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Zero Dark Thirty: propaganda di regime o pornografia della tortura?

A partire da oggi, venerdì 1 marzo, la nuova rubrica mensile Cinema & Politica offrirà commenti e insights sul rapporto tra cinematografia e politica. La rubrica in questione, seguendo le già note linee editoriali di The Risky Shift, cercherà di contribuire ad una comprensione più articolata e ragionata delle complesse, e spesso problematiche, relazioni esistenti tra i due mondi, analizzando film e documenti cinematografici di rilevante interesse per i lettori di The Risky Shift.

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[dropcap]Z[/dropcap]ero Dark Thirty segna il ritorno dietro la macchina da presa, a distanza di quattro anni dal pluripremiato The Hurt Locker, di Kathryn Bigelow. Come nel 2008, la regista, coadiuvata dallo sceneggiatore Mark Boal, ritorna ad occuparsi di guerra. Svestiti i panni dell’artificiere William James (Jeremy Renner), la Bigelow porta in scena le ricerche ossessive del leader di al-Qaida Osama Bin-Laden, condotte dall’agente CIA Maya (Jessica Chastain).

Un film che già dalle premesse si rivela complesso e controverso. Boal deve cimentarsi con una materia storica ancora sin troppo viva, non definitivamente conclusa e non documentata. La difficoltà nella produzione della pellicola è ancor più evidente se si considera che la sceneggiatura iniziale fosse basata sull’incapacità di catturare Bin Laden. Ma il 2 Maggio 2011, in seguito ad un’operazione affidata ai Neavy Seals statunitensi, lo sceicco saudita, viene catturato ed ucciso.

L’intrusione della Storia reale con la storia nel film costringe gli autori a ridefinire il trattamento ed inevitabilmente le intenzioni del film. L’assoluta contemporaneità della stesura della sceneggiatura e delle operazioni di ricerca della CIA evidenziano l’estrema peculiarità di Zero Dark Thirty: per l’assenza di fonti scritte ufficiali, Boal ha dovuto lavorare direttamente a contatto con la CIA per poter raccogliere informazioni su materiale assolutamente segreto, tanto da coniare l’espressione di “reported film”.

L’accesso accordato al giornalista ha suscitato notevoli polemiche nei confronti del presidente Barack Obama, reo di aver provocato dei rischi alla sicurezza nazionale legati alla diffusione di informazioni segrete. La singolarità di un film fortemente politico sin dalle modalità di produzione ha esposto Zero Dark Thirty a critiche preventive, accusando la Bigelow di propaganda nazionalistica o addirittura di agiografia della CIA.

Il clima di sospetto non si è certamente attenuato in seguito alla proiezione del film, cui hanno seguito ingenti proteste e controversie a causa di scene particolarmente crude, in cui la regista rappresenta le brutali pratiche di interrogatorio dell’Intelligence americana, le cosiddette enhanced interrogation techniques, tra le quali il waterboarding, l’utilizzo di un collare per cani, la reclusione in scatole di legno. Immagini di grande violenza oltre che potenza visiva, che disturbano lo spettatore, ponendolo dinanzi ad un evidente dilemma etico.

Parte della critica ha definito il film pornografico, moralmente ambiguo, un endorsment della tortura, accusando la Bigelow e Boal sia di inesattezze nella ricostruzione storica, sia di aver manipolato lo spettatore durante la visione, spingendolo a credere che la violenza delle torture fosse necessaria ed indispensabile per il raggiungimento dello scopo finale: l’uccisione di Bin Laden.

Le opposizioni appaiono dunque tanto eterogenee quanto stimolanti poiché sollevano un fertile dibattito sull’eventuale indipendenza dell’arte al cospetto del dominio storico, o sulla negoziazione tra fattuale e finzionale all’interno del film. Riguardo il primo punto non si può imporre una sorta di “immunità” artistica per la quale il film, in quanto opera d’arte, non possa essere giudicato per la sua accuratezza ricostruttiva. Tanto più, se sin dall’enunciazione iniziale, esso si propone di raccontare fatti realmente accaduti, come testimonia la scritta “Based on first hand accounts of actual events”.

Al tempo stesso appaiono assurde le pretese di non mostrare/non raccontare sullo schermo immagini particolarmente violente, a causa della brutalità delle stesse, contravvenendo dunque all’onestà intellettuale ed alla veridicità storica. È, invece, interessante comprendere in quale misura la Bigelow si attenga ad una rappresentazione realistica della vicenda trattata –pur considerandone la natura di lungometraggio di finzione e non documentario- e se vi sia effettivamente una prospettiva propagandistica o giustificazionista verso le citate pratiche di tortura della CIA.

Vi è un’unica sequenza in cui appare Barack Obama, mostrato su uno schermo televisivo, durante una riunione che coinvolge in prima persona Maya ed altri agenti CIA, mentre rivendica l’assoluta estraneità dell’America verso i metodi di tortura: I have said repeatedly that America doesn’t torture.” Questa breve dichiarazione, tratta dal programma 60 Minutes del Novembre 2008, si contrappone al pesante silenzio della ragazza, catturato con un primo piano dalla Bigelow, in maniera da sconfessare insieme alle immagini precedentemente rappresentate la veridicità delle parole del presidente.

La complessità della materia trattata rende Zero Dark Thirty uno scomodo ritratto americano, accomunando l’estrema ostilità che il film ha ricevuto sin dagli esordi, alla rabbia di Calibano nel vedere il proprio volto riflesso nello specchio.

Zero Dark Thirty inizia con uno sfondo nero cui si giustappongono le voci fuori campo di alcune vittime dell’attentato dell’11 Settembre 2001. Questo incipit rievoca inequivocabilmente l’avvenimento più importante della storia contemporanea, che rappresenta il punto di partenza necessario della nostra narrazione. La sequenza successiva si svolge due anni dopo in un’imprecisata prigione CIA ove la giovane agente Maya inizia la sua attività investigativa allo scopo di scovare Osama Bin-Laden.

L’intero impianto narrativo del film non prevede in nessun momento un allargamento di prospettiva sulla guerra, sul clima di terrore, sulla vita personale di Maya, o su qualsivoglia valutazione politica che non riguardi strettamente le attività di ricerca dell’agente CIA. La regista sembra essere unicamente interessata a ricostruire pedissequamente le complesse indagini quotidiane che hanno portato la protagonista a perseverare negli anni una pista alternativa legata alla figura di un misterioso intermediario di Bin Laden, Abu Ahmed.

La scelta di raccontare il film dal punto di vista di Maya è stata considerata dai detrattori del film come una prova del carattere propagandistico dello stesso. A tale conclusione può essere opposta una duplice confutazione: in primo luogo il punto di vista di Maya non coincide necessariamente con quello della CIA, di cui invece il film ne sottolinea le inefficienze, le influenze politiche ed il modus operandi non sempre edificante (pratiche di tortura, compromessi economici); secondariamente è doveroso sottolineare come il punto di vista della narrazione nel cinema non coincida inequivocabilmente con quello del regista/sceneggiatore.

Con questa considerazione, non voglio certo affermare che la Bigelow o Boal non abbiano un’opinione politica della vicenda, ma piuttosto che abbiano volutamente scelto di eclissarlo, conferendo un taglio oggettivo alla narrazione, che non implica assolutamente un’oggettività assoluta, evitando qualsiasi commentario extradiegetico. Sembra piuttosto, come la stessa Kathryn Bigelow rivendica, un lavoro di documentazione e registrazione dei fatti storici.

Se le pratiche di tortura sono effettivamente state utilizzate era giusto mostrarle. Il raggiungimento del fine non giustifica necessariamente il mezzo, né tanto meno offre un contraltare certo della loro necessità. La questione del dilemma etico e morale che inevitabilmente il film solleva, viene sapientemente rimandata allo spettatore, a cui spetta l’arduo compito di confrontarsi con quanto visto e quanto provato.

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Photo Credit: Shrieking Tree

 

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