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Matt is a History graduate currently undertaking a MA in Terrorism, Security and Society in the War Studies department at Kings College London. His interests include British Foreign Policy, counterinsurgency strategy, political violence and terrorism in general. Follow him on Twitter @Mattjowett22

Terrorismo? Quale terrorismo? Come la comunicazione aggrava il problema della definizione

Perché è così difficile definire il terrorismo?

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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riot balaclava terrorist

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[dropcap]T[/dropcap]rovare una definizione per la parola ‘terrorismo’ è di certo uno dei rompicapi più impegnativi dell’epoca moderna. Tale fenomeno si manifesta all’interno di un complesso mosaico di problematiche che influiscono sul breve tempo che si ha a disposizione per poterlo valutare. Sebbene sia diventato elemento cruciale della maggior parte delle agende politiche già all’indomani dell’11 Settembre, ancora non vi è un consenso unanime circa la sua definizione. Per citare un esempio, nel secondo dibattito presidenziale Mitt Romney ha criticato aspramente il presidente Obama per non aver definito l’attacco all’Ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi un attentato terroristico, cosa che il Presidente in carica ha fatto solo due settimane dopo lo stesso.  In maniera simile, il leader libico ad interim ha definito la vicenda come un atto di violenza criminale. I politici prima, e i media poi, si sono dimostrati riluttanti, imprecisi e vaghi nel voler far rientrare questi avvenimenti sotto l’etichetta di atti di natura terrorista. Il presente saggio presenterà dunque una parte di quello che è il dibattito intorno al problema della definizione, sebbene alcune questioni saranno omesse. Tuttavia poiché il terrorismo è strettamente collegato a motivazioni di carattere politico e a ragioni retoriche, che vanno di pari passo con l’evoluzione della comunicazione moderna, è comprensibile la difficoltà nel trovare una definizione univoca al concetto.

Alcune definizioni

Il primo passo da compiere è capire perché è così importante fornire una definizione del termine. A partire dall’11 Settembre, la parola ‘terrorismo’ è entrata a far parte sempre di più del lessico della società moderna, tanto da rievocare nell’immaginario collettivo immagini alquanto violente, di sacrificio e catastrofe. Sappiamo tuttavia comprendere ciò che è davvero il terrorismo? Molti accademici e professionisti si cimentano costantemente nella ricerca di una definizione e, allo stesso tempo, rifiutano quelle già esistenti. Walter Laqueur, che è forse il più illustre della categoria, sostiene che una definizione “non esiste e non la si troverà in un prossimo futuro.” Allo stesso modo, Jeremy Waldon e George Fletcher, in opere separate, riconoscono che ci sono troppe domande ma non risposte sufficienti. Entrambi sembrano lontani da una reale definizione e credono piuttosto che il miglior modo per capire cosa sia il terrorismo sia quello di assistere a una delle sue manifestazioni.

Anche l’Ambasciatore britannico alle Nazioni Unite pare essere sulla stessa linea d’onda. In un discorso successivo all’11 Settembre ha evitato di darne una definizione affermando, “ci dobbiamo concentrare su questo concetto: il terrorismo è il terrorismo … ciò che appare, puzza e uccide come il terrorismo è solo terrorismo.” Tuttavia, se il terrorismo viene considerato come una questione transnazionale, e non all’interno di un paradigma Stato-centrico, sostenere che ogni attacco terroristico presenti determinate caratteristiche che sono sempre evidenti, non solo è banale, ma va a discapito di ogni tentativo di progettare una strategia antiterrorista vincente.  Se, dunque, il terrorismo è una questione globale che interessa diversi Paesi, la sua definizione è di vitale importanza per capirlo e, infine, combatterlo.

È opportuno pensare che la lotta al terrorismo necessiti di una definizione, per quanto sia un’impresa molto ardua. Alex Schmid, il cui pensiero è diventato una pietra miliare all’interno del dibattito definitorio, ha posto l’accento sui “metodi derivati dall’ansia” che sono inflitti alle vittime “generalmente scelte… (bersagli di opportunità).” Un particolare interessante è che egli annovera gli attori statali all’interno della sua definizione e quindi aumenta la necessità di una classificazione in quanto non separa chi o che cosa commette gli atti di natura terrorista. In una risposta diretta a Schmid, Weinberg non include elementi di carattere psicologico all’interno della sua definizione ma pone bensì la politica come ragione principale dietro la strategia terroristica. Allo stesso modo Bruce Hoffman sostiene l’importanza delle motivazioni di carattere politico e le considera lo strumento principale per comprendere il modus operandi dei terroristi. Tuttavia, motivare che un gruppo terrorista agisca esclusivamente per ragioni politiche chiarisce solo un aspetto della questione, così come se si ignorano le motivazioni religiose o ideologiche l’ambito di analisi ne risulterà limitato. John Horgan si allontana dall’idea di Weinberg, mettendo l’accento sull’uso psicologico del ‘terrore’ che, nelle sue parole, “rivela una parte del mistero” nella comprensione del terrorismo.

 L’uso del terrore è di vitale importanza per valutare un attacco perché, come sostiene John Mueller, rompe il codice morale penale rispettato da quasi tutte le popolazioni. Pertanto, la comprensione delle potenziali tattiche e dei target individuati non solo aiuta a polarizzare attori statali e non-statali, ma permette anche una migliore comprensione dei potenziali obiettivi di un gruppo. Non vi può essere una definizione univoca ed esclusiva, ed è appropriato sostenere che il dibattito accademico aggiunge maggiore incertezza alla definizione di terrorismo. In ogni caso, se proprio si volesse utilizzare un singolo concetto esplicativo di terrorismo, questo includerebbe inevitabilmente una serie di parametri che siano in grado di valutare l’attività terroristica.

L’uso improprio del termine ‘terrorismo’

L’ambiguità del mondo accademico su come interpretare le manifestazioni del terrorismo, contribuisce a lasciare irrisolto il problema concettuale. Generalmente, il modo in cui gli attori politici e personalità influenti utilizzano tale termine, ha una valenza molto più ampia, che distoglie dal vero significato e dall’uso del sostantivo ‘terrorismo’. All’interno della sua opera provocatoria, ‘Intrappolati in una Guerra al Terrore’, Ian Lustick affronta l’argomento  ponendo l’accento su come il terrorismo è diventato il fondamento cruciale della politica di Bush. I discorsi pregni di sentimenti patriottici che rimandavano a nostalgiche emozioni di guerra, hanno aiutato a legittimare le decisioni politiche dell’ex Presidente, e a fuorviare la percezione della gente da ciò che effettivamente è il terrorismo. Si trova riscontro di quanto detto negli svariati errori commessi dall’amministrazione Bush nel tentativo di combattere una ‘guerra al terrore’.

Altrettanta confusione è riscontrata nel momento in cui il terrorismo è analizzato, o quando un attacco pare enucleare tutte ‘le caratteristiche e le sensazioni (suscitate da un atto) di terrorismo’: è in questo momento che si ricorre al termine per eludere la mancanza di consenso unanime sulla natura di un atto così violento. Le semplificazioni imposte a livello governativo sono inesorabilmente e ulteriormente aggravate dall’uso sistematico di un “allarmismo apocalittico”, in cui viene impiegata una soffocante varietà di  tattiche intimidatorie – in particolar modo negli Stati Uniti. Ad esempio, la politica concernente la Homeland Security (attività di sicurezza interna contro il terrorismo, NdT) non solo descrive solo la minaccia di terroristi in possesso di armi CBRN, ma anche la loro capacità di utilizzare queste stesse armi “da casa all’estero”. Dichiarazioni imprecise e approssimative sembrano celare altre motivazioni. Fred Kaplan ha sostenuto sulle pagine del The Guardian che “le politiche messe in atto riscuotono il massimo sostegno se sono legate alla guerra al terrorismo”. Di conseguenza, se si adopera il terrorismo in correlazione ad altri argomenti di natura politica, al fine di acquisire il sostegno dell’opinione pubblica, un problema di ordine metodologico sorge inevitabilmente: è possibile separare la realtà dalla finzione ed essere finalmente in grado di fornire una definizione precisa dell’oggetto in questione?

Il ruolo esclusivo della comunicazione

La manipolazione interpretativa dei governi sulla natura del terrorismo è aggravata dallo sviluppo di fenomeni legati alla globalizzazione e al conseguente sviluppo tecnologico che, parafrasando Manuel Castells, ha creato un “nuovo spazio di comunicazione” nei centri di potere. La diffusione di alcune idee politiche presso popolazioni e territori precedentemente estranei e geograficamente distanti, e le accresciute possibilità di comunicazione tra le comunità emigrate con la propria madrepatria, ha creato una complessa dicotomia bollata da Sir Richards come “rete globale di rivendicazioni.” La rapida crescita della tecnologia e l’esplosione dei social media hanno trasformato pareri e opinioni in uno spazio informativo virtuale. Questo permette alle persone di muoversi “rapidamente e senza fili” all’interno di un mondo virtuale. David Betz ha correttamente definito questo fenomeno come il Web 2.0, in cui tutti i vettori della società interagiscono simultaneamente e, di conseguenza, il pubblico non ricopre più il ruolo di spettatore passivo ma rappresenta invece la componente attiva del mondo dell’informazione.

Le tecnologie moderne hanno dunque fornito una potentissima piattaforma per attuare una comunicazione orizzontale attraverso un arcipelago di confini nazionali e internazionali. Se il messaggio è incorretto o fuorviante può scatenare conseguenze imprevedibili, dal momento che fornisce informazioni errate ad un’intera comunità. A tal proposito, i messaggi politici stanno diventando sempre più messaggi mediatici e hanno l’immediata capacità di influenzare tutti i campi della società. D’altro canto, la tecnologia moderna permette ai cittadini la possibilità non solo di eludere i controlli statali tradizionali, ma anche di trasmettere informazioni false. Questo è ben noto all’interno della relazione sulla tecnologia del Generale David Richards nella quale sostiene che la comunicazione moderna “si situa ben oltre la capacità dello Stato di esercitare il proprio controllo senza minacciare tutte le altre funzioni di quello stesso Stato.” Ciò nonostante, tale affermazione è vera in entrambi i sensi e pertanto i governi sono in grado di esercitare un certo grado di autonomia nell’uso dei processi mediatici moderni. Pertanto, come sostiene David Kilcullen, i fini e i mezzi che conducono allo sviluppo di fonti d’informazione si caratterizzano per una scarsa trasparenza che rende molto difficile distinguere l’origine o l’affidabilità delle fonti stesse.

Difatti, un messaggio del governo diventa immediatamente l’input per l’elaborazione dei messaggi da parte dei media, e il relativo output ricopre un ruolo cruciale nel plasmarne la definizione. Se anche il terrorismo è sottoposto a questi filtri di comunicazione, va da sé che il risultato sarà un caleidoscopico insieme di definizioni. Tali definizioni, a loro volta, vengono poi servite all’opinione pubblica, ai leader e ai soliti stereotipi sulla politica estera. A tale proposito John Horgan sostiene che per analizzare il terrorismo nel suo insieme di definizioni è necessario discostarsi dai media. Tuttavia, ottenere un tale distacco appare molto difficile poiché i governi sono i primi attori che sempre più spesso ricorrono ad un utilizzo del termine in un contesto erroneo, con i media pronti ad associarlo a questioni di carattere politico.

Conclusioni

Questo questo saggio ha preso in considerazione una varietà di fonti ma non ha proposto in alcun modo una conclusione esaustiva sul dibattito concernente il problema della definizione. Si è voluto porre l’accento sul ruolo del governo statunitense per via del suo compito esclusivo nella lotta al terrorismo, in quanto le indagini portate avanti in altri Paesi avrebbero potuto generare conclusioni molto diverse. Ad ogni modo, la cattiva informazione imposta dai governi potrebbe riferirsi ad ambiti diversi della vita di tutti i giorni, e le conseguenze della stessa sono ulteriormente aggravate dalle modalità della comunicazione moderna. In ultima analisi, questo rende ancor più arduo il tentativo di fornire una definizione precisa di terrorismo.

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Saggio tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Terrorism is Terrorism? How Communication Exacerbates the Definitional Problem

Photo Credit: bixentro

Terrorism is Terrorism? How Communication Exacerbates the Definitional Problem

Why is terrorism so difficult to define? {Department of War Studies, King’s College London}

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A definition of terrorism is arguably one of the woolliest concepts of modern discourse. Its manifestations arrive from a complex mosaic of compounding issues that affect any real brevity in assessing it. Since 9/11 it has been promoted to the forefront of most political agendas and yet no definitional consensus has followed. In the second presidential debate for example, Mitt Romney lambasted President Obama for not calling the attack on the US Embassy in Benghazi a terrorist incident, of which Obama took 14 days to finally call it such. The interim Libyan leader in comparison described it as an act of criminal violence. Politicians and subsequently media organisations have been careless, imprecise and sloppy in labelling incidents as acts of terrorism. This essay will therefore, scale back from the larger definitional debate and acknowledges that issues will be omitted. However, by arguing that terrorism is wrapped up in political motivations and rhetoric in tandem with the rise of modern communication, ultimately has a greater impact in understanding why terrorism is so difficult to define.

A Definitional Overview

To argue with clarity, the first logical step is to assess why terrorism is so important to define. Since 9/11 the word ‘terrorism’ has increasingly become intertwined in today’s society, and is synonymous in creating powerful images of violence, self-sacrifice and catastrophe. However, are we any closer in understanding what constitutes it? There are many academics and professionals who not only struggle to grapple with a definition, but utterly refute any notion of needing one. Walter Laqueur, perhaps the most prominent in this category, argues that a definition “does not exist nor will it be found in the foreseeable future.” Additionally, Jeremy Waldon and George Fletcher, in separate works, acknowledge that there are too many questions and not enough answers. Both seem to deviate from any real conclusion and believe the best possible course in understanding terrorism – is to know it when you see it.

The British Ambassador to the United Nations also shares this argument. In a post 9/11 speech he shunned the attempts of a definition by stating, “let us be focused about this: terrorism is terrorism… What looks, smells and kills like terrorism is terrorism.” However, if terrorism is taken as a transnational issue and not a single state-centric paradigm, to simply say every terrorist attack has characteristics that are obvious in all instances and consistently the same, is not only trite, but affects any sort of successful counter-terrorism strategy. Therefore, if terrorism is a global affair encompassing many different countries, a definition is vitally important to understand and ultimately combat it.

It is fair to argue that a definition is imperative in combating terrorism. However, coming to that conclusion is not an easy feat. Alex Schmid has become a cornerstone in the definitional debate and arguably places significance on “anxiety-inspired methods” which are implied on victims “generally chosen… (targets of opportunity).” He interestingly includes state-actors within his definition, which further adds weight to the necessity for a classification, because it can separate who or what are committing the acts. In a direct response to Schmid, Weinberg et al conclusively found no room in their definition for psychological effects and place politics as the primary reason behind terrorist strategy. Bruce Hoffman also asserts the importance of politics and views it as the key tool in understanding terrorists modus operandi. However, viewing a terrorist group in the sole constraints of politics reveals only a partial picture, as ignoring religious or ideological motivations limits the scope of analysis. John Horgan moves away from the idea of politics by putting explicit importance on the psychological use of ‘terror’, which in his words “removes part of the mystery” in understanding terrorism.

The use of terror is vitally important in assessing an attack because, as John Mueller identifies, it breaks down the moral criminal code that almost all populations abide by. Thus, understanding the potential method and targets not only helps polarise state and non-state actors but also allows a better degree of understanding of what the potential aims of a group are. There is arguably not one definition to use and it is fair to say that the scattered academic radar adds more uncertainty to how terrorism is defined. Nevertheless, if a definition is used, it does enable a set of parameters to be implemented allowing terrorist activity to be assessed.

The Misuse of ‘Terrorism’

The understandable academic ambiguity around the manifestations of terrorism is one that will continue, however, it is arguably not the basis of why terrorism is so hard to define. The way the word is used in its entirety by political apparatuses and influential individuals has a far larger footprint in misguiding the real meaning and use of terrorism. Ian Lustick’s thought provoking book ‘Trapped in a War on Terror’ portrays this argument and crucially identifies how terrorism became the Bush administrations political foundation. Patriotic fist pumping speeches that hark back to old veteran sentiments helped legitimatise policy-making decisions and misalign people’s perceptions of what terrorism actually is. There is perhaps little to dispute with this argument especially when assessing Bush’s clay footed notion of fighting a ‘War on Terror.’

Other hazy statements seem to be in abundance when terrorism is assessed and the idea of an attack to have a ‘look and feel of terrorism’ seems to be the optimum phrase when there is no uniformity concerning a violent attack. The blurry platitudes imposed by state echelons is unrelenting and is further compounded by the systematic use of “apocalyptic alarmism” whereby a top down smothering of scare tactics is employed – specifically in the United States. Homeland Security for example, not only portrays the threat of terrorists having the capability of CBRN weapons but also the ability to use those weapons “from home and abroad.” The imprecise and often inaccurate statements seem to have other motives. Fred Kaplan, in The Guardian, believes “policies will gain maximum support if they are linked to the war on terrorism.” Therefore, if terrorism is bound up in political drives for public support it begs a very serious question whether it is possible to separate truth from fiction and thus provide an accurate definition.

Communications Unique Role

Government’s apparent manipulation of the subject nature of terrorism is compounded by mushrooming nature of globalisation and the subsequent rise of modern technology, which in Manuel Castells words has created a “new communication space” where “power is decided.” The expansion of ideas to previously untouched parts of the world and the connection of disparate communities to their home nation has created a complex dichotomy that Sir Richards labels as a “global network of grievances.” The rapid expansion in technology, and the explosion of social media sites has arguably transformed opinions and debates into a virtual, informational space. This, allows people to move “rapidly and seamlessly” within a virtual world. David Betz has aptly labelled this as Web 2.0, in which all vectors of society can interact simultaneously, and subsequently, the public are no longer passive spectators but an active cog in the informational world.

Modern technology has therefore now provided an unprecedented platform to move messages horizontally across an archipelago of national and international borders. If the message is incorrect or misleading it can have exponential consequences by smattering the population with distorted information. In that respect, a political message is increasingly becoming a media message and has the ability to influence all spheres of society instantaneously. However, on the other hand, the role of modern technology also means people can circumvent not only traditional state controls but also contrived information. This is evident with General Sir David Richards’ summary of technology where he argues modern communications “are way beyond the state’s ability to control without threatening all the other functions of that state.” However, this works on both feet and allows governments to wield a certain degree of autonomy in the use of modern media processes. Therefore, as David Kilcullen argues, the ends and means of developing sources of information have a paucity that makes it very hard to distinguish origins or accuracy.

A government message is thus now instantly input into the media and the subsequent outlets play a significant role in shaping how it is defined. If terrorism is put through these many different communication filters, the outcome is a kaleidoscopic mesh of compounding definitions. They are connected to public opinion, leader personality and the usual platitudes around foreign policy. John Horgan therefore argues, to assess terrorism in its definitional entirety; a movement away from the media process is vital. However, with governments increasingly using the term in its haziest context and media being completely associated with political issues, this arguably is not possible and subsequently affects coming to terms with a definition of terrorism.

Conclusion

To conclude, this essay has focused on a very selective variety of sources and is not by any means conclusive in bringing the definitional debate to a finish line. It has specifically focused on the US government’s role due to its unique place in combating terror and an investigation into other nations could lead to a very different argument. However, misinformation imposed by any government can arguably filter down into everyday life and is further exacerbated by the role of modern communications. This ultimately gives a larger footprint and further muddies the water in trying to come to terms with an accurate definition of terrorism.

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Photo Credit: bixentro