All posts by Fabrizio Ribelli

Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Roma Tre con una tesi in Storia degli Stati Uniti, incentrata sulla figura di Ronald Reagan. Ha trascorso periodi di studio all'estero in Francia e Stati Uniti, ed è particolarmente interessato allo sviluppo degli strumenti di comunicazione di massa nell'era digitale.

La crisi siriana e l’ideologizzazione del conflitto

Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

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[dropcap]I[/dropcap]l 4 ottobre del 2011 una risoluzione di condanna promossa dalle Nazioni Unite (redatta in primis da Francia, Inghilterra e Germania) contro l’aspra repressione del regime siriano nei confronti della protesta esplosa ad inizio anno, veniva rigettata per il veto russo e cinese in sede di Consiglio di Sicurezza.

Tanto la proposta di risoluzione quanto il veto evidenziarono già allora una composizione definita, seppur dinamica, degli schieramenti creatisi attorno alla crisi siriana. La vera e propria guerra civile poi divampata ha dimostrato come il conflitto interno e la frammentata opposizione al regime, composta da anime tra loro disomogenee e con interessi confliggenti, sono divenuti un vero e proprio luogo di scontro per le grandi potenze mondiali. Si può dunque delineare, con uno sforzo sintetico, un conflitto a sfere concentriche prive di confini certi che va dal locale al globale, passando per quello regionale.

La prima e più piccola sfera è rinvenibile nella rivolta contro il regime d’inizio 2011 e il successivo conflitto civile. Esso poi racchiude anche le molteplici diatribe latenti di tipo etnico, religioso e culturale del fronte anti-regime pericolosamente frammentato e disomogeneo. La seconda sfera, quella regionale, viene a plasmarsi con le prime prese di posizione sulla crisi di Turchia, (dove ha sede fra l’altro il Consiglio nazionale siriano, anima preminente dell’opposizione ad Assad), Arabia Saudita e di larga parte della Lega Araba a sostegno degli oppositori con le dure accuse al regime; dall’altra parte, le voci di Iran e Iraq levatesi a supporto del governo di Damasco, a dimostrazione di una partita per l’egemonia nell’area dalla quale dipendono la stabilità e il futuro dei suddetti paesi. L’ultimo tassello, in ordine temporale e dimensionale, è quello che rappresenta la sfera globale, con il coinvolgimento internazionale di attori esterni all’area regionale nella crisi siriana, con il rischio di una sua militarizzazione globale.

Il possibile intervento militare statunitense in Siria è stato soltanto l’ultimo evento di una vicenda che ha visto coinvolti, in precedenza, altri protagonisti ansiosi di mettersi in mostra e recuperare una rinnovata centralità nel Medio Oriente. Da un lato Francia e Regno Unito che, sin dai primi mesi del 2011, sono stati scrupolosi e interessati promotori di quasi tutte le risoluzioni di condanna al regime di Assad, fiutando la possibilità di rivestire un nuovo ruolo nella regione facendosi spazio in uno scenario geopolitico imprevedibile, fluido e in ridefinizione. Non va inoltre trascurata la necessità per questi due paesi di recuperare prestigio internazionale agli occhi di Stati Uniti, Russia e Cina. Dall’altro lato, a supporto di Damasco, ci sono proprio Russia e Cina con le quali si è aperto immediatamente uno scontro, soprattutto in sede ONU, scaturito con i veti alle suddette risoluzioni. Questi hanno alimentato risentimenti e tensioni sfociate in un reciproco scambio di piccate dichiarazioni, con l’accusa delle violazioni dei diritti umani da un lato, e la difesa del principio di non-ingerenza da parte di russi e cinesi.

L’escalation della crisi siriana, avvenuta in seguito all’uso di armi chimiche, ha paventato la possibilità di un intervento militare (sulla falsariga di quello libico) per favorire una transizione e porre fine alle violenze. Stiamo dunque assistendo ad una sorta di generale ri-ideologizzazione delle posizioni, con un richiamo a comportamenti simili a quelli dei decenni precedenti la caduta dell’Unione Sovietica. Come ben descritto da Sergej Karaganov, “accade qualcosa di strano alla geopolitica mondiale: sta tornando a ideologizzarsi”.

Secondo Karaganov, la debolezza che oggi più di prima colpisce istituzioni come ONU, Unione Europea, G-8 e G-20, è sintomatica di un mutamento in corso da più di un decennio, che favorisce questo nuovo processo di ideologizzazione. La crisi siriana dimostra una situazione geopolitica molto complessa: l’interdipendenza politica ed economica che vige attualmente nei rapporti internazionali non permette la definizione di strategie d’intervento e scelte sovrapponibili a quelle del passato nonostante le azioni messe in atto dalle maggiori potenze si ispirino ad esse. Un esempio pratico di questo status quo è proprio ciò che è accaduto, nello specifico, negli ultimi due mesi in Siria.

Barack Obama, dopo aver preso tempo evitando il coinvolgimento diretto vincolandolo all’utilizzo di armi chimiche, si è visto costretto, come sostenuto da Panebianco, “a ricostruire almeno un po’ della credibilità perduta”, proponendo un intervento militare addirittura unilaterale.  Ciò ha scatenato reazioni di timore e preoccupazione fra alleati e avversari, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti anche in seno all’alleanza atlantica. Il Regno Unito, che dall’inizio della crisi è apparsa propenso ad un’interferenza nelle dinamiche siriane, si è progressivamente defilato, fino a dichiarasi contrario all’intervento armato. La Francia, seppur più decisa sull’intervento, ha posto cautele. Il presidente americano ha dovuto poi gestire l’opposizione politica interna, un’imponente ondata di pacifismo mediatico e le fredda reazione dei colleghi all’ultimo G20, che ha ulteriormente indebolito la sua tardiva presa di posizione.

Dall’altra parte, il presidente russo Vladimir Putin, fermo e convinto sostenitore di una risoluzione diplomatica della faccenda, ha agito secondo una logica di realpolitik. Sfruttando la sua influenza su Damasco, il premier russo ha proposto la definizione di un trattato per la messa al bando delle armi chimiche (firmato il 14 settembre scorso) costringendo Assad ad aderire, pur difendendolo dalle critiche internazionali. Ciò ha permesso al fronte pro-Assad di guadagnare tempo, vanificando così i tentativi di Obama che, negli stessi giorni, era impegnato in una maratona mediatica per guadagnare l’appoggio del Congresso all’azione militare.

Poco importa, quindi, che Ban Ki-moon abbia poi pubblicato i risultati degli osservatori che testimoniano l’utilizzo delle armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano, o che siano stati violati diritti umani, civili e politici. Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

Le risposte date finora sono poco incoraggianti come dimostrano i drammi di Libia, Egitto, Tunisia, solo per citare i più recenti. L’instabilità che ancora persiste mostra, evidentemente, l’impotenza della comunità internazionale.

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Photo Credit: Freedom House

Obama & Reagan: Foreign Policies in Comparison

Unlike Reagan’s prompt reaction to the events of 1983 in Beirut, the supposed passivity of the current American president, shown following the attack in Benghazi, is needed to orientate himself in a situation undergoing progressive, and above all, unpredictable change. In fact, preventative actions of a military nature would worsen the perception of the U.S. presence in conflict areas and in those which are most geopolitically sensitive.

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[dropcap]A[/dropcap]fter the attack on the American embassy in Benghazi and the killing of Ambassador Stevens, President Obama responded with a resolute but cautious approach, in line with the foreign policy choices of his first term: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for.”

The voluntary preference for the term “act of terror,” and not “terrorism,” shows to what extent the strategy in presidential foreign policy, specifically in the Middle East and North Africa, is focused towards a path which diverges from that of the previous Bush administration, with both linguistic and cultural discontinuities. Behind such language there also lies the undeniable need to put into perspective a constant, and often exploitable, reference to the “Islamic” matrix of the attacks. The will to not concede to the easy temptation of military intervention further confirms the overall tendency towards caution and reflection.

A different reason for this behaviour is to be found in the additional aim of reaching a stabilisation of the political situation in the Middle East and a complex re-evaluation of the image of the United States. The current U.S. president has acted in awareness of America’s political limits in such a context, and has favoured an approach which is more pragmatic than the traditional idealism typical of U.S. foreign policy. The American presence in Middle Eastern and North African affairs during the 20th century has resulted in increased tensions, particularly post-9/11and the wars in Afghanistan and Iraq ordered by Bush. Anti-American sentiment, demonstrated by terrorist actions against sensitive U.S. targets, has grown in the last decade: it is one of the greatest problems faced by Obama, who was also elected for his promise of comprehensive normalisation.

Even the recent trip to the Middle East, described by the press, unsurprisingly, as a “maintenance trip“, showed Obama’s approach to be particularly tentative, almost reflexive, and his reluctance to take more incisive action, by virtue of a high-profile repositioning away from typical frenzied American interventionism.

The title of Fawaz Gerges’ essay, which appeared in March in Limes, effectively sums up  widespread opinion on the so-called Obama doctrine: “Barack the Cautious.” Gerges’ words underline Obama’s pragmatism in the Middle Eastern context, focused on maintaining the status quo by avoiding ideological excesses and encouraging a calmer atmosphere. According to Gerges, this approach is the result of a deliberate American disengagement from the Middle East, in favour of the Pacific. Michele Basso, however, wonders just how realistic this outcome is, and alternatively to what degree a pivotal role in crisis contexts is still a determining factor for America, thus confirming Washington’s presence, albeit in a “softer” manner.

In many respects the same policy of re-evaluation and American outplacement came to be implemented, albeit with different strategies, by Ronald Reagan in the 1980s. The stated objective was to regain credibility among Middle Eastern countries as well as to encourage a process of pacification, however in a strategic framework strongly influenced by the 1982 Westminster Address. Reagan’s doctrine was based on the idea of facing the Soviets at a global level in low-level-intensity conflicts, that is, those not directly fought between the two superpowers, also supporting guerrilla groups and opponents of philosocialist or pro-communist regimes wherever necessary. This aspect of Reagan’s foreign policy, imbued with an anti-communism which was as superficial as it was simplistic, had a positive influence in the direct conflict with Moscow in the long term, but greatly tarnished the image of Americans in other contexts. The U.S. invasion, often maladroit in essentially local matters, such as conflict between Israel and Palestine, or between Iraq and Iran, led to a tightening of international relations, particularly in Lebanon, Iran, and Central America. The American intervention in Lebanon in support of Israel against the Palestine Liberation Organisation, which had exploited the civil war to undermine the Israelis, was considered an act of interference. The reaction to this “reintegration” in the area was very violent with a long series of attacks and abductions of hostages that characterised the entire Reagan presidency. The most shocking episode, which was in a certain sense similar to that of the embassy in Benghazi last year, was in October 1983 in Beirut, which saw the death of more than 200 Marines. The attack, then claimed by Hezbollah, led to a ramping up of American political choices at global level.

Reagan’s reaction was therefore quite different from that of today’s commander-in-chief. The then Republican president showed no reluctance to talk of “terrorism”, condemning the attack and planning a military response, which resulted in the Urgent Fury mission in Grenada. Despite the facade of a reasoning which concerned the defence of civilian and military Americans in the country, where there had been a resounding advance of the philosocialist regime, in so doing Reagan expressed the will for a muscular politics which would restabilise the predominant role of the United States.

Such a modus operandi seems to have been abandoned by Obama, who has always refused military involvement akin to that of the Reagan era. According to Del Pero’s reading, the re-elected president has initiated a policy of “low cost interventionism”, characterised by a general caution, “approaching passivity,” dictated by the pledges established by President Obama himself in electoral campaigns. Observers within the international community are currently reflecting on the validity of this approach with respect to issues in the Middle East and wonder about the need for the U.S. to play a more decisive and incisive role.

At the same time, one should not forget that the president has not completely abandoned the instrument of interventionism: for example, the uses of drones in war zones or in operations like the one that led to the killing of Bin Laden.

In its results, such behaviour does not appear far removed from Reagan’s more aggressive approach, as the escalation of anti-Americanism in the Middle East and in neighbouring regions does not appear at all diminished. At this time the greatest doubt is found in asking whether Obama’s current foreign policy is an almost obligatory and voluntarily considered choice to change the balance of power in ever-changing contexts, especially in light of the great political and cultural upheavals of recent years. It is highly likely that the American president’s supposed passivity is needed to orientate himself in a situation undergoing progressive, and above all, unpredictable change. In fact, preventative actions of a military nature would worsen the perception of the U.S. presence in conflict areas and in those which are most geopolitically sensitive.

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Original Article: Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto 

Translated by Lois Bond

Photo Credit: isriya

 

Il Datagate e l’opinione pubblica americana

Il Datagate ripropone l’atavico dilemma tra il diritto alla privacy e quello alla sicurezza. Tuttavia, aldilà degli attacchi politici rivolti a Obama, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni.

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[dropcap]Q[/dropcap]uando le accuse e le critiche giungono sferzanti anche dagli editorialisti del New York Times, significa che per Obama sta forse iniziando un lungo periodo di crisi istituzionale e politica, nonché d’immagine. Gli scandali che nelle ultime settimane stanno scuotendo stampa e opinione pubblica americana, proiettano irrimediabilmente una serie di ombre sul secondo mandato presidenziale, iniziato con i migliori auspici e con un rinnovato ottimismo dopo la fase finale del primo quadriennio a Washington.

La vicenda “Datagate”, così ribattezzata dai giornalisti d’oltreoceano e da quelli britannici, è esplosa con l’inchiesta di Glenn Greenwald e pubblicata sul Guardian. La complessità della vicenda non permette, aldilà delle facili semplificazioni strumentali, di comprendere quale sia, e se ci sia, il coinvolgimento del presidente. A questa, inoltre, si sovrappone il caso dell’IRS (Internal Revenue Service), avente come oggetto l’ingiustificato accanimento fiscale dell’ufficio dell’agenzia delle entrate su gruppi e associazioni legate al mondo conservatore e al Tea Party, che ha obbligato alle dimissioni, su pressioni di Obama, il responsabile Steven Miller.

Le cronache legate al cosiddetto “Datagate” riportano che la NSA, la National Security Agency, avrebbe ottenuto dalla compagnia telefonica Verizon tabulati e comunicazioni private di cittadini americani, e con il programma PRISM sarebbe riuscita a monitorare le attività dei server dei colossi Internet americani. Come sottolinea correttamente Mario Del Pero, “Obama non avrebbe violato la legge, ma solo utilizzato le possibilità del Patriot Act”, lanciato dopo l’11 settembre, e ampliando così le prerogative dell’esecutivo in nome della sicurezza nazionale.

Lo stesso Obama, infatti, ha catalogato la violazione dei dati personali, delle telefonate e della navigazione web dei cittadini americani, alla stregua di “una modesta violazione della privacy”, resasi necessaria per garantire la sicurezza nazionale. Proprio in virtù di queste affermazioni si ripropone l’annoso interrogativo sul bilanciamento tra interessi contrapposti e divergenti, spesso divisi da una sottile linea di demarcazione: sicurezza nazionale da un lato e difesa e tutela della privacy dall’altro. Sono tematiche e discussioni che ritornano costantemente nella storia americana e che non rappresentano affatto una novità, come riporta Arnaldo Testi a proposito di Louis Brandeis.

Obama, che sta subendo un attacco politicamente trasversale, mantiene ancora un atteggiamento pragmatico e in linea con la sua condotta politica. Difende le azioni messe in campo per la sicurezza e tenta di ridimensionare uno scandalo che potrebbe, nel corso del tempo e delle rivelazioni, ingigantirsi a dismisura. Le dichiarazioni di Edward Snowden, ex informatico della CIA, rilasciate in esclusiva al “South China Morning Post”, appesantiscono ancor di più le accuse all’amministrazione poiché, secondo quanto denunciato, il governo spiava anche Pechino e Hong Kong. Come spesso accade negli Stati Uniti, le problematiche di carattere domestico hanno pesanti implicazioni anche in politica estera. In tal guisa si inseriscono le nuove rivelazioni apparse pochi giorni fa a margine del G8 in Irlanda del Nord, sempre da parte di Snowden, secondo cui agenzie di sicurezza britanniche e americane avrebbero posto sotto la propria attenzione alcuni leader al vertice G20 del 2009. L’asprezza della critica ben si riassume nelle immagini apparse sull’Huffington Post, in cui fa capolino “George W. Obama”, nel tentativo di richiamare e assimilare, perlomeno graficamente, l’attuale presidente al suo predecessore.

Aldilà della sferzante satira politica che sta montando nelle ultime settimane, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni, che contrastano con l’attacco bipartisan che il presidente sta ricevendo a livello politico in patria e all’estero.

Il secondo mandato ha spesso rappresentato un difficile banco di prova per i presidenti americani, e ne ha segnato negativamente le tappe: si pensi al Watergate per Nixon, all’affare Iran-Contras per Reagan o al Sexgate (caso Lewinsky) per Bill Clinton. Infatti, con l’eccezione di Nixon, l’opinione pubblica americana si è mostrata piuttosto clemente nei confronti di Reagan e Clinton, il cui gradimento è calato solo per un breve periodo, per poi risalire sia in chiusura di mandato sia dopo l’esperienza presidenziale. Stando alle indagini statistiche di Rasmussen e Gallup, il gradimento dell’opinione pubblica nei confronti di Obama sta calando rispetto ai giorni successivi alla rielezione, ma rimane relativamente costante rispetto alle rivelazioni del Datagate e dello scandalo IRS. I numeri dicono che il presidente, da dicembre, ha perso circa dieci punti percentuali sebbene, per adesso, lo scandalo non abbia accelerato questo trend nel gradimento degli americani.

È possibile che l’opinione pubblica reagisca come già visto con Reagan e Clinton, perdonando a Obama gli errori commessi qualora dovesse risultare direttamente coinvolto. D’altro canto, a livello internazionale c’è già chi parla, ad esempio, della fine della luna di miele tra il presidente americano e i suoi sostenitori europei, questi ultimi delusi rispetto alle speranze iniziali riposte nella sua figura. Una tale interpretazione non farebbe altro che confermare, ancora una volta, l’errata percezione dell’interesse nazionale americano nel Vecchio Continente e le differenti, e spesso disattese aspettative riposte nell’inquilino della Casa Bianca.

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Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto

Diversamente dalla pronta reazione di Reagan dopo gli avvenimenti del 1983 a Beirut, la presunta passività dell’attuale presidente americano, mostrata in seguito all’attentato di Bengasi, è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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[dropcap]D[/dropcap]opo l’attentato all’ambasciata americana di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens, il presidente Obama ha risposto con un atteggiamento risoluto ma cauto, in continuità con le scelte di politica estera del suo primo mandato: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for“.

La volontaria preferenza per la locuzione “act of terror” e non “terrorism” dimostra quanto la strategia presidenziale in politica estera, nello specifico in quella mediorientale e nordafricana, sia orientata lungo un percorso divergente rispetto alla precedente amministrazione Bush, con una discontinuità sia linguistica che culturale. Dietro tale linguaggio si nasconde anche l’evidente necessità di ridimensionare un costante, e spesso strumentale, riferimento alla matrice “islamica” degli attentati. La volontà di non cedere alla facile tentazione di interventi militari conferma ancor di più la complessiva tendenza alla cautela e alla riflessione.

Una diversa motivazione di questa condotta è rintracciabile nell’ulteriore obiettivo di pervenire ad una stabilizzazione della situazione politica nel Medio Oriente e ad una complicata rivalutazione dell’immagine degli Stati Uniti. L’attuale presidente degli Stati Uniti si è mosso nella consapevolezza dei limiti politici dell’America in tale contesto e ha preferito un’impostazione realista al tradizionale idealismo tipico della politica estera statunitense. La presenza americana nelle vicende mediorientali e nordafricane nel corso del Novecento ha favorito l’acuirsi di tensioni, in particolare dopo l’11 Settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq ordinate da Bush. Il sentimento antiamericano rinvenibile nelle azioni terroristiche contro obiettivi sensibili USA, accresciutosi nell’ultimo decennio, è uno dei maggiori problemi affrontati da Obama, eletto anche per la promessa di una complessiva normalizzazione.

Anche il recente viaggio in Medio Oriente definito dalla stampa, non a caso, un “maintenance trip”, ha mostrato l’approccio di Obama particolarmente attendista, quasi riflessivo e restio ad un intervento più incisivo, in virtù di un riposizionamento d’alto profilo lontano dal frenetico e tipico interventismo americano.

Il saggio di Fawaz Gerges, apparso a marzo su Limes, ben sintetizza nel titolo un’opinione assai diffusa sulla cosiddetta dottrina Obama: “Barack il cauto”. Nelle parole di Gerges si sottolinea il pragmatismo di Obama nel contesto mediorientale, orientato al mantenimento dello status quo evitando eccessi ideologici e favorendo un clima più sereno. Secondo Gerges, questo atteggiamento è frutto di un voluto disimpegno americano dal Medio Oriente in favore del Pacifico. Michele Basso, infatti, si chiede quanto quest’esito sia realistico, o quanto invece sia ancora determinante per l’America un ruolo pivotale nei contesti di crisi, confermando dunque la presenza di Washington seppur in maniera più “soft”.

Sotto molti aspetti la stessa politica di rivalutazione e ricollocamento americano venne attuata, sebbene con strategie differenti, da Ronald Reagan negli anni Ottanta. L’obiettivo dichiarato era quello di recuperare credito fra i paesi mediorientali nonché di favorire un processo di pacificazione, in uno schema però fortemente influenzato dal discorso di Westminster del 1982. La dottrina Reagan si fondava sull’idea ben definita di fronteggiare i sovietici a livello globale nei conflitti a bassa intensità, ossia non direttamente combattuti tra le due superpotenze, sostenendo laddove necessario anche gruppi di guerriglieri e oppositori di regimi filosocialisti o filocomunisti. Proprio questo versante della politica estera reaganiana, intrisa di un semplicistico quanto superficiale anticomunismo, incise positivamente nel confronto diretto con Mosca nel lungo periodo ma deteriorò fortemente l’immagine degli americani in altri contesti. L’invadenza statunitense, spesso maldestra, in faccende prettamente locali come il confronto tra Israele e Palestina o tra Iraq e Iran, condusse ad un irrigidimento delle relazioni internazionali in particolare in Libano, Iran e Centro-America. L’intervento americano in Libano, a supporto di Israele contro la Palestine Liberation Organization, che aveva sfruttato la guerra civile per insidiare gli israeliani, fu considerata un’azione di interferenza. La reazione a questo “reinserimento” nell’area fu molto violenta con una lunga serie di attentati e rapimenti di ostaggi che caratterizzarono l’intera presidenza Reagan. Il più clamoroso, ed in un certo senso assimilabile a quello all’ambasciata di Bengasi dello scorso anno, fu quello dell’ottobre del 1983 a Beirut, che vide la caduta di oltre 200 marines. L’attentato, poi rivendicato da Hezbollah, condusse ad un’estremizzazione delle scelte politiche americane a livello globale.

La reazione di Reagan fu perciò ben diversa da quella dell’odierno commander-in-chief. L’allora presidente repubblicano non ebbe nessuna riluttanza a parlare di “terrorism”, condannando l’attentato e pianificando un’azione militare di risposta, concretizzatasi nella missione Urgent Fury a Grenada. Nonostante la motivazione di facciata riguardasse la difesa di civili e militari americani nel paese, dove vi era stata una clamorosa avanzata del regime filosocialista, così operando Reagan manifestava la volontà di una politica muscolare che ristabilisse il ruolo predominante degli Stati Uniti.

Un tale modus operandi sembra sia stato abbandonato da Obama, che ha sempre rifiutato un coinvolgimento militare simile a quello dell’epoca Reagan. Secondo la lettura data da Del Pero, il rieletto presidente ha avviato una politica di “interventismo low cost”, improntata ad una generale cautela, “prossima alla passività”, dettata dalle premesse gettate dallo stesso Obama nelle campagne elettorali. Gli osservatori della comunità internazionale riflettono attualmente sulla validità di questo atteggiamento nell’approccio alle questioni mediorientali e si interrogano sul bisogno di un ruolo più decisivo e incisivo degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, non bisognerebbe dimenticare che il presidente non ha abbandonato del tutto lo strumento interventista: basti pensare all’utilizzo dei droni nelle aree di guerra o ad operazioni come quella che ha portato all’uccisione di Bin Laden.

Una simile condotta, nei risultati, non appare assai lontana da quella più aggressiva di Reagan poiché la spirale di antiamericanismo in Medio Oriente e nelle regioni limitrofe non appare affatto attenuata. In questo momento il dubbio maggiore consta nel chiedersi se l’attuale politica estera obamiana sia una scelta quasi obbligata e volontariamente prevista per mutare i rapporti di forza in contesti in continua evoluzione, anche alla luce dei grandi stravolgimenti politici e culturali degli ultimi anni. Molto probabilmente la presunta passività del presidente americano è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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Photo Credit: isriya

Da “Yes We Can” a “Forward”: la rivoluzione retorica di Obama dal 2008 a oggi

Dopo aver vinto la sfida con la storia, ed essere divenuto il primo Presidente di colore degli Stati Uniti nel 2008, a distanza di quattro anni e nonostante la crisi economica, Barack Obama è riuscito ad incrementare il consenso elettorale tra coloro che avevano già riposto fiducia in lui.

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Marianna Bettini è co-autrice di questo articolo.

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[dropcap]R[/dropcap]innovando la scelta operata già quattro anni fa, la rivista Time ha proclamato nuovamente Barack Obama “Person of the Year“. L’inversione di tendenza nella strategia della macchina elettorale democratica, in seguito al timore di un declino dell’effetto Obama, è riuscita a far dimenticare, almeno temporaneamente, l’esito poco brillante della sua presidenza. Il nuovo approccio di Obama emerge anche dai discorsi celebrativi pronunciati nel 2008 e nel 2012, all’indomani della vittoria elettorale.

Infatti, se il discorso del 2008 era incoraggiante e proteso verso un futuro fiducioso, quello tenuto a Chicago lo scorso novembre è sembrato incerto e poco originale, nonostante l’emozione che lo ha accompagnato. Grazie alla retorica utilizzata, Obama ha cercato di ricomprendere le individualità, le minoranze, le singole specificità, nel tentativo di orientare a proprio favore quella parte di opinione pubblica e di elettorato a lui politicamente più congeniale. Mai come quest’anno, infatti, la campagna è stata una scommessa sulle qualità personali del Presidente, inteso come uomo di responsabilità, padre ed emblema del ceto medio. La campagna elettorale, infatti, è stata incentrata sull’ideologia politica portante e sul carisma del personaggio, più che su progetti o idee programmatiche: Obama, pertanto, è stato eletto a leader e, contemporaneamente, rappresentante credibile di un’America in affanno.

Il nuovo atteggiamento di Obama è riuscito a capitalizzare efficacemente il nuovo panorama demografico emerso nella società americana negli ultimi 4 anni. Sebbene i gruppi che costituivano l’elettorato democratico nel 2008 siano rimasti numericamente invariati, il consenso è aumentato soprattutto tra le componenti etniche che lo sostennero quattro anni fa: il 93% degli afro-americani (2% in meno rispetto al 2008), il 71% degli ispanici e il 73% degli asioamericani (rispettivamente in aumento del 4 e 11%) lo hanno preferito al suo avversario repubblicano

Nel corso dello scorso mandato, in questi settori dell’elettorato si è registrata una generale disaffezione rispetto al messaggio obamiano, tradito nella sua portata innovativa ed epocale, con un calo di popolarità pressoché uniforme. Tuttavia, solo nell’ultima fase della campagna elettorale, quando Obama ha concentrato la sua attenzione sulla quotidianità degli americani, è emersa una rinnovata fiducia, dimostrata dall’aumento delle registrazioni al voto proprio da parte dei gruppi etnici citati. Non va però minimizzata la critica di molti americani, soprattutto del ceto medio e dei lavoratori a bassa e media specializzazione, rispetto alla gestione della crisi economica.

Una novità assoluta della recente campagna elettorale, caratterizzante soprattutto la piattaforma democratica, è stata la centralità data alla famiglia. Michelle Obama, in particolare, è diventata la personalità chiave della campagna del partito democratico, elevando la figura della first lady alla stregua di una vera e propria guida spirituale e rappresentante del popolo, una sorta di Marianna americana. A lei è stato assegnato il compito di aprire la Convention di Charlotte, dimostrando la sua rilevanza non solo come icona femminile, affermatasi per il suo stile e la sua eleganza, ma anche per il sostegno costante al proprio marito, al punto da far ipotizzare, tra i commentatori politici, una sua possibile, benché sorprendente, candidatura per il 2016.

In questa campagna, Obama ha adottato una strategia politica più diretta e concreta, dando voce alle esperienze di soggetti particolarmente provati dalla crisi: il candidato-presidente ha infatti posto al centro della sua retorica le testimonianze di vita quotidiana raccolte dal 2008. Parafrasando Dwight D. Eisenhower e John F. Kennedy, il candidato democratico ha reso i cittadini protagonisti dell’attività di governo, sottolineando l’importanza del loro contributo per uscire dalla situazione attuale. Dallo stesso palco di Chicago, nel suo discorso del 2008, il neo-eletto Presidente aveva raccontato l’esperienza della signora Ann Nixon Cooper, nata una generazione dopo l’abolizione della schiavitù, che aveva potuto esprimere per la prima volta il voto digitale all’età di 106 anni. L’importanza di tale conquista fu paragonata allo sbarco sulla Luna e alla caduta del muro di Berlino, quali esempi di libertà e unione della cultura americana. Era, quello, un discorso che parlava di valori e di ideali, di imprese che rimandavano ad un concetto ampio e onnicomprensivo di storia.

Lo scorso novembre, invece, la storia ha lasciato spazio alle storie: lo slogan “forward” non ha indicato solo la direzione verso cui tendere, ma ha voluto evidenziare in negativo le politiche offerte da Romney, che sembravano riproporre le ricette liberiste degli anni ottanta. Risulta curioso, pertanto, che proprio nel suo discorso del 7 novembre Obama abbia ripreso l’espressione “the best is yet to come”, usata da Reagan poco prima di lasciare la Casa Bianca. La suddetta espressione, resa celebre proprio da quest’ultimo, fu pronunciata per la prima volta da Carter nel 1978 ed è quindi riconducibile alla tradizione democratica: si evince, pertanto, l’intento unificatore, dapprima di Reagan, e oggi rinnovato da Obama.

Se, dunque, nel 2008 Obama si riferiva agli Stati Uniti come al Paese delle certezze e dei sogni realizzati, nel 2012 ha parlato più volte di impegno, di sacrificio, di speranza e di una forza che emerge quasi negando se stessa: “Questa è la nazione dove c’è più benessere, ma non è quello che ci rende ricchi.” Obama ha così demandato al popolo americano il compito di dimostrare la propria grandezza, ponendosi egli stesso come primus inter pares. Come già aveva tentato Carter, che cercò di fornire una risposta provvisoria alle incertezze degli americani, traditi dalle precedenti amministrazioni ree di aver trascinato gli Stati Uniti nel baratro del Vietnam e di una crisi economica e di potenza, Obama ha chiuso il suo discorso ricordando come quella statunitense sia “la nazione più grande della Terra”, ricalcando pienamente la tradizione della retorica politica ispirata a quella dei Padri Fondatori.

Di conseguenza, la “seconda incarnazione” del Presidente, così come è stata definita dal Time, si è dimostrata vincente, smentendo chi sosteneva che l’effetto Obama fosse svanito del tutto. Sebbene durante il suo primo mandato ci sia stata una leggera flessione nel consenso popolare, gli americani hanno rinnovato la propria fiducia al Presidente uscente, in virtù del nuovo approccio retorico, che si è dimostrato più incisivo, strumentale e adatto al superamento del momento storico attuale. Dopo aver vinto la sfida con la storia, ed essere divenuto il primo Presidente di colore degli Stati Uniti nel 2008, a distanza di quattro anni e nonostante la crisi economica, Barack Obama è riuscito ad incrementare il consenso elettorale tra coloro che avevano già riposto fiducia in lui.

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Photo Credits: MyEyeSees & LeStudio1.com

Gli Stati Uniti Tra Antiche Sfide E Nuovi Dilemmi Geopolitici

Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta.

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L’ elezione di Barack Obama, come 45esimo Presidente degli Stati Uniti, merita una riflessione approfondita sull’impatto che la nuova amministrazione avrà sulla politica internazionale. I prossimi quattro anni, in effetti, preannunciano su questa linea una molteplicità di sfide e veri e propri rompicapi, i cui epiloghi potrebbero condurre ad uno scenario globale completamente stravolto rispetto agli adagi tradizionali. Il complesso rapporto con l’Europa, la difficile situazione mediorientale, l’incognita cinese e le nuove attenzioni rivolte al Pacifico rappresentano le più urgenti questioni che la nuova amministrazione dovrà affrontare.

Una comprensione più approfondita delle relazioni transatlantiche nel corso dell’ultimo anno, rivela come il vecchio continente sia quanto mai centrale nelle valutazioni strategiche di Obama. Infatti, contrariamente alle opinioni di alcuni osservatori continentali, il presidente americano ha già dimostrato nel mese di giugno, quando la crisi economica spingeva l’unione monetaria europea e la Grecia verso un inevitabile tracollo, di temere la destabilizzazione della fragile e lenta ripresa americana.

La reazione di disappunto, maturata a livello europeo, ha posto in discussione la partnership privilegiata che lo stesso Obama aveva ridefinito come essenziale all’indomani della sua elezione nel 2008. Come preconizzato a maggio dall’ex Presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, l’Europa e le sue scelte di politica economica sarebbero diventate decisive nella corsa alla Casa Bianca. Allo stesso modo, seppur da prospettive differenti, l’argomento “Unione Europea” non è stato trascurato neanche da Mitt Romney nel corso della campagna elettorale. Hanno colpito, infatti, le parole dello sfidante repubblicano, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero rischiato di precipitare nella disastrosa situazione economica di Italia e Spagna qualora Obama avesse ottenuto un nuovo mandato. Nel bene o nel male, la questione europea è stata centrale per la rielezione del candidato democratico, come ha dimostrato il successo ottenuto da quest’ultimo in Ohio, teatro del piano di salvataggio statale di Chrysler e della partnership con FIAT. Anche per queste ragioni è lecito pensare che il rieletto Presidente porrà maggiore attenzione alla stabilità della moneta unica, quale pilastro fondamentale per l’interdipendenza economica e finanziaria. In ogni caso, è fuori discussione che tali attenzioni si riflettano in un rapporto euro-atlantico basato sulle stesse stringenti logiche di cooperazione risalenti alla guerra fredda.

Per quanto riguarda la situazione mediorientale, la posizione diplomatica della Casa Bianca rimane ancora incerta e non definita. Considerato un consequentialist da Ryan Lizza, in virtù di un approccio a cavallo tra il realismo di John Quincy Adams e l’idealismo di George W. Bush, Obama ha suscitato le reazioni piccate di Israele a causa della gestione della primavera araba. Infatti, pur adottando una politica di dialogo con Iran ed Egitto, il presidente americano ha comunque anteposto gli interessi di sicurezza americani a quelli di altri paesi. Questo atteggiamento ha creato confusione a livello diplomatico e tensione con Gerusalemme, soprattutto in seguito alle posizioni di apertura di Obama verso il presidente egiziano Mosri, e a quelle mostrate con Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare. In un articolo di Helene Cooper sul New York Times, è stato rilevato come i rapporti Washington-Teheran siano stati caratterizzati da un inedito accordo sullo sfruttamento dell’energia nucleare. Per questo motivo, anche a Teheran si fremeva per la rielezione di Obama, considerato un interlocutore affidabile e comprensivo delle esigenze nazionali.

Infine, l’ascesa della Cina a protagonista della scena internazionale. Durante la campagna elettorale, il candidato democratico ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua, improntata al dialogo con un interlocutore globale da un lato, e di risolutezza verso le scelte economiche di Pechino dall’altro. Risalta, pertanto, il richiamo effettuato a marzo dal presidente americano, che invitava Pechino ad adottare un comportamento più rispettoso delle regole del commercio internazionale. La futura strategia americana verso la Cina, pertanto, appare caratterizzata da un approccio attendista e di neutralità rispetto a questioni interne che stanno pian piano turbando la tranquillità politica del gigante asiatico. Infatti, l’economia cinese, sta subendo un lieve ma inevitabile rallentamento, cui si associano l’irrisolta questione tibetana, i casi di corruzione all’interno del Partito comunista cinese e la richiesta sempre più pressante di diritti civili e sociali.

L’atteggiamento del rieletto Presidente, dettato da un maggiore interesse alle questioni interne, sembra condurre ad uno scenario geopolitico fortemente balcanizzato con gli Stati Uniti sempre meno coinvolti nei contesti regionali dove sono stati presenti per larga parte del Novecento. Come prospettato da Ian Bremmer, si sta determinando uno “G-Zero World” in cui nessuna potenza mondiale (Stati Uniti e Cina) o gruppi di paesi (UE o BRICS) sono in grado di dettare una chiara agenda politica internazionale, soprattutto per ragioni di ordine economico e politico interno.

Pertanto, il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, incoerente a prima vista, cela una chiara scelta politica di disimpegno, che nell’immediato ha provocato una crisi nei rapporti con Israele, una risposta insufficiente agli interrogativi delle rivoluzioni del mondo arabo, e a un atteggiamento ambiguo e discontinuo nei confronti di Europa e Cina. Nei prossimi mesi sarà particolarmente interessante analizzare l’evoluzione delle relazioni tra Pechino e Washington, da cui dipenderanno i futuri assetti geopolitici. A livello teorico, vi sarebbero almeno quattro possibili scenari: la creazione di un G-2 informale, improntato ad un pacifico rapporto tra le due maggiori potenze; un concerto globale caratterizzato dai differenti interessi economico-politici delle potenze emergenti; la possibilità di una Guerra Fredda 2.0 dettata dalla competizione economica tra le due potenze principali; infine, un contesto internazionale frammentato con scarsa cooperazione multilaterale.

A prescindere dalle suddette ipotesi teoriche, Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta. Oltre ad una grande attenzione a tutti problemi passati, presenti e futuri, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti necessita anche di una buona dose di fortuna nei quattro anni che lo vedranno nuovamente al comando.

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Photo Credit: Wikimedia Commons