8475995756_c2a6794601_o

Roma senza Papa

Lo scacchiere geo-politico internazionale, come dimostra la storia stessa della cristianità, può essere scosso dall’elezione di un papa straniero: è accaduto recentemente con l’elezione di un Papa polacco in piena guerra fredda, ma non è stato certo un caso isolato. Quale che sarà la nazionalità del Papa, egli dovrà fare i conti con la modernità che possentemente bussa alle porte di San Pietro, e confrontarsi con un ruolo che trascende il governo di una città o di un principato e si proietta vieppiù sul globo terrestre nella sua intierezza.

[dhr]

8475995756_c2a6794601_o

[dhr]

[dropcap]Q[/dropcap]uando, a metà degli anni ’60, Guido Morselli, nella sua solitaria cattività lombarda, scrisse il romanzo Roma senza Papa, straniante e surreale come tutti i suoi, ma capace di una superiore penetrazione nelle cose del mondo, non immaginava certo che sarebbe venuto il giorno, nemmeno troppo lontano, che le sue profezie si sarebbero inverate. Nel suo libro, Roma è senza Papa perché, in seguito a singolari stravolgimenti, la curia pontificia si trasferisce a Zagarolo, triste paesino laziale più volte oggetto di scherno da parte delle patrie arti. Ora la corte è invece trasferita a Castelgandolfo, e con essa il Papa, “che per viltade, certo, fece il gran rifiuto”.

Il romanzo di Morselli ha la singolare capacità di sottrarsi alla sua contestualizzazione storica (la fine del secolo ventesimo) e di galleggiare inafferrabile in un tempo che non è mai il suo; così oggi a noi pare di vivere una situazione fuori dalla contemporaneità, più vicina al buio medioevo e alle sue oscure trame: come allora, noi pure oggi abbiamo giullari e saltimbanchi e cantastorie pronti a raccontare alla piazza la loro versione della questione.

L’inconsueto accadimento è naturalmente osservato dappertutto nel mondo, e per i più disparati motivi. Quel che è certo è che la Chiesa di Roma, fedele alla sua pristina vocazione, è sempre ecclesiastica, assemblea di uomini, ed ecumenica, cioè estesa ovunque vi siano terre emerse. E’ trasversale alle storie, alle religioni, alle tradizioni, alle lingue: è, sempre, un fatto internazionale. Per questo bisognerà cavare dagli accadimenti dei prossimi giorni un po’ di più della testimonianza meramente giornalistica, dell’attestazione dei fatti e dei riti –che sono antichi e forse grotteschi come antichi e grotteschi sono gli abiti, antica e grottesca la fumata, antica e grottesca la lingua dell’annunzio, antico e grottesco è soprattutto il conclave, con la sua clausura al mondo, che oggi ci è resa impossibile praticamente anche nel supremo momento stercorario, in quel cesso che un tempo era l’unica stanza della casa dove veramente si poteva stare in beata solitudo: piccolo conclave di cloaca.

Come sempre accade per i fatti che si palesano già agli occhi dei mortali quali epocali e rivoluzionari, bisognerà che il mondo vi legga alcune necessarie lezioncine, che qui ora si proveranno ad imbastire.

Bisognerà chiedersi anzitutto che cosa spinge a viltade il Papa: sappiamo che uno dei due uomini che vestono totalmente di bianco –l’altro è lo scrittore Tom Wolfe- è uomo di lettere e di riflessione. Trovatosi in un serpaio di scontri tra alti prelati per la conquista dei gangli vitali del Vaticano, molto più che uno statarello di regime speciale, egli ha avvertito tutta la sua debolezza, la sua incapacità, la sua impotenza. Ciò ci permette di comprendere, più a fondo di qualunque astrazione, che il carisma e il vero potere non risiedono nel ruolo che si ricopre, nella nominalità dell’incarico. E questo è un insegnamento fondamentale per la valutazione delle relazioni tra Stati.

Bisogna poi interrogarsi circa la non eterna reiterazione delle forme e dei tempi del potere: un incarico elettivo che si annuncia vita natural durante viene improvvisamente dichiarato decaduto dallo stesso che lo detiene. Più spesso accade che a porre fine ad un governo interminabile sia invece una rivolta, una rivoluzione o un intrigo interno al regime. Il potere dimostra così la sua imprevedibilità, la sua non immaginabile riproduzione e reiterazione, la sua caducità. Vanitas vanitatis per tutti i dittatori del mondo che si credono eterni ed indispensabili.

Infine bisogna chiedersi quali saranno le conseguenze di un simile gesto: sono aperte le scommesse –stricto sensu- ma il vecchio adagio “Chi entra in conclave Papa ne esce Cardinale” sconsiglia previsioni affrettate che non sono proprie della onesta scienza. Certo la partita è aperta, e lo scacchiere geo-politico internazionale, come dimostra la storia stessa della cristianità, può essere scosso dall’elezione di un papa straniero: è accaduto recentemente con l’elezione di un Papa polacco in piena guerra fredda, ma non è stato certo un caso isolato. Quale che sarà la nazionalità del Papa, egli dovrà fare i conti con la modernità che possentemente bussa alle porte di San Pietro, e confrontarsi con un ruolo che trascende il governo di una città o di un principato e si proietta vieppiù sul globo terrestre nella sua intierezza.

Ad ogni modo, la sequenza cinematografica dell’abbandono del Vaticano su di un bianco aeroplano e la successiva situazione di anarchia e di vuoto sono plastica immagine di un intero mondo che si trova all’improvviso senza guida, capace di tutto e al contempo inetto, confuso e pericoloso, dove tutto può accadere. Il senso più profondo di una situazione che nessuna dottrina politica, nessuna teoria delle relazioni internazionali, nessuna provvisoria soluzione istituzionale è mai riuscita ad emendare.

[hr]

Photo Credit: Triumphs and Laments

One thought on “Roma senza Papa”

Leave a Reply