Shale Gas

Stati Uniti: le implicazioni internazionali di una politica energetica “non convenzionale”

Quali saranno le implicazioni della politica energetica “non convenzionale” americana, nel caso di una sua eventuale auto-sufficienza, a livello internazionale e in Medio Oriente? Gli USA inaugureranno una nuova stagione isolazionista, o manterranno il ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area?

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Shale Gas

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Nel 2007 l’Energy Information Administration (EIA) stimava che nel 2030 gli USA avrebbero importato circa il 20% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Dopo 6 anni, e la prima amministrazione Obama, le suddette prospettive sono sostanzialmente cambiate rendendo, addirittura, la chimera dell’indipendenza energetica una tangibile possibilità: secondo le stime dell’AIE, dal prossimo decennio gli USA potrebbero entrare nel novero degli esportatori di gas naturale e superare, anche se solo temporaneamente, l’Arabia Saudita nella leadership della produzione petrolifera mondiale.

Un tale rapida inversione nella politica energetica statunitense è attribuibile alla cosiddetta “shale revolution”: l’imponente crescita dell’offerta interna di gas e petrolio trainata dallo sviluppo delle risorse non convenzionali, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e nuove tecnologie estrattive. Nonostante lo sviluppo di questo tipo di risorse non sia del tutto nuovo nel Continente – i primi pozzi sono stati “fratturati” alla fine degli anni ’40 del secolo scorso – è solo negli ultimi tempi che, grazie all’avanzamento tecnologico, al clima politico favorevole, e a prezzi sostenuti del greggio, l’unconventional ha registrato un boom nella produzione. Nel caso dello shale gas si è verificata una crescita, nella produzione domestica di gas, dall’1% del 2000 al 20% del 2010, con prospettive incoraggianti, che prevedono di raggiungere il 46% nel 2035. Washington, pertanto, ha superato Mosca come più grande produttore di gas al mondo, arrivando a coprire il 20% della produzione globale, a fronte del 18,5% russo. Inoltre, non sarebbe nemmeno da sottovalutare il ruolo del petrolio non convenzionale statunitense la cui produzione, come ha evidenziato l’OPEC nel suo ultimo rapporto, ha già superato 1 milione di barili al giorno, contribuendo in modo sostanziale all’aumento dell’offerta di petrolio non-OPEC a livello mondiale.

Si tratta, quindi, di una vera e propria rivoluzione, che ridefinisce gli equilibri della mappa energetica mondiale, determinando significative implicazioni a livello domestico e internazionale. Gli effetti economici interni sono senz’altro evidenti, sia in termini di benefici sull’occupazione che nel forte calo dei prezzi del metano. La shale revolution si palesa non solo come volano per gli operatori del settore energetico, con un aumento delle imprese produttrici e del loro fatturato; essa ha anche un impatto sull’intera economia nazionale, supportando l’industria attraverso una estesa supply chain e maggior introiti governativi provenienti da tasse e royalties. La minore dipendenza dalle importazioni energetiche e la polarizzazione di nuovi investimenti reca un evidente beneficio in termini di crescita del PIL, creazione di nuova occupazione, effetti positivi sul saldo della bilancia commerciale: nel 2010, lo sviluppo di gas non convenzionale ha trainato la creazione di più di 1 milione di posti di lavoro con la prospettiva di arrivare ad 1,5 nel 2015, un quinto dei quali concentrato negli Stati americani non produttori. Per quanto riguarda i mercati internazionali, il (temporaneo) calo dei prezzi del gas garantisce un vantaggio competitivo alle imprese statunitensi rispetto ai propri competitor, rinforzando le industrie energivore statunitensi come quella manifatturiera.

Quali saranno le implicazioni del rafforzamento del quadro macroeconomico interno, contestualmente al raggiungimento di una eventuale auto-sufficienza energetica, sull’impegno statunitense a livello internazionale, in particolare in un’area strategica come il Medio Oriente? Gli USA prenderanno la strada di un nuovo isolazionismo o manterranno il loro ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area? Rispetto a tali questioni, va precisato che l’engagement statunitense nell’area del Golfo non può essere motivato solo dal fabbisogno di petrolio. La questione della sicurezza di Israele, la nuclearizzazione dell’Iran, la lotta al terrorismo internazionale restano questioni imprescindibili per la politica estera di Washington. In effetti, non è la dipendenza, peraltro esigua, dal petrolio del Golfo, piuttosto l’interdipendenza economica che lega i mercati globali, Europa e Cina in primis, a rendere la più grande economia mondiale vulnerabile ad un aumento dei prezzi energetici, e quindi sensibile ad una instabilità negli Stati produttori. Alla luce di ciò, la questione della sicurezza regionale, in un’area strategica come quella mediorientale, mantiene un ruolo importante negli equilibri globali e, pertanto, non è ivi pensabile un disimpegno della politica estera americana.

Come ha evidenziato Daniel Yergin, un incremento dell’offerta petrolifera mondiale avrà un impatto geopolitico notevole: l’aumento della produzione petrolifera contribuisce a compensare l’assenza di greggio iraniano soggetto a sanzioni, rendendo queste ultime maggiormente efficaci su Teheran. Altro aspetto da considerare è che lo shale oil statunitense andrà ad alimentare l’offerta non-OPEC, immettendo un elemento di incertezza non trascurabile (insieme alle politiche occidentali di efficienza), causando i presupposti per un potenziale calo dei prezzi e della domanda OPEC. Tale quadro incide sulle politiche di investimento che sono richieste ai Paesi OPEC per garantire il flusso di offerta e per mantenere una spare capacity adeguata alla sicurezza energetica globale. Un costo peraltro necessario non solo per rendere disponibili addizionali volumi di petrolio ma anche per bilanciare il tasso di declino naturale che tipicamente colpisce i giacimenti.

Per quaranta anni, la politica energetica statunitense si è strutturata intorno allo slogan dell’indipendenza energetica. Da Nixon in avanti, l’obiettivo, quasi congenito, delle amministrazioni americane è stato quello di rendere gli Stati Uniti del tutto capaci di provvedere al proprio fabbisogno interno di energia, riprendendo una retorica fedele ad un approccio isolazionista. Lo sviluppo delle risorse non convenzionali certamente avrà un effetto positivo sulla sicurezza energetica statunitense, nonostante logiche di salvaguardia delle risorse, obblighi contrattuali e limiti infrastrutturali impediscano la possibilità di una reale indipendenza. Resta, tuttavia, la portata storica di tale cambiamento tale da renderlo politicamente (ed economicamente) vincente. Al fattore idealista, certamente non trascurabile quando si parla di Stati Uniti, si aggiungono anche aspetti strategicamente più importanti come le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza delle forniture energetiche, sia a causa di prezzi del greggio elevati, che della continua incertezza politica nell’area mediorientale rinfocolata dalla Primavera Araba.

Le questioni di sicurezza ambientale che le tecniche di estrazione sollevano, e le opposizioni all’interno dell’opinione pubblica americana, non sono aspetti trascurabili e potrebbero diventare fattori di incertezza e di rallentamento dello sviluppo dell’unconventional. Tuttavia, ad oggi la rivoluzione energetica sembra continuare il suo percorso, così come confermato dal discorso di Obama del 12 febbraio scorso al Congresso. Il Presidente ha rinsaldato l’impegno verso lo sviluppo di petrolio e gas nazionali ed ha incoraggiato un nuovo “Energy Security Trust” per investire nella ricerca tecnologica al fine di rendere il gas più pulito e i trasporti più efficienti. L’Oil&Gas resta quindi parte della politica energetica dell’Amministrazione Obama; una politica da lui ribattezzata come “all of the above” che, insieme a rinnovabili ed efficienza energetica, punta a ridurre l’impatto climatico, oltre che ad accrescere la sicurezza, piuttosto che un’impraticabile indipendenza, energetica.

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Photo Credit: ANR2008

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