2315478743_e7d874e92b_z

L’Argentina di Kirchner: riforme senza democrazia?

Il percorso di riforme intrapreso dalla presidente argentina sembra ripercorrere l’esperienza del Venezuela di Hugo Chávez. Nonostante i ripetuti allarmi lanciati da gruppi editoriali come Clarín, a livello internazionale si registra scarso interesse per la situazione argentina, dove il governo sta erodendo le libertà democratiche fondamentali.

[dhr]

2315478743_e7d874e92b_z

[dhr]

[dropcap]U[/dropcap]n recente articolo apparso su Clarín evidenzia come il decennio kirchnerista, segnato dalle presidenze dei coniugi Kirchner e dal cosiddetto matrimonialismo presidenziale, che vedeva Cristina a capo dell’esecutivo e Nestor leader della maggioranza, si sta concludendo con il tradimento di tutte le aspettative iniziali. Infatti, il decennio kirchnerista si sta chiudendo con il tentativo di Cristina Fernandez di accentrare i poteri nelle sue mani e sottoporre tutti i mezzi d’informazione e i giudici al volere della maggioranza. Ci si trova quindi di fronte un Paese che assomiglia sempre più al Venezuela di Hugo Chávez, incluso a pieno titolo nella frangia più estrema dell’Onda Rosa. Di questo movimento, sviluppatosi in quei Paesi dell’America Latina caratterizzati da politiche economiche liberiste e governi di centro-destra per tutta la durata del decennio precedente, fanno parte presidenti di sinistra che hanno adottato politiche vicine agli interessi delle classi più povere della popolazione, accompagnate da una retorica populista e di protesta nei confronti di organismi internazionali di controllo e potenze internazionali (tra i quali FMI e Stati Uniti).

Il rischio dell’erosione delle libertà fondamentali, e della somiglianza con la situazione venezuelana, è stato già denunciato diverse volte negli ultimi mesi dalla stampa argentina e internazionale. Più voci accusano la presidente di voler mascherare, dietro promesse di democratizzazione dei procedimenti giudiziari e dei mezzi editoriali, il perseguimento dei propri interessi e il tentativo di rimanere in carica per almeno un altro mandato. Già nel 2008, dopo che la stessa non era riuscita ad imporre un aumento delle tasse sulle esportazioni, la Kirchner aveva preso di mira i mezzi di informazione che avevano ostacolato il suo tentativo. L’obiettivo, infatti, era quello di screditare il gruppo editoriale Clarín accusando la sua proprietaria, Ernestina Herrera, di collaborazione con il regime militare per aver ricevuto in adozione due figli di desaparecidos. Una volta smentita la notizia, la presidente non si è fermata alla proposta di legge per la nazionalizzazione dei mezzi d’informazione, ma ha cercato in ogni modo di imporre le sue intenzioni a costo di diventare parte in causa nella disputa legale che dal 2010 è in campo tra lei e il gruppo Clarín. La causa vuole chiarire l’applicabilità o meno della legge sui media che prevede che tutti siano sottoposti al controllo del governo, compresi i gruppi editoriali d’informazione rimasti indipendenti dall’influenza del governo. In un’intervista pubblicata su La Stampa a gennaio di quest’anno, Ricardo Kirschbaum ha denunciato che oltre l’80% degli organi d’informazione argentini sono già sotto il controllo diretto o indiretto del governo, da cui rimarrebbero liberi solo il Clarín, la Nación ed il giornale Perfil.

Data la possibilità di un allineamento fra giudici e giornalisti nel caso Clarín, la Kirchner ha fatto approvare una riforma della giustizia che apporta delle modifiche importanti al funzionamento del Consiglio della Magistratura, l’organo che decide sulla destituzione e sulla nomina dei giudici, portando il numero di membri dagli attuali 13 a 19, e stipulando l’elezione popolare di ben 12 membri in concomitanza con le elezioni presidenziali. A fronte del tentativo di democratizzazione del procedimento di scelta, si contrappone una semplificazione della procedura per la rimozione dei giudici, che potrebbe avvenire con un voto di maggioranza semplice da parte del Consiglio e non più con i due terzi dei suoi membri. Se questa riforma entrasse in vigore, si presenterebbe un allineamento fra Capo di stato e giudici del Consiglio della Magistratura che garantirebbe, a chi governa, di poter perseguire i propri scopi con la complicità dei magistrati.

Alejandro Fargosi, membro del Consiglio della Magistratura, ha lanciato l’allarme affermando che questa riforma della giustizia costituisce un ulteriore avvicinamento dell’Argentina della Kirchner al Venezuela di Chávez. I due leader, in effetti, condividevano due caratteristiche salienti: l’aspirazione all’unità regionale, e un interesse quasi maniacale per il controllo dei mezzi di comunicazione. Il progetto “bolivariano” di Chávez trovava un buon supporto dall’incitamento all’unità e alla solidarietà latinoamericana spesso reclamate dalla Kirchner che non esitò a definire Chávez il degno successore di Bolivar, ovvero come colui che aveva “liberato i corpi” dopo che il primo si era occupato di “liberare le menti”. Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, entrambi i leader hanno ben intuito come tale controllo sia fondamentale per esercitare un potere fermo e inattaccabile. Pertanto, si spiega in questo modo il massiccia utilizzo dei social network da parte della Kirchner, e la promozione, a cura di due registi irlandesi,  del film-documentario “Esta revoluciòn no serà teletrasmitida” sul tentato golpe a Chávez avvenuto nel 2002.

Permangono, tuttavia, importanti differenze fra i due leader: da un lato, il potere di Chávez garantito dal monopolio statale del petrolio, dall’altro le difficoltà della Kirchner nel riuscire ad accentrare il potere a causa dell’opposizione e dei mezzi d’informazione. A tal proposito, sorge un dubbio in merito al mancato commento ufficiale della presidente sulla morte di Videla: che stia cercando di mantenere il più lontano possibile il ricordo della dittatura?

[hr]

Photo Credit: Bernardo Londoy

Leave a Reply