Il Fondamentalista Riluttante

The Reluctant Fundamentalist si risolve con un’amara sensazione di sconfitta umana, segnata dalla morte e dalla sofferenza, comune ad entrambi gli schieramenti; con un’empatia finale, non risolutiva, non conciliatoria, figlia dell’esperienza diretta, nel nome di un unico linguaggio universale: quello del dolore.

[dhr]

8766761819_a66e3ce7f7_c

[dhr]

[dropcap]T[/dropcap]he Reluctant Fundamentalist, presentato fuori concorso in apertura della 69esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è uscito nelle sale italiane il 13 Giugno 2013. Il film, diretto dalla regista indiana Mira Nair, è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Mohsin Hamid. Al centro della narrazione vi è la storia di Changez Khan, professore universitario pakistano, in precedenza promettente analista finanziario newyorchese. È proprio il giovane Changez, interpretato da Riz Ahmed, l’io narrante del film, raccontando, mediante il ricorso a lunghi flashback, quella che è stata la sua esperienza negli Stati Uniti prima e dopo il tragico attentato dell’11 Settembre. Il suo interlocutore, il giornalista americano Bobby Lincoln (Liev Schreiber), in realtà alle dipendenze dei servizi segreti americani, deve verificare l’eventuale connessione tra Changez e il rapimento di un professore americano in Pakistan.

Il film è composto da due livelli di narrazione separati che si intrecciano tra loro: da una parte vi è una registrazione in presa diretta  dell’incontro/scontro tra Changez e Bobby all’interno di un caffè in Pakistan, con una corrispondenza perfetta tra l’arco temporale diegetico e quello della messa in scena; dall’altra il racconto del pakistano della propria storia e del proprio rapporto con gli Stati Uniti, capace di comprendere un intervallo di tempo molto ampio, e di aggiungere a questo thriller una sottotraccia sentimentale, grazie all’incontro con la fotografa newyorchese Erica (Kate Hudson).

Se la struttura del film si presta perfettamente alla costruzione della suspense tipica del thriller, con la tensione che progressivamente si acuisce con il surriscaldarsi delle proteste all’esterno del caffè e con la minaccia dell’Intelligence americana di intervenire prima che Bobby riesca a verificare la reale estraneità dei fatti di Changez, è piuttosto la costruzione delle identità e delle psicologie dei personaggi a rendere il film interessante e a suo modo politico. La regista sceglie di indugiare volutamente sul ruolo delle maschere, delle identità di facciata, presentando due protagonisti spesso ambigui, insinuando un costante dubbio nello spettatore sulla totale onestà di ognuno dei due.

Proprio le parole di Changez – “mai fidarsi delle apparenze” – pronunciate verso Lincoln prima di iniziare il proprio racconto, sembrano riecheggiare costantemente nel film, quasi fossero un principio enunciativo per la visione/comprensione. Questo permette, nonostante una focalizzazione più vicina al personaggio di Changez, attraverso l’utilizzo della voce fuori campo, di interrogarsi comunque continuamente su chi sia realmente buono.

Astraendo il film dall’intelaiatura narrativa del thriller e dalla componente sentimentale, quello che appare più interessante è il rapporto del giovane pakistano con gli Stati Uniti, paese che agli occhi di Changez è visto come una sorta di genitore adottivo, un luogo di opportunità secondo una prospettiva prettamente meritocratica. Saranno difatti proprio gli Stati Uniti ad offrire a questo giovane studente straniero di Princeton il successo professionale come analista in una delle maggiori società finanziarie di Wall Street, e di seguito l’amore della nipote del suo capo, incontrata per caso a Central Park.

Questa terra promessa seduce e cambia Changez, attratto dal denaro e dall’ambizione di successo, al punto da deliberare quotidianamente il licenziamento di migliaia di persone in nome di una più efficiente riorganizzazione produttiva. Il meccanismo d’incontro e contaminazione tra il giovane ed i meccanismi spietati dell’alta finanza statunitensi finiscono per allontanarlo dal proprio paese, dalla propria cultura e dalla propria famiglia, portandolo a confrontarsi costantemente con una crisi interiore di carattere identitario, declinata nell’incapacità di far convivere al suo interno le due differenti culture territoriali. L’angoscia di Changez resta però irrisolta, almeno fino all’11 Settembre, punto di rottura definitivo, le cui conseguenze segneranno il microcosmo filmico, così come hanno mutato il macrocosmo reale.

Mira Nair è abile nel rappresentare quel patriottismo di reazione, troppo spesso sfociato in episodi di xenofobia, violenza e odio, in molti casi senza giustificazione o distinzione. È la formazione di quella percezione culturale dell’islamico come nemico, dettata da una manipolazione ideologica e dalla paura del terrorismo, a sedimentare una cultura del sospetto, in grado di innescare un perverso ed incontrollabile circolo vizioso che vanifica ogni possibile integrazione razziale.

Questo drastico cambiamento è messo in scena mediante alcuni episodi di sospetto, violenza e persecuzione ingiustificata che coinvolgono Changez, al punto da far sviluppare una sorta di riavvicinamento di reazione al proprio paese natio e alla propria cultura, insinuando un sentimento di rabbia e di violenza repressa verso gli Stati Uniti. L’analista decide infatti di abbandonare il proprio lavoro, tornare in patria e dedicarsi all’insegnamento universitario, tenendo corsi di retorica sulla rivoluzione. Changez serba rancore per gli USA a causa del trattamento ingiustamente riservatogli, non manca di sottolineare l’ipocrisia degli americani che “tolgono la vita a cento musulmani per vendicare uno solo di loro” e “parlano di democrazia” ma poi “appoggiano re e dittatori”, non nasconde il “piacere per l’arroganza messa in ginocchio”, ma riesce a rifuggire alla concreta tentazione di “amicizie pericolose” o di istigazione alla violenza. Nel film e nel suo protagonista vi è anche un lieve ma forse troppo timido afflato verso il bisogno di una costruzione identitaria del Pakistan che possa passare attraverso la cultura e la tassazione, piuttosto che le armi e la violenza.

I rapporti tra l’Islam e l’Occidente appaiono quanto mai controversi, irrisolti e difficilmente mediabili sulla base di una reciproca visione demoniaca che l’uno ha dell’altro. Nel tentativo di ribaltare il manicheismo americano la Nair però inciampa nell’errore di un’operazione contraria di polarizzazione pro islamica, a tratti semplicistica nella sua contestualizzazione filmica o nella dialettica tra i due personaggi archetipici.

Il rischio di affermazione di una consequenzialità diretta tra il “fondamentalismo patriottico” statunitense e l’odio islamico verso l’Occidente, che rischia pericolosamente di scivolare nel giustificazionismo, è messo in discussione da una confessione molto forte di Changez, che rivela con un autocompiacimento agghiacciante, un sentimento di sympathia verso i terroristi dell’11 settembre, non riconducibile a nessuna ripercussione ideologica o razziale, che si sarebbe verificata invece solo successivamente:

Avrei dovuto provare dolore o rabbia, invece ero solo soggiogato… Quale audacia… La ferocia di quell’atto era superata dalla sua genialità. Davide aveva colpito Golia.

[hr]

Photo Credit: canburak 

Leave a Reply