Interviste 3#: Duccio Basosi sulla crisi egiziana

Gli eventi egiziani non si svolgono nel vuoto, ma in un contesto segnato dalla crisi generalizzata del modello economico liberista e da venti di guerra drammatici nello specifico contesto mediorientale. Per comprendere il ruolo futuro dell’Egitto nelle relazioni internazionali del Medio Oriente sarà importante capire quali saranno gli effetti in Egitto di un possibile attacco statunitense alla Siria, le conseguenze per tutta la regione mediterranea, e le reazioni di Russia e Cina. 

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[dropcap]I[/dropcap]n Egitto possiamo considerare questo momento d’instabilità come una parentesi all’interno della svolta democratica del Paese dopo il 2011, o piuttosto un ritorno alla situazione precedente? Quali possono essere le conseguenze della liberazione di Mubarak?

Non credo sia possibile valutare l’andamento di fenomeni complessi come quelli egiziani se si parte dalla convinzione che le condizioni esistenti all’indomani di un qualche evento significativo (prima la caduta di Mubarak, poi le elezioni parlamentari e presidenziali, ora il colpo di stato dei militari) siano naturalmente destinate a durare nel tempo. Intendo dire che, in ogni singolo momento, dal 2011 a oggi, sono sempre state in atto forze contrastanti. Per schematizzare, queste fanno riferimento ad attori come l’esercito e gli apparati del vecchio regime, la Fratellanza musulmana e i giovani che hanno animato le proteste di piazza Tahrir. Gli eventi significativi di cui sopra hanno registrato di volta in volta l’evoluzione dei rapporti di forza tra gli attori in campo, ma non hanno annullato, di per sé, le dinamiche tra di essi e all’interno di essi. Inoltre, è bene ricordare che gli eventi egiziani non si svolgono nel vuoto, ma in un contesto segnato dalla crisi generalizzata del modello economico liberista e da venti di guerra drammatici nello specifico contesto mediorientale. Oggi in Egitto assistiamo a un ritorno in forze di quello che Limes ha chiamato “lo stato profondo”, che tuttavia non era mai stato scalzato del tutto dalle posizioni di potere occupate nei decenni di Mubarak e che ha condizionato anche il breve regno dei Fratelli Musulmani. Allo stesso tempo, per realizzare il colpo di stato, l’esercito ha dovuto in qualche modo appoggiarsi su una nuova mobilitazione della piazza. Resta però tutto da vedere se i giovani rivoluzionari accetteranno passivamente l’instaurazione di un nuovo regime militare qualora, come molti analisti ritengono, l’esercito utilizzerà la riconquistata centralità politica per portare a termine un disegno restauratore. Da questo punto di vista la liberazione di Mubarak non ha effetti pratici, ma certo ha un chiaro significato simbolico.

Qual è la relazione che sussiste fra i Fratelli Musulmani e i militari?

Si è spesso fatto riferimento alla battuta secondo la quale i Fratelli Musulmani hanno sempre vissuto “sotto un tetto”: critici del regime militare, ma entro certi limiti. In questo momento, con la leadership in carcere e i militanti massacrati nelle piazze, la relazione è ovviamente tesa. Si può ipotizzare che, con pragmatismo, la Fratellanza tratti la liberazione della propria dirigenza in cambio di uno stop alle contestazioni di piazza al regime. In tal caso si tratta però di capire quanta credibilità potrà mantenere agli occhi dei propri militanti. Resta che, sebbene espressione di culture politiche diverse, esercito e Fratellanza esprimono comunque concezioni autoritarie del potere e interessi conservatori in economia. Da questo punto di vista, uno dei dati politici più importanti degli eventi recenti è, per la seconda volta in due anni, la marginalizzazione politica, spero solo momentanea, dei giovani rivoluzionari.

L’annuncio da parte del Segretario della Difesa Hagel, sul mancato coinvolgimento statunitense in Egitto, è da interpretare come una presa di coscienza del fatto che l’influenza USA è diminuita o è piuttosto da imputare a una politica estera ancora non definita?

Credo che l’alternativa proposta non esaurisca le possibilità in campo. Bisogna intendersi sul significato di “non-intervento”. A mio modo di vedere, decidere di non interrompere i programmi di aiuto finanziario e di collaborazione militare con l’Egitto, lungi dall’indicare un non-intervento, indica una precisa opzione di sostegno al nuovo regime. Dal punto di vista dell’establishment statunitense, ciò che era atipico era il flirt con il governo dei Fratelli Musulmani, non certo la relazione con gli alti gradi militari egiziani, consolidatasi in trent’anni di rapporti economici e di esercitazioni comuni. Inoltre, non c’è bisogno di ricordare che proprio i militari egiziani sono stati per più di trent’anni (dalla firma degli accordi di Camp David nel 1978) una garanzia solida ai confini meridionali di Israele, con tutto ciò di positivo che ciò significa agli occhi della maggior parte del mondo politico di Washington. Ciò non è incompatibile né con la relativa riduzione della capacità statunitense di imporre il proprio volere all’estero (ma più che negli anni della Guerra Fredda, il picco di questo fenomeno fu negli anni Novanta), né con il complessivo focalizzarsi della politica statunitense sull’area del Pacifico, al quale stiamo assistendo.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali non solo con le potenze europee e gli Stati Uniti, ma anche con i Paesi del Medio Oriente, quali crede che saranno le principali conseguenze dell’attuale guerra civile?

Non parlerei, per il momento, di guerra civile, sebbene la situazione sia al limite. Come detto sopra, ritengo che la situazione possa ancora evolvere in modi diversi e anche imprevedibili. Se però il regime militare dovesse stabilizzarsi, dal punto di vista della politica internazionale mi sembra si possano fare due osservazioni. La prima, condivisa da molti analisti, è che tale consolidamento incontrerebbe il sostegno di molti attori di peso: gli Stati Uniti e Israele, come già detto, ma anche l’Arabia Saudita e numerosi Paesi del Golfo. Turchia e Qatar, che avevano investito molto sui Fratelli Musulmani, possono non essere al colmo della gioia, ma non mi sembra che abbiano il peso per rovesciare il tavolo. L’Unione Europea rilascerà qualche dichiarazione senza alcun peso alla baronessa Ashton e poi si adeguerà, visto anche che nei prossimi mesi i governi europei saranno principalmente occupati dal tentativo di non far implodere l’euro. La seconda considerazione è che, per comprendere il ruolo futuro dell’Egitto nelle relazioni internazionali del Medio Oriente sarà importante capire quali saranno gli effetti in Egitto di un possibile attacco statunitense alla Siria, le conseguenze per tutta la regione mediterranea, e le reazioni di Russia e Cina. Le variabili in gioco sono moltissime.

Purtroppo, mi sembra che, con riferimento alla situazione siriana, gli strateghi della Casa Bianca siano più preoccupati di proiettare una certa immagine degli Stati Uniti nel mondo che di ponderare le reali conseguenze, non solo per l’Egitto, delle loro (eventuali) azioni.

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Duccio Basosi è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e di ‘International Oil Politics from the 1970s to the present’ alla Ca’ Foscari-Harvard Summer School. Ha ottenuto il dottorato in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Firenze ed è autore di due monografie: “Petrolio e finanza. Gli Stati Uniti, l’oro nero e l’economia politica internazionale” (Venezia, 2012) e “Il governo del dollaro. Interdipendenza economica e potere statunitense negli anni di Richard Nixon, 1969-73” (Firenze, 2006), per il quale ha ottenuto il premio SISSCO Opera Prima dalla Italian Society for the Study of Contemporary History nel 2007. 

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Photo Credit: Db.produzionifotografiche

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