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Un bagno d’umiltà per la scienza economica

A partire da una riflessione sull’assenza di soddisfacenti correttivi economici post crisi e sulle forti divergenze tra gli esponenti delle principali teorie economiche, l’articolo propone due riflessioni alla complessa domanda: “Come mai la scienza economica non è stata in grado di prevedere e di dare risposte alla crisi?”

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[dropcap]A[/dropcap] cinque anni dall’inizio della crisi del 2008 il mondo occidentale non è riuscito a proporre politiche economiche risolutive. Il dibattito economico è stato rovente, magari stimolante, ma inconcludente e confuso.

Limitando la sintesi del dibattito al panorama italiano, ad esempio, si rileva che mentre la Germania e la BCE supportavano e sponsorizzavano le politiche d’austerity di Mario Monti, Gustavo Piga cercava disperatamente di spiegare il loro relativo carattere recessivo, poiché non adatte a ridurre il rapporto debito/PIL, e Wolfgang Münchau, sul Financial Times, titolava “Why Monti is not the right man to lead Italy”. Fuori dal coro anche Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che sostengono come l’errore non risieda nelle politiche d’austerity per se, ma nel modo in cui sono state implementate: andava tagliata la spesa e non aumentate le tasse. L’orchestra di assoli ha un unico spartito comune, tristemente intitolato: il peggio è passato ma la ripresa sarà lenta. Nel frattempo, la Banca Centrale Europea dichiara che il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti nel 2013, mentre Bankitalia annuncia che il PIL scenderà dell’1% durante l’anno in corso.

Come mai la scienza economica non è stata in grado di prevedere e di dare risposte alla crisi? La domanda è ovviamente complessa. Il presente articolo si limita a fornire due risposte largamente trascurate dal dibattito ma, a parere di chi scrive, fondamentali. La prima risposta è strutturale, nel senso che riguarda l’essenza stessa della scienza economica e le sue caratteristiche. La seconda invece fa riferimento ad un fenomeno relativamente recente e auspicabilmente correggibile.

1. Che piaccia o meno, la capacità predittiva dei modelli economici è strutturalmente limitata. Fornino rileva che le scienze economiche, a differenza delle scienze naturali, interagiscono con il loro oggetto di studio pregiudicandone la correttezza, nel momento in cui le previsioni effettuate indirizzano le scelte degli agenti. Se ad esempio, ragionando per assurdo, un modello economico fosse in grado di predire l’andamento esatto di ogni variabile d’interesse, tutti gli agenti economici vorrebbero trarre profitto del vantaggio informativo e venderebbero o comprerebbero secondo il prezzo atteso. Sarà però la stessa azione comune e simultanea di tutti gli agenti a rendere le previsioni inesatte. Inoltre la scienza economica, spesso, non ha la possibilità, per ragioni pratiche ed etiche, di testare i proprio modelli attraverso esperimenti adeguati: sarebbe immaginabile un esperimento teso a valutare gli effetti di una politica d’austerity?

2. In secondo luogo, si è sviluppato un distacco crescente tra le decisioni politiche e la scienza economica. I centri di ricerca producono un’infinità di studi astratti, dove in alcuni casi il contributo maggiore è costituito dalla possibilità d’inserire una nuova pubblicazione nel curriculum vitae dell’autore. Il dibattito tra economisti culmina sovente con una discussione agguerrita su temi sconosciuti ai più, come giustificare la variabile strumentale scelta, oppure discutere sul dataset, o magari sulle modalità per eludere potenziali problemi di endogeneità. Usando le parole di Dani Rodrick a riguardo:

“I professori delle migliori università al mondo si distinguono oggi non per un’esatta comprensione del mondo reale, ma per l’ideare torsioni teoriche fantasiose o per l’utilizzo di inediti elementi di prova. E’ difficile stabilire se le loro abilità li rendano attenti osservatori delle società reali o se possano fornire alle stesse un sano contributo”.

Nella recente campagna elettorale italiana, al contrario, il tema centrale delle politiche economiche da implementare a seguito della crisi è stato marginale e l’opinione a riguardo di alcuni tra i partiti più influenti, a dir poco nebbiosa. Sia chiaro, il problema non è la ricerca empirica in se, non sono i dati e le tecniche utilizzate. Il problema sorge nella misura in cui la tecnica e i tecnicismi precedono le idee di politica economica, e le poche idee in circolazione restano marginali nel dibattito politico poiché astruse o politicamente scomode.

Storicamente, soprattutto nei periodi post-crisi, la politica ha trovato nella scienza economica il primo alleato. A sostenere il New Deal di Roosvelt erano state le politiche economiche keynesiane, mentre è evidente l’influenza del pensiero economico Fridmaniano e della scuola di Chicago sulle scelte del governo britannico di Margaret Thatcher e di quello statunitense di Ronald Reagan. Oggi, agli inediti macro problemi occidentali, legati in primis al mercato finanziario e a quello del lavoro, si associa il vecchio scontro ideologico tra neokeynesiani e neoclassici, oltre che un poco gradito, austero e aristocratico confronto accademico.

Uno dei pochi aspetti positivi della crisi economica, come ricorda Monacelli, è che ci mette di fronte al fatto che la comprensione dei problemi economici è complessa, essenziale e richiede una capacità d’analisi profonda. Alla luce di ciò, dei recenti fallimenti della scienza economica e dell’incapacità della stessa di dare e comunicare risposte esaurienti alla crisi, credo sia necessario un bagno d’umiltà.

Tornado alle due risposte proposte, l’impellente necessità di correttivi economici post-crisi rende solo la prima ancora sostenibile. I limiti dei modelli economici sono, infatti, strutturali e la scienza economica ha raggiunto la maturità per riconoscere ed affrontare le lacune pratiche ed etiche che la caratterizzano. Rodrick, ad esempio, conferma che l’economia, a differenza delle scienze naturali, raramente produce risultati definitivi poiché ogni ragionamento economico è contestuale.  Tutte le proposizioni economiche sono “if-then”. Di conseguenza, la comprensione relativa a quale rimedio funzioni meglio in un particolare contesto è un mestiere piuttosto che una scienza.

Ritengo però, passando alla seconda riflessione, che mai come oggi sia necessario che l’economia torni ad indirizzare le scelte politico-governative. In quest’ottica è fondamentale preservare metodologie corrette e scientificamente validabili, non perdersi in inutili sforzi di eleganza accademica e ricordare di costituire il mezzo, piuttosto che il fine.  Krugman sostiene che il problema non risieda nella teoria economica, ma nella politica economica; il sottoscritto aggiungerebbe che il problema sta nella manifesta incapacità di dialogo tra le due.

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Photo Credit: infomatique

4 thoughts on “Un bagno d’umiltà per la scienza economica”

  1. L’articolo affronta sicuramente due temi trascurati offrendone una lettura interessante, il vero problema é la via di uscita che, a mio avviso, soffre degli stessi errori di approccio che ci hanno portato in questa situazione.
    Dire “mai come oggi sia necessario che l’economia torni ad indirizzare le scelte politico-governative” induce a pensare che la politica é seconda all’economia e che l’ambito in cui effettuare le scelte é solo quello economico. In questo approccio e sequenza causa-effetto vedo il momento iniziale delle storture.
    A mio modo di vedere la Politica deve fornire gli indirizzi e la “Vision” che l’economia deve mettere in pratica. Solo in questo modo riusciremo a descrivere cosa vogliamo trovare alla fine del tunnel.

  2. Grazie Luca per l’interessante spunto. Il rapporto causale tra economia e politica non é un tema di banale soluzione. Nel 2011 Sargent e Sims hanno visto il premio Nobel dimostrando l’ esistenza di un rapporto a due vie: la politica influenza l’economia, ma anche l’economia influisce sulla politica, mentre le aspettative sul futuro giocano un ruolo chiave in questa interazione. Nonostante sia stato superato il concetto marxista di economia come struttura, Sargent e Sims hanno mostrato come la macroeconometria strutturale possa essere usata per analizzare i cambiamenti permanenti nella politica economica.

    Uno dei miei limiti é sempre stato un’attitudine naturale verso il “cosa si puo fare”, piuttosto che verso il “cosa si dovrebbe fare”.

    In tal senso, considerando il lampante degrado politico, l’assenza totale di idee e di vision che son certo condividerai, oltre che i vincoli economici internazionali, credo che a tendere la mano debba essere la scienza economica…

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