Category Archives: Analisi & Commenti

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La crisi siriana e l’ideologizzazione del conflitto

Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

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[dropcap]I[/dropcap]l 4 ottobre del 2011 una risoluzione di condanna promossa dalle Nazioni Unite (redatta in primis da Francia, Inghilterra e Germania) contro l’aspra repressione del regime siriano nei confronti della protesta esplosa ad inizio anno, veniva rigettata per il veto russo e cinese in sede di Consiglio di Sicurezza.

Tanto la proposta di risoluzione quanto il veto evidenziarono già allora una composizione definita, seppur dinamica, degli schieramenti creatisi attorno alla crisi siriana. La vera e propria guerra civile poi divampata ha dimostrato come il conflitto interno e la frammentata opposizione al regime, composta da anime tra loro disomogenee e con interessi confliggenti, sono divenuti un vero e proprio luogo di scontro per le grandi potenze mondiali. Si può dunque delineare, con uno sforzo sintetico, un conflitto a sfere concentriche prive di confini certi che va dal locale al globale, passando per quello regionale.

La prima e più piccola sfera è rinvenibile nella rivolta contro il regime d’inizio 2011 e il successivo conflitto civile. Esso poi racchiude anche le molteplici diatribe latenti di tipo etnico, religioso e culturale del fronte anti-regime pericolosamente frammentato e disomogeneo. La seconda sfera, quella regionale, viene a plasmarsi con le prime prese di posizione sulla crisi di Turchia, (dove ha sede fra l’altro il Consiglio nazionale siriano, anima preminente dell’opposizione ad Assad), Arabia Saudita e di larga parte della Lega Araba a sostegno degli oppositori con le dure accuse al regime; dall’altra parte, le voci di Iran e Iraq levatesi a supporto del governo di Damasco, a dimostrazione di una partita per l’egemonia nell’area dalla quale dipendono la stabilità e il futuro dei suddetti paesi. L’ultimo tassello, in ordine temporale e dimensionale, è quello che rappresenta la sfera globale, con il coinvolgimento internazionale di attori esterni all’area regionale nella crisi siriana, con il rischio di una sua militarizzazione globale.

Il possibile intervento militare statunitense in Siria è stato soltanto l’ultimo evento di una vicenda che ha visto coinvolti, in precedenza, altri protagonisti ansiosi di mettersi in mostra e recuperare una rinnovata centralità nel Medio Oriente. Da un lato Francia e Regno Unito che, sin dai primi mesi del 2011, sono stati scrupolosi e interessati promotori di quasi tutte le risoluzioni di condanna al regime di Assad, fiutando la possibilità di rivestire un nuovo ruolo nella regione facendosi spazio in uno scenario geopolitico imprevedibile, fluido e in ridefinizione. Non va inoltre trascurata la necessità per questi due paesi di recuperare prestigio internazionale agli occhi di Stati Uniti, Russia e Cina. Dall’altro lato, a supporto di Damasco, ci sono proprio Russia e Cina con le quali si è aperto immediatamente uno scontro, soprattutto in sede ONU, scaturito con i veti alle suddette risoluzioni. Questi hanno alimentato risentimenti e tensioni sfociate in un reciproco scambio di piccate dichiarazioni, con l’accusa delle violazioni dei diritti umani da un lato, e la difesa del principio di non-ingerenza da parte di russi e cinesi.

L’escalation della crisi siriana, avvenuta in seguito all’uso di armi chimiche, ha paventato la possibilità di un intervento militare (sulla falsariga di quello libico) per favorire una transizione e porre fine alle violenze. Stiamo dunque assistendo ad una sorta di generale ri-ideologizzazione delle posizioni, con un richiamo a comportamenti simili a quelli dei decenni precedenti la caduta dell’Unione Sovietica. Come ben descritto da Sergej Karaganov, “accade qualcosa di strano alla geopolitica mondiale: sta tornando a ideologizzarsi”.

Secondo Karaganov, la debolezza che oggi più di prima colpisce istituzioni come ONU, Unione Europea, G-8 e G-20, è sintomatica di un mutamento in corso da più di un decennio, che favorisce questo nuovo processo di ideologizzazione. La crisi siriana dimostra una situazione geopolitica molto complessa: l’interdipendenza politica ed economica che vige attualmente nei rapporti internazionali non permette la definizione di strategie d’intervento e scelte sovrapponibili a quelle del passato nonostante le azioni messe in atto dalle maggiori potenze si ispirino ad esse. Un esempio pratico di questo status quo è proprio ciò che è accaduto, nello specifico, negli ultimi due mesi in Siria.

Barack Obama, dopo aver preso tempo evitando il coinvolgimento diretto vincolandolo all’utilizzo di armi chimiche, si è visto costretto, come sostenuto da Panebianco, “a ricostruire almeno un po’ della credibilità perduta”, proponendo un intervento militare addirittura unilaterale.  Ciò ha scatenato reazioni di timore e preoccupazione fra alleati e avversari, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti anche in seno all’alleanza atlantica. Il Regno Unito, che dall’inizio della crisi è apparsa propenso ad un’interferenza nelle dinamiche siriane, si è progressivamente defilato, fino a dichiarasi contrario all’intervento armato. La Francia, seppur più decisa sull’intervento, ha posto cautele. Il presidente americano ha dovuto poi gestire l’opposizione politica interna, un’imponente ondata di pacifismo mediatico e le fredda reazione dei colleghi all’ultimo G20, che ha ulteriormente indebolito la sua tardiva presa di posizione.

Dall’altra parte, il presidente russo Vladimir Putin, fermo e convinto sostenitore di una risoluzione diplomatica della faccenda, ha agito secondo una logica di realpolitik. Sfruttando la sua influenza su Damasco, il premier russo ha proposto la definizione di un trattato per la messa al bando delle armi chimiche (firmato il 14 settembre scorso) costringendo Assad ad aderire, pur difendendolo dalle critiche internazionali. Ciò ha permesso al fronte pro-Assad di guadagnare tempo, vanificando così i tentativi di Obama che, negli stessi giorni, era impegnato in una maratona mediatica per guadagnare l’appoggio del Congresso all’azione militare.

Poco importa, quindi, che Ban Ki-moon abbia poi pubblicato i risultati degli osservatori che testimoniano l’utilizzo delle armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano, o che siano stati violati diritti umani, civili e politici. Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

Le risposte date finora sono poco incoraggianti come dimostrano i drammi di Libia, Egitto, Tunisia, solo per citare i più recenti. L’instabilità che ancora persiste mostra, evidentemente, l’impotenza della comunità internazionale.

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Photo Credit: Freedom House

Asia and the Rest: Linee, Cerchi e Triangoli

In questa breve riflessione Marco Pellerey spiega perché lo scacchiere internazionale andrebbe inteso come un insieme geometrico di linee rette, cerchi e triangoli: un luogo dove forme di pensiero ed espressione diverse si intersecano formando un’intricata tela di interessi reali e percezioni quantomeno ambigue.

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[dropcap]N[/dropcap]ell’eterno scontro tra realisti e le varie scuole del costruttivismo nelle relazioni internazionali, i primi sono spesso accusati dai secondi di semplificare troppo la realtà, cesellando col cinismo ogni situazione e denudando i protagonisti politici di ogni dimensione psicologica che non sia quella razionale, calcolatrice e lucidamente egoistica. Vorrei proporre qui un’estremizzazione di questo procedimento in chiave geometrica per sottolineare alcuni aspetti culturali che credo abbiano grande rilevanza per l’attuale contesto internazionale.

Invito il lettore ad immaginare l’importanza che la linea retta (e l’ideale di totale inflessibilità che rappresenta) ha avuto nello sviluppo del cosiddetto Occidente. Si considerino le falangi macedoni, con i soldati disposti in file ordinate pronti a fronteggiare il nemico che gli sta esattamente davanti. Così pure nelle trincee della Grande Guerra o nei cieli della seconda guerra mondiale, è solamente lo scontro frontale e decisivo dal quale scaturiscono coraggio, gloria e vittoria. Il gioco degli scacchi riassume in sé la quintessenza occidentale nelle sue disposizioni binarie: bianchi e neri, pezzi ‘vivi’ o ‘mangiati’, aristocrazia e umili pedoni. La metafora naturalistica sarebbe la possenza di una quercia, il cui tronco dritto e inamovibile sfida gli elementi, spezzandosi pur di non indietreggiare.

L’equivalente orientale di quest’ultimo potrebbe essere rappresentato dal bamboo. Una pianta flessibile la quale, anziché resistere a testa alta al vento dapprima si china, adattandosi, per poi rialzarsi descrivendo un ampio cerchio nell’aria. La qualità suprema si trasforma da durezza a flessibilità; una qualità inerente alla strategia di guerra cinese, come indicato Sun Tzu in alcuni dei suoi più celebri aforismi:

L’arte della guerra consiste nello sconfiggere il nemico senza doverlo affrontare

In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria.

Questa asimmetria è incompatibile con la logica lineare europea ed è stata spesso interpretata- specie dai viaggiatori dell’800 – come indice di inaffidabilità, ambiguità quasi genetica e quindi inferiorità rispetto agli europei, mentre sul campo di battaglia come codardia tipica di coloro che non vogliono esporsi.

Le differenze percettive sono innanzitutto culturali ed hanno un risvolto profondo nella vita quotidiana. Mentre l’Asia cerca l’armonia tra le forme, cercando sempre di stabilire un equilibrio cosmico tra le parti (Yin e Yang) evitando il più possibile conflitti verbali o fisici, gli occidentali al contrario credono che dal confronto diretto- soprattutto in politica- scaturiscano idee nuove ed innovative, puntando il dito contro tutto ciò che non va in modo diretto ed esplicito. L’America non è forse il paese dello straight talk?

A queste metafore geometriche sulle quali numerosi studiosi si sono espressi in dettaglio se ne aggiunge una terza, che è essenziale per comprendere meglio i giochi politici in Asia: il triangolo. Come risolvere conflitti tra persone o nazioni senza essere troppo espliciti e quindi rischiare di offendere o peggio, di far ‘perder la faccia’ all’avversario? La soluzione è quella di delegare a terzi che fungano da intermediari. È  un gioco di sponda che consente di esporsi di meno ma permettendo maggiore efficacia e franchezza. Occorre trovare però un interlocutore affidabile che goda della fiducia di entrambi gli schieramenti.

È anche in tale ottica che dovrebbero essere compresi i recenti rafforzamenti degli accordi regionali nell’Est e nel Sud-Est Asiatico. L’ASEAN, per esempio, conta al suo interno membri che negli ultimi trent’anni sono entrati in guerra tra loro. Particolarmente sanguinosa fu l’invasione vietnamita della Kampuchea nel 1978, i secolari contrasti tra Thailandesi e Birmani, dispute di confine tuttora in corso tra thailandesi e cambogiani per il controllo di un tempio sulla frontiera, o ancora l’invasione di Timor-Leste da parte dell’esercito Indonesiano dal 1975 al 1999. Sebbene sia perfettamente normale che un alone di diffidenza reciproca aleggi ancora, l’ASEAN rappresenta un valore aggiunto per gli stessi, poiché è in grado di agire da lubrificante sulle tensioni politiche dell’area, offrendo un foro ideale per affievolire contrasti tra governi e istituzioni.

Altri forum regionali simili sono stati creati nell’intento di promuovere una soluzione multilaterale a problemi che riguardano pasi rivali. Il Mekong River Commission and Sustainable Development (MRC) con sede a Vientiane è un altro organo sub-regionale, usato come sponda diplomatica per sanare contrasti tramite intermediari.

Non sarebbe quindi sbagliato raffigurare lo scacchiere internazionale come un insieme geometrico di linee rette, cerchi e triangoli dove forme di pensiero ed espressione diverse si intersecano formando un’intricata tela di interessi reali e percezioni quantomeno ambigue.

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Photo Credit: Present&Correct
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Interviste 3#: Duccio Basosi sulla crisi egiziana

Gli eventi egiziani non si svolgono nel vuoto, ma in un contesto segnato dalla crisi generalizzata del modello economico liberista e da venti di guerra drammatici nello specifico contesto mediorientale. Per comprendere il ruolo futuro dell’Egitto nelle relazioni internazionali del Medio Oriente sarà importante capire quali saranno gli effetti in Egitto di un possibile attacco statunitense alla Siria, le conseguenze per tutta la regione mediterranea, e le reazioni di Russia e Cina. 

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[dropcap]I[/dropcap]n Egitto possiamo considerare questo momento d’instabilità come una parentesi all’interno della svolta democratica del Paese dopo il 2011, o piuttosto un ritorno alla situazione precedente? Quali possono essere le conseguenze della liberazione di Mubarak?

Non credo sia possibile valutare l’andamento di fenomeni complessi come quelli egiziani se si parte dalla convinzione che le condizioni esistenti all’indomani di un qualche evento significativo (prima la caduta di Mubarak, poi le elezioni parlamentari e presidenziali, ora il colpo di stato dei militari) siano naturalmente destinate a durare nel tempo. Intendo dire che, in ogni singolo momento, dal 2011 a oggi, sono sempre state in atto forze contrastanti. Per schematizzare, queste fanno riferimento ad attori come l’esercito e gli apparati del vecchio regime, la Fratellanza musulmana e i giovani che hanno animato le proteste di piazza Tahrir. Gli eventi significativi di cui sopra hanno registrato di volta in volta l’evoluzione dei rapporti di forza tra gli attori in campo, ma non hanno annullato, di per sé, le dinamiche tra di essi e all’interno di essi. Inoltre, è bene ricordare che gli eventi egiziani non si svolgono nel vuoto, ma in un contesto segnato dalla crisi generalizzata del modello economico liberista e da venti di guerra drammatici nello specifico contesto mediorientale. Oggi in Egitto assistiamo a un ritorno in forze di quello che Limes ha chiamato “lo stato profondo”, che tuttavia non era mai stato scalzato del tutto dalle posizioni di potere occupate nei decenni di Mubarak e che ha condizionato anche il breve regno dei Fratelli Musulmani. Allo stesso tempo, per realizzare il colpo di stato, l’esercito ha dovuto in qualche modo appoggiarsi su una nuova mobilitazione della piazza. Resta però tutto da vedere se i giovani rivoluzionari accetteranno passivamente l’instaurazione di un nuovo regime militare qualora, come molti analisti ritengono, l’esercito utilizzerà la riconquistata centralità politica per portare a termine un disegno restauratore. Da questo punto di vista la liberazione di Mubarak non ha effetti pratici, ma certo ha un chiaro significato simbolico.

Qual è la relazione che sussiste fra i Fratelli Musulmani e i militari?

Si è spesso fatto riferimento alla battuta secondo la quale i Fratelli Musulmani hanno sempre vissuto “sotto un tetto”: critici del regime militare, ma entro certi limiti. In questo momento, con la leadership in carcere e i militanti massacrati nelle piazze, la relazione è ovviamente tesa. Si può ipotizzare che, con pragmatismo, la Fratellanza tratti la liberazione della propria dirigenza in cambio di uno stop alle contestazioni di piazza al regime. In tal caso si tratta però di capire quanta credibilità potrà mantenere agli occhi dei propri militanti. Resta che, sebbene espressione di culture politiche diverse, esercito e Fratellanza esprimono comunque concezioni autoritarie del potere e interessi conservatori in economia. Da questo punto di vista, uno dei dati politici più importanti degli eventi recenti è, per la seconda volta in due anni, la marginalizzazione politica, spero solo momentanea, dei giovani rivoluzionari.

L’annuncio da parte del Segretario della Difesa Hagel, sul mancato coinvolgimento statunitense in Egitto, è da interpretare come una presa di coscienza del fatto che l’influenza USA è diminuita o è piuttosto da imputare a una politica estera ancora non definita?

Credo che l’alternativa proposta non esaurisca le possibilità in campo. Bisogna intendersi sul significato di “non-intervento”. A mio modo di vedere, decidere di non interrompere i programmi di aiuto finanziario e di collaborazione militare con l’Egitto, lungi dall’indicare un non-intervento, indica una precisa opzione di sostegno al nuovo regime. Dal punto di vista dell’establishment statunitense, ciò che era atipico era il flirt con il governo dei Fratelli Musulmani, non certo la relazione con gli alti gradi militari egiziani, consolidatasi in trent’anni di rapporti economici e di esercitazioni comuni. Inoltre, non c’è bisogno di ricordare che proprio i militari egiziani sono stati per più di trent’anni (dalla firma degli accordi di Camp David nel 1978) una garanzia solida ai confini meridionali di Israele, con tutto ciò di positivo che ciò significa agli occhi della maggior parte del mondo politico di Washington. Ciò non è incompatibile né con la relativa riduzione della capacità statunitense di imporre il proprio volere all’estero (ma più che negli anni della Guerra Fredda, il picco di questo fenomeno fu negli anni Novanta), né con il complessivo focalizzarsi della politica statunitense sull’area del Pacifico, al quale stiamo assistendo.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali non solo con le potenze europee e gli Stati Uniti, ma anche con i Paesi del Medio Oriente, quali crede che saranno le principali conseguenze dell’attuale guerra civile?

Non parlerei, per il momento, di guerra civile, sebbene la situazione sia al limite. Come detto sopra, ritengo che la situazione possa ancora evolvere in modi diversi e anche imprevedibili. Se però il regime militare dovesse stabilizzarsi, dal punto di vista della politica internazionale mi sembra si possano fare due osservazioni. La prima, condivisa da molti analisti, è che tale consolidamento incontrerebbe il sostegno di molti attori di peso: gli Stati Uniti e Israele, come già detto, ma anche l’Arabia Saudita e numerosi Paesi del Golfo. Turchia e Qatar, che avevano investito molto sui Fratelli Musulmani, possono non essere al colmo della gioia, ma non mi sembra che abbiano il peso per rovesciare il tavolo. L’Unione Europea rilascerà qualche dichiarazione senza alcun peso alla baronessa Ashton e poi si adeguerà, visto anche che nei prossimi mesi i governi europei saranno principalmente occupati dal tentativo di non far implodere l’euro. La seconda considerazione è che, per comprendere il ruolo futuro dell’Egitto nelle relazioni internazionali del Medio Oriente sarà importante capire quali saranno gli effetti in Egitto di un possibile attacco statunitense alla Siria, le conseguenze per tutta la regione mediterranea, e le reazioni di Russia e Cina. Le variabili in gioco sono moltissime.

Purtroppo, mi sembra che, con riferimento alla situazione siriana, gli strateghi della Casa Bianca siano più preoccupati di proiettare una certa immagine degli Stati Uniti nel mondo che di ponderare le reali conseguenze, non solo per l’Egitto, delle loro (eventuali) azioni.

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Duccio Basosi è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e di ‘International Oil Politics from the 1970s to the present’ alla Ca’ Foscari-Harvard Summer School. Ha ottenuto il dottorato in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Firenze ed è autore di due monografie: “Petrolio e finanza. Gli Stati Uniti, l’oro nero e l’economia politica internazionale” (Venezia, 2012) e “Il governo del dollaro. Interdipendenza economica e potere statunitense negli anni di Richard Nixon, 1969-73″ (Firenze, 2006), per il quale ha ottenuto il premio SISSCO Opera Prima dalla Italian Society for the Study of Contemporary History nel 2007. 

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Photo Credit: Db.produzionifotografiche

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Cipro: tra sviluppo energetico e tensioni politiche

La questione energetica pone una nuova sfida alle relazioni turco-cipriote: gli enormi interessi in gioco potranno essere forieri di ulteriori tensioni oppure la carta vincente per una strategia che punti ad una risoluzione pacifica della tormentata vicenda politica tra i due Paesi. 

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[dropcap]N[/dropcap]egli ultimi mesi sono stati compiuti ulteriori passi avanti in vista dello sviluppo delle risorse di gas naturale nel Mediterraneo, a Cipro in particolare. Come abbiamo già detto in precedenza, pur essendo stato scoperto recentemente, il potenziale energetico dell’isola di Afrodite ha già attirato grande attenzione a livello mondiale. Si stima che sotto il mare cipriota possano nascondersi 60 trilioni di piedi cubi di gas, un tesoro che fa gola a molti e dalle numerose implicazioni politico-economico-energetiche per il Mediterraneo e non solo. Data l’attualità e la rilevanza della questione, in grado di modificare nel prossimo futuro gli equilibri energetici globali, è opportuno analizzare la situazione cipriota alla luce degli ultimi sviluppi e sulla base della posizione assunta dal governo nella gestione di una ricchezza energetica che tutto il mondo gli invidia.

Pochi giorni fa, il Ministro dell’Energia turco Taner Yildiz ha annunciato la volontà di Ankara di iniziare attività di esplorazione all’interno della zona economica esclusiva (ZEE) cipriota, una affermazione che si aggiunge alle molteplici minacce che nel tempo sono state dirette contro l’isola dalla Turchia. Come ci confermano fonti di funzionari ciprioti, ci sono stati negli anni precedenti tentativi di ingerenza di navi da guerra turche nella ZEE cipriota nonchè varie esercitazioni militari organizzate vicino ai siti di perforazione. Notizie non confermate sarebbero anche circolate circa azioni di intercettazione da parte di caccia israeliani.

Come è noto, le problematiche relazioni tra Turchia e Cipro sono conseguenti all’invasione turca, avvenuta nel 1974, della parte nord dell’isola che ha portato ad una divisione de facto dell’isola. Una situazione dai caratteri paradossali che da allora costringe Cipro a dover convivere con l’occupazione militare di un altro Paese mentre a livello europeo e internazionale ha ottenuto il pieno riconoscimento della propria sovranità. Va rilevato, infatti, che le pretese turche non possono contare su alcun appiglio legale dato che la Repubblica turca di Cipro del Nord non è riconosciuta a livello internazionale se non dalla Turchia; infatti l’Unione Europea, gli Stati Uniti e gran parte della comunità internazionale, nonostante siano sovente accusate di non fare abbastanza per contrastare questa situazione, hanno sempre avuto  un atteggiamento di condanna dell’aggressività turca.

Come sta incidendo ciò sullo sviluppo energetico di Cipro? L’indiscussa sovranità riconosciuta a livello internazionale è probabilmente alla base dell’inconsistenza delle minacce turche relativamente ad un possibile sfruttamento della ZEE cipriota, affermazioni dal tono provocatorio più che di effettiva intenzione. Questo sembra essere percepito anche dalle compagnie energetiche straniere che continuano indisturbate le ricerche esplorative per avviare il prima possibile le ambite attività di estrazione.

A tal proposito, va ricordato che la Turchia a fine marzo era arrivata a sospendere i contratti Eni nel Paese proprio a causa della presenza della grande compagnia italiana a Cipro; il recente incontro tra l’AD Scaroni e il Presidente cipriota Anastasiades, nel quale ENI ha rimarcato il proprio impegno a continuare l’esplorazione del grande potenziale di gas cipriota, anche associando altri operatori internazionali, conferma che l’interesse verso Cipro continua ad essere alto. A giugno, Noble Energy ha avviato le operazione di trivellazione per valutare l’ammontare delle riserve presenti nel blocco 12, nella speranza che confermino l’iniziale stima di circa 7 trilioni di piedi cubi, mentre Total dovrebbe iniziare i sondaggi sismici entro la fine dell’anno ed ENI e Kogas all’inizio del prossimo.

Un altro passo in avanti è stato fatto a fine giugno scorso con la sigla di un MoU tra il Ministro dell’energia cipriota e Noble Energy insieme ai suoi partner Delek e Avner per la realizzazione di un progetto di GNL. I piani del governo sono infatti di costruire un terminale a Vasilikos per l’avvio nel 2020 dell’esportazione del gas naturale verso i mercati internazionali. Anche ENI ha recentemente espresso il suo interesse ad investire in un impianto di liquefazione, se le riserve saranno confermate dai prossimi test.

Uno scenario di questo tipo avrebbe implicazioni di grande rilevanza per i diversi soggetti coinvolti: per Cipro, in primis, che avrebbe la possibilità di esportare il proprio gas con un notevole guadagno per le casse statali, soprattutto dopo la crisi finanziaria che ha colpito recentemente il Paese, e assumendo un ruolo centrale nella diversificazione energetica europea; per l’Europa e per l’Italia, sia per evidenti questioni di sicurezza energetica sia perché, come spiegato da Scaroni, “il modo migliore che si ha per abbassare i prezzi del gas, è averlo in abbondanza e vicino”. Un must di politica energetica che acquisisce ancora più urgenza alla luce dei cambiamenti seguiti alla shale revolution statunitense che, avendo inciso sulla forte riduzione dei prezzi dell’energia a livello nazionale, sta minando a sua volta la competitività dell’economia europea.

L’esportazione del gas cipriota avrebbe indiscutibili implicazioni anche sulla Turchia, la quale si troverebbe a doversi contendere il ruolo di principale hub energetico regionale, vedendosi anche allontanare definitivamente la possibilità, nel breve periodo, di una pipeline di esportazione che, attraversando il suo territorio, salvaguarderebbe la centralità politica ed energetica del Paese. Quest’ultimo progetto, meno costoso rispetto ad un terminale di liquefazione, avrebbe potuto costituire un ponte di cooperazione tra i due Paesi, palesando anche un potenziale avvicinamento sulla questione politica che divide le parti. Tuttavia, le recenti minacce turche sopra riportate evidenziano che la tensione tra Ankara e Nicosia è ancora elevata e non può che rappresentare un ostacolo a qualsivoglia progetto di cooperazione energetica. D’altronde la Repubblica cipriota lo ha ribadito chiaramente: senza una definitiva risoluzione della questione, nonché la costruzione di un necessario rapporto di fiducia con la Turchia, Cipro non intende considerare alcuna possibilità di esportazione del gas tramite la Turchia [fonti ufficiali fornite dall’Ambasciata cipriota in Italia].

Se la volontà della Turchia di entrare nella UE avrebbe potuto condizionare l’atteggiamento turco nei confronti della questione politica con Cipro, la nuova strategia politica stabilita da Erdogan, che ritiene non più prioritario l’ingresso in Europa orientando le proprie ambizioni verso la leadership del mondo arabo, sembra allontanare anche questa ipotesi. Nonostante la questione politica si intrecci profondamente con quella energetica, gli sviluppi positivi degli ultimi mesi fanno sperare che lo sfruttamento delle grandi risorse di gas possa essere avviato come pianificato, e cioè tra la fine del prossimo anno e l’inizio del 2015. Tuttavia, la questione energetica pone una nuova sfida alle relazioni turco-cipriote: gli enormi interessi in gioco potranno essere forieri di ulteriori tensioni oppure la carta vincente per una strategia che punti ad una risoluzione pacifica di questa lunga vicenda politica.

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Photo Credit: Baker Tilly Klitou

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Il caos egiziano: un problema europeo

Il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo alla stabilizzazione dell’Egitto. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare il Paese a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della sua grave deriva economica.

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[dropcap]M[/dropcap]entre l’Europa tenta di trovare un proprio ruolo nell’area mediterranea, l’Egitto torna ad essere al centro dell’attenzione internazionale per l’instabilità politica determinatasi a seguito della caduta di Morsi. Dopo che i frutti della rivoluzione del 2011 sono stati progressivamente catalizzati dai Fratelli Musulmani, in virtù della vittoria delle elezioni presidenziali, la situazione interna al Paese è progressivamente deteriorata, sfociando in un colpo di stato compiuto dall’esercito che sembra aver trovato, per il momento, l’appoggio della popolazione. A questo punto si apre agli occhi dei vicini occidentali un dilemma di non facile soluzione. Si tratta infatti di capire da quale parte stiano le reali istanze del popolo egiziano e quale sia il corretto approccio per ‘comunicare’ con un Egitto in continua evoluzione.

La rivolta egiziana contribuisce a rompere un paradigma radicato in Occidente, quello dell’infallibilità elettorale, in base al quale il risultato delle urne è un elemento fondamentale – e dunque immutabile – della vita statale. Tuttavia, come era già avvenuto nel 2006 a Gaza, nelle realtà politiche in cui la democrazia inizia a germogliare spesso le urne forniscono un risultato opposto a quello previsto – o meglio, auspicato. Ciò che avviene oggi in Medio Oriente, in certo modo, si è già verificato in Europa nella prima metà del Novecento. Se da un lato questo apre a dissertazioni di carattere giuridico, in base alle quali non vi è ragione per boicottare un governo legittimamente giunto al potere, dall’altro non sono poche le voci di chi contesta il risultato elettorale in virtù di ipotetiche pressioni o ‘negozi clientelari’ esercitati dalla Fratellanza Musulmana. Sembra chiaro, tuttavia, che i margini per le elucubrazioni siano molti ristretti e che anzi sia necessario passare quanto prima all’azione per favorire un processo di transizione il meno traumatico possibile: è infatti interesse condiviso che la regione ritrovi un proprio equilibrio.

In questo senso il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare l’Egitto a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della deriva economica del Paese. Economia che, peraltro, è caratterizzata da elementi strutturali che rendono difficile un rilancio interno. Tra questi, il peso dell’industria turistica, che adesso risente dell’instabilità politica; una solida tradizione di alti sussidi pubblici, ma che non generano effetti positivi in termini di occupazione; un elevato grado di controllo dell’esercito sull’economia. I suddetti fattori rendono assai limitati gli spiragli per una imminente ripresa. L’Europa, d’altro canto, potrebbe avere ruolo più incisivo attraverso l’Unione per il Mediterraneo, entità creata nel 2008 dal Processo di Barcellona su impulso francese, e che negli ultimi anni poteva essere una carta assai efficace nell’avvicinarsi alla Primavera Araba. Per trovare una maggiore influenza nella regione, l’UpM ha però bisogno di una rinnovata fiducia e di uno slancio in termini di capacità d’azione.

A ben vedere, invece, quel che si percepisce è un senso di spaesamento vissuto dai governi occidentali, che sembrano non essere in grado di comprendere quale sia il cammino verso cui si dirige l’Egitto. Beninteso, riuscirci non è affatto facile e lo scenario regionale certo non contribuisce a rendere più lucido il quadro: infatti, la situazione in Siria diventa man mano più esplosiva, e rischia di essere l’oggetto di un aspro scontro tra l’Occidente e la Russia che ha in Damasco, sin dal finire degli anni settanta, l’unico partner incisivo in Medio Oriente.

In definitiva, dall’Occidente provengono segnali di apertura verso un Egitto maggiormente laico, che sia in grado, però, di dotarsi di un sistema democratico stabile e credibile. Ad oggi, tuttavia, sembra essere proprio questa scelta di mediazione la sfida più grande fronteggiata dal Cairo. In un tale scenario, segnato dalla fluidità e dal rincorrersi degli eventi, gli interrogativi degli europei, forse, sono identici a quelli degli stessi egiziani.

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L’assalto ai sistemi sanitari universalistici

I tagli alla spesa sanitaria e le pericolose misure di compartecipazione sono da interpretare come i primi segnali del big bang dei sistemi universalistici europei, a favore di un irreversibile processo di privatizzazione. Tra qualche anno la crisi potrebbe essere considerata allo stesso tempo come prima imputata e prima giustificazione per un rovesciamento di principi, andato oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.

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Per coloro che vogliono distruggere il modello europeo di welfare, la strutturale debolezza del welfare americano offre un modello attraente. Primo: creare un ben identificabile gruppo di poveri “non meritevoli”. Secondo: creare un sistema in cui i ricchi ricevono pochi benefici in cambio dei tributi che pagano… Infine, come fece Reagan quando tagliò il welfare negli anni ’80, agire in modo da attirare meno attenzione possibile, mettendo in atto politiche le cui implicazioni sono poco chiare e i cui effetti si vedranno solo nel futuro.

[dropcap]N[/dropcap]erina Dirindin e Gavino Maciocco ci ricordano come tutte le strategie elencate siano osservabili nel Regno Unito. Il National Health Service inglese, primo sistema sanitario universalista, nonché fonte d’ispirazione per il Sistema Sanitario Nazionale, ha appena definito un mutamento genetico senza precedenti influenzato dal modello americano. La storia, come spesso accade, si ripete. Senza attirare la doverosa attenzione, il SSN torna a seguire l’esempio del maestro d’oltremanica, attivando un processo che potrebbe culminare con il sacrificio dei suoi principi di fondo: universalità della tutela e solidarietà del finanziamento.

In sanità la testa d’ariete del silenzioso assalto ai sistemi universalistici è costituita dalla misure di compartecipazione, conosciute ai più come ticket sanitari. Nel bel paese, ad esempio, dopo l’introduzione nel 2011 del superticket, ovvero di una quota fissa di 10 euro per ricetta a carico dei soggetti non esenti, sono previsti nuovi ticket sui farmaci e sulle altre prestazioni sanitarie per un importo complessivo di 2 miliardi annui a decorrere dal 2014.

I meccanismi di compartecipazione furono storicamente introdotti come strumento di controllo diretto sulla domanda, finalizzato a ridurre il rischio d’azzardo morale. In un sistema sanitario pubblico, infatti, il cittadino, non pagando direttamente i servizi sanitari, potrebbe determinare un aumento inappropriato della domanda, producendo costi insostenibili per il sistema. Le recenti modifiche introdotte nel Regno Unito e in Italia fanno emergere però la seconda finalità dello strumento, quella di finanziare la spesa sanitaria compensando i tagli delle politiche d’austerity.

In altre parole, la crisi impone tagli dolorosi alla spesa sanitaria e il conto, salatissimo, viene presentato ai cittadini, ai quali viene chiesto di co-partecipare al finanziamento della spesa. Conseguenze?

1. Eccessive misure di compartecipazione favoriscono lo spostamento della domanda dei cittadini con reddito medio-alto al settore privato, che non le applica. L’utente preferisce acquistare le prestazioni da produttori privati per una maggiore convenienza, o sul piano economico o sul piano dell’accessibilità (tempi di attesa). Lucy Reynold prevede, a ragione,  che una competizione basata sui prezzi tra fornitori pubblici e privati, alla fine sarà vinta da quest’ultimi e potrebbe provocare la scomparsa di alcuni dei servizi pubblici perché verranno meno le risorse per pagare i salari dei dipendenti.

2. L’effetto congiunto tra la crisi economico-finanziaria e l’introduzione del superticket ha imposto alla famiglie con reddito basso non esenti di rinunciare all’acquisto di alcuni servizi sanitari, determinando un inedito e grave problema di equità e di mancato accesso alle cure per i “new poor”.

I meccanismi di compartecipazione determinano quindi una fuga dal pubblico bilaterale: da un lato si consegna una fetta di popolazione al privato, dall’altro si preclude l’accesso ai servizi degli individui più vulnerabili, incrementando le diseguaglianze.

Ancor più grave, la vera finalità giustificativa delle misure, ovvero compensare i mancati finanziamenti alla spesa, è difficilmente raggiungibile. Il superticket, ad esempio, avrebbe dovuto compensare un mancato finanziamento di 830 milioni, ma secondo le stime ha prodotto complessivamente un gettito di solo 400 milioni circa. L’obiettivo di finanziare la spesa compensando i tagli è vanificato semplicemente perché se è vero che è aumentato il prezzo del servizio, è anche vero che è stato ridotto il consumo del bene.

Brillante la descrizione del fenomeno come “equivoco della doppia servitù” di Nerina Dirindin:

Si cerca di servire contemporaneamente, con prontezza e  celerità, due padroni e si finisce coll’ingannare entrambi. I due padroni sono da un lato il moderatore dei consumi, desideroso di limitare il (sovra) consumo di prestazioni sanitarie e dall’altro il cassiere del SSN, desideroso di aumentare rapidamente le entrate. Due obiettivi in contrapposizione: le entrate aumentano solo se le prestazioni sono consumate, ma se si mira a ridurre i consumi anche le entrate si ridurranno.

Il timore è che, seguendo l’esempio britannico, i tagli alla spesa sanitaria e le analizzate  pericolose misure di compartecipazione sono da interpretare come i primi segnali del big bang dei sistemi universalistici europei, a favore di un irreversibile processo di privatizzazione. Tra qualche anno la crisi potrebbe essere considerata allo stesso tempo come prima imputata e prima giustificazione per un rovesciamento di principi, andato oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.

Al contrario è bene ricordare che le politiche di welfare, nonché le politiche sanitarie, possano essere considerate come investimento, non semplicemente “malgrado la crisi”, ma “soprattutto in tempi di crisi”.

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Il Datagate e l’opinione pubblica americana

Il Datagate ripropone l’atavico dilemma tra il diritto alla privacy e quello alla sicurezza. Tuttavia, aldilà degli attacchi politici rivolti a Obama, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni.

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[dropcap]Q[/dropcap]uando le accuse e le critiche giungono sferzanti anche dagli editorialisti del New York Times, significa che per Obama sta forse iniziando un lungo periodo di crisi istituzionale e politica, nonché d’immagine. Gli scandali che nelle ultime settimane stanno scuotendo stampa e opinione pubblica americana, proiettano irrimediabilmente una serie di ombre sul secondo mandato presidenziale, iniziato con i migliori auspici e con un rinnovato ottimismo dopo la fase finale del primo quadriennio a Washington.

La vicenda “Datagate”, così ribattezzata dai giornalisti d’oltreoceano e da quelli britannici, è esplosa con l’inchiesta di Glenn Greenwald e pubblicata sul Guardian. La complessità della vicenda non permette, aldilà delle facili semplificazioni strumentali, di comprendere quale sia, e se ci sia, il coinvolgimento del presidente. A questa, inoltre, si sovrappone il caso dell’IRS (Internal Revenue Service), avente come oggetto l’ingiustificato accanimento fiscale dell’ufficio dell’agenzia delle entrate su gruppi e associazioni legate al mondo conservatore e al Tea Party, che ha obbligato alle dimissioni, su pressioni di Obama, il responsabile Steven Miller.

Le cronache legate al cosiddetto “Datagate” riportano che la NSA, la National Security Agency, avrebbe ottenuto dalla compagnia telefonica Verizon tabulati e comunicazioni private di cittadini americani, e con il programma PRISM sarebbe riuscita a monitorare le attività dei server dei colossi Internet americani. Come sottolinea correttamente Mario Del Pero, “Obama non avrebbe violato la legge, ma solo utilizzato le possibilità del Patriot Act”, lanciato dopo l’11 settembre, e ampliando così le prerogative dell’esecutivo in nome della sicurezza nazionale.

Lo stesso Obama, infatti, ha catalogato la violazione dei dati personali, delle telefonate e della navigazione web dei cittadini americani, alla stregua di “una modesta violazione della privacy”, resasi necessaria per garantire la sicurezza nazionale. Proprio in virtù di queste affermazioni si ripropone l’annoso interrogativo sul bilanciamento tra interessi contrapposti e divergenti, spesso divisi da una sottile linea di demarcazione: sicurezza nazionale da un lato e difesa e tutela della privacy dall’altro. Sono tematiche e discussioni che ritornano costantemente nella storia americana e che non rappresentano affatto una novità, come riporta Arnaldo Testi a proposito di Louis Brandeis.

Obama, che sta subendo un attacco politicamente trasversale, mantiene ancora un atteggiamento pragmatico e in linea con la sua condotta politica. Difende le azioni messe in campo per la sicurezza e tenta di ridimensionare uno scandalo che potrebbe, nel corso del tempo e delle rivelazioni, ingigantirsi a dismisura. Le dichiarazioni di Edward Snowden, ex informatico della CIA, rilasciate in esclusiva al “South China Morning Post”, appesantiscono ancor di più le accuse all’amministrazione poiché, secondo quanto denunciato, il governo spiava anche Pechino e Hong Kong. Come spesso accade negli Stati Uniti, le problematiche di carattere domestico hanno pesanti implicazioni anche in politica estera. In tal guisa si inseriscono le nuove rivelazioni apparse pochi giorni fa a margine del G8 in Irlanda del Nord, sempre da parte di Snowden, secondo cui agenzie di sicurezza britanniche e americane avrebbero posto sotto la propria attenzione alcuni leader al vertice G20 del 2009. L’asprezza della critica ben si riassume nelle immagini apparse sull’Huffington Post, in cui fa capolino “George W. Obama”, nel tentativo di richiamare e assimilare, perlomeno graficamente, l’attuale presidente al suo predecessore.

Aldilà della sferzante satira politica che sta montando nelle ultime settimane, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni, che contrastano con l’attacco bipartisan che il presidente sta ricevendo a livello politico in patria e all’estero.

Il secondo mandato ha spesso rappresentato un difficile banco di prova per i presidenti americani, e ne ha segnato negativamente le tappe: si pensi al Watergate per Nixon, all’affare Iran-Contras per Reagan o al Sexgate (caso Lewinsky) per Bill Clinton. Infatti, con l’eccezione di Nixon, l’opinione pubblica americana si è mostrata piuttosto clemente nei confronti di Reagan e Clinton, il cui gradimento è calato solo per un breve periodo, per poi risalire sia in chiusura di mandato sia dopo l’esperienza presidenziale. Stando alle indagini statistiche di Rasmussen e Gallup, il gradimento dell’opinione pubblica nei confronti di Obama sta calando rispetto ai giorni successivi alla rielezione, ma rimane relativamente costante rispetto alle rivelazioni del Datagate e dello scandalo IRS. I numeri dicono che il presidente, da dicembre, ha perso circa dieci punti percentuali sebbene, per adesso, lo scandalo non abbia accelerato questo trend nel gradimento degli americani.

È possibile che l’opinione pubblica reagisca come già visto con Reagan e Clinton, perdonando a Obama gli errori commessi qualora dovesse risultare direttamente coinvolto. D’altro canto, a livello internazionale c’è già chi parla, ad esempio, della fine della luna di miele tra il presidente americano e i suoi sostenitori europei, questi ultimi delusi rispetto alle speranze iniziali riposte nella sua figura. Una tale interpretazione non farebbe altro che confermare, ancora una volta, l’errata percezione dell’interesse nazionale americano nel Vecchio Continente e le differenti, e spesso disattese aspettative riposte nell’inquilino della Casa Bianca.

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Il Corridoio Sud nello scacchiere energetico europeo

Il Corridoio Sud, questo il nome del progetto che punta ad aprire una nuova rotta di transito in Europa, è di estrema rilevanza per la politica energetica europea; il gasdotto permetterebbe infatti di collegare i Paesi produttori del Mar Caspio al mercato europeo, bypassando la Russia e aumentando gioco-forza la diversificazione energetica di Bruxelles, nonché il ruolo strategico dei Paesi di transito.

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[dropcap]C[/dropcap]’è grande attesa per la decisione, prevista per la fine di questo mese, del consorzio Shah Deniz sulla scelta del gasdotto che trasporterà il gas del Mar Caspio nel mercato europeo. Il Corridoio Sud, questo il nome del progetto che punta ad aprire una nuova rotta di transito in Europa, è di estrema rilevanza per la politica energetica europea; il gasdotto permetterebbe infatti di collegare i Paesi produttori del Mar Caspio al mercato europeo, bypassando la Russia e aumentando gioco-forza la diversificazione energetica di Bruxelles, nonché il ruolo strategico dei Paesi di transito. Il gas, proveniente prevalentemente dal giacimento azero Shah Deniz II, è conteso da due diversi progetti: il gasdotto Grecia-Albania-Italia, o Trans Adriatic Pipeline (TAP), con punto di arrivo in Puglia, e il Nabucco West, una versione ridotta del più conosciuto progetto Nabucco, la cui estensione è limitata al tratto dalla Bulgaria alla località austriaca di Baumgarten, già hub energetico.

La rilevanza del Corridoio Sud è tale che una mappatura degli interessi in gioco risulta necessaria per comprendere l’impatto della decisione del consorzio sugli attori principali; un’esigenza motivata anche dalla presenza in prima linea dell’Italia, che si gioca l’opportunità di diventare l’hub energetico dell’Europa sud-occidentale.

Dal punto di vista economico, i vantaggi del TAP sono noti: pur garantendo la medesima capacità iniziale del Nabucco West, pari a 10 miliardi di metri cubi (bcm), questo gasdotto è più corto e meno costoso e con una struttura manageriale più snella. Può inoltre vantare la presenza nel suo azionariato di Statoil, una delle compagnie facenti parte del consorzio che prenderà la decisione finale sulla rotta di esportazione.

Tuttavia, dal punto di vista politico, Nabucco West ha importanti carte da giocare. Nonostante infatti entrambi i progetti del Corridoio Sud puntino al miglioramento della sicurezza energetica europea, la direttrice nord-orientale contribuisce a ridurre la dipendenza dalle forniture russe dei Paesi  dell’Europa sud-orientale, che mostrano ancora una forte vulnerabilità energetica da Mosca dai chiari risvolti politici. Il TAP, invece, favorisce i Paesi europei del sud, l’Italia in particolare che già diversifica le proprie forniture tramite il gas proveniente dai Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente; inoltre, avendo accesso al mare, questi Paesi possono contare sul contributo del GNL per diversificare ulteriormente il proprio mercato energetico, in vista anche di potenziali esportazioni future di shale gas statunitense.

Per tali ragioni, il Nabucco ha storicamente vantato il forte supporto politico da parte degli Stati Uniti. Nonostante l’amministrazione Obama abbia preferito assumere una linea più neutrale rispetto ai suoi predecessori, all’interno del Congresso stanno riprendendo spazio diverse voci che spingono il governo a prendere una posizione più schierata sulla vicenda del Corridoio Sud. Non potendo vantare alcuna partecipazione di compagnie americane nel progetto, è evidente che l’interesse di molti a Washington per il Corridoio Sud non sia di natura commerciale ma squisitamente politica: preferire la direttrice nord-orientale significherebbe, infatti, aumentare la competizione energetica nell’area balcanica, riducendo il potere di ricatto di Mosca e accrescendo di conseguenza il potere negoziale e la stabilità interna dei Paesi NATO interessati.

Russia e Cina sono invece su tutt’altro fronte. Pechino punta ad avere accesso alle risorse naturali del Mar Caspio in competizione con l’UE; un primo successo lo ha ottenuto con l’avvio della costruzione della Central Asia-China gas pipeline che le permette di collegarsi al Kazakhstan, all’Uzbekistan e al Turkmenistan. Pur non essendo riuscita nell’intento di persuadere l’Azerbaijan a vendergli il proprio gas, il rafforzamento della presenza cinese nel Caspio aumenta la competizione nell’area e può rappresentare una minaccia ad un eventuale potenziamento del flusso di gas caspico in Europa.

La Russia non sembra rinunciare alla sua posizione di major player nella regione e sta facendo le sue mosse per tenere sotto scacco i diversi attori in gioco. Gli sviluppi degli ultimi mesi possono essere interpretati come parte di una strategia volta a mantenere la propria influenza energetica nell’area. Da una parte, l’abbandono del progetto di un braccio meridionale del South Stream, con un percorso similare alla rotta del TAP, sembra aumentare la competitività di quest’ultimo e ad indebolire il progetto Nabucco; dall’altra, le pressioni russe sulla Grecia per comprare gli asset delle due compagnie energetiche nazionali DEPA e DEFSA, gli stretti contatti intrapresi con BP (maggior azionista del consorzio Shah Deniz) sulla possibile costruzione di un terzo braccio del gasdotto North Stream in Gran Bretagna, e le minacce alla Turchia di eventuali ritorsioni, quali tagli alle forniture, non appena sarà operativo il collegamento con l’Azerbaijan tramite il gasdotto TANAP, fanno piuttosto pensare ad un piano russo di influenza indiretta sulle scelte energetiche del consorzio azero e di mantenimento del proprio ruolo dominante nel mercato europeo.

L’Europa, dal canto suo, ha preferito un atteggiamento sostanzialmente equidistante tra i due progetti, con la decisione della Commissione di riconoscere ad entrambi l’esenzione alla clausola di third party access. Addirittura, il Commissario UE all’Energia Oettinger ha sostenuto recentemente la possibilità di coesistenza dei due gasdotti che, pur in tempi diversi, potrebbero giungere in ogni caso a realizzazione. Incertezze dal lato dell’offerta e da quello della domanda rendono questa possibilità ancora lontana, soprattutto in vista degli sviluppi di altri progetti nell’area. Da questo punto di vista, il vero competitor di Nabucco West sembra essere il gasdotto russo South Stream che, pur facendo affidamento su diverse forniture di gas, coinvolge gli stessi Paesi di transito e quindi gli stessi mercati finali.

In questo contesto, l’Italia non dovrebbe perdere quest’opportunità, che le permetterebbe non solo di accrescere il proprio ruolo strategico nell’UE, divenendo uno snodo cruciale per il transito di gas nell’Europa sud-occidentale, ma anche di aumentare la sicurezza della propria politica energetica, riducendo la dipendenza dalla forniture russe.

Nel frattempo, nella zona di Melendugno (LE), punto di arrivo del gasdotto, si è già costituito un comitato No-Tap, a riprova di come l’elevata sfiducia delle popolazioni locali sui progetti infrastrutturali energetici e sulle Istituzioni che li promuovono travalichi spesso le questioni internazionali e di sicurezza nazionale. La mancanza di processi di dibattito pubblico istituzionalizzati, che garantiscano il coinvolgimento delle parti interessate e incoraggino un confronto interattivo orientato al decision-making, resta una delle maggiori sfide che l’Italia deve affrontare. Rinunciandovi, non si fa altro che alimentare uno scontro manicheo tra posizioni inconciliabili il cui unico esito finale è lo stallo decisionale; una situazione che rischia di incoraggiare la fuga degli investitori esteri e fonte di possibile rilancio economico per l’Italia.

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Reportage dall’Indonesia #2

Lo studioso francese Dominique Moisi menziona l’Indonesia come uno dei Paesi ‘della speranza’, caratterizzato da una forte fiducia nel futuro.

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Segue la seconda parte del reportage dedicato all’Indonesia. Qui la prima.

[dropcap]D[/dropcap]al punto di vista strategico, la geopolitica regionale sta volgendo sempre più a favore dell’Indonesia. Non a caso, la sede dell’ASEAN (Association of South East Asian Nations) si trova a Giacarta. L’arcipelago sta aprendo ad investitori stranieri per lo sfruttamento controllato delle sue grandi risorse naturali, minerali (Papua-Irian Jaya), dei giacimenti petroliferi (Giava e Sumatra), delle piantagioni e delle foreste (Borneo, Kalimantan e Sulawesi); l’industria turistica, da sempre, considera Bali una meta internazionale, come lo stanno diventando Lombok, Flores e le Moluccas. Il settore manifatturiero di Giava traina l’economia nazionale, che sta intraprendendo un faticoso processo di ammodernamento sia all’interno dell’amministrazione pubblica sia ai margini più estremi dell’arcipelago.

L’esercito rimane un attore preponderante nella scena politica. Rassegnatosi a consegnare le redini del Paese alle autorità civili, esso mantiene intatti molti dei privilegi accumulati durante le dittature di Sukarno e di Suharto. L’esercito e l’aviazione continuano ad essere tra i più grandi proprietari di terreni in Indonesia, mal sopportando inchieste, giornalisti e interrogazioni parlamentari, sebbene l’attuale Presidente, Susilo Bambang Yudhoyono –per gli amici SBY- sia un ex generale di Suharto. Le famiglie degli ufficiali e delle reclute professionali vivono e maturano all’interno di speciali ‘compound’, al cui interno viene impartito un insegnamento semi-autonomo dalle scuole, dove la polizia risulta assente, e i soldati si ritrovano piuttosto isolati dal resto della popolazione: un’amica, cresciuta in una famiglia di ufficiali, mi ha confessato personalmente che, fino all’età di dieci anni, credeva che in Indonesia vivessero solo militari in divisa.

Charles de Gaulle si lamentava dell’impossibilità di governare un Paese con 246 diversi tipi di formaggi (in Italia ce ne sono oltre 300- sic). A chi si pone la stessa domanda oggi sull’Indonesia, il Paese risponde che, nonostante le 726 lingue e dialetti differenti, e oltre 300 gruppi etnici sparsi su un totale di 17.508 isole, è riuscito a mantenere l’unità territoriale lustrando allo stesso tempo le proprie credenziali democratiche. Una forte decentralizzazione ha delegato molti poteri alle autorità locali, con risultati perlopiù positivi. L’indonesiano medio andrà a dormire stasera sapendo che domani il suo futuro sarà inevitabilmente migliore. A tal proposito, lo studioso francese Dominique Moisi menziona l’Indonesia come uno dei Paesi ‘della speranza’, caratterizzato da una forte fiducia nel futuro, certamente in controtendenza rispetto agli altri stati islamici, specie del Medio Oriente, che lui dipinge nella morsa emotiva dell’umiliazione, causata da un mancato assestamento politico e alla stagnazione economica.

La ricetta indonesiana per lo sviluppo, come alcuni piatti tipici locali, è servita in agro-dolce. Ci sono carenze strutturali e di sistema che zavorrano la crescita e che, se sommati agli elevati indici di corruzione ed inefficienza amministrativa, continueranno a rendere tortuoso e poco lineare il progresso economico e sociale. In ogni caso, sembra che l’Indonesia sia destinata ad assumere un ruolo sempre più determinante nello scacchiere politico del Sud-Est asiatico. In parte per merito proprio, ed in parte – un tributo al teorico Kenneth Waltz- in ragione del varco aperto dalle modifiche strutturali del sistema internazionale che, nell’attuale momento di prosperità economica  caratterizzante l’Oriente, risulta più che mai favorevole all’Indonesia.

Per chi volesse comprendere quali siano le forze del presente che attraversano, stimolano e vivificano l’Asia, l’Indonesia deve essere un punto di riferimento, sia per lo studioso di relazioni internazionali che si specializza in questa parte del globo, sia per chi, invece, coltiva studi di tipo economico e finanziario. Estromettere l’Indonesia dal contesto geopolitico in cui insiste, o peggio dimenticarsi della sua rilevanza geopolitica, sarebbe una grave omissione, e non consentirebbe di apprendere appieno ciò che di rivoluzionario e travolgente sta accadendo in Asia.

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Reportage dall’Indonesia #1

Luogo di incontro tra le grandi dinastie asiatiche per via del suo vasto mercato interno, l’Indonesia ha assorbito nel corso dei secoli le principali influenze storiche, religiose ed intellettuali dell’Asia, rimodellando induismo, buddhismo e Islam, inserendosi nel commercio regionale e liberandosi dal giogo coloniale con la sofferta conquista dell’indipendenza dall’Olanda nel 1945-49.

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[dropcap]S[/dropcap]e ne parla poco ma conta sempre di più. L’Indonesia è un grande arcipelago che si estende per cinquemila chilometri vantando migliaia di isole che fanno da collana tra l’India e la Cina. Nonostante la sua immagine sia stata storicamente eclissata nelle menti degli occidentali dagli sfarzi delle corti indiane, i magici templi degli Khmer e la sfarzosa monarchia thailandese, l’Indonesia è stata e rimane crocevia degli scambi commerciali nel Sud-Est asiatico. Luogo di incontro tra le grandi dinastie asiatiche per via del suo vasto mercato interno, l’Indonesia ha assorbito nel corso dei secoli le principali influenze storiche, religiose ed intellettuali dell’Asia, rimodellando induismo, buddhismo e Islam, inserendosi nel commercio regionale e liberandosi dal giogo coloniale con la sofferta conquista dell’indipendenza dall’Olanda nel 1945-49.

Nel più recente passato, la crisi economica che ha scosso l’Asia negli anni ‘90 ha scardinato gli equilibri interni e le alleanze politiche che inchiodavano l’Indonesia ad un passato autoritario. I dirigenti del partito Golkar, cui faceva capo il dimissionario Generale-Presidente Suharto, furono costretti a concedere elezioni politiche vere e libere, e di conseguenza anche a cedere il potere accumulato in oltre quarant’anni di dittatura.

A distanza di quindici anni da questi avvenimenti, la società Indonesiana può vantare numerosi successi. In primis, dopo il tracollo del 1998 che fece regredire il PIL di oltre il 13% in un anno, oggi il quadro economico è in forte crescita ed estremamente promettente. Negli ultimi dieci anni, si è registrato un incremento stabile su base annua di oltre il 6%. L’Indonesia ha continuato a crescere nonostante la crisi economica globale, attraendo al contempo un elevato ammontare di investimenti esteri (i cosiddetti Foreign Direct Investment aumentati, dal 2008, del 30% su base annuale). La crescita si registra soprattutto sull’Isola di Giava, ed in particolare nella grande area urbana di Giacarta.

La non uniformità di questa crescita sta creando discrepanze economiche, sociali e politiche all’interno di questo vastissimo arcipelago, e che saltuariamente scaturiscono in proteste e forme di dissenso violento, seppur circoscritto, e caratterizzato, a volta, da forti contrapposizioni etnico-religiose. Nonostante questo, la classe media indonesiana crescerà fino a contare 130 milioni di consumatori entro i prossimi 15-20 anni, mentre le classi sociali benestanti risultano già considerevolmente le più ricche e numerose del Sud-Est asiatico. Gli squilibri demografici in termini di censo e distribuzione geografica della ricchezza aumentano l’emarginazione e la distanza culturale di comunità che fino a pochi anni fa vivevano con modi e costumi tradizionali, all’interno di ecosistemi intatti. Infatti, anche in questo si cela il lato affascinante e originale dell’Indonesia: un giorno si può passeggiare in un grande e lussuoso ipermercato di Giacarta, quello successivo ci si ritrova a spasso per la giungla impervia, tra popolazioni autoctone che vivono sugli alberi (i Dayak in Borneo), tra gli oranghi di Sumatra o ancora sulle creste degli oltre 120 vulcani attivi.

Politicamente, nonostante le divisioni, l’Indonesia (che è anche il Paese mussulmano più popoloso in assoluto) è riuscita ad indire, ad intervalli regolari, elezioni a suffragio universale adempiendo ai più alti standard in vigore, rappresentando un esempio per gli altri Paesi a maggioranza islamica (si veda cosa succede in Pakistan, Egitto o Libia di questi tempi), così come per quelli dell’area ASEAN. A tal proposito, ritengo utile offrire uno sguardo più ampio: in Malesia -che pure ha un Indice di Sviluppo Umano più alto di quello indonesiano-  le elezioni dello scorso mese hanno nuovamente consegnato la vittoria allo stesso partito che governa ininterrottamente da cinquant’anni, in una tornata elettorale caratterizzata da brogli e sotterfugi. L’igienica e corporativista Singapore, che imprigiona dissidenti da anni, e che non ha mai coltivato la pretesa di rientrare nei normali parametri politici e civili dei Paesi democratici. La Thailandia, avvinghiata su se stessa nella lotta tra i monarchici e i populisti dell’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra, è politicamente immobile, preoccupata solo di perseguire reati di lesa maestà erodendo, quindi, numerose garanzie sulla libertà di espressione; in più, Bangkok non è riuscita nemmeno a garantire l’incolumità dei rappresentanti dell’ASEAN riuniti a Pattaya nel 2009: dopo che alcuni manifestanti avevano violato il cordone di sicurezza del summit, ministri e delegati furono evacuati in elicottero mentre altri fuggirono via mare. L’esecrabile episodio ha gettato discredito sul Paese ospitante, suscitando inquietanti interrogativi sulla sua capacità di mantenere e garantire l’ordine pubblico. La Birmania, infine, che languiva in un torpore che durava sin dal 1947 (cioè da quando la giunta militare ha assassinato il Generale Aung San, padre della più nota Aung San Su Kyi) è in rapida ascesa, ma afflitta da gravi piaghe e conflitti etnici tuttora da sanare. Il Laos e il Vietnam, i due Paesi restanti del Sud-Est asiatico, competono invece per l’ultimo posto nelle classifiche globali di Freedom House e Reporters sans Frontiers, mentre la Cina, pur offrendo numerose opportunità imprenditoriali e d’investimento, non contempla ancora la possibilità di critica alle proprie istituzioni governative.

Pertanto, parafrasando Andreotti, se è vero che l’Indonesia garantisce la tutela dei più fondamentali principi democratici, a livello regionale addirittura primeggia, data l’assenza di campioni in tal senso.

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Photo Credit: yohanes budiyanto

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L’Argentina di Kirchner: riforme senza democrazia?

Il percorso di riforme intrapreso dalla presidente argentina sembra ripercorrere l’esperienza del Venezuela di Hugo Chávez. Nonostante i ripetuti allarmi lanciati da gruppi editoriali come Clarín, a livello internazionale si registra scarso interesse per la situazione argentina, dove il governo sta erodendo le libertà democratiche fondamentali.

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[dropcap]U[/dropcap]n recente articolo apparso su Clarín evidenzia come il decennio kirchnerista, segnato dalle presidenze dei coniugi Kirchner e dal cosiddetto matrimonialismo presidenziale, che vedeva Cristina a capo dell’esecutivo e Nestor leader della maggioranza, si sta concludendo con il tradimento di tutte le aspettative iniziali. Infatti, il decennio kirchnerista si sta chiudendo con il tentativo di Cristina Fernandez di accentrare i poteri nelle sue mani e sottoporre tutti i mezzi d’informazione e i giudici al volere della maggioranza. Ci si trova quindi di fronte un Paese che assomiglia sempre più al Venezuela di Hugo Chávez, incluso a pieno titolo nella frangia più estrema dell’Onda Rosa. Di questo movimento, sviluppatosi in quei Paesi dell’America Latina caratterizzati da politiche economiche liberiste e governi di centro-destra per tutta la durata del decennio precedente, fanno parte presidenti di sinistra che hanno adottato politiche vicine agli interessi delle classi più povere della popolazione, accompagnate da una retorica populista e di protesta nei confronti di organismi internazionali di controllo e potenze internazionali (tra i quali FMI e Stati Uniti).

Il rischio dell’erosione delle libertà fondamentali, e della somiglianza con la situazione venezuelana, è stato già denunciato diverse volte negli ultimi mesi dalla stampa argentina e internazionale. Più voci accusano la presidente di voler mascherare, dietro promesse di democratizzazione dei procedimenti giudiziari e dei mezzi editoriali, il perseguimento dei propri interessi e il tentativo di rimanere in carica per almeno un altro mandato. Già nel 2008, dopo che la stessa non era riuscita ad imporre un aumento delle tasse sulle esportazioni, la Kirchner aveva preso di mira i mezzi di informazione che avevano ostacolato il suo tentativo. L’obiettivo, infatti, era quello di screditare il gruppo editoriale Clarín accusando la sua proprietaria, Ernestina Herrera, di collaborazione con il regime militare per aver ricevuto in adozione due figli di desaparecidos. Una volta smentita la notizia, la presidente non si è fermata alla proposta di legge per la nazionalizzazione dei mezzi d’informazione, ma ha cercato in ogni modo di imporre le sue intenzioni a costo di diventare parte in causa nella disputa legale che dal 2010 è in campo tra lei e il gruppo Clarín. La causa vuole chiarire l’applicabilità o meno della legge sui media che prevede che tutti siano sottoposti al controllo del governo, compresi i gruppi editoriali d’informazione rimasti indipendenti dall’influenza del governo. In un’intervista pubblicata su La Stampa a gennaio di quest’anno, Ricardo Kirschbaum ha denunciato che oltre l’80% degli organi d’informazione argentini sono già sotto il controllo diretto o indiretto del governo, da cui rimarrebbero liberi solo il Clarín, la Nación ed il giornale Perfil.

Data la possibilità di un allineamento fra giudici e giornalisti nel caso Clarín, la Kirchner ha fatto approvare una riforma della giustizia che apporta delle modifiche importanti al funzionamento del Consiglio della Magistratura, l’organo che decide sulla destituzione e sulla nomina dei giudici, portando il numero di membri dagli attuali 13 a 19, e stipulando l’elezione popolare di ben 12 membri in concomitanza con le elezioni presidenziali. A fronte del tentativo di democratizzazione del procedimento di scelta, si contrappone una semplificazione della procedura per la rimozione dei giudici, che potrebbe avvenire con un voto di maggioranza semplice da parte del Consiglio e non più con i due terzi dei suoi membri. Se questa riforma entrasse in vigore, si presenterebbe un allineamento fra Capo di stato e giudici del Consiglio della Magistratura che garantirebbe, a chi governa, di poter perseguire i propri scopi con la complicità dei magistrati.

Alejandro Fargosi, membro del Consiglio della Magistratura, ha lanciato l’allarme affermando che questa riforma della giustizia costituisce un ulteriore avvicinamento dell’Argentina della Kirchner al Venezuela di Chávez. I due leader, in effetti, condividevano due caratteristiche salienti: l’aspirazione all’unità regionale, e un interesse quasi maniacale per il controllo dei mezzi di comunicazione. Il progetto “bolivariano” di Chávez trovava un buon supporto dall’incitamento all’unità e alla solidarietà latinoamericana spesso reclamate dalla Kirchner che non esitò a definire Chávez il degno successore di Bolivar, ovvero come colui che aveva “liberato i corpi” dopo che il primo si era occupato di “liberare le menti”. Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, entrambi i leader hanno ben intuito come tale controllo sia fondamentale per esercitare un potere fermo e inattaccabile. Pertanto, si spiega in questo modo il massiccia utilizzo dei social network da parte della Kirchner, e la promozione, a cura di due registi irlandesi,  del film-documentario “Esta revoluciòn no serà teletrasmitida” sul tentato golpe a Chávez avvenuto nel 2002.

Permangono, tuttavia, importanti differenze fra i due leader: da un lato, il potere di Chávez garantito dal monopolio statale del petrolio, dall’altro le difficoltà della Kirchner nel riuscire ad accentrare il potere a causa dell’opposizione e dei mezzi d’informazione. A tal proposito, sorge un dubbio in merito al mancato commento ufficiale della presidente sulla morte di Videla: che stia cercando di mantenere il più lontano possibile il ricordo della dittatura?

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Photo Credit: Bernardo Londoy

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Un bagno d’umiltà per la scienza economica

A partire da una riflessione sull’assenza di soddisfacenti correttivi economici post crisi e sulle forti divergenze tra gli esponenti delle principali teorie economiche, l’articolo propone due riflessioni alla complessa domanda: “Come mai la scienza economica non è stata in grado di prevedere e di dare risposte alla crisi?”

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[dropcap]A[/dropcap] cinque anni dall’inizio della crisi del 2008 il mondo occidentale non è riuscito a proporre politiche economiche risolutive. Il dibattito economico è stato rovente, magari stimolante, ma inconcludente e confuso.

Limitando la sintesi del dibattito al panorama italiano, ad esempio, si rileva che mentre la Germania e la BCE supportavano e sponsorizzavano le politiche d’austerity di Mario Monti, Gustavo Piga cercava disperatamente di spiegare il loro relativo carattere recessivo, poiché non adatte a ridurre il rapporto debito/PIL, e Wolfgang Münchau, sul Financial Times, titolava “Why Monti is not the right man to lead Italy”. Fuori dal coro anche Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che sostengono come l’errore non risieda nelle politiche d’austerity per se, ma nel modo in cui sono state implementate: andava tagliata la spesa e non aumentate le tasse. L’orchestra di assoli ha un unico spartito comune, tristemente intitolato: il peggio è passato ma la ripresa sarà lenta. Nel frattempo, la Banca Centrale Europea dichiara che il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti nel 2013, mentre Bankitalia annuncia che il PIL scenderà dell’1% durante l’anno in corso.

Come mai la scienza economica non è stata in grado di prevedere e di dare risposte alla crisi? La domanda è ovviamente complessa. Il presente articolo si limita a fornire due risposte largamente trascurate dal dibattito ma, a parere di chi scrive, fondamentali. La prima risposta è strutturale, nel senso che riguarda l’essenza stessa della scienza economica e le sue caratteristiche. La seconda invece fa riferimento ad un fenomeno relativamente recente e auspicabilmente correggibile.

1. Che piaccia o meno, la capacità predittiva dei modelli economici è strutturalmente limitata. Fornino rileva che le scienze economiche, a differenza delle scienze naturali, interagiscono con il loro oggetto di studio pregiudicandone la correttezza, nel momento in cui le previsioni effettuate indirizzano le scelte degli agenti. Se ad esempio, ragionando per assurdo, un modello economico fosse in grado di predire l’andamento esatto di ogni variabile d’interesse, tutti gli agenti economici vorrebbero trarre profitto del vantaggio informativo e venderebbero o comprerebbero secondo il prezzo atteso. Sarà però la stessa azione comune e simultanea di tutti gli agenti a rendere le previsioni inesatte. Inoltre la scienza economica, spesso, non ha la possibilità, per ragioni pratiche ed etiche, di testare i proprio modelli attraverso esperimenti adeguati: sarebbe immaginabile un esperimento teso a valutare gli effetti di una politica d’austerity?

2. In secondo luogo, si è sviluppato un distacco crescente tra le decisioni politiche e la scienza economica. I centri di ricerca producono un’infinità di studi astratti, dove in alcuni casi il contributo maggiore è costituito dalla possibilità d’inserire una nuova pubblicazione nel curriculum vitae dell’autore. Il dibattito tra economisti culmina sovente con una discussione agguerrita su temi sconosciuti ai più, come giustificare la variabile strumentale scelta, oppure discutere sul dataset, o magari sulle modalità per eludere potenziali problemi di endogeneità. Usando le parole di Dani Rodrick a riguardo:

“I professori delle migliori università al mondo si distinguono oggi non per un’esatta comprensione del mondo reale, ma per l’ideare torsioni teoriche fantasiose o per l’utilizzo di inediti elementi di prova. E’ difficile stabilire se le loro abilità li rendano attenti osservatori delle società reali o se possano fornire alle stesse un sano contributo”.

Nella recente campagna elettorale italiana, al contrario, il tema centrale delle politiche economiche da implementare a seguito della crisi è stato marginale e l’opinione a riguardo di alcuni tra i partiti più influenti, a dir poco nebbiosa. Sia chiaro, il problema non è la ricerca empirica in se, non sono i dati e le tecniche utilizzate. Il problema sorge nella misura in cui la tecnica e i tecnicismi precedono le idee di politica economica, e le poche idee in circolazione restano marginali nel dibattito politico poiché astruse o politicamente scomode.

Storicamente, soprattutto nei periodi post-crisi, la politica ha trovato nella scienza economica il primo alleato. A sostenere il New Deal di Roosvelt erano state le politiche economiche keynesiane, mentre è evidente l’influenza del pensiero economico Fridmaniano e della scuola di Chicago sulle scelte del governo britannico di Margaret Thatcher e di quello statunitense di Ronald Reagan. Oggi, agli inediti macro problemi occidentali, legati in primis al mercato finanziario e a quello del lavoro, si associa il vecchio scontro ideologico tra neokeynesiani e neoclassici, oltre che un poco gradito, austero e aristocratico confronto accademico.

Uno dei pochi aspetti positivi della crisi economica, come ricorda Monacelli, è che ci mette di fronte al fatto che la comprensione dei problemi economici è complessa, essenziale e richiede una capacità d’analisi profonda. Alla luce di ciò, dei recenti fallimenti della scienza economica e dell’incapacità della stessa di dare e comunicare risposte esaurienti alla crisi, credo sia necessario un bagno d’umiltà.

Tornado alle due risposte proposte, l’impellente necessità di correttivi economici post-crisi rende solo la prima ancora sostenibile. I limiti dei modelli economici sono, infatti, strutturali e la scienza economica ha raggiunto la maturità per riconoscere ed affrontare le lacune pratiche ed etiche che la caratterizzano. Rodrick, ad esempio, conferma che l’economia, a differenza delle scienze naturali, raramente produce risultati definitivi poiché ogni ragionamento economico è contestuale.  Tutte le proposizioni economiche sono “if-then”. Di conseguenza, la comprensione relativa a quale rimedio funzioni meglio in un particolare contesto è un mestiere piuttosto che una scienza.

Ritengo però, passando alla seconda riflessione, che mai come oggi sia necessario che l’economia torni ad indirizzare le scelte politico-governative. In quest’ottica è fondamentale preservare metodologie corrette e scientificamente validabili, non perdersi in inutili sforzi di eleganza accademica e ricordare di costituire il mezzo, piuttosto che il fine.  Krugman sostiene che il problema non risieda nella teoria economica, ma nella politica economica; il sottoscritto aggiungerebbe che il problema sta nella manifesta incapacità di dialogo tra le due.

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Photo Credit: infomatique

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Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto

Diversamente dalla pronta reazione di Reagan dopo gli avvenimenti del 1983 a Beirut, la presunta passività dell’attuale presidente americano, mostrata in seguito all’attentato di Bengasi, è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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[dropcap]D[/dropcap]opo l’attentato all’ambasciata americana di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens, il presidente Obama ha risposto con un atteggiamento risoluto ma cauto, in continuità con le scelte di politica estera del suo primo mandato: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for“.

La volontaria preferenza per la locuzione “act of terror” e non “terrorism” dimostra quanto la strategia presidenziale in politica estera, nello specifico in quella mediorientale e nordafricana, sia orientata lungo un percorso divergente rispetto alla precedente amministrazione Bush, con una discontinuità sia linguistica che culturale. Dietro tale linguaggio si nasconde anche l’evidente necessità di ridimensionare un costante, e spesso strumentale, riferimento alla matrice “islamica” degli attentati. La volontà di non cedere alla facile tentazione di interventi militari conferma ancor di più la complessiva tendenza alla cautela e alla riflessione.

Una diversa motivazione di questa condotta è rintracciabile nell’ulteriore obiettivo di pervenire ad una stabilizzazione della situazione politica nel Medio Oriente e ad una complicata rivalutazione dell’immagine degli Stati Uniti. L’attuale presidente degli Stati Uniti si è mosso nella consapevolezza dei limiti politici dell’America in tale contesto e ha preferito un’impostazione realista al tradizionale idealismo tipico della politica estera statunitense. La presenza americana nelle vicende mediorientali e nordafricane nel corso del Novecento ha favorito l’acuirsi di tensioni, in particolare dopo l’11 Settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq ordinate da Bush. Il sentimento antiamericano rinvenibile nelle azioni terroristiche contro obiettivi sensibili USA, accresciutosi nell’ultimo decennio, è uno dei maggiori problemi affrontati da Obama, eletto anche per la promessa di una complessiva normalizzazione.

Anche il recente viaggio in Medio Oriente definito dalla stampa, non a caso, un “maintenance trip”, ha mostrato l’approccio di Obama particolarmente attendista, quasi riflessivo e restio ad un intervento più incisivo, in virtù di un riposizionamento d’alto profilo lontano dal frenetico e tipico interventismo americano.

Il saggio di Fawaz Gerges, apparso a marzo su Limes, ben sintetizza nel titolo un’opinione assai diffusa sulla cosiddetta dottrina Obama: “Barack il cauto”. Nelle parole di Gerges si sottolinea il pragmatismo di Obama nel contesto mediorientale, orientato al mantenimento dello status quo evitando eccessi ideologici e favorendo un clima più sereno. Secondo Gerges, questo atteggiamento è frutto di un voluto disimpegno americano dal Medio Oriente in favore del Pacifico. Michele Basso, infatti, si chiede quanto quest’esito sia realistico, o quanto invece sia ancora determinante per l’America un ruolo pivotale nei contesti di crisi, confermando dunque la presenza di Washington seppur in maniera più “soft”.

Sotto molti aspetti la stessa politica di rivalutazione e ricollocamento americano venne attuata, sebbene con strategie differenti, da Ronald Reagan negli anni Ottanta. L’obiettivo dichiarato era quello di recuperare credito fra i paesi mediorientali nonché di favorire un processo di pacificazione, in uno schema però fortemente influenzato dal discorso di Westminster del 1982. La dottrina Reagan si fondava sull’idea ben definita di fronteggiare i sovietici a livello globale nei conflitti a bassa intensità, ossia non direttamente combattuti tra le due superpotenze, sostenendo laddove necessario anche gruppi di guerriglieri e oppositori di regimi filosocialisti o filocomunisti. Proprio questo versante della politica estera reaganiana, intrisa di un semplicistico quanto superficiale anticomunismo, incise positivamente nel confronto diretto con Mosca nel lungo periodo ma deteriorò fortemente l’immagine degli americani in altri contesti. L’invadenza statunitense, spesso maldestra, in faccende prettamente locali come il confronto tra Israele e Palestina o tra Iraq e Iran, condusse ad un irrigidimento delle relazioni internazionali in particolare in Libano, Iran e Centro-America. L’intervento americano in Libano, a supporto di Israele contro la Palestine Liberation Organization, che aveva sfruttato la guerra civile per insidiare gli israeliani, fu considerata un’azione di interferenza. La reazione a questo “reinserimento” nell’area fu molto violenta con una lunga serie di attentati e rapimenti di ostaggi che caratterizzarono l’intera presidenza Reagan. Il più clamoroso, ed in un certo senso assimilabile a quello all’ambasciata di Bengasi dello scorso anno, fu quello dell’ottobre del 1983 a Beirut, che vide la caduta di oltre 200 marines. L’attentato, poi rivendicato da Hezbollah, condusse ad un’estremizzazione delle scelte politiche americane a livello globale.

La reazione di Reagan fu perciò ben diversa da quella dell’odierno commander-in-chief. L’allora presidente repubblicano non ebbe nessuna riluttanza a parlare di “terrorism”, condannando l’attentato e pianificando un’azione militare di risposta, concretizzatasi nella missione Urgent Fury a Grenada. Nonostante la motivazione di facciata riguardasse la difesa di civili e militari americani nel paese, dove vi era stata una clamorosa avanzata del regime filosocialista, così operando Reagan manifestava la volontà di una politica muscolare che ristabilisse il ruolo predominante degli Stati Uniti.

Un tale modus operandi sembra sia stato abbandonato da Obama, che ha sempre rifiutato un coinvolgimento militare simile a quello dell’epoca Reagan. Secondo la lettura data da Del Pero, il rieletto presidente ha avviato una politica di “interventismo low cost”, improntata ad una generale cautela, “prossima alla passività”, dettata dalle premesse gettate dallo stesso Obama nelle campagne elettorali. Gli osservatori della comunità internazionale riflettono attualmente sulla validità di questo atteggiamento nell’approccio alle questioni mediorientali e si interrogano sul bisogno di un ruolo più decisivo e incisivo degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, non bisognerebbe dimenticare che il presidente non ha abbandonato del tutto lo strumento interventista: basti pensare all’utilizzo dei droni nelle aree di guerra o ad operazioni come quella che ha portato all’uccisione di Bin Laden.

Una simile condotta, nei risultati, non appare assai lontana da quella più aggressiva di Reagan poiché la spirale di antiamericanismo in Medio Oriente e nelle regioni limitrofe non appare affatto attenuata. In questo momento il dubbio maggiore consta nel chiedersi se l’attuale politica estera obamiana sia una scelta quasi obbligata e volontariamente prevista per mutare i rapporti di forza in contesti in continua evoluzione, anche alla luce dei grandi stravolgimenti politici e culturali degli ultimi anni. Molto probabilmente la presunta passività del presidente americano è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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Photo Credit: isriya

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Cipro, il pivot del Mediterraneo

L’obiettivo dichiarato dal governo di Nicosia è quello di utilizzare la posizione geo-strategica di Cipro, a cavallo tra Europa e Medio Oriente, per rendere il Paese un vero e proprio hub energetico, con un ruolo centrale nel transito commerciale e nell’approvvigionamento energetico europeo.

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[dropcap]N[/dropcap]egli ultimi anni il Mediterraneo Orientale ha accresciuto la propria rilevanza strategica a livello internazionale a seguito di importanti scoperte di idrocarburi. In questa regione, i recenti ritrovamenti offshore di gas naturale ne stanno modificando radicalmente lo status geostrategico ed economico. Prima di raggiungere l’ambizioso obiettivo di diventare esportatori netti di energia, i Paesi del Mediterraneo Orientale, e Cipro in particolare, non possono non confrontarsi con le sfide regionali e gli interessi – di natura economica, politico-strategica e, inevitabilmente, energetico-infrastrutturale – delle maggiori potenze nell’area.

Dopo le grandi scoperte dei campi Leviathan e Tamar lungo le coste israeliane, a due anni di distanza, nel dicembre 2011, è la volta di Cipro: la statunitense Noble Energy riportò una prima scoperta di gas offshore nel blocco 12 del giacimento Afrodite, per un potenziale energetico stimato tra i 5 e gli 8 trilioni di piedi cubi (140-230 miliardi di metri cubi). Quest’area, con tutta evidenza il prolungamento del bacino del Levante, è ancora in una fase iniziale di esplorazione e, pertanto, queste prime stime sono considerate conservative, con la prospettiva di un loro rialzo nei prossimi anni. Si profila quindi per l’isola una ricchezza di enormi proporzioni: a detta di alcuni esperti, infatti, Cipro sarebbe potenzialmente seduta su un tesoro di almeno 60 trilioni di piedi cubi (1,7 trilioni di metri cubi) di gas che, senza considerare le potenzialità del petrolio, potrebbe generare entrate per 400 miliardi di dollari una volta provata la sua commercializzazione.

L’obiettivo dichiarato dal governo di Nicosia è quello di utilizzare la posizione geo-strategica di Cipro, a cavallo tra Europa e Medio Oriente, per rendere il Paese un vero e proprio hub energetico, con un ruolo centrale nel transito commerciale e nell’approvvigionamento energetico europeo. Una prospettiva che tuttavia non considera le tensioni e alcune questioni irrisolte che potrebbero ostacolare lo sviluppo energetico dell’isola, essenziale per risollevare una economia in forte crisi.

Primo fra tutti, la forte destabilizzazione politica risultante dall’invasione militare turca del 1974 che ha prodotto una divisione de facto dell’isola, tra il nord turco-cipriota e il sud greco-cipriota. La scoperta di risorse energetiche nella parte meridionale di Cipro, nonché l’assenza di risultati delle ricerche effettuate finora nell’offshore del nord, hanno aggiunto un nuovo e rilevante fattore di frizione nelle relazioni tra Nicosia ed Ankara. La peculiare situazione politica dell’isola potrebbe quindi rappresentare un freno allo sviluppo dell’economia del Paese, potendo incidere sulle decisioni di investimento delle compagnie estere, soprattutto per quelle che hanno forti interessi in Turchia. Quest’ultima, infatti, ha minacciato ripercussioni per quelle compagnie che intendono sottoscrivere accordi per lo sfruttamento delle risorse con il governo cipriota. È il caso dell’Eni che si è vista sospendere tutti i progetti avviati con la Turchia, a causa del suo accordo di esplorazione firmato con Nicosia a gennaio. Ankara, infatti, sostiene che tali risorse energetiche si trovano in acque internazionali e che dovrebbero andare a beneficio di tutti gli abitanti dell’isola e non solo dei greco-ciprioti. Emergono, quindi, gli interessi strettamente energetici della Turchia. Inoltre, le relazioni tra Cipro e Israele, in particolare quelle relative ad un eventuale progetto di liquefazione del gas per l’esportazione, alimentano la prospettiva di una partnership energetica che, escludendo Ankara, potrebbe far emergere una rotta alternativa per il trasporto di gas in Europa e in Asia, divenendo un ostacolo alla grande mission turca di diventare un hub energetico regionale. Questa prospettiva, secondo alcuni analisti, è stata una delle ragioni alla base del riavvicinamento tra Turchia e Israele che permetterebbe alla prima di mantenere la sua centralità di Paese di transito e al secondo di disporre di una opzione ottimale per l’esportazione del proprio gas. Se, nel lungo periodo, i vantaggi economici di una cooperazione tra Nicosia, Tel Aviv, Atene e Ankara potrebbero farsi più convincenti, nel breve le pressioni energetiche alimentano di tensioni una zona già “calda” motu proprio.

La ferma posizione turca sulla questione cipriota è probabilmente una delle ragioni alla base della decisione russa di non accettare il piano di salvataggio proposto frettolosamente da Nicosia in cambio di licenze di sfruttamento dei giacimenti di gas. A questo va aggiunto, tra le altre, la posizione europea, nonché la special relationship tra Berlino e Mosca, sugellata dall’accordo sul gasdotto Nord Stream, che avrebbe potuto subire contraccolpi se Putin avesse deciso di approvare un piano di salvataggio per un Paese facente parte dell’UE. La posizione di Mosca, quindi, trova un senso nella molteplicità degli interessi che il Paese condivide con i diversi attori regionali, come Germania, Grecia e Turchia, e che possono essere salvaguardati solo con una strategia di ambigua realpolitik. Sebbene la questione del bail-out cipriota abbia messo sotto pressione i rapporti tra Nicosia e Mosca, è difficile ipotizzare una rottura delle relazioni tra i due Paesi quanto, piuttosto, una ridefinizione in nome degli interessi che ancora li legano. Mosca, infatti, ha legami di lunga data con l’isola di Afrodite che spaziano dal settore bancario e finanziario, a quello immobiliare e strategico-militare. Sono forti i sospetti, ad esempio, del ruolo giocato da Cipro nel traffico di armi che dalla Russia arriva fino a Damasco.

Bruxelles, da parte sua, sembra essere determinata nell’infliggere un pesante cambio di tendenza nel business model cipriota e al suo sistema bancario, inficiando il suo status di paradiso fiscale per gli investimenti offshore dei magnati russi. Le scoperte di gas nel mare cipriota rappresentano per l’Europa una grande opportunità per diversificare le forniture di energia, rispetto al ruolo dominante della Russia. Tuttavia, i problemi economici di Cipro, che hanno causato il prelievo forzoso sui depositi bancari, sono anche forieri di forti malcontenti nazionali; l’UE non dovrebbe esasperare la situazione economica perché, come le tante manifestazioni nell’isola dimostrano, i sentimenti anti-europei sono particolarmente diffusi tra la popolazione e potrebbero diventare fonte di instabilità politica. Questo allontanerebbe una possibile soluzione del conflitto con la Turchia, ostacolo centrale all’accesso di Ankara a Bruxelles.

Il quadro delineato sembra poco ottimista per Cipro dato che, almeno nel breve-medio periodo, il pugno di ferro europeo sui conti bancari, la ritirata del sostegno russo e la pressione turca, stringono l’isola in una morsa che non potrà che aumentare il malessere interno e inasprire la recessione dell’economia nazionale. Situazione che non sembra poter migliorare fino a che lo sfruttamento delle risorse energetiche del giacimento Afrodite non sarà a pieno regime, e per il quale potrebbero essere necessari diversi anni.

Al contrario, in un orizzonte temporale più ampio la necessità di cooperazione tra le parti in gioco non potrà che essere sempre più forte per le pressioni derivanti dalla stabilizzazione dell’economia cipriota e per il graduale sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas intra-europei. La Turchia ha già inviato segnali in questo senso: conscia del ruolo di transito verso i mercati internazionali, Ankara ha proposto a Nicosia il suo aiuto nello sviluppo del gas, rimarcando d’altra parte come i benefici di tali scoperte dovrebbero essere condivisi da tutti gli abitanti dell’isola. In conclusione, un aspetto più di altri risulta certo: senza una risoluzione della disputa sulla sovranità dell’isola, questione che si trascina da ormai 40 anni, una eventuale cooperazione regionale sembra difficile da ipotizzare.

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Photo Credit: magisstra

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Serbia e Kosovo, il sottile confine tra verità politica e giuridica

Sono 98 i Paesi aderenti all’ONU, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, che riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi BRICS – negano un suo riconoscimento formale.

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[dropcap]“O[/dropcap]ggi è una giornata storica, un momento decisivo per il Kosovo e per la regione”. Con queste parole il primo ministro kosovaro, Hashim Thaci, lo scorso 2 aprile, aveva aperto l’ultimo incontro con Ivica Dacic, suo omologo serbo, a Bruxelles. Le trattative, vertenti sullo status della regione settentrionale (“Kosovska Mitrovica” o “Mitrovica”) del neo costituito Kosovo, assumono un valore particolare, tenuto conto del riconoscimento mai avvenuto da parte serba dello Stato kosovaro medesimo.

Proprio attraverso queste trattative, si potrebbe giungere a una nuova epoca per gli Stati coinvolti, per la regione balcanica e per l’Unione Europea (“UE” o “Unione”). Infatti, dallostatus giuridico di Mitrovica, almeno in parte, dipende il riconoscimento serbo di Pristina e da questo, a sua volta, la possibilità di ammissione della Serbia all’Unione.

Il 17 febbraio 2008, le autorità di Pristina, futura capitale, dichiararono l’indipendenza del Kosovo, regione con popolazione prevalentemente albanese, situata nella parte meridionale dello Stato serbo, al confine con Montenegro, Albania ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Allora, come oggi, il Kosovo beneficia del supporto amministrativo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (“ONU” o “Organizzazione”), come disposto dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza del 1999 (“UNMIK”).

Attualmente, 98 dei Paesi aderenti all’Organizzazione, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi cdBRICS – negano un suo riconoscimento formale.

Kosovska Mitrovica e, dunque, le trattative di martedì scorso appaiono determinanti per lo sblocco dei negoziati, in atto dal 2008, tra Belgrado e Pristina. Infatti, sebbene il Kosovo sia in maggioranza popolato da comunità albanesi, rappresentati circa il 90% della sua popolazione totale, le comunità serbe sono presenti e si concentrano nell’area settentrionale del neo Stato, in prossimità di quello serbo.

Una soluzione relativa a suddetta regione, potrebbe rivelarsi decisiva ai fini del riconoscimento serbo dell’intero Kosovo. Ciò comporterebbe almeno due rilevanti conseguenze. In primo luogo, verrebbe meno un notevole impedimento per l’ammissione serba all’UE e, quindi, per la possibilità di ulteriore allargamento di quest’ultima nella regione balcanica. In secondo luogo, l’azione serba potrebbe indurre altri Paesi a concedere quel riconoscimento politico fino a oggi negato e rappresentare una chance per l’affermazione di vecchi e nuovi equilibri internazionali.

Le trattative e, dunque, il riconoscimento assumono valore prettamente politico. Infatti, da un punto di vista giuridico, è prevalente l’orientamento che individua come elementi essenziali, per la costituzione del nuovo Stato, i cd. criteri di Montevideo.[1] Lo Stato, per essere tale, deve soddisfare precisi requisiti, con riguardo alla popolazione, al territorio e al governo, nonché alla capacità di instaurare delle relazioni giuridicamente rilevanti con altri soggetti di diritto internazionale.

A sostegno di quanto sostenuto dalla prevalente dottrina di diritto internazionale, in passato, è intervenuta la stessa Corte Internazionale di Giustizia (“Corte”). In particolare, già nel parere del 22 luglio 2010, la Corte non riconobbe alcuna violazione del diritto internazionale nell’unilaterale dichiarazione d’indipendenza ma, d’altra parte, neppure si espose per validarne il contenuto.

In seguito, si presentarono alla comunità internazionale nuovi casi, con simile oggetto, che confermarono quanto ritenuto dall’orientamento giuridico prevalente (rilevano, di recente, i casi di dichiarazione d’indipendenza della regione del Mali, Azawad, il 6 aprile 2012 e delriconoscimento della Palestina, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre scorso), ossia la natura dichiarativa e non costitutiva del riconoscimento.

Sebbene, dunque, il riconoscimento serbo del Kosovo assuma valore prevalentemente politico e in nessun caso costitutivo, continua ad apparire estremamente rilevante per diversi attori ed equilibri.

Martedì 9 aprile, la Serbia ha infine annunciato di non essere disposta a sottoscrivere le proposte avanzate dalle autorità di Pristina, in accordo con l’Unione, in riferimento a Kosovska Mitrovica. Le proposte, infatti, non terrebbero in alcun modo conto degli interessi nazionali serbi, secondo Belgrado. Le trattative continueranno, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma dovranno essere altresì considerate le pretese serbe: autonomia esecutiva e amministrativa di Mitrovica, in materia di sicurezza, di polizia e di giustizia.

Nonostante i primi, immediati, segnali di disappunto da Bruxelles, si attendono i formali rapporti della Commissione europea e le considerazioni di Catherine Ashton dinnanzi al Consiglio Affari Esteri, rispettivamente il 16 e il 22 aprile prossimi. È ragionevole ritenere che, almeno da un punto di vista politico, in quelle occasioni verranno prese posizioni non soltanto in riferimento alle relazioni serbo-kosovare, ma anche ai futuri programmi di allargamento dell’Unione e dei rapporti di quest’ultima con l’intera comunità internazionale.[2]

[toggle title=”Note”]

[1] Sanciti con l’omonima convenzione del 1934, sono oggi pacificamente ritenuti appartenenti al diritto internazionale consuetudinario.

[2] Si ricordi che la mediazione dell’Unione Europea, nei rapporti tra Kosovo e Serbia, è stata accolta e incoraggiata dalla comunità internazionale mediante la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 10980 del 9 settembre 2010.

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Photo Credit: Aardvark EF-111B