All posts by Antonio Petrarulo

Antonio Petrarulo, Laurea in Relazioni Internazionali, Master in Diritto Parlamentare presso l'Università Complutense di Madrid. Studioso di politica internazionale ed appassionato di politica interna italiana e spagnola. Ha lavorato in diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Spagna, dove ha collaborato con l'Ambasciata d'Italia.

Egyptian Chaos: a European Problem

Europe’s role could be crucial to the stabilisation of Egypt. Adding political action to the provision of financial aid, the ‘Old Continent’ could help the country find the stability lost due to its serious economic drift.

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[dropcap]W[/dropcap]hilst Europe attempts to define a role in the Mediterranean, Egypt again finds itself at the centre of international attention due to its political instability, resulting from the fall of Morsi. After the gains of the 2011 revolution were progressively mobilised by the Muslim Brotherhood, due to their victory in the presidential elections, the country’s internal situation progressively deteriorated. This resulted in a coup carried out by the military which seems to have found, for the moment, the support of the population. At this point its western neighbours are presented with a dilemma that is not easy to resolve. It is a matter of understanding which are the real demands of the Egyptian people and which is the correct approach to ‘communicate’ with an Egypt in continuous evolution.

The Egyptian uprising helps to challenge a paradigm rooted in the West, that of electoral infallibility, according to which electoral results are a fundamental-and therefore immutable-element of civic life. As seen in Gaza in 2006, however, in the political realities in which democracy begins to take root, elections often yield results which are opposite to those expected-or rather, hoped for. In a sense, what is happening today in the Middle East previously occurred in Europe in the first half of the twentieth century. If on one hand this opens up legal dialogues, on the strength of which there is no reason to boycott a government which has legitimately come to power, on the other there are numerous voices which contest the electoral result due to hypothetical pressures or ‘financial patronage’ exerted by the Muslim Brotherhood. It seems clear, however, that room for reflection is very limited and that it is instead necessary to act as soon as possible in order to facilitate a process of transition with as little trauma as possible. It is in fact in the common interest that the region finds its own equilibrium.

In this sense Europe’s role could be crucial to the stabilisation of Egypt. Adding political action to the provision of financial aid, the ‘Old Continent’ could help the country find the stability lost due to its serious economic drift. An economy which, moreover, is characterised by structural elements which make internal change difficult. Among them, the importance of the tourist industry, which is now affected by political instability; a strong tradition of high public subsidies, which do not, however, generate positive outcomes in terms of employment; and an elevated degree of military control over the economy. These factors result in very limited opportunities for an imminent recovery. Europe, on the other hand, could have a more incisive role through the Union for the Mediterranean (UfM), created in 2008 by the Barcelona Process and driven by the French, and which in recent years has been found to be a very effective card in relating to the Arab Spring. To find a greater influence in the region, however, the UfM requires renewed confidence and momentum in terms of its capacity for action.

Looking closely, in contrast, what one perceives is a sense of disorientation experienced by western governments, which appear unable to understand the path along which Egypt is directed. Of course, this understanding is far from easy to achieve, and the regional scenario certainly does not make the picture clearer. In fact, the situation in Syria is becoming progressively more explosive, and risks being the subject of a bitter clash between the West and Russia, which has seen Damascus as its only decisive partner in the Middle East since the late seventies.

Ultimately, signs of openness towards a more secular Egypt, which is crucially able to equip itself with a stable and credible democratic system, are coming from the West. To date, however, it is precisely this choice of mediation which seems to be the greatest challenge faced by Cairo. In such a scenario, marked by the fluidity and succession of events, the questions of Europeans are, perhaps, identical to those of Egyptians themselves.

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Original Article: Il caos egiziano: un problema europeo

Translated by Lois Bond


Il caos egiziano: un problema europeo

Il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo alla stabilizzazione dell’Egitto. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare il Paese a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della sua grave deriva economica.

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[dropcap]M[/dropcap]entre l’Europa tenta di trovare un proprio ruolo nell’area mediterranea, l’Egitto torna ad essere al centro dell’attenzione internazionale per l’instabilità politica determinatasi a seguito della caduta di Morsi. Dopo che i frutti della rivoluzione del 2011 sono stati progressivamente catalizzati dai Fratelli Musulmani, in virtù della vittoria delle elezioni presidenziali, la situazione interna al Paese è progressivamente deteriorata, sfociando in un colpo di stato compiuto dall’esercito che sembra aver trovato, per il momento, l’appoggio della popolazione. A questo punto si apre agli occhi dei vicini occidentali un dilemma di non facile soluzione. Si tratta infatti di capire da quale parte stiano le reali istanze del popolo egiziano e quale sia il corretto approccio per ‘comunicare’ con un Egitto in continua evoluzione.

La rivolta egiziana contribuisce a rompere un paradigma radicato in Occidente, quello dell’infallibilità elettorale, in base al quale il risultato delle urne è un elemento fondamentale – e dunque immutabile – della vita statale. Tuttavia, come era già avvenuto nel 2006 a Gaza, nelle realtà politiche in cui la democrazia inizia a germogliare spesso le urne forniscono un risultato opposto a quello previsto – o meglio, auspicato. Ciò che avviene oggi in Medio Oriente, in certo modo, si è già verificato in Europa nella prima metà del Novecento. Se da un lato questo apre a dissertazioni di carattere giuridico, in base alle quali non vi è ragione per boicottare un governo legittimamente giunto al potere, dall’altro non sono poche le voci di chi contesta il risultato elettorale in virtù di ipotetiche pressioni o ‘negozi clientelari’ esercitati dalla Fratellanza Musulmana. Sembra chiaro, tuttavia, che i margini per le elucubrazioni siano molti ristretti e che anzi sia necessario passare quanto prima all’azione per favorire un processo di transizione il meno traumatico possibile: è infatti interesse condiviso che la regione ritrovi un proprio equilibrio.

In questo senso il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare l’Egitto a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della deriva economica del Paese. Economia che, peraltro, è caratterizzata da elementi strutturali che rendono difficile un rilancio interno. Tra questi, il peso dell’industria turistica, che adesso risente dell’instabilità politica; una solida tradizione di alti sussidi pubblici, ma che non generano effetti positivi in termini di occupazione; un elevato grado di controllo dell’esercito sull’economia. I suddetti fattori rendono assai limitati gli spiragli per una imminente ripresa. L’Europa, d’altro canto, potrebbe avere ruolo più incisivo attraverso l’Unione per il Mediterraneo, entità creata nel 2008 dal Processo di Barcellona su impulso francese, e che negli ultimi anni poteva essere una carta assai efficace nell’avvicinarsi alla Primavera Araba. Per trovare una maggiore influenza nella regione, l’UpM ha però bisogno di una rinnovata fiducia e di uno slancio in termini di capacità d’azione.

A ben vedere, invece, quel che si percepisce è un senso di spaesamento vissuto dai governi occidentali, che sembrano non essere in grado di comprendere quale sia il cammino verso cui si dirige l’Egitto. Beninteso, riuscirci non è affatto facile e lo scenario regionale certo non contribuisce a rendere più lucido il quadro: infatti, la situazione in Siria diventa man mano più esplosiva, e rischia di essere l’oggetto di un aspro scontro tra l’Occidente e la Russia che ha in Damasco, sin dal finire degli anni settanta, l’unico partner incisivo in Medio Oriente.

In definitiva, dall’Occidente provengono segnali di apertura verso un Egitto maggiormente laico, che sia in grado, però, di dotarsi di un sistema democratico stabile e credibile. Ad oggi, tuttavia, sembra essere proprio questa scelta di mediazione la sfida più grande fronteggiata dal Cairo. In un tale scenario, segnato dalla fluidità e dal rincorrersi degli eventi, gli interrogativi degli europei, forse, sono identici a quelli degli stessi egiziani.

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Francesco tra simboli, fede e geopolitica

Il Vaticano è un luogo in cui la storia trascorre ad un ritmo diverso rispetto al resto del mondo. La sua concezione temporale non è stata intaccata dalla rivoluzione francese ed il suo sovrano regna in maniera assoluta.

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[dropcap]L'[/dropcap] elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio segna indubbiamente una cesura storica con il passato ed apre un futuro all’insegna dell’incertezza e della debolezza, mitigate tuttavia dalla profusione di speranza che si è vissuta quando il nuovo Pontefice si è affacciato per la prima volta su piazza San Pietro.

Quel che è immediatamente emerso è stata una miriade di simboli aventi tutti lo stesso messaggio: la Chiesa sarà distinta. Primo fra tutti è il nome di Francesco, un macigno che nessuno prima di Bergoglio, in duemila anni di cristianità, ha voluto sostenere. Lo sfarzo e l’ostentazione di potere che regna tra le mura paoline mal si conciliano con la dottrina della povertà e dell’alienazione di quel che si possiede in favore dei più poveri. Troppe volte negli ultimi decenni la Chiesa è stata passibile di critiche, soprattutto in materia finanziaria, lasciando che lo IOR diventasse una banca opaca, aperta a traffici di fondi che hanno condotto agli scandali che non possono che essere stati decisivi nella rinuncia di Benedetto XVI. Oltre al nome, i simboli si moltiplicano. Bergoglio parla di sé come di un vescovo, che chiede che siano i fedeli a benedirlo: in un solo gesto pone gli uomini in contatto con Dio, affinché proteggano un semplice servitore. Uno in più. E poi, al collo Francesco I porta una croce di ferro, come a dire che l’ostentazione dovrà cedere il passo alla carità.

Molto più mondane, invece, sembrano le dimensioni geopolitiche della scelta dei cardinali. Bergoglio, come Woytila – sebbene in circostanze completamente differenti –, succede a Pietro forte della sua origine geografica. L’America Latina è il continente della rinascita cattolica: lì si concentrano la maggioranza dei credenti ed è lì, tra regimi semi-autoritari (o, più diplomaticamente, professanti una forma di neo-costituzionalismo), povertà e segnali di crescita economica che soggiacciono gli elementi necessari affinché il cattolicesimo possa ritrovare lo slancio necessario per riaffermare il proprio primato morale, politico e religioso sulla scena mondiale. Non a caso la prossima Giornata Mondiale della Gioventù è da tempo prevista a Rio de Janeiro. Dall’America Latina riparte, dunque, una improcrastinabile opera di ri-evangelizzazione che col tempo dovrà imporsi in Africa e in Europa: come ha già affermato il pontefice d’ora in poi bisognerà “camminare, edificare, confessare”.

Francesco ha davanti a sé un panorama di sfide tanto difficile quanto avvincente: dovrà rinobilitare l’immagine della Chiesa agli occhi del mondo. Le aspettative registrate tra i fedeli sembrano confermare la volontà di un cambiamento all’insegna della trasparenza, che allontani la Chiesa dalle questioni finanziarie che ne hanno sconvolto la storia recente e che si scagli in maniera chiara ed inequivocabile contro chi si macchia di crimini quali la pedofilia. Al di là degli aspetti terreni, si solleva tra la comunità dei credenti una voglia di rinnovamento materiale della curia, auspicando un’apertura verso un maggior ruolo delle donne, una rimozione dei pregiudizi verso l’omosessualità e l’abbandono di posizioni considerate eccessivamente conservatrici verso gli strumenti di contraccezione.

Chi crede ad una rivoluzione dottrinale è probabilmente destinato ad illudersi. La Chiesa ha dimostrato nei secoli che è in grado di cambiare e rinnovarsi. Ad una sola condizione però: il tempo. Il Vaticano è un luogo in cui la storia trascorre ad un ritmo diverso rispetto al resto del mondo. La sua concezione temporale non è stata intaccata dalla rivoluzione francese ed il suo sovrano regna in maniera assoluta. Lo stesso accade sul versante spirituale: per abbracciare quei convincimenti che tra i fedeli sono già solidi, le gerarchie ecclesiastiche hanno bisogno di impulsi e di passaggi che chissà sfuggano agli occhi degli osservatori. D’ora in poi, tuttavia, inizia una nuova concezione nella guida dei cattolici. D’ora in poi la Chiesa è nelle mani di Francesco.

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Photo Credit: Catholic Church (England and Wales)