Events-Waltz-Setember2010

In morte della guerra fredda

La guerra fredda è un luogo dello spirito, uno state of mind, un simulacro per guerrafondai, un inganno da strateghi. Nel giro di pochi giorni se ne sono andati Margaret Thatcher, Giulio Andreotti e Kenneth Waltz, tre protagonisti, a vario titolo e di differente caratura, delle vicende storiche del secolo scorso, e dunque della guerra fredda.

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[dropcap]S[/dropcap]i sa: la guerra fredda è un luogo dello spirito, uno state of mind, un simulacro per guerrafondai, un inganno da strateghi. Al contempo, la più raffinata, la più illusoria, la più impalpabile delle guerre, e per questo a pieno diritto un momento necessario e incontournable del XX secolo, un secolo fin troppo lungo e intenso per quanti lo hanno vissuto, con buona pace del britannico Hobsbawm, teorico del ‘secolo breve’ scomparso qualche mese fa.

Ma l’elenco degli scomparsi, che trasformerà il mio The Italian Observer di questo mese in un obituary, in un coccodrillone politologico, non si esaurisce certo qui: nel giro di pochi giorni se ne sono andati Margaret Thatcher, Giulio Andreotti e Kenneth Waltz, tre protagonisti, a vario titolo e di differente caratura, delle vicende storiche del secolo scorso, e dunque della guerra fredda.

Curioso notare come la guerra fredda inizi e finisca con una stessa parola chiave: iron, ferro. In quel celebre discorso di Fulton del 1946, l’allora disoccupato ex primo ministro Winston Churchill, sostenne che una iron curtain, una cortina di ferro, era scesa da Stettino sul Baltico fino a Trieste sull’Adriatico, e che in definitiva il Mondo era diviso in due da questo assai scenografico sipario, e bisognava scegliere da che parte stare. La decisione di quale fosse il palco e quale la platea era demandata al quantitativo di testate nucleari l’una o l’altra compagnia di attori fosse riuscita a detenere.

A chiudere la guerra fredda si trovò, per bizzarria della sorte, un’altra britannica che, per il suo piglio deciso e per la durezza e freddezza dei suoi ragionamenti, venne ribattezzata “iron lady”, la signora di ferro perfetta figlia della perfida Albione. A lei, come anche a Sir Churchill, sono stati tributati solenni funerali di Stato.

Onori che, con una sornioneria tutta romana, sono stati rifiutati recisamente dal Divo Giulio, un uomo che, al netto di qualunque simpatia o considerazione a latere, ha incarnato una certa idea di potere fine a se stesso, un pouvoir pour le pouvoir che raramente si è presentato nella storia d’Europa e ancor più raramente nella storia d’Italia. Di Andreotti si è detto tutto e il contrario di tutto, molto ha detto lui stesso, con un’ironia molte volte accosta al feroce sarcasmo, ma non si può dire che Andreotti si sia arricchito, che abbia rubato ignominiosamente, che abbia amministrato la cosa pubblica per puro tornaconto personale come spessissimo è accaduto negli ultimi vent’anni (e se lo ha fatto, lo ha fatto prudentemente).

Non esagero se dico che Andreotti è quanto di più vicino abbiamo avuto in Italia all’ideale di professionista, di lavorante della politica che Max Weber aveva in testa: Andreotti ha vissuto di politica, per la politica e con la politica tutta la sua vita, ritengo anzi non fosse capace di fare nient’altro che quello che ha fatto, e forse sarebbe stato mediocre in qualunque altro mestiere. Inoltre, assai weberianamente, Andreotti era fin troppo cosciente di quella forza monopolistica e legittima che lo Stato rappresenta, e ne ha fatto un uso che di volta in volta si è dimostrato utile a quel mantenimento e a quella riproduzione del suo potere che, ancora con Weber, ogni élite dello Stato punta ad ottenere.

Andreotti, a differenza di Margaret Thatcher, non è stato un protagonista della guerra fredda: è stato un comprimario e talvolta un guitto, ma comunque una vittima della scriteriata e altalenante politica estera che l’Italia ha condotto dal tempo del Conte di Cavour; non che abbia mancato di fantasia, beninteso, ma forse un po’ di coerenza, come sempre accade nelle relazioni internazionali del Belpaese. Fedele al suo motto “meglio tirare a campare che tirare la corda”, Andreotti si è barcamenato, durante il lungo cinquantennio del suo potere, tra atlantismo e filo arabismo, tra scetticismo europeista e faticosa sopravvivenza in Europa. Ha mancato di coraggio, ma non è mai scivolato nella spudoratezza. Mi sembra un considerevole merito.

Protagonista indiscusso quanto sconosciuto e discosto è stato invece il grande Kenneth Waltz, che se ne è andato, anche lui alquanto vecchiotto, lunedì scorso: elegante e lucidissimo teorico della guerra fredda, è l’unico di questa triade novecentesca che sopravivrà alla sua epoca, consegnandosi all’immortalità. Se infatti sia la Tatcher che Andreotti sono stati spazzati via non solo da intrighi di potere ma in qualche modo da un capovolgimento delle condizioni storiche nelle quali avevano consumato la loro ascesa, Waltz ha lasciato un patrimonio di considerazioni e di riflessioni che, nate indubbiamente in un ben definito contesto storico, quello appunto di cui stiamo dicendo, lambiscono l’eterno e l’immutabile, come ogni buona dottrina politica dovrebbe fare.

Pensatore squisitamente e radicalmente europeo (come Hans Morgenthau e, in parte, come Henry Kissinger, che europei, anzi tedeschi, lo erano davvero), Waltz ha saputo iniettare in un quadro già definitivamente scientifico e accademico, quale quello delle relazioni internazionali e della politologia, una dose necessaria di escogitazione filosofica che ad una disciplina così delicata non può e non deve mancare da sostegno.

Maestro cento volte tradito da allievi presuntuosi e un po’ tonti (ahimè, tutti americani), ha dovuto sopportare, nel corso degli anni ottanta e novanta, l’inqualificabile tradimento rappresentato da una sterile quanto inutile misurazione e “numerizzazione”, diciamo così, delle relazioni internazionali, quasi che solo la matematica e la statistica riescano a dare dignità di scienza a quello che scienza non è e non sarà mai: la Politica, l’accidente più esatto che sia mai comparso sulla faccia della terra.

Waltz, che ha scritto un’opera esemplare e fondamentale sulle relazioni internazionali come Man, the State and War (1959), bella come The Anarchical Society di quel bizzarro pensatore europeo in esilio australe che fu Hedley Bull (1932-1985), non ha solo fornito degli strumenti di analisi preziosissimi, dunque inutilizzati, agli attori della guerra fredda, ma ha scritto uno dei più bei trattati novecenteschi sull’essenza e sulla grandiosità dell’animo umano nell’agone della conquista e della prevaricazione. Un Hobbes aggiornato e capace di esaltare, non dannare, l’animus dominandi che ognuno di noi si porta dentro.

Forse la guerra fredda, con la morte di questi suoi tre protagonisti, è finita per davvero. Certamente le opere di Waltz le sopravvivranno come solo i classici sanno fare.

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