theriskyshift.com

Italiano

L’Iran e il nucleare: nessuna corsa al riarmo, ma diplomazia coercitiva

Il seguente intervento è stato presentato al dibattito intitolato: A Nuclear Iran: The Start of a Middle Eastern Arms Race?, tenutosi presso il King’s College di Londra il 12 febbraio 2013. 

iran

Il miglior modo per rispondere al quesito posto dal titolo dell’evento di questa sera, è quello di presentare la questione del nucleare iraniano attraverso un punto di vista sistemico, che inquadri l’oggetto del dibattito nel contesto internazionale, e che presupponga l’Iran come uno degli innumerevoli attori del sistema internazionale.

Secondo l’opinione di Matthew Kroenig, e di altri consiglieri strategici come Dov Zakheim, in attività presso il Center for Strategic and International Studies, un Iran dotato di armi nucleari scatenerebbe una corsa al riarmo in tutto il Medio Oriente, a causa del dilemma della sicurezza che inevitabilmente si verrebbe a creare.

Il dilemma della sicurezza sostiene che sia le caratteristiche di forza, che quelle di debolezza insite negli approcci e nelle politiche di sicurezza dei singoli Stati, possano innescare una spirale di insicurezza reciproca che conduce al conflitto. Infatti, se uno Stato è già molto forte, gli strumenti impiegati da esso per accrescere la propria sicurezza provocheranno una riduzione, anche non intenzionale, della sicurezza di altri Stati. Al contrario, se uno Stato dedito al mantenimento dello status quo è percepito come debole o scarsamente risoluto, la pace sarà messa a repentaglio da potenze aggressive e revisioniste.

Un noto esempio del dilemma della sicurezza è quello relativo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Difatti, i sostenitori di tale interpretazione ribadiscono che le potenze europee furono indotte a partecipare al conflitto a causa dell’insicurezza generalizzata a livello internazionale, nonostante queste non desiderassero affatto un tale esito. Tuttavia, l’unico contesto in cui una corsa al riarmo potrebbe aver luogo è quello del cosiddetto “primo mondo”, un concetto teorico elaborato da Robert Jervis nel 1978 in “Cooperation Under the Security Dilemma”. Definendo il dilemma della sicurezza, Jervis sottolinea l’importanza di due variabili distinte: da una parte, politiche e strumenti militari di tipo offensivo; dall’altra, politiche e strumenti militari di tipo difensivo.

Pertanto, all’interno del summenzionato “primo mondo”, i comportamenti di tipo offensivo e difensivo non risultano tra loro distinguibili, ma la circostanza offensiva (la situazione in cui risulterebbe più vantaggioso, per uno Stato, attaccare e distruggere l’esercito avverso e impossessarsi del relativo territorio, piuttosto che limitarsi a difendere il proprio),  godrebbe di un vantaggio strategico: in tale ipotesi, il dilemma della sicurezza sarebbe molto intenso, e l’ambiente internazionale doppiamente pericoloso e instabile. Infatti, in tale circostanza persino gli Stati interessati a mantenere lo status quo si comporterebbero in maniera risoluta e aggressiva, innescando la possibilità di una corsa al riarmo. Ne conseguirebbe una drastica diminuzione delle possibilità di cooperazione tra Stati.

Per quanto riguarda l’Iran e il Medio Oriente, vige una situazione differente. Teheran, in virtù del proprio programma nucleare e della determinazione mostrata nel perseguirlo, è già percepita come una minaccia dalla comunità internazionale: per tale motivo, il caso in questione è ben rappresentato dalla terza tipologia teorica elaborata da Jervis. In quest’ultima, non è previsto alcun riarmo generalizzato: infatti, nonostante la circostanza offensiva risulti ancora vantaggiosa, i comportamenti offensivi o difensivi di uno Stato sono chiaramente distinguibili dagli attori esterni. In questo “terzo mondo”, il dilemma della sicurezza è piuttosto flebile, e anche se esiste la concreta possibilità che un’aggressione possa comunque verificarsi in futuro, gli Stati interessati a preservare lo status quo e la pace possono perseguire politiche diverse da quelle del potenziale aggressore.

Almeno da un punto di vista prettamente teorico, il pericolo che un riarmo nucleare possa verificarsi in Medio Oriente appare piuttosto inconsistente e infondato. Se poi si aggiunge, a tali considerazioni, la presenza degli Stati Uniti, che in quanto potenza egemonica nella regione è in grado di garantire un buon livello di sicurezza all’Arabia Saudita e agli altri suoi satelliti, tale ipotesi è completamente da scartare. Bisogna inoltre ricordare che, nonostante Israele detenga l’arma nucleare dal 1979, insieme alla percezione della minaccia che la sua presenza ha sempre causato nei vicini Stati arabi, non si è mai determinato un riarmo nucleare in Medio Oriente.

Come hanno recentemente scritto Hobbs e Moran, l’attuale contesto politico e strategico dell’Arabia Saudita non favorirebbe l’acquisizione della bomba nucleare. Infatti, da un punto di vista prettamente difensivo, la relazione speciale tra il paese arabo e gli Stati Uniti, sin dagli anni ’40 basata sull’interscambio energetico e militare, continua ad essere enormemente vantaggiosa per entrambi. D’altro canto, l’impegno strategico statunitense su questo Paese si è ulteriormente rafforzato in seguito agli eventi degli ultimi anni (la caduta del regime di Mubarak in Egitto, l’instabilità politica in Bahrain e Yemen, il collasso del governo filo-saudita in Libano e la guerra civile in Siria), che hanno reso Riad uno degli alleati principali nella regione.

Per tali motivi, giustificare un attacco preventivo contro l’Iran come l’unico modo per fermare un riarmo regionale sarebbe un errore strategico, un’operazione non necessaria ma che, al contrario, aumenterebbe l’instabilità dell’intera area. Scartata tale ipotesi, agli Stati Uniti rimarrebbero due alternative: la prima, sarebbe quella di permettere all’Iran di soddisfare le proprie ambizioni nucleari, e in seguito contenerle; la seconda, consisterebbe nel forzare l’Iran a tralasciare il programma di arricchimento nucleare attraverso la cosiddetta diplomazia coercitiva.

La teoria della deterrenza razionale

Innanzitutto, è opportuno sottolineare che il dibattito sul rapporto tra proliferazione nucleare e il pericolo di conflitti armati è stato affrontato, per la prima volta,  da Kenneth Waltz e Scott Sagan nel 1981, e poi successivamente rinnovato dagli stessi nel 2002.

Waltz ha sempre sostenuto che la proliferazione delle armi nucleari sia foriera di pace e stabilità, basandosi sulle conclusioni tratte dagli avvenimenti della Guerra Fredda e dalla successiva rivalità tra India e Pakistan. Pertanto, non sorprende come lo stesso Waltz, scrivendo su Foreign Affairs lo scorso anno, abbia ribadito che una situazione di asimmetria nucleare, come quella sussistente adesso in Medio Oriente tra Iran e Israele, sia destabilizzante. Il pre-esistente gap militare tra i due Stati è inoltre reso maggiormente problematico dalla rivalità ideologica, un aspetto irrazionale e ancor più dirompente che, a detta di Waltz, potrebbe essere superato dalla logica della deterrenza. Infatti, secondo la teoria della deterrenza razionale, non appena l’Iran avrà acquisito il proprio arsenale nucleare, bilanciando così la disparità militare con Israele, nessun’altra nazione avrebbe l’incentivo a nuclearizzare le rispettive capacità militari, rendendo il Medio Oriente ancor più sicuro e stabilizzato.

Se a prima vista la logica di una tale proposta appare stringente e convincente, è bene considerare la complessità delle relazioni internazionali, dove le preoccupazioni relative alla sicurezza non sono affatto le uniche a caratterizzare il comportamento degli Stati. Come lo stesso Sagan ha fatto notare già nel 1981, gli Stati cercano di appropriarsi delle armi nucleari per tre ragioni: sicurezza, dinamiche di politica interna, e norme internazionali.

Le dinamiche di politica interna, che afferiscono all’esistenza di gruppi politici, o individui, piuttosto influenti (come le lobby dell’energia nucleare, il complesso militare, e gli stessi politici populisti), e la contemporanea influenza delle norme internazionali e di valori e credi politici comuni (come la pretesa, da parte dell’establishment iraniano, di essere una potenza globale con aspirazioni di dominio regionale), non fanno parte dell’analisi di Waltz, e come tali possono modificarne la logica apportando conseguenze gravi e inaspettate.

A questo proposito, come Sagan ricorda, la pace nucleare della Guerra Fredda non dovrebbe essere presentata come l’esempio di una regola generale, o peggio come la scusa per non agire verso un possibile riarmo e una  proliferazione di tipo nucleare; la “pace” in questione rimane comunque un’eccezione, dato che persino la Seconda Guerra Mondiale si è conclusa con il tragico bombardamento su Hiroshima e Nagasaki. Inoltre, considerare la bomba nucleare un’arma intrinsecamente pacifica, dato che coloro che la possiedono non si sono mai scontrati militarmente, proprio come affermano Waltz e John Mearsheimer, è un errore storico.

Il Pakistan, in seguito allo sviluppo di armi nucleari, ha aumentato i conflitti a bassa intensità contro l’India, rendendo il subcontinente ancor più instabile. Come evidenziato dallo scienziato politico Paul Kapur, l’aumento della capacità nucleare di Islamabad è coinciso con una accresciuta volatilità del conflitto Indo-Pakistano. Ad esempio, nel 1999 il Pakistan inviò le proprie forze armate, camuffate da ribelli, lungo la linea di controllo del distretto di Kargil, nella regione contesa del Kashmir, innescando un conflitto limitato con l’India. La storia, quindi, suggerisce che tra un Iran così armato e i suoi vicini, come Israele, potrebbe determinarsi il “paradosso della stabilità-instabilità”, in cui ad una supposta stabilità creata dalla reciproca distruzione assicurata, seguirebbe una maggiore e inaspettata instabilità, laddove aumenterebbero le provocazioni, le dispute e i conflitti militari combattuti al di sotto di una, almeno apparente, rassicurante soglia nucleare.

Infine, critiche alla teoria di Waltz provengono anche da Stephen Walt, un accademico neo-realista di tipo “difensivo” (come pure lo stesso Waltz viene etichettato), il quale dubita fortemente sull’attuale validità della deterrenza. Secondo Walt, questa strategia funzionerebbe solo se entrambe le parti in questione possedessero la cosiddetta capacità di secondo colpo, che le frenerebbe dallo scagliare il primo attacco per calcoli meramente strategici.

La diplomazia coercitiva 

Se la deterrenza e il contenimento sembrano opzioni alquanto impraticabili e probabilmente fallimentari, mentre permettere all’Iran di costruire un arsenale nucleare una mossa fin troppo azzardata, l’ultima carta che gli Stati Uniti hanno a disposizione per garantire la stabilità in Medio Oriente è quella della diplomazia coercitiva.

Allo stato attuale, sebbene la scelta di attaccare preventivamente l’Iran sia razionalmente fallace, l’impossibilità di praticare una politica di deterrenza la rende un’opzione comunque valida, come dimostrano le recenti dichiarazioni del Presidente Obama. Per questa ragione l’unica via pacifica rimane quella della diplomazia coercitiva, nota anche come la diplomazia della minaccia. Alla base di questa teoria, proposta dallo scienziato politico  Alexander George, si punta a costringere un obiettivo, uno Stato, un gruppo (o gruppi) interni ad uno Stato, o persino attori non statali, a modificare il relativo comportamento attraverso la minaccia dell’uso della forza oppure uno suo utilizzo limitato. La forza, pertanto, è finalizzata a garantire maggiore efficacia agli sforzi diplomatici atti alla persuasione: la sua minaccia comunica in maniera inequivocabile la risolutezza e la volontà di chi utilizza tale strategia, che a sua volta si riserva di non escludere, se necessario, la possibilità di azioni militari. Ci sono cinque tipi di diplomazia coercitiva, e l’approccio “bastone e carota” sembrerebbe il più appropriato al caso in questione.

Il suddetto approccio si basa su un doppio e contemporaneo prerequisito: avanzare promesse e minacce credibili. Nel caso mediorientale, la difficoltà dell’impegno è accentuata da numerosi altri fattori, come la lunga storia di reciproca sfiducia tra Iran e Stati Uniti, l’alleanza di questi ultimi con Israele (da sempre grande nemico dell’Iran), e la mancanza di trasparenza dei processi di decision-making iraniani.

Al fine di elaborare minacce credibili, gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto esprimerle pubblicamente e in maniera inequivocabile, enfatizzando i relativi benefici che conseguirebbero da un attacco militare all’Iran. In più, i funzionari americani dovrebbero evidenziare il fatto che un attacco apporterebbe danni irreparabili al programma nucleare iraniano, sottolineando i relativi effetti collaterali: avvertimento verso altri potenziali proliferatori, quali la Corea del Nord; accresciuta credibilità alla risolutezza americana; possibilità di innescare una rivoluzione interna al Paese. Infine, l’uso strumentale e diplomatico delle minacce sarebbe rafforzato nel caso in cui queste fossero inviate in via  confidenziale da attori terzi vicini a Teheran, come Russia e Cina.

Una proposta d’accordo, d’altro canto, sarebbe il requisito fondamentale per promesse perlomeno plausibili. Il negoziato, così, dovrebbe poggiarsi sulla disponibilità dell’Iran a fermare la costruzione di missili e testate, evitando al contempo di arricchire l’uranio al di sopra della soglia del 20%, e permettere ispezioni ai propri impianti nucleari. Gli Stati Uniti, poi, dovrebbero accettare un programma di arricchimento limitato, promettere di non rovesciare il regime iraniano, e sospendere le sanzioni imposte a causa della questione nucleare. Sarebbe inoltre perfetto se Washington  e Teheran ripristinassero regolari relazioni diplomatiche.

Storia e diplomazia coercitiva: il caso della crisi dei missili di Cuba 

La strategia della diplomazia coercitiva è stata applicata con successo durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962. In effetti, considerando la situazione in analisi alla stregua di una crisi cubana in “slow motion”, Graham Allison prefigura una resa dei conti, in cui l’attuale Presidente americano, proprio come avvenuto per Kennedy, sarà costretto a scegliere tra un attacco militare alle installazioni iraniane, oppure a dare il proprio beneplacito alla militarizzazione nucleare del Paese. Nel 1962, però, il Presidente optò per una terza via, promettendo segretamente ai sovietici di ritirare i missili NATO dalla Turchia entro i sei mesi successivi dalla risoluzione pacifica della crisi.

Secondo Alexander George, nel 1962 l’escalation militare è stata evitata in virtù di tre fattori. Primo, Kennedy limitò le proprie richieste alla rimozione dei missili sovietici da Cuba, poiché ulteriori condizioni avrebbero solamente accresciuto la resistenza di Mosca. Secondo, Kennedy si limitò ad ordinare un blocco navale. Questa misura non presupponeva l’impiego della forza, e permise al Presidente di guadagnare tempo per cercare di indurre i sovietici ad un accordo. Infine, sia Krusciov che Kennedy rispettarono alcuni importanti principi operativi di gestione delle crisi. In particolare, Kennedy fu sempre attento a inviare segnali chiari e coerenti ai sovietici, agendo per rallentare l’esacerbarsi della situazione, e indicando la sua assoluta preferenza per una sua risoluzione pacifica.

Oggi, purtroppo, il contesto politico appare più complesso a causa della presenza di un terzo attore nucleare, Israele, e delle implicazioni connesse alla relativa percezione della minaccia. Di conseguenza, Israele si configura imprescindibile alla risoluzione pacifica della crisi: se Gerusalemme deciderà di ridurre le probabilità di un attacco unilaterale, allora anche Washington sarà in grado di elaborare e attuare la migliore e più fruttuosa strategia diplomatica possibile.

 

Qui la versione inglese.

Photo Credit: Luciapro

Tagged , , , , ,

Share this post

avatar

About Giuseppe Paparella

Editor of the Italian version of The Risky Shift and writer on IR theory, Islam and security issues, Giuseppe is currently working as teacher in Italy. He holds academic degrees in International Relations and Political Science from LSE, University of Bologna and University of Bari. Follow him on Twitter @josephierre

View all posts by Giuseppe Paparella →

2 Comments

  1. avatar

    marco f.February 15, 2013 at 1:43 pmReply

    interessante,
    il mio modesto parere si fonda sulla convinzione che le teorie di efficacia o meno di una certa linea di azione vadano soppesate tenendo conto anche della differente modalità di ragionamento che regola questa o quella regione del mondo.

    L’errore che io vedo nel ragionamento occidentale è quello di mettere sullo stesso piano il nostro modo di ragionare con, ad esempio, quello iraniano.

    Se talune teorie, come giustamente fatto notare dall’autore, sembrano già limitate dal voler ridurre tutto a quanto già accaduto nei decenni di fine secolo scorso, durante la guerra fredda (quindi in tempi e con attori in gioco differenti), altre ipotesi solutive, stridono con la ricerca di una posizione di sicurezza verso la quale tutti vorremmo tendere:
    Chi mai oserebbe dare un bazooka in mano ad un tizio che minaccia di uccidere il vicino di casa, e che a riprova della concretezza delle proprie esternazioni verbali, da anni fornisce armi alle bande di quartiere confinanti con la casa del suddetto vicino?
    e poi, chi mai lo farebbe, con la speranza successiva di poter così essere in grado di contenere il suo desiderio di egemonia regionale e globale ? è una poposta che ritengo fortemente illogica.

    D’altro canto, un qualsiasi organo di difesa intra-nazionale, allertato per tempo dell’acquisto, sempre da parte di questo ipotetico squilibrato di quartiere, di bottiglie di vetro, micce e benzina, tenterebbe di bloccarne l’ovvio tentativo partecipando alla riunione di quartiere e negandogli la possibilità di fare la spesa all’esselunga o di vendere il prezzemolo del proprio orto al resto della città .. eppure questo è quello che si propone in ambito di relazione internazionale.

    Le vere motivazioni che non hanno (già) coinvolto gli Stati Uniti piuttosto che Israele, piuttosto che direttamente l’ONU nell’unica vera strada solutiva al problema, è di natura semplicemente tecnica, non si può attaccare l’Iran perchè manca un accordo con l’asse Russia-Cina. Stesso motivo del resto, per il quale l’ottima Organizzazione delle Nazioni Unite ha finto per più e più mesi di non vedere l’eccidio che accade in Siria, (ndr. ultimo baluardo della marina sovietica nel mediterraneo con un porto militare ancora in bella vista).

    In mancanza di questa congiuntura d’accordi, l’altra vera soluzione è tentare di distruggere il regime dall’interno, con la grande speranza che esistano ancora degli Eli Cohen, di cui però non sentiremo mai parlare, a garanzia del successo della loro operazione.

  2. avatar

    Giuseppe PaparellaFebruary 15, 2013 at 2:14 pmReplyAuthor

    E’ una via accessoria a quella principale, ovvero uno dei tanti strumenti per alimentare il senso di minaccia (ma da sola non funzionerebbe o basterebbe mai, il senso profondo del programma iraniano è nella sua valenza fortemente nazionalistica: rally ’round the flag effect http://en.wikipedia.org/wiki/Rally_'round_the_flag_effect):

    Al fine di elaborare minacce credibili, gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto esprimerle pubblicamente e in maniera inequivocabile, enfatizzando i relativi benefici che conseguirebbero da un attacco militare all’Iran. In più, i funzionari americani dovrebbero evidenziare il fatto che un attacco apporterebbe danni irreparabili al programma nucleare iraniano, sottolineando i relativi effetti collaterali: avvertimento verso altri potenziali proliferatori, quali la Corea del Nord; accresciuta credibilità alla risolutezza americana; possibilità di innescare una rivoluzione interna al Paese.

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Search
Sign up to our newsletter!
Social