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L’assalto ai sistemi sanitari universalistici

I tagli alla spesa sanitaria e le pericolose misure di compartecipazione sono da interpretare come i primi segnali del big bang dei sistemi universalistici europei, a favore di un irreversibile processo di privatizzazione. Tra qualche anno la crisi potrebbe essere considerata allo stesso tempo come prima imputata e prima giustificazione per un rovesciamento di principi, andato oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.

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Per coloro che vogliono distruggere il modello europeo di welfare, la strutturale debolezza del welfare americano offre un modello attraente. Primo: creare un ben identificabile gruppo di poveri “non meritevoli”. Secondo: creare un sistema in cui i ricchi ricevono pochi benefici in cambio dei tributi che pagano… Infine, come fece Reagan quando tagliò il welfare negli anni ’80, agire in modo da attirare meno attenzione possibile, mettendo in atto politiche le cui implicazioni sono poco chiare e i cui effetti si vedranno solo nel futuro.

[dropcap]N[/dropcap]erina Dirindin e Gavino Maciocco ci ricordano come tutte le strategie elencate siano osservabili nel Regno Unito. Il National Health Service inglese, primo sistema sanitario universalista, nonché fonte d’ispirazione per il Sistema Sanitario Nazionale, ha appena definito un mutamento genetico senza precedenti influenzato dal modello americano. La storia, come spesso accade, si ripete. Senza attirare la doverosa attenzione, il SSN torna a seguire l’esempio del maestro d’oltremanica, attivando un processo che potrebbe culminare con il sacrificio dei suoi principi di fondo: universalità della tutela e solidarietà del finanziamento.

In sanità la testa d’ariete del silenzioso assalto ai sistemi universalistici è costituita dalla misure di compartecipazione, conosciute ai più come ticket sanitari. Nel bel paese, ad esempio, dopo l’introduzione nel 2011 del superticket, ovvero di una quota fissa di 10 euro per ricetta a carico dei soggetti non esenti, sono previsti nuovi ticket sui farmaci e sulle altre prestazioni sanitarie per un importo complessivo di 2 miliardi annui a decorrere dal 2014.

I meccanismi di compartecipazione furono storicamente introdotti come strumento di controllo diretto sulla domanda, finalizzato a ridurre il rischio d’azzardo morale. In un sistema sanitario pubblico, infatti, il cittadino, non pagando direttamente i servizi sanitari, potrebbe determinare un aumento inappropriato della domanda, producendo costi insostenibili per il sistema. Le recenti modifiche introdotte nel Regno Unito e in Italia fanno emergere però la seconda finalità dello strumento, quella di finanziare la spesa sanitaria compensando i tagli delle politiche d’austerity.

In altre parole, la crisi impone tagli dolorosi alla spesa sanitaria e il conto, salatissimo, viene presentato ai cittadini, ai quali viene chiesto di co-partecipare al finanziamento della spesa. Conseguenze?

1. Eccessive misure di compartecipazione favoriscono lo spostamento della domanda dei cittadini con reddito medio-alto al settore privato, che non le applica. L’utente preferisce acquistare le prestazioni da produttori privati per una maggiore convenienza, o sul piano economico o sul piano dell’accessibilità (tempi di attesa). Lucy Reynold prevede, a ragione,  che una competizione basata sui prezzi tra fornitori pubblici e privati, alla fine sarà vinta da quest’ultimi e potrebbe provocare la scomparsa di alcuni dei servizi pubblici perché verranno meno le risorse per pagare i salari dei dipendenti.

2. L’effetto congiunto tra la crisi economico-finanziaria e l’introduzione del superticket ha imposto alla famiglie con reddito basso non esenti di rinunciare all’acquisto di alcuni servizi sanitari, determinando un inedito e grave problema di equità e di mancato accesso alle cure per i “new poor”.

I meccanismi di compartecipazione determinano quindi una fuga dal pubblico bilaterale: da un lato si consegna una fetta di popolazione al privato, dall’altro si preclude l’accesso ai servizi degli individui più vulnerabili, incrementando le diseguaglianze.

Ancor più grave, la vera finalità giustificativa delle misure, ovvero compensare i mancati finanziamenti alla spesa, è difficilmente raggiungibile. Il superticket, ad esempio, avrebbe dovuto compensare un mancato finanziamento di 830 milioni, ma secondo le stime ha prodotto complessivamente un gettito di solo 400 milioni circa. L’obiettivo di finanziare la spesa compensando i tagli è vanificato semplicemente perché se è vero che è aumentato il prezzo del servizio, è anche vero che è stato ridotto il consumo del bene.

Brillante la descrizione del fenomeno come “equivoco della doppia servitù“ di Nerina Dirindin:

Si cerca di servire contemporaneamente, con prontezza e  celerità, due padroni e si finisce coll’ingannare entrambi. I due padroni sono da un lato il moderatore dei consumi, desideroso di limitare il (sovra) consumo di prestazioni sanitarie e dall’altro il cassiere del SSN, desideroso di aumentare rapidamente le entrate. Due obiettivi in contrapposizione: le entrate aumentano solo se le prestazioni sono consumate, ma se si mira a ridurre i consumi anche le entrate si ridurranno.

Il timore è che, seguendo l’esempio britannico, i tagli alla spesa sanitaria e le analizzate  pericolose misure di compartecipazione sono da interpretare come i primi segnali del big bang dei sistemi universalistici europei, a favore di un irreversibile processo di privatizzazione. Tra qualche anno la crisi potrebbe essere considerata allo stesso tempo come prima imputata e prima giustificazione per un rovesciamento di principi, andato oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.

Al contrario è bene ricordare che le politiche di welfare, nonché le politiche sanitarie, possano essere considerate come investimento, non semplicemente “malgrado la crisi”, ma “soprattutto in tempi di crisi”.

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