capite. Questo, anche per evitare di cadere in visioni limitate che tendano a interpretare i Paesi emergenti come antropologicamente proni alla disuguaglianza, e i suoi cittadini non esigenti di importanti strutture sociali quali il welfare, la sanità e l’istruzione pubblica a livelli occidentali. Per quanto riguarda il secondo, sebbene il valore di previsioni politiche ed economiche possa risultare analiticamente accettabile, presenterà sempre alcuni rischi. In effetti, l’elemento cruciale risiede nel potere d’influenza che queste previsioni potrebbero avere nel presente, indirizzando o meno alcune politiche economiche nel medio e lungo periodo. La teoria, pertanto, deve rimanere uno strumento utile per capire la realtà e il suo progredire, ma di certo non il solo per comprendere tematiche e questioni politico-sociali.

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Photo Credit: MREBRASIL

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