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Il Datagate e l’opinione pubblica americana

Il Datagate ripropone l’atavico dilemma tra il diritto alla privacy e quello alla sicurezza. Tuttavia, aldilà degli attacchi politici rivolti a Obama, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni.

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[dropcap]Q[/dropcap]uando le accuse e le critiche giungono sferzanti anche dagli editorialisti del New York Times, significa che per Obama sta forse iniziando un lungo periodo di crisi istituzionale e politica, nonché d’immagine. Gli scandali che nelle ultime settimane stanno scuotendo stampa e opinione pubblica americana, proiettano irrimediabilmente una serie di ombre sul secondo mandato presidenziale, iniziato con i migliori auspici e con un rinnovato ottimismo dopo la fase finale del primo quadriennio a Washington.

La vicenda “Datagate”, così ribattezzata dai giornalisti d’oltreoceano e da quelli britannici, è esplosa con l’inchiesta di Glenn Greenwald e pubblicata sul Guardian. La complessità della vicenda non permette, aldilà delle facili semplificazioni strumentali, di comprendere quale sia, e se ci sia, il coinvolgimento del presidente. A questa, inoltre, si sovrappone il caso dell’IRS (Internal Revenue Service), avente come oggetto l’ingiustificato accanimento fiscale dell’ufficio dell’agenzia delle entrate su gruppi e associazioni legate al mondo conservatore e al Tea Party, che ha obbligato alle dimissioni, su pressioni di Obama, il responsabile Steven Miller.

Le cronache legate al cosiddetto “Datagate” riportano che la NSA, la National Security Agency, avrebbe ottenuto dalla compagnia telefonica Verizon tabulati e comunicazioni private di cittadini americani, e con il programma PRISM sarebbe riuscita a monitorare le attività dei server dei colossi Internet americani. Come sottolinea correttamente Mario Del Pero, “Obama non avrebbe violato la legge, ma solo utilizzato le possibilità del Patriot Act”, lanciato dopo l’11 settembre, e ampliando così le prerogative dell’esecutivo in nome della sicurezza nazionale.

Lo stesso Obama, infatti, ha catalogato la violazione dei dati personali, delle telefonate e della navigazione web dei cittadini americani, alla stregua di “una modesta violazione della privacy”, resasi necessaria per garantire la sicurezza nazionale. Proprio in virtù di queste affermazioni si ripropone l’annoso interrogativo sul bilanciamento tra interessi contrapposti e divergenti, spesso divisi da una sottile linea di demarcazione: sicurezza nazionale da un lato e difesa e tutela della privacy dall’altro. Sono tematiche e discussioni che ritornano costantemente nella storia americana e che non rappresentano affatto una novità, come riporta Arnaldo Testi a proposito di Louis Brandeis.

Obama, che sta subendo un attacco politicamente trasversale, mantiene ancora un atteggiamento pragmatico e in linea con la sua condotta politica. Difende le azioni messe in campo per la sicurezza e tenta di ridimensionare uno scandalo che potrebbe, nel corso del tempo e delle rivelazioni, ingigantirsi a dismisura. Le dichiarazioni di Edward Snowden, ex informatico della CIA, rilasciate in esclusiva al “South China Morning Post”, appesantiscono ancor di più le accuse all’amministrazione poiché, secondo quanto denunciato, il governo spiava anche Pechino e Hong Kong. Come spesso accade negli Stati Uniti, le problematiche di carattere domestico hanno pesanti implicazioni anche in politica estera. In tal guisa si inseriscono le nuove rivelazioni apparse pochi giorni fa a margine del G8 in Irlanda del Nord, sempre da parte di Snowden, secondo cui agenzie di sicurezza britanniche e americane avrebbero posto sotto la propria attenzione alcuni leader al vertice G20 del 2009. L’asprezza della critica ben si riassume nelle immagini apparse sull’Huffington Post, in cui fa capolino “George W. Obama”, nel tentativo di richiamare e assimilare, perlomeno graficamente, l’attuale presidente al suo predecessore.

Aldilà della sferzante satira politica che sta montando nelle ultime settimane, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni, che contrastano con l’attacco bipartisan che il presidente sta ricevendo a livello politico in patria e all’estero.

Il secondo mandato ha spesso rappresentato un difficile banco di prova per i presidenti americani, e ne ha segnato negativamente le tappe: si pensi al Watergate per Nixon, all’affare Iran-Contras per Reagan o al Sexgate (caso Lewinsky) per Bill Clinton. Infatti, con l’eccezione di Nixon, l’opinione pubblica americana si è mostrata piuttosto clemente nei confronti di Reagan e Clinton, il cui gradimento è calato solo per un breve periodo, per poi risalire sia in chiusura di mandato sia dopo l’esperienza presidenziale. Stando alle indagini statistiche di Rasmussen e Gallup, il gradimento dell’opinione pubblica nei confronti di Obama sta calando rispetto ai giorni successivi alla rielezione, ma rimane relativamente costante rispetto alle rivelazioni del Datagate e dello scandalo IRS. I numeri dicono che il presidente, da dicembre, ha perso circa dieci punti percentuali sebbene, per adesso, lo scandalo non abbia accelerato questo trend nel gradimento degli americani.

È possibile che l’opinione pubblica reagisca come già visto con Reagan e Clinton, perdonando a Obama gli errori commessi qualora dovesse risultare direttamente coinvolto. D’altro canto, a livello internazionale c’è già chi parla, ad esempio, della fine della luna di miele tra il presidente americano e i suoi sostenitori europei, questi ultimi delusi rispetto alle speranze iniziali riposte nella sua figura. Una tale interpretazione non farebbe altro che confermare, ancora una volta, l’errata percezione dell’interesse nazionale americano nel Vecchio Continente e le differenti, e spesso disattese aspettative riposte nell’inquilino della Casa Bianca.

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One thought on “Il Datagate e l’opinione pubblica americana”

  1. L’Economist ha definito Obama L’apprendista ( Di George) per come ripropone le politiche sulla sicurezza dell’ex Presidente, spaziando da Guantanamo, alle estradizioni, alle intercettazioni e esagerando con I droni , forse perchè ritiene più elegante , più cool , e meno invasivo questo sistema…senza che l opinione pubblica mondiale si lanci in quelle manifestazioni ” pacifiste” che tanto andavano di moda qualche anno fa. Per spezzare una lancia le intercettazioni sono autorizzate dal potere legislativo , non finirebbero mai sui giornali, e sono ” usate” per questioni serie, non per le stupidaggini alla Ruby. IL problema della compressione dei diritti e la violazione della privacy, per garantire maggior sicurezza, è estremamente interessante e decisivo per le sorti di quella che resta la migliore democrazia del mondo e sono relativamente tranquillo perchè non noto derive da grande fratello, nemmeno da parte dell’ amministrazione Obama, che chiaramente non è tra le mie preferite, a dir poco..Ps: sia ben chiaro che se gli ” scandali” come il datagate , i rapporti ” alleggeriti” su Bengasi, o l’attenzione del fisco Usa, su alcune società…. fossero scoppiati con un presidente repubblicano , sarebbe successo il finimondo….

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