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Morire per un’idea. Breve elogio del suicidio politico

In quanti sono ancora disposti a morire per un’idea? Morire, s’intende, levando di mezzo solo noi stessi, senza inutili stragi d’innocenti? Finché ci sarà chi è disposto ad ammazzarsi perché deluso e amareggiato non per sé ma per la società in cui vive, quella materia incandescente e graveolente che è la Politica continuerà a scorrere sulla terra. E non mi sembra una cattiva notizia.

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[dropcap]L[/dropcap]o ammetto: chi si ammazza per un’idea s’eleva subito ai miei occhi ad eroe romantico. Nessun altro motivo, nessun amore non corrisposto, nessuna depressione giustifica ai miei occhi questo gesto tutto sommato stupido che è il suicidio. Ma ammazzarsi per un’idea, o far sembrare il proprio suicidio un atto politico, mi pare smussare l’eccessiva protervia dell’atto. Spesso questo tipo di suicidi ha una sua componente plateale, diventa un estremo comizio, un testamento politico. Insomma, morire per un’idea è un atto nobile.

Si può morire in mille circostanze diverse: si può morire per sbaglio o per distrazione, si può morire di vecchiaia, si può morire di fame e freddo e si può morire per un’idea. Queste sono morti indubbiamente romantiche, intrise di quel disperato romanticismo politico di cui parlava Carl Schmitt (che però è morto a novantasette anni, segno che l’erba cattiva…). C’è tutto il senso della disperazione, dell’impotenza umana e al contempo tutta la potenza romantica del sacrificio e dell’immolazione nel suicidio, in diretta tv, di Yukio Mishima, per protesta contro l’occidentalizzazione e la modernizzazione del Giappone.

Emozionante contraddizione: uccidersi contro il moderno davanti ad uno dei suoi simboli più potenti, la cinepresa.

E del tipo di suicidi eclatanti e plateali si annoveri anche quello di Socrate con la celebre cicuta, pianta dai deliziosi, candidi fiori: lo sappiamo, ce lo dice Platone, che Socrate poteva sfuggire alla condanna a morte. Ma le leggi vanno rispettate, dice il filosofo, e concionando allegramente come suo solito trangugia l’infuso e dolcemente muore (ma la cicuta, come molti veleni naturali, dà spasimi nervosi e contrazioni muscolari, quindi porta alla paralisi: non una bella scena, insomma). Socrate dunque non obbedisce solo alla condanna, ma esegue una estrema dimostrazione della libertà dell’uomo, del suo arbitrio e del rispetto verso la comunità. Il suo suicidio diventa così il suo manifesto politico, ciò attraverso cui s’invera e si propaga il suo messaggio filosofico.

Naturalmente, non tutti i suicidi possono essere così plateali, e ci sono morti più discrete che nondimeno assumono caratura politica rilevante. Penso a quel 9 maggio del ’59, penso a quella modesta casetta nel magnifico palazzo Cellammare, penso al cuscino intriso di sangue che Renato Caccioppoli, geniale matematico napoletano nipote di Bakunin, comunista anarchico, aveva posto sotto alla testa perché la pallottola, attraversandogli il cranio, non spargesse ovunque il suo sangue e anzi lo raccogliesse come un sudario. Caccioppoli era stato vinto dalla vita, dalle donne, ma soprattutto dal comunismo napoletano, quello da cui esce fuori, non si sa come, Giorgio Napolitano (per avere un’idea di che cosa fosse il comunismo nella Napoli degli anni ’50 bisogna leggere Mistero napoletano di Ermanno Rea).

Penso a quel garbato biglietto che Pierre Drieu la Rochelle lascia alla cameriera dopo aver ingerito dei barbiturici: “Gabrielle, stavolta lasciatemi dormire”. Lo scrittore francese fu l’unico del suo gruppo di amici (Aragon, Malraux, Cocteau, Bréton) a preferire il fascismo di Doriot al comunismo francese, una scelta come l’altra, dettata anche stavolta da un puerile, romantico entusiasmo. Ma il fascismo aveva perso e Drieu non aveva più motivi per vivere. Il diario dei suoi ultimi giorni, e forse la sua intiera opera, è il più lungo messaggio d’addio agli amici e al Mondo che sia dato di leggere.

E un altro fascista fuori tempo massimo, ma della genìa dei suicidi plateali, è questo Dominique Venner, che fino a ieri l’altro era noto solo ad uno stretto manipolo di affezionati lettori, che rintracciavano nel suo pensiero ultraconservatore il lumicino delle loro credenze adolescenziali. Venner aveva settantotto anni e non si può quindi dire che abbia acerbamente salutato il Mondo. I motivi che lo hanno spinto a spararsi un colpo in bocca, senza le accortezze eleganti di Caccioppoli, in una delle più illustri chiese d’Occidente, e cioè la sua contrarietà ai matrimoni omosessuali approvati dall’Assemblée Nationale, sono solo pretestuosi. Venner si è ucciso perché si è accorto che l’Europa nella quale credeva e forse sperava non esisteva più, il suo immaginario personale minutamente scalfito, forse distrutto per sempre.

Sotto i severi occhi e le smorfie ripugnanti dei gargolli, Venner ha deciso di uccidersi, arrivando a quella celebrità postuma che in vita non ebbe. Ma non si tratta del mitomane che cerca attenzione o del padre che stermina la famiglia perché senza lavoro: Venner si è ucciso perché in questo complesso d’idee non c’era più spazio per lui. Si è ucciso per protesta. Era un razzista, un fascista, un retrogrado, e si dirà che il Mondo oggi, senza di lui, è un posto migliore.

Ma in quanti sono ancora disposti a morire per un’idea? Morire, s’intende, levando di mezzo solo noi stessi, senza inutili stragi d’innocenti? Finché ci sarà chi è disposto ad ammazzarsi perché deluso e amareggiato non per sé ma per la società in cui vive, quella materia incandescente e graveolente che è la Politica continuerà a scorrere sulla terra. E non mi sembra una cattiva notizia.

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Photo Credit: 757Live

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