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Prishtina wake up

I negoziati in Kosovo: quale futuro?

La situazione della sovranità kosovara, che tocca nervi scoperti nel complesso panorama diplomatico degli stati della ex Jugoslavia, rimane ancora centrale.

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Prishtina wake up

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[dropcap]G[/dropcap]li osservatori internazionali saranno sollevati dalla prospettiva di un accordo senza precedenti sulla questione del Kosovo; le misure da adottare, però, rischiano di risolvere alcune questioni (per il momento) e generarne altre. Ci sono state concessioni notevoli da parte dei serbi, che però continuano a non riconoscere ufficialmente l’indipendenza del Kosovo; ma l’accettazione delle autorità kosovare di confine indica la tendenza verso un riconoscimento de facto. Al primo ministro serbo Ivica Dačić va dato atto del tentativo di migliorare le relazioni tra Belgrado e Pristina, probabilmente a fronte dello stallo diplomatico, dell’instabilità politica e delle mancate opportunità economiche tra i due Paesi.

Un eventuale accordo prevedrebbe la presenza di ‘municipalità serbe’, relativamente autonome, nelle regioni a nord del Kosovo dove si concentra la maggioranza serba. In cambio, Dačić cederebbe a Pristina la giurisdizione sui serbi kosovari, smantellando le istituzioni statali parallele supportate da Belgrado. Pur mantenendosi influenti nelle regioni del nord, di fatto i serbi rinuncerebbero al controllo formale sul Kosovo. E se anche le parole usate rimangono forti, la delegazione di Dačić, in modo lento ma inesorabile, sembra voler abbandonare ogni pretesa sul territorio (arrivando a definire ‘una menzogna’ il fatto che il Kosovo fosse mai appartenuto ai serbi).

Un riconoscimento de facto appare il presupposto su cui si baseranno i rapporti tra Belgrado e Pristina. È invece da scartare l’ipotesi che la Serbia (e per estensione la Russia) sia disposta a riconoscere l’indipendenza del Kosovo in maniera ufficiale; almeno, non avverrà nel breve termine, poiché la questione è politicamente molto sensibile a livello sia locale che internazionale. Il riconoscimento de facto potrà costituire un successo relativo, se gli accordi presi riusciranno a stabilizzare la situazione del Kosovo e dell’intera regione balcanica.

Ma le implicazioni a breve e lungo termine sono comunque dietro l’angolo; per prima cosa, c’è da chiedersi per quanto tempo questo status possa risultare sufficiente. Se per il Kosovo un riconoscimento de facto è comunque un passo avanti, non sarebbe in ogni caso equiparabile ai vantaggi di cui godrebbe come stato indipendente: al Kosovo, riconosciuto come tale da appena 98 membri delle Nazioni Unite, alla lunga potrebbe non essere sufficiente l’ombrello di sicurezza garantito dalla NATO e dall’ONU. Nemmeno l’Unione Europea ha un approccio unanime sulla questione: per una serie di ragioni politiche, a negare al Kosovo il riconoscimento formale sono Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. Sebbene sembri azzardato affermare che l’adesione all’Unione Europea rappresenti oggi, per i Paesi balcanici, un’irresistibile conquista, il ruolo ricoperto recentemente dalla stessa nella regione è stato dirimente. Poiché è probabile che nel giro di una decina d’anni la maggior parte di questi Paesi diventerà membro dell’Unione Europea, il Kosovo, non ancora formalmente indipendente, potrebbe rimanerne escluso e risultare ulteriormente svantaggiato.

Per di più, il sistema delle municipalità ha immediatamente attirato l’attenzione di varie minoranze all’interno di altri stati: richieste simili a quelle serbe sono state avanzate dai gruppi di etnia albanese nel sud della stessa Serbia. Per alcuni, la soluzione sarebbe addirittura lo scambio di territori e popolazioni, sebbene quest’opzione non sia stata presa seriamente in discussione. Inoltre, un accordo sul Kosovo arriverebbe in un momento particolarmente problematico per la Bosnia-Erzegovina, composta dalla Repubblica Serba (da non confondere con la Repubblica di Serbia) e dalla Federazione Croato-Musulmana di Bosnia: Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba, ha richiesto che, all’interno dell’altra entità territoriale del Paese, le municipalità a maggioranza serba potessero essere autonome. Tali pretese sono state respinte dalle autorità; ma non sarà facile tenere a bada i gruppi minoritari se le politiche adottate in casi simili saranno tanto diverse.

La situazione della sovranità kosovara, che tocca nervi scoperti nel complesso panorama diplomatico degli stati della ex Jugoslavia, rimane ancora centrale. Così, se ogni progresso diplomatico ed economico è auspicabile (il Kosovo ha ancora il PIL e il PPA più bassi tra i Paesi della regione balcanica), non sarà di certo un semplice accordo a risolvere, una volta per tutte, l’intricato groviglio di questioni irrisolte.

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Articolo tradotto da Antonella di Marzio

Articolo originale: Kosovo Talks: Progress Now, Problems Tomorrow?

Photo Credit: Agroni

Corruption

Come la corruzione minaccia le conquiste democratiche della Libia

Solo una riforma globale del settore petrolifero potrà dimostrare la concreta volontà di combattere la corruzione e le pratiche illecite in Libia. Così facendo non solo si promuoverebbe l’immagine di una ‘governance responsabile’, ma aumenterebbe anche la fiducia che i libici ripongono nelle nascenti istituzioni democratiche.

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Corruption

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[dropcap]A[/dropcap] fine marzo, il ministro della Giustizia libico Salah Margani ha invitato il procuratore generale a rilasciare il redattore Amara Abdalla Al-Khatabi, che era stato arrestato il 19 dicembre 2012 a seguito della pubblicazione di un elenco contenente i nomi di ottantaquattro giudici presumibilmente corrotti.

La corruzione in Libia non è né fenomeno nuovo, né è esclusivo del Paese stesso. Tuttavia, la Libia registra dati sconfortanti in confronto al resto del mondo. Secondo le stime della NATO, Gheddafi e i suoi soci nascondevano all’estero circa 150 miliardi dollari. Nel 2012, la Libia si è classificata al 160° posto tra i 176 paesi analizzati dall’autorevole Indice di Percezione della Corruzione realizzato da Transparency International. Nonostante sia stato registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente (2011: 168/176), la Libia si classifica ancora come un Paese fortemente corrotto.

La piaga della corruzione è stata a lungo considerata uno dei maggiori problemi  per il nuovo regime. In qualità di leader del Consiglio Nazionale di Transizione (NTC), Mustapha Abdul Jalil ha dichiarato che la Libia ci avrebbe impiegato anni per superare il “pesante lascito” della corruzione. Eppure tali accuse non sono mancate nemmeno durante il turbolento governo del NTC.

Nel 2012 sono emersi due scandali che concernevano i fondi istituiti per risanare il bilancio dei combattenti rivoluzionari e le relative cure mediche all’estero. Entrambi i fondi sono stati bloccati poi a causa di uso improprio e frode. Commentando lo scandalo delle cure mediche, l’ex ministro della Sanità ad interim Fatima Hamroush ha giustificato tali atteggiamenti sostenendo: “La paura nei confronti del dittatore faceva sì che l’ordine venisse mantenuto anche senza una legge. La legge non veniva applicata ma vi era ordine. Ora non c’è ordine ed è tutto un caos poichè manca la paura. “

Gli scandali attirano l’attenzione su due questioni relative alla corruzione in Libia. Innanzitutto, essi pongono l’accento su quanto siano inette le autorità nel contrastare la corruzione. In secondo luogo, mettono in evidenza come prevalga la ‘cultura della corruzione’. Il capo dell’Audit Bureau libico Ibrahim Belkheir ha riconosciuto quanto il problema sia diffuso tra i libici: “ne sono così abituati che per loro non sembra nemmeno che si tratti di corruzione.”

Anche se va ricordato che il Paese sta attraversando un periodo turbolento, la questione della corruzione così come la volontà del governo (o la mancanza della stessa) di affrontare il problema rimangono in prima pagina. Il 18 gennaio 2013 Il primo ministro Ali Zeidan ha annunciato una serie di misure adottate dalla sua amministrazione volte a combattere questa piaga. Tra queste si annoverano una stretta collaborazione con l’Audit Bureau, l’istituzione di un comitato centrale per gli appalti che miri a garantire la trasparenza nell’aggiudicazione delle opere, il contributo dei servizi segreti nelle indagini e nuove misure per prevenire l’assunzione irregolare di dipendenti pubblici. Il presidente ha poi esortato il popolo libico a fare la propria parte e di segnalare chi viola la legge.

Il governo di Zeidan si dice impegnato a contrastare la corruzione, almeno in apparenza. Il 23 febbraio 2013 è giunto a sorpresa l’annuncio del Primo Ministro relativo al licenziamento di un certo numero di funzionari governativi presumibilmente coinvolti in episodi di corruzione. Nomi e dettagli devono ancora venir fuori ma Zeidan ha tenuto così a sottolineare: “non permetterò l’uso improprio di fondi pubblici e metterò in atto le misure più severe contro la corruzione”. Per via dell’assenza di altri dettagli o di azioni conseguenti, tale affermazione rimane circoscritta alla retorica populista. Malgrado si auspichi che venga interpretata come un monito rivolto a tutti i funzionari, compresi quelli sotto indagine, le parole di Zeidan ancora non si sono trasformate in fatti, come ha sottolineato di recente un informatore.

Sembra che il governo non sia in grado o non voglia affrontare il problema della presunta corruzione. Il vice ministro della Cultura e della Società Civile Awatif al-Tushani ha annunciato le sue dimissioni il 7 febbraio 2013 citando presunte irregolarità finanziarie e amministrative nel suo Ministero. L’ex ministra sostiene di aver sollevato la questione al Primo Ministro e che non sia stato fatto nulla in merito. Inoltre, stando a quanto si legge nei verbali, l’ex ministra è stata costretta a dimettersi  e la sua presa di posizione contro le pratiche illecite al Ministero l’ha resa oggetto di molestie.

Sarebbe necessario che il governo libico affrontasse la questione con un approccio più organico. Secondo il Global Witness (l’Osservatore Globale del gruppo Internazionale contro la corruzione, NdT) il nuovo governo dovrebbe imparare dalle pratiche del regime precedente e attuare le riforme nel settore del petrolio e del gas, per via della loro importanza strategica.

Il “Modello per le Riforme” (2012) del Global Witness ” dovrebbe fornire le linee guida sufficienti a prevenire la corruzione su vasta scala nella nuova Libia. Le loro raccomandazioni includono la promozione della trasparenza attraverso la pubblicazione di tutti i contratti petroliferi esistenti e futuri, la collaborazione con le organizzazioni internazionali di auditing per migliorare i conti e la revisione contabile pratica all’interno della National Oil Company (Azienda Petrolifera Nazionale, NdT), per fare in modo che i ricavi siano quantificati con precisione e comunicati. Inoltre, l’impegno reale per la trasparenza dovrebbe essere sancito dalla nuova Costituzione, e tutti i contratti presenti e futuri dovrebbero essere soggetti al controllo parlamentare.

Solo una riforma globale del settore petrolifero potrà dimostrare la concreta volontà di combattere la corruzione e le pratiche illecite in Libia. Così facendo non solo si promuoverebbe l’immagine di una ‘governance responsabile’, ma aumenterebbe anche la fiducia che i libici ripongono nelle nascenti istituzioni democratiche. Infine, si incentiverebbe anche un cambiamento della percezione così radicata della corruzione, sia a livello istituzionale che sociale.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: Corruption Threatens Libya’s Democratic Gains

White doves flying innocent

Se lo stupro rovina i colpevoli: il caso di Steubenville in Ohio

Il caso di Steubenville è un esempio lampante di quanto la cultura dello stupro sia radicata nella società odierna: basterebbero a dimostrarlo le foto e i video dei colpevoli, ansiosi di immortalare la propria bestialità. La lotta alla cultura dello stupro dipende anche dal contributo dei media.

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White doves flying innocent

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[dropcap]L[/dropcap]a notte dell’11 agosto 2012, a Steubenville, in Ohio, una ragazza sedicenne fu stuprata a più riprese da due coetanei; troppo ubriaca per opporre resistenza, la giovane fu trascinata di festa in festa per finire riversa su di un prato, dove le venne urinato addosso. A dicembre, il gruppo di hacker Anonymous ha reso noto un video in cui uno dei due stupratori definisce la ragazza ‘più morta di Trayvon Martin’ [un diciassettenne afroamericano vittima di un controverso caso di omicidio, NdT] e ‘più morta della moglie di OJ [Simpson]’. Il 17 marzo di quest’anno, i due ragazzi sono stati giudicati colpevoli di stupro.

Il trauma della vittima non è stato causato solo dalla violenza e dal relativo processo, ma anche dall’ostracismo e dalle minacce di morte che sono seguite alla denuncia dei genitori. Il 19 marzo, per esempio, due ragazzine sono state arrestate per aver minacciato la vittima tramite Facebook e Twitter. Ci si aspetterebbe un atteggiamento solidale da parte dei maggiori organi di stampa statunitensi, che sembrano invece essersi concentrati su altri aspetti.

Secondo la CNN, la vicenda avrebbe compromesso il ‘promettente futuro’ dei due aguzzini, ‘campioni di football’ e ‘studenti modello’. Secondo l’inviata che seguiva la sentenza, ‘l’alcool aveva fatto la sua parte’ nella vicenda; la giornalista, indugiando sulle reazioni dei due imputati alla lettura del verdetto, si interrogava sugli ‘effetti a lungo termine’ che la decisione avrebbe avuto sulle due giovani vite.

Un atteggiamento, questo, condiviso da altri network (ABC News, NBC, USA Today), agenzie di stampa (Associated Press) e portali di notizie (Yahoo News): la vita delle due ‘promesse del football’ e ‘orgoglio di Steubenville’ era stata rovinata; la vittima, ‘ubriaca’ e ‘drogata’, era tutt’al più menzionata di sfuggita. Nella trasmissione della ABC ‘20/20’, il processo diventava ‘un monito per tutti gli adolescenti che vivono nel mondo digitale’: il problema sembrava non tanto lo stupro, ma le fotografie scattate a celebrarlo.

Il caso di Steubenville è un esempio lampante di quanto la cultura dello stupro sia radicata nella società odierna: basterebbero a dimostrarlo le foto e i video dei colpevoli, ansiosi di immortalare la propria bestialità. Ma lo attestano anche le figure di spicco di Steubenville, il cui tentativo di insabbiare la vicenda è ora soggetto a un’inchiesta del Gran Giurì; lo conferma l’ostracismo riservato alla vittima; lo testimoniano i media, preoccupati più della fedina penale dei due aggressori che della dignità di una ragazza trascinata in giro come un giocattolo. Tuttavia, il dato più significativo è l’atteggiamento dei due, convinti di non aver commesso un reato, ma di aver agito come chiunque avrebbe fatto nella loro situazione.

In un tale panorama, non sorprende che le vittime di violenza sessuale si dimostrino reticenti e rinuncino all’azione legale. In Irlanda, per fare un esempio, solo il 30% di chi contatta il Rape Crisis Network (una rete europea di assistenza per le vittime di stupro) prosegue poi per vie legali. Ma la situazione non migliora quando le accuse arrivano in tribunale: nel 70% dei casi, tra il 2003 e il 2009, la difesa si è appellata alla condotta sessuale delle vittime; e il 47% degli imputati è stato assolto. Negli Stati Uniti, lo stato di ebbrezza della vittima è un attenuante per un solo crimine: lo stupro, di cui solo nove casi su cento arrivano alla Corte, e solo cinque si concludono con una condanna penale; singolare, se si tiene presente che, secondo una stima, ogni anno vengono stuprati 10.000 uomini e 90.000 donne. Nel Regno Unito, i casi di stupro si concludono con l’assoluzione del 42% degli imputati, mentre il 12% delle vittime rinuncia a procedere.

In Canada, ad Alberta, è stata lanciata di recente la campagna antistupro ‘Don’t be that guy’, che si sta diffondendo anche in molte università britanniche e irlandesi. Il messaggio, che meriterebbe una diffusione più ampia, è che tacere non significa dire di sì: senza un esplicito consenso, si tratta di stupro, ed è sbagliato. Ma se questo a molti può suonare ovvio, per altri non lo è ancora: e la lotta alla cultura dello stupro dipende anche dal contributo dei media.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Articolo originale: Reporting the Steubenville Rape Case

Photo Credit: Muffet

German Windmill

L’eolico tedesco gira a vuoto

Il progetto di una Germania “verde” sottrae consensi alla cancelliera Merkel

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German Windmill

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[dropcap]N[/dropcap]el 2007, più del 12% dell’energia tedesca proveniva da fonti rinnovabili, superando gli obiettivi fissati tre anni prima dall’Unione Europea. Il progetto della cancelliera Angela Merkel, che voleva rendere la Germania il Paese più “verde” d’Europa, sembrò sul punto di avverarsi; ma il suo governo si spinse anche oltre i risultati raggiunti, promettendo che, entro il 2050, l’80% dell’energia prodotta in Germania sarebbe stata “pulita”.  L’obiettivo, però, potrebbe rivelarsi meno realizzabile del previsto.

Sorprende che Greenpeace e Verdi sostengano a riguardo posizioni diverse. I Verdi, che hanno sempre insistito sui temi del rinnovabile, devono fare i conti con argomenti a sfavore dell’utilizzo massivo di energia pulita. Notoriamente, nei Paesi europei non ci sarebbero le condizioni ottimali per il ricorso all’energia eolica; inoltre, lo sviluppo delle energie rinnovabili potrebbe addirittura danneggiare l’ambiente.

Per far spazio alla produzione di cosiddetta energia pulita, in Assia è stata disboscata l’area del monte Sackpfeife, un tempo famosa per le escursioni; in un’intervista a Martin Kaiser, esperto forestale di Greenpeace, il quotidiano “Der Spiegel” ha rivelato che l’abbattimento delle antiche querce di quest’area, relativamente piccola, ha rilasciato nell’atmosfera  più di mille tonnellate di anidride carbonica. La produzione di energia dal mais, che dovrebbe ridurre sia le importazioni di petrolio che le emissioni di gas serra, pone problemi di vario genere. L’etanolo viene ricavato dal mais attraverso un processo che, come si è scoperto negli Stati Uniti, si rivela dispendioso in termini energetici: per ottenere 25 galloni (112,5 litri) di etanolo occorrono 113,4 kg di mais, abbastanza da coprire il fabbisogno calorico annuo di un individuo. Un altro problema è quello del digestato, un sottoprodotto del biogas usato come fertilizzante su migliaia di acri di terreno. Il digestato, considerato un prodotto ecologico, non è però privo di implicazioni ambientali: a inizio primavera, quando i campi vengono concimati, le precipitazioni rischiano di diffondere il fertilizzante nelle fonti d’acqua locale, inquinandole.  Il fattore logistico, inoltre, compromette  l’efficacia dei metodi “verdi” nel momento in cui il biogas viene trasportato su gomma. Una soluzione sarebbe costruire gli impianti di biogas vicino ai campi; ma ciò risolverebbe il problema solo in parte, poiché, prima di essere utilizzato, il digestato deve passare dagli impianti di depurazione. Se questi fossero lontani dagli impianti di biogas, il trasporto sarebbe oneroso in termini non solo ambientali, ma anche economici, poiché trasportare una tonnellata di digestato liquido costa all’incirca 20 €.  A questi costi andrebbero aggiunte le tasse, poiché le imposte su un impianto di biogas da 3 megawatt possono ammontare  a 1,6 milioni di euro annui.

Si è parlato finora dei costi preliminari; inoltre, sempre secondo “Der Spiegel”, le fasi intermedie della produzione di energia rinnovabile determinano ulteriori costi, che si ripercuotono direttamente sui consumatori. La produzione di energia eolica, legata alle condizioni climatiche, non può mantenersi regolare, risultando alle volte persino in eccesso. La rete elettrica tedesca non è attrezzata per gli sbalzi di tensione: in questo modo, le strutture ausiliarie vengono sovraccaricate e i costi dell’elettricità si impennano. La rete elettrica nazionale deve poi considerare le politiche energetiche di ogni regione, che determinano inoltre tariffazioni diverse.  In assenza di un vantaggio economico, i consumatori non si rivelano entusiasti del ricorso al rinnovabile.

L’industria energetica tradizionale, basata sui combustibili fossili e sul nucleare, si trova ora a dover licenziare personale non qualificato nei settori dell’energia alternativa.  La situazione produce un effetto domino, sottolineando quanto sia relativo il primato economico tedesco sul resto d’Europa;  ciò si ripercuote anche sulla popolazione, che reputa l’intero progetto uno spreco di denaro da parte del governo.

Maliziosamente, si potrebbe supporre che un tale progetto abbia forti implicazioni politiche: a sei mesi dalle elezioni, l’amministrazione uscente ha fretta di attuare i progetti di legge su cui ha fatto più propaganda. Ciononostante, il governo prevede la cancellazione di molti programmi di sovvenzionamento, determinando tagli ingenti al budget destinato all’energia pulita.  Da un tale quadro si evince come la svolta verso il rinnovabile, da inserire in un quadro onnicomprensivo, non possa che avvenire in maniera graduale.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Articolo originale: Germany’s Wind Power Losing Fans

Photo Credit: Mobilus in Mobili

eu flag

Le gambe corte dell’Unione Europea

Sarebbe auspicabile che i Ministri della difesa europei prendessero in attenta considerazione la possibilità di duplicare le proprie capacità, mantenendo distinte le ventisei industrie nazionali della difesa e consolidandole in maniera appropriata.

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eu flag

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[dropcap]I[/dropcap]n un recente articolo pubblicato sul Financial Times Philip Stephens ha sostenuto che gli europei hanno scoperto l’interventismo proprio nel momento in cui gli Stati Uniti iniziavano ad abbandonarne l’idea. Ciò si è verificato dopo le campagne di terra e aerea francese in Mali e dopo la battaglia aerea della NATO in Libia. Una linea simile potrebbe emergere anche in Siria a seguito delle dichiarazioni del leader francese e di quello britannico.

Tuttavia, a parte i Tiger e i Typhoon, gli interventi europei hanno avuto sempre una connotazione atlantica. In Mali l’Inghilterra ha fornito alcuni C-17 e lo stesso ha fatto il Canada. Ciò nonostante sono stati gli Stati Uniti a fornire la maggior parte del supporto logistico. L’Air Force statunitense ha impiegato un’ala di C-17 per trasportare a Bamako la maggior parte della terza Brigata Mécanisée. Successivamente, poiché i portavoce del Comando US-Africa provenivano tutti dal mondo diplomatico, il Dipartimento di Difesa ha chiesto alla Francia di saldare i conti (anche se poi le intenzioni di addebitare le spese all’Eliseo vennero meno senza troppi problemi). In seguito, l’Air Force ha accolto la richiesta di fornire tanker aerei a sostegno dell’aeronautica francese.

In Libia il governo di Obama ha adottato una strategia di “guida da dietro”. Iniziato il conflitto, la forza aerea statunitense e il sistema di precision strike ci hanno messo poco a distruggere la contraerea libica. Come è accaduto anche in Mali successivamente, le forze statunitensi hanno sostenuto gli alleati della NATO nel condurre delle campagne contro obiettivi di terra, in particolar modo senza combattimenti diretti. Ciò nonostante non è possibile classificare il conflitto in Libia come un modello per avanzare stime sulla potenza dell’Europa. Nel tentativo di evitare di evitare vittime civili, la NATO ha utilizzato solo munizioni di precisione (precision-guided munitions). Tale scelta ha però causato ingenti problemi alle forze europee giacché la Danimarca ha esaurito le sue scorte e gli altri rischiavano di fare altrettanto. Pertanto gli Stati Uniti sono stati costretti a rifornire i loro alleati attingendo alle proprie risorse. Lo USAF e la Marina hanno continuato a fornire supporto nelle missioni, contribuendo così alla maggior parte della sorveglianza, degli armamenti elettronici e, come nel caso del Mali, al rifornimento.

Pur non essendo queste le capacità di combattimento, ne rappresentano comunque componenti vitali. Nel 2001, il segretario della Difesa statunitense Robert Gates è stato caustico circa le capacità dei membri della NATO di prendere parte alle varie operazioni militari senza il contributo degli Stati Uniti.

Il Military Balance, presentato dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, aggiornato a questa settimana (prima settimana di Aprile 2013, ndt), include alcune statistiche che presentano comparazioni sulla difesa. Esso presenta infatti gli inventari dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dell’India per diverse categorie di armamenti: stime sulla capacità di proiezione, manovre e così via. A parte il dato palese sulla dominanza degli Stati Uniti sul piano quantitativo, è utile osservare la distribuzione dei blocchi di forze a livello statale. La tabella 1 presenta alcune di queste statistiche che vedono da un lato il Regno Unito e alla Francia, e dall’altro gli Stati Uniti.

Tabella 1: Mezzi di trasporto militari e forze ISTAR, Regno Unito/Francia e Stati Uniti
 

 Trasporto pesante/medio

Cisterne e multi-role tankers

AWACS

Aerei da combattimento†

Regno Unito e Francia

78

49

13

497

Stati Uniti

790

528

104

3232

Fonte: IISS Military Balance 2013

† Include sia l’attacco terreno che la supremazia aerea. I valori relativi agli USA comprendono velivoli di quarta e di quinta generazione.

All’interno di queste categorie logistiche e di supporto, gli Stati Uniti detengono una forza pari a circa dieci volte quella di Regno Unito e Francia insieme. L’unica eccezione concerne i velivoli da combattimento, dove Regno Unito e Francia presentano maggiore potenza di quanto si possa pensare. Tuttavia queste due nazioni registrano una lacuna per quanto riguarda il rapporto di navi cisterna da combattimento rispetto agli Stati Uniti. Il rapporto per gli USA è poco più di sei combattenti per cisterna, mentre poco più di dieci aerei britannici e francesi posso fare affidamento su ogni nave cisterna.

Il fatto che la Francia in Mali e la NATO il Libia abbiano fatto affidamento sull’aiuto degli Stati Uniti per le operazioni aeree, in entrambi i casi distanti diverse ore di volo, indica quanto è lontana l’Europa dall’essere un continente in grado di proiettare la propria forza. Se fosse vero quanto ha scritto Stephens sul Financial Times, e le operazioni in Libia e in Mali rappresentassero davvero i gradini verso interventi europei più partecipati, allora queste lacune dovrebbero essere colmate. Considerando la stagnante economia del continente, è inverosimile poter avere a breve una maggiore disponibilità di fondi. Sarebbe auspicabile invece che i Ministri della difesa europei prendessero in attenta considerazione la possibilità di duplicare le proprie capacità, mantenendo distinte le ventisei industrie nazionali della difesa e consolidandole in maniera appropriata. Il fallimento della fusione tra BAE e EADS nel 2012 ha dimostrato quanto questo sia difficile.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: The European Union’s Short Legs

Photo Credit: dimnikolov

ulrike meinhof

Il caso di Ulrike Meinhof

Ulrike Meinhof: un caso di terrorismo locale nella Germania Ovest

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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[dropcap]I[/dropcap]l 9 maggio 1976 Ulrike Meinhof fu trovata morta nella sua cella del carcere di Stammhein, nell’allora Germania Ovest. Il suicidio, avvenuto dopo quattro anni di reclusione, fu un atto estremo di propaganda, destinato a rimanere controverso per l’opinione pubblica. Sugli scritti di Meinhof, che fu co-fondatrice della RAF (Rote Armee Fraktion – Frazione dell’Armata Rossa), si formarono le coscienze politiche di due generazioni di studenti tedeschi; alcuni di loro si unirono addirittura ai movimenti armati clandestini. Rispetto ai profili di altri terroristi, però, spicca particolarmente la radicalizzazione di Ulrike Meinhof, che figura tra le pochissime terroriste donne in posizioni di comando; ciò si deve anche al fatto che la componente femminile della RAF fosse superiore alla media delle organizzazioni terroristiche.[1] Il potere politico era però strutturato in una maniera fortemente maschilista: era per questo, sostiene Dükop, che per una giornalista donna come Meinhof fosse difficilissimo cambiare le cose nel rispetto della legge. Che ciò risulti condivisibile o meno, la tesi di Dükop permette almeno di comprendere i motivi per cui Meinhof abbandonò famiglia e carriera per una vita da fuorilegge.[2] Risulta inoltre interessante misurare l’impatto culturale dell’ideologia della RAF: nel 1971, secondo alcuni sondaggi, il 18% dei tedeschi ne considerava accettabili le convinzioni politiche; il 10%, addirittura, si dichiarava favorevole a fornire copertura ad uno dei suoi membri. [3] Secondo Kellen, era poi significativo che il 5% della popolazione vedesse nella RAF fosse il frutto di varie crisi della società tedesca.[4]

Con “radicalizzazione”, di cui si è parlato nel caso di Meinhof, s’intende indicare il processo di adozione di un sistema di valori estremista, violenza inclusa.[6] Argomento di questo saggio è proprio l’analisi dettagliata del processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof: dagli esordi nel giornalismo alla fondazione della RAF il 14 maggio 1970.

Ulrike Meinhof nacque nel 1934 ad Oldenburg, Germania. A cinque anni, Ulrike perse il padre; per garantire un futuro alle sue figlie, sua madre proseguì gli studi. Poco dopo, avviò una relazione sentimentale con la compagna Renate Riemeck, che si trasferì da loro aiutandola a crescere le figlie. Nel 1945, le due donne, allora insegnanti elementari, aderirono al Partito Social-Democratico tedesco. Riemeck si prese carico di Ulrike dopo che sua madre morì di cancro nel 1949; le due si trasferirono a Weilburg, dove Ulrike, studentessa eccellente, arrivò a dirigere il giornale della scuola. Il 1955 fu un anno importante nella vita delle due: il partito Social-Democratico votò a favore dell’obbligo di leva, rinunciando così ad opporsi al riarmo della Germania Ovest. Molti intellettuali di sinistra, Riemeck inclusa, disapprovarono pubblicamente la decisione, che rimandava al controllo totale esercitato dal regime nazista. Le convinzioni di Riemeck si rifletterono nelle azioni di Ulrike, che si unì al “comitato contro la morte nucleare” promosso dalla SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund – Lega tedesca degli studenti socialisti) di cui fu eletta portavoce. Poco tempo dopo Ulrike cominciò a scrivere per il loro organo ufficiale, che le garantì una certa notorietà all’interno dei circoli di sinistra. [6] Già in giovanissima età, dunque, Ulrike aveva dato prova di altissimo impegno politico: un fattore comune, secondo Della Porta, a tutti i terroristi radicalizzati. [7]

Gli scritti di Meinhof, dagli esordi fino all’abbandono del giornalismo nel 1969, permettono di seguire le tappe del suo processo di radicalizzazione. Nel 1960, Meinhof fu assunta presso la redazione di Konkret, un giornale di sinistra incentrato sul movimento contro il nucleare; più tardi, ne avrebbe sposato il direttore Klaus Rainer Köhl, dal quale avrebbe avuto due figli. Nello stesso anno, Renate Riemeck fu invitata a lasciare l’insegnamento presso la Pädagogische Akademie di Wuppertal. Ufficialmente, la decisione doveva tutelarla dalle aggressioni pubbliche, ma i pacifisti di sinistra ne fornirono un’interpretazione diversa. Il 5 aprile 1957, Konrad Adenauer, primo cancelliere tedesco del dopoguerra, aveva annunciato il rifornimento di armi nucleari; Riemeck, notoriamente contraria alla rimilitarizzazione della nazione, lanciò una petizione, sottoscritta da altri accademici, che invitava i sindacati a minacciare scioperi contro le politiche nucleari. Ciò la rese una figura controversa all’interno dei circoli politici, e non è da escludere che le sue dimissioni dovessero realmente tutelarla. In ogni caso rimane assodata la forte influenza di Renate Riemeck sulla figlia adottiva, che l’ammirava molto portandone avanti le convinzioni politiche.[8] Ulrike commentò gli avvenimenti nell’articolo “Geschichten von Herrn Schütz” (Storie del Signor Schütz), sostenendo che le motivazioni ideologiche delle dimissioni di Riemeck costituissero un caso senza precedenti nella storia della Repubblica Federale. Parlando del governo attuale, Meinhof alludeva in realtà al regime nazista, facendo leva sul diffuso dimore che si potesse tornare ad un regime autoritario: non si poteva prevedere, affermava, dove avrebbe avuto fine la politica di epurazione dell’università tedesca.[9]

Meinhof e i suoi lettori dell’epoca prendevano molto sul serio la questione della responsabilità personale. La giornalista sosteneva che le generazioni si dovessero confrontare sul tema della repressione per scongiurare il ritorno di un regime autoritario. Erano controverse le affermazioni di Meinhof sull’operato di Franz Josef Strauß: secondo la giornalista, i posteri avrebbero ricordato l’allora Ministro della Difesa come una sorta di Hitler, a meno che il governo non modificasse le sue politiche in ambito di libertà per le opposizioni, separazione dei poteri, sovranità popolare e  guerra. I paragoni con la Germania nazista continuarono in “Neue Deutsche Ghetto-Schau” (Il nuovo ghetto tedesco): riallacciandosi al tema della repressione accademica, Meinhof dichiarava che un nuovo governo non serviva ad impedire che nel sistema capitalista ci fossero ancora schiavi e padroni. I ghetti ebraici del regime nazista erano così stati sostituiti da quelli che la Germania capitalista riservava ai pacifisti e alle sinistre.[10]

Per Della Porta e Diani, il frame ideologico è costituito da tre elementi. Un frame è dunque una struttura generale, standardizzata e predefinita in cui vengono guidate percezioni, costruite eccezioni e dato senso all’identità individuale;[11] un frame guida i processi decisionali, incorporando preconcetti culturali, politici e individuali. Il primo elemento menzionato dai due studiosi è quello diagnostico, che spinge il singolo ad individuare una questione sociale su cui si senta autorizzato ad esprimersi: secondo Norbert Elias, le generazioni di studenti delle rivolte avvenute tra gli anni ’60 e ’70 agivano sotto il peso di una colpa ereditaria;  la classe dominante tedesca, invece, non era disposta a mettere in discussione il passato della nazione, suscitando la curiosità – ma anche l’amarezza e l’ostilità – delle generazioni post-naziste.[12] I giovani si chiedevano in che modo un regime autoritario potesse salire al potere, e molti cercarono risposte nel pensiero maoista o marxista-leninista. Parafrasando Elias, il loro modo di pensare poteva riassumersi così: “Ci siamo fatti carico di una colpa insopportabile per i nostri genitori e i nostri nonni, una colpa che loro non hanno potuto o voluto affrontare. Siamo orgogliosi: ci vergogniamo di essere tedeschi, ma è proprio per questo che sappiamo di essere la Germania migliore.”[13]

Meinhof, come dimostrano i suoi primi articoli su Konkret, sembrava credere molto nel ruolo degli  studenti tedeschi, che dovevano impedire il ritorno di quel regime autoritario incontrastato dalle generazioni precedenti. Secondo Della Porta e Diani, il secondo elemento del frame ideologico è quello prognostico, che prevede consenso sull’articolazione di una soluzione.[14] Allora, per gli studenti di sinistra, la soluzione risiedeva nell’impegno sociale: il giornalismo investigativo indagava sugli abusi governativi che le proteste pubbliche cercavano di rendere evidenti alle coscienze.[15]

La terza componente del frame ideologico è quella motivazionale, cioè quell’elemento simbolico che stimola l’individuo a sentirsi motivato all’azione.[16] Ciò è in genere permesso da un elemento unificante, che nel caso degli studenti tedeschi fu quel senso di colpa generazionale di cui si è già discusso.[17] I timori della generazione post-nazista, che sfociavano talvolta in paranoia, produssero legami di solidarietà tra gli studenti, motivandoli a creare momenti collettivi: insieme ci si incontrava, si studiava, si protestava e si scriveva contro l’autoritarismo del sistema capitalista. L’analisi di questi primi scritti, confrontati con quelli successivi alle violenze poliziesche del 1968 e del 1969, permette di comprendere meglio il processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof.

Nel giugno 1967, lo Scià di Persia aveva in programma una visita a Berlino. Prima del viaggio, la moglie Farah Pahlavi aveva scritto un articolo sulla propria vita quotidiana confrontata a quella di un iraniano medio; ciò attirò lo scetticismo e i commenti cinici degli attivisti di sinistra, che fecero presente come il suo stile di vita opulento non corrispondesse a quello della popolazione iraniana. Meinhof le scrisse una lettera aperta, in cui intravedeva un legame tra la visita dello Scià e le intenzioni del governo tedesco. Colpisce, seppur in traduzione, questo stralcio:

“Non la sorprende, in mezzo a tutto questo orrore, l’invito del Presidente della Repubblica Federale?  Perché non gli chiede cosa sa dei campi di concentramento, come progettarli, come costruirli? Ha una grossa competenza nel campo.”[18]

In occasione della visita dello Scià, erano state adottate delle misure di sicurezza – come la chiusura delle autostrade – che per i dissidenti di sinistra erano degne di uno stato di polizia.[19] Una manifestazione studentesca, assembratasi fuori dal palazzo municipale di Berlino, era tenuta lontana dalle strade da sbarramenti presieduti da poliziotti in tenuta antisommossa e agenti dei servizi segreti iraniani. I manifestanti presero a lanciare bottiglie di vernice contro il corteo dello Scià, ma i membri del suo servizio di sicurezza attraversarono le barriere e cominciarono a colpirli; indietreggiando, gli studenti furono attaccati anche dalla polizia tedesca. Per tutta la giornata nell’intera città ebbero luogo schermaglie e scontri violenti tra manifestanti e polizia. In un presunto incidente, lo studente Benno Ohnesorg rimase ucciso da un colpo esploso dalla polizia.[20] In un documentario televisivo sono riportate le opinioni di Meinhof sugli “Eventi del due giugno”, che definì atti di terrorismo da parte della polizia e della stampa, capace di distorcere la realtà al punto da attribuire agli studenti la responsabilità delle violenze. [21] Secondo Meinhof, lo strapotere del governo tedesco, che era riuscito a diffamare il movimento studentesco, lo rendeva capace di notevoli pressioni sui mezzi di comunicazione.

Dopo quegli eventi, la prosa di Meinhof, di pari passo con le azioni dei movimenti studenteschi, s’inasprì e assunse un forte valore simbolico. La “teoria del valore aggiunto” di Smelser indaga sul senso di frustrazione, individuale e collettivo, causato da fattori di natura culturale, politica, razziale ed economica; e che in alcuni casi, ma non in altri, induce alla radicalizzazione violenta. [22] La teoria di Smelser può essere applicata alla scissione ideologica che ebbe luogo nella Germania Ovest del ’68 all’interno dei movimenti di sinistra: se alcuni suoi esponenti, come Meinhof, si unirono ad organizzazioni clandestine, altri, come il suo ex marito Klaus Röhl – da cui divorziò proprio nel ’68 – continuarono con le manifestazioni pacifiche. La disponibilità all’uso della violenza è una scelta personale che può essere compresa prendendo in considerazione i cambiamenti a livello cognitivo. Hanno occasione di radicalizzarsi, se predisposti, gli attivisti politici per cui una crisi personale o nazionale comporta un notevole salto ideologico. [23] Il processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof fu compiuto tra il 1968 e il 1970, con le tensioni tra governo e movimenti di sinistra: nei suoi articoli di quel periodo è evidente un cambiamento  prognostico del frame ideologico, per cui l’uso della violenza era da considerarsi legittimo.

Il 2 aprile 1968, in segno di protesta contro il sistema capitalista, Gudrun Ensslin e Andreas Baader diedero fuoco a un grande magazzino di Francoforte. La settimana seguente, Rudi Dutshke, leader del movimento studentesco, fu ferito da un colpo di arma da fuoco fuori dalla sua abitazione di Berlino Ovest. L’autore dell’attentato, Josef Bachman, era uno studente di destra che fu arrestato poco dopo; con sé portava un articolo ritagliato dallo Nationalzeitung, un giornale di destra, dal titolo “Stoppt Dutschke jetzt” (Fermate Dutschke ora). Colpito alla testa e al petto, Dutschke sopravvisse, ma i suoi seguaci, ancora terrorizzati, agirono contro la Springer Publishing Company, che stampava il Nationalzeitung: i camion delle consegne che uscivano dai magazzini vennero assaliti e distrutti. Meinhof scrisse articoli sulle proteste, pubblicando inoltre poco dopo “Vom Protest zum Widerstand” (Dalla protesta alla resistenza), in cui la affermava che le proteste non bastassero più a contrastare un clima politico che avrebbe portato al deteriorarsi dello Stato. Ma i danni alle cose erano ancora inefficaci a contrastare la “campagna d’odio” della Springer Publishing, presieduta da Klaus Schütz:

“Le assicurazioni ripagheranno i vetri rotti, nuovi camion sostituiranno quelli bruciati, i cannoni ad acqua della polizia non diminuiranno e i manganelli neppure”[24]

Secondo Meinhof,  il sistema capitalista aveva l’obiettivo di persuadere i consumatori a soddisfare bisogni indotti dal governo[25]; il complotto era dunque globale:

“Quelli al potere, che condannano i lanci di pietre e gli incendi, ma tacciono sulle campagne d’odio della Springer, sulle bombe in Vietnam, sul terrore persiano, sulla tortura in Sudafrica; quelli che si coalizzano con la Springer, mentre avrebbero i mezzi per espropriarla; quelli che non dicono la verità sugli studenti, ma solo mezze verità… sono promotori ipocriti di non-violenza”.[26]

Secondo Meinhof, l’inefficacia di proteste e manifestazioni era evidente; nella Germania corrotta e capitalista si poteva e doveva considerare l’uso della violenza, anche di rimando.[27] Questo articolo permette di osservare un cambiamento radicale dell’elemento prognostico: sfumata la possibilità di un cambiamento democratico, Meinhof si esprimeva a favore della resistenza e della lotta di classe, propugnate da quelli che, in maniera eroica e romantica, la giornalista chiamava “guerrieri rivoluzionari”. [28] L’articolo poi si concludeva così: “Il divertimento è finito. La protesta è dire ‘non mi piace’. La resistenza è metter fine a ciò che non mi piace”.[29]

Se fosse scoppiata una crisi nazionale, le Notstandgesetze avrebbero autorizzato il governo a chiamare in aiuto gli alleati dell’Europa occidentale; contro queste leggi d’emergenza, l’11 giugno 1968 si tenne a Bonn una manifestazione di sessantamila persone. Delle leggi simili erano state approvate prima della svolta autoritaria del regime nazista: per i manifestanti di sinistra, il pericolo dell’autoritarismo era dunque notevole.[30] Le proteste rimasero però inascoltate: nel segno di tale frustrazione, Meinhof scrisse “Notstand-Klassenkampf” (Lotta di classe d’emergenza), in cui liquidava come “ingenue perdite di tempo” le manifestazioni pacifiche, dubitando della loro utilità in un regime capitalista e repressivo.[31] In un tale sistema, intrinsecamente conflittuale, l’uso della violenza era per Meinhof necessario al cambiamento: le idee abbozzate in “Vom Protest zum Widerstand” concludevano ribadendo l’inutilità delle proteste: difatti, le sole risposte efficaci potevano provenire dalla fisicità della resistenza. Secondo Meinhof, lo stesso sistema capitalista si reggeva sull’uso della violenza: pertanto, il linguaggio della violenza era l’unico che il capitalismo fosse in grado di comprendere. Una concezione romantica della violenza persisteva nella contrapposizione tra aufklärische Gewalt, la “violenza illuminante” dei manifestanti, aperta e palese, e quella subdola e latente del sistema capitalista, che tentava di giustificarsi attraverso nuove leggi e nuove guerre.[32]

Il brusco cambiamento nell’ideologia di Meinhof si riscontra anche dalla visione di Bambule (1969), il suo film per la televisione, e dalla lettura di “Kolumnismus”, il suo ultimo articolo per Konkret. Attraverso le storie di tre giovani donne che, in un sistema di controllo totale, cercano di ritagliarsi la propria individualità, Bambule denuncia le condizioni inadeguate e repressive degli istituti tedeschi di riformazione. Poiché Meinhof affidava ad un nuovo mezzo di comunicazione le opinioni sull’intera società tedesca, Colvin sostiene che il film esprima dubbi sulla credibilità del giornalismo.[33] Gli istituti erano rappresentati come organizzazioni rigide e gerarchiche, che osteggiavano il dialogo con i ragazzi inibendo il formarsi di qualsiasi senso di comunanza. Per Meinhof, erano chiari esempi delle distinzioni politiche e di classe esistenti nella società capitalista[34]; e, nonostante i dubbi sull’efficacia dei mass media, sperava davvero che il film incitasse i giovani a resistere e agire.[35] L’articolo “Koluminismus”, della primavera del 1969, dà prova di una concezione offensiva del giornalismo, di nessuna utilità nel sistema capitalista: Meinhof vedeva i giornalisti come schiavi delle esigenze dei direttori, a loro volta schiavi dei loro lettori e delle necessità del profitto. Il giornalismo, diventato controllo mentale, si configurava come schiavo illegittimo del sistema capitalista, riportando solo quello per cui i lettori erano disposti a pagare; i giornali si votavano all’univocità, la scrittura non si traduceva in discorso, collettività, azione. E, secondo Meinhof, un tale sistema inibiva la creazione di sentimenti solidali, rendendo lei stessa una personalità eccentrica e isolata.[36] Il giornalismo era per lei inutile, poiché esaltava il culto dell’individuo; e dal momento che la sua carriera nel giornalismo era d’intralcio alla solidarietà di gruppo, Meinhof lasciò Konkret il 26 aprile 1969, dichiarandolo uno strumento controrivoluzionario.[37]

Nel 1970, Meinhof rincontrò Andreas Baader e Gudrun Ensslin, che erano in fuga dalle autorità; colpita dalla ferocia delle idee di Ensslin,  che aveva intervistato dopo l’attentato al grande magazzino, cominciò a discutere con loro della creazione di un gruppo clandestino ai danni del sistema capitalista. [38] Poco dopo, gli investigatori del carcere berlinese di Tegel scoprirono di aver finalmente trovato l’inafferrabile Andreas Baader, fermato per eccesso di velocità a bordo di una macchina rubata poco fuori Berlino. Il 14 maggio 1970, il legale di Baader, Horst Mahler, richiese che il suo assistito potesse incontrare Meinhof per un suo presunto libro sui leader dei movimenti di sinistra. Durante l’incontro, un uomo e due donne a volto coperto fecero irruzione nella stanza, lanciando lacrimogeni e colpendo un poliziotto ad una spalla; dunque, Baader, Meinhof, Ensslin e gli altri due complici scapparono dalla finestra, rifugiandosi poi in casa di un amico. [39] La decisione di far evadere Baader coincise con la creazione di un movimento clandestino, che gli storici tedeschi chiamarono “Der Sprung” (il salto): se Ensslin e Baader erano già ricercati dalla polizia tedesca, il grande passo toccava ora a Meinhof[40] che, completamente radicalizzata, sacrificò carriera e identità sociale alla neonata Rote Armee Fraktion.

Secondo Marc Sageman, l’identità collettiva e il senso di solidarietà sono fondamentali per chi decida di abbracciare l’estremismo armato. È molto probabile che estremisti violenti provengano da una cultura attraversata da una storia di proteste, e da una popolazione favorevole a determinati aspetti ideologici.[41] Secondo Della Porta, la forte controcultura della Germania Ovest rendeva più facile il raggruppamento e la mobilitazione degli aspiranti terroristi.[42] Meinhof, reagendo alla frustrazione per l’indifferenza del governo, radicalizzò la sua prosa; all’intensificarsi dei rapporti con Ensslin e Baader, si dedicò all’azione terroristica, abbracciando una causa collettiva: le dichiarazioni rilasciate dalla RAF erano scritte esclusivamente in prima persona plurale. Meinhof decise così di prescindere dalle proprie opinioni individuali, dedicandosi completamente al gruppo e alla volontà di rovesciare il sistema capitalista. La “teoria della banda” di Sageman sottolinea quanto le dinamiche di gruppo siano importanti per un processo di radicalizzazione: individui dalla mentalità affine, che si sentano isolati per via delle proprie idee, tenderanno ad unirsi instaurando tra loro un legame di solidarietà.[43] Alle volte, ciò può portare a ragionare in termini di “noi contro loro”: Baader, Ensslin e Meinhof reagivano contro quella che Della Porta chiama la “vecchia Sinistra”, contraria all’escalation di violenza di alcuni dei suoi. Per la RAF, la “vecchia Sinistra” era inservibile e priva di senso della realtà; era responsabilità della “nuova Sinistra” impedire il ritorno tedesco ad un regime autoritario.[44]

Una volta evaso, Baader si recò a Beirut per apprendere tattiche di guerriglia urbana presso un campo di addestramento di Al Fatah, in compagnia di Meinhof, Ensslin, Mahler e altri membri della neonata RAF. Al ritorno a Berlino, il gruppo cominciò a rapinare le banche: i motivi erano illustrati in “Das Konzept Stadtguerrilla” (Il concetto della guerriglia urbana), un articolo collettivo del 1971 in cui si spiegava che le azioni “fuorilegge” erano giustificate dalla corruzione del sistema capitalista.[45] Rapine in banca e sparatorie occasionali si susseguirono fino all’arresto di Meinhof, Baader, Ensslin e Carl Raspe, avvenuto il 14 giugno 1972; i quattro vennero rinviati a giudizio per quattro capi di omicidio, cinquantaquattro di tentato omicidio e uno di associazione a delinquere.[46] Dopo l’arresto, i fondatori della RAF continuarono l’attività di propaganda contro la repressione di Stato; nel 1974, intrapresero una serie di scioperi della fame che culminarono con la morte di Holger Meins.[47] Il 9 maggio 1976, Ulrike Meinhof s’impiccò nella sua cella con un asciugamano: il suo ultimo atto di propaganda fu dunque il suicidio.

[toggle title="Note e Bibliografia"]

Note

1 Aust (1987) p. xv
2 Dükorp (1978) pp. 275-276
3 Aust (1987) p. 119
4 Kellen (1998) p. 49
5 Rabasa, Pettyjohn, Ghez, Bouquet (2010) p. 1
6 Aust (1987) pp. 13-18
7 Della Porta (1995) p. 168
8 Ibid p.13
9 Colvin (2009) pp. 23-26
10 Ibid. Pp. 28-29
11 Della Porta and Diani, (2006) p. 74
12 Schiller (2003) pp. 27-30
13 Elias (1996) pp. 412-413
14 Della Porta and Diani (2006) p. 73
15 Ibid p. 73
16 Della Porta and Diani (2006) p. 79
17 Elias (1996) pp. 412-413
18 Bauer (2008) p. 177
19 Aust (1987) p. 25
20 Aust (1987) p. 27
21 Colvin (2009) p. 31
22 Smelser (2007) pp. 90-119
23 Wiktorowicz (2004) pp.
24 Bauer (2008) p. 239
25 Colvin (2009) p. 48
26 Ibid p. 240
27 Ibid p. 241
28 Colvin (2009) p. 34
29 Bauer (2008) p. 242
30 Colvin (2009) p. 26
31 Ibid p. 35
32 Colvin (2009) p. 38
33 Ibid p. 54
34 Ibid p. 55
35 Haynes (2000) p. 70
36 Bauer (2008) p. 238
37 Aust (1987) p. 54
38 Colvin (2009) p. 79
39 Aust (1987) p. 60
40 Post (1998) p.33
41 Sageman (2004) p. 147
42 Della Porta (1995) pp. 95-99
43 Sageman (2004) pp. 150-158
44 Della Porta (1995) p. 105
45 Colvin (2009) p. 108
46 Aust (1987) pp. 284-286
47 Colvin (2009) pp. 165-168

Bibliografia

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Quintan Wiktorowicz, Islamic Activism: A Social Movement Theory Approach (Bloomington: Indiana University Press, 2004).

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Saggio tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Case Study: Ulrike Meinhof

 

 

riot balaclava terrorist

Terrorismo? Quale terrorismo? Come la comunicazione aggrava il problema della definizione

Perché è così difficile definire il terrorismo?

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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riot balaclava terrorist

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[dropcap]T[/dropcap]rovare una definizione per la parola ‘terrorismo’ è di certo uno dei rompicapi più impegnativi dell’epoca moderna. Tale fenomeno si manifesta all’interno di un complesso mosaico di problematiche che influiscono sul breve tempo che si ha a disposizione per poterlo valutare. Sebbene sia diventato elemento cruciale della maggior parte delle agende politiche già all’indomani dell’11 Settembre, ancora non vi è un consenso unanime circa la sua definizione. Per citare un esempio, nel secondo dibattito presidenziale Mitt Romney ha criticato aspramente il presidente Obama per non aver definito l’attacco all’Ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi un attentato terroristico, cosa che il Presidente in carica ha fatto solo due settimane dopo lo stesso.  In maniera simile, il leader libico ad interim ha definito la vicenda come un atto di violenza criminale. I politici prima, e i media poi, si sono dimostrati riluttanti, imprecisi e vaghi nel voler far rientrare questi avvenimenti sotto l’etichetta di atti di natura terrorista. Il presente saggio presenterà dunque una parte di quello che è il dibattito intorno al problema della definizione, sebbene alcune questioni saranno omesse. Tuttavia poiché il terrorismo è strettamente collegato a motivazioni di carattere politico e a ragioni retoriche, che vanno di pari passo con l’evoluzione della comunicazione moderna, è comprensibile la difficoltà nel trovare una definizione univoca al concetto.

Alcune definizioni

Il primo passo da compiere è capire perché è così importante fornire una definizione del termine. A partire dall’11 Settembre, la parola ‘terrorismo’ è entrata a far parte sempre di più del lessico della società moderna, tanto da rievocare nell’immaginario collettivo immagini alquanto violente, di sacrificio e catastrofe. Sappiamo tuttavia comprendere ciò che è davvero il terrorismo? Molti accademici e professionisti si cimentano costantemente nella ricerca di una definizione e, allo stesso tempo, rifiutano quelle già esistenti. Walter Laqueur, che è forse il più illustre della categoria, sostiene che una definizione “non esiste e non la si troverà in un prossimo futuro.” Allo stesso modo, Jeremy Waldon e George Fletcher, in opere separate, riconoscono che ci sono troppe domande ma non risposte sufficienti. Entrambi sembrano lontani da una reale definizione e credono piuttosto che il miglior modo per capire cosa sia il terrorismo sia quello di assistere a una delle sue manifestazioni.

Anche l’Ambasciatore britannico alle Nazioni Unite pare essere sulla stessa linea d’onda. In un discorso successivo all’11 Settembre ha evitato di darne una definizione affermando, “ci dobbiamo concentrare su questo concetto: il terrorismo è il terrorismo … ciò che appare, puzza e uccide come il terrorismo è solo terrorismo.” Tuttavia, se il terrorismo viene considerato come una questione transnazionale, e non all’interno di un paradigma Stato-centrico, sostenere che ogni attacco terroristico presenti determinate caratteristiche che sono sempre evidenti, non solo è banale, ma va a discapito di ogni tentativo di progettare una strategia antiterrorista vincente.  Se, dunque, il terrorismo è una questione globale che interessa diversi Paesi, la sua definizione è di vitale importanza per capirlo e, infine, combatterlo.

È opportuno pensare che la lotta al terrorismo necessiti di una definizione, per quanto sia un’impresa molto ardua. Alex Schmid, il cui pensiero è diventato una pietra miliare all’interno del dibattito definitorio, ha posto l’accento sui “metodi derivati dall’ansia” che sono inflitti alle vittime “generalmente scelte… (bersagli di opportunità).” Un particolare interessante è che egli annovera gli attori statali all’interno della sua definizione e quindi aumenta la necessità di una classificazione in quanto non separa chi o che cosa commette gli atti di natura terrorista. In una risposta diretta a Schmid, Weinberg non include elementi di carattere psicologico all’interno della sua definizione ma pone bensì la politica come ragione principale dietro la strategia terroristica. Allo stesso modo Bruce Hoffman sostiene l’importanza delle motivazioni di carattere politico e le considera lo strumento principale per comprendere il modus operandi dei terroristi. Tuttavia, motivare che un gruppo terrorista agisca esclusivamente per ragioni politiche chiarisce solo un aspetto della questione, così come se si ignorano le motivazioni religiose o ideologiche l’ambito di analisi ne risulterà limitato. John Horgan si allontana dall’idea di Weinberg, mettendo l’accento sull’uso psicologico del ‘terrore’ che, nelle sue parole, “rivela una parte del mistero” nella comprensione del terrorismo.

 L’uso del terrore è di vitale importanza per valutare un attacco perché, come sostiene John Mueller, rompe il codice morale penale rispettato da quasi tutte le popolazioni. Pertanto, la comprensione delle potenziali tattiche e dei target individuati non solo aiuta a polarizzare attori statali e non-statali, ma permette anche una migliore comprensione dei potenziali obiettivi di un gruppo. Non vi può essere una definizione univoca ed esclusiva, ed è appropriato sostenere che il dibattito accademico aggiunge maggiore incertezza alla definizione di terrorismo. In ogni caso, se proprio si volesse utilizzare un singolo concetto esplicativo di terrorismo, questo includerebbe inevitabilmente una serie di parametri che siano in grado di valutare l’attività terroristica.

L’uso improprio del termine ‘terrorismo’

L’ambiguità del mondo accademico su come interpretare le manifestazioni del terrorismo, contribuisce a lasciare irrisolto il problema concettuale. Generalmente, il modo in cui gli attori politici e personalità influenti utilizzano tale termine, ha una valenza molto più ampia, che distoglie dal vero significato e dall’uso del sostantivo ‘terrorismo’. All’interno della sua opera provocatoria, ‘Intrappolati in una Guerra al Terrore’, Ian Lustick affronta l’argomento  ponendo l’accento su come il terrorismo è diventato il fondamento cruciale della politica di Bush. I discorsi pregni di sentimenti patriottici che rimandavano a nostalgiche emozioni di guerra, hanno aiutato a legittimare le decisioni politiche dell’ex Presidente, e a fuorviare la percezione della gente da ciò che effettivamente è il terrorismo. Si trova riscontro di quanto detto negli svariati errori commessi dall’amministrazione Bush nel tentativo di combattere una ‘guerra al terrore’.

Altrettanta confusione è riscontrata nel momento in cui il terrorismo è analizzato, o quando un attacco pare enucleare tutte ‘le caratteristiche e le sensazioni (suscitate da un atto) di terrorismo’: è in questo momento che si ricorre al termine per eludere la mancanza di consenso unanime sulla natura di un atto così violento. Le semplificazioni imposte a livello governativo sono inesorabilmente e ulteriormente aggravate dall’uso sistematico di un “allarmismo apocalittico”, in cui viene impiegata una soffocante varietà di  tattiche intimidatorie – in particolar modo negli Stati Uniti. Ad esempio, la politica concernente la Homeland Security (attività di sicurezza interna contro il terrorismo, NdT) non solo descrive solo la minaccia di terroristi in possesso di armi CBRN, ma anche la loro capacità di utilizzare queste stesse armi “da casa all’estero”. Dichiarazioni imprecise e approssimative sembrano celare altre motivazioni. Fred Kaplan ha sostenuto sulle pagine del The Guardian che “le politiche messe in atto riscuotono il massimo sostegno se sono legate alla guerra al terrorismo”. Di conseguenza, se si adopera il terrorismo in correlazione ad altri argomenti di natura politica, al fine di acquisire il sostegno dell’opinione pubblica, un problema di ordine metodologico sorge inevitabilmente: è possibile separare la realtà dalla finzione ed essere finalmente in grado di fornire una definizione precisa dell’oggetto in questione?

Il ruolo esclusivo della comunicazione

La manipolazione interpretativa dei governi sulla natura del terrorismo è aggravata dallo sviluppo di fenomeni legati alla globalizzazione e al conseguente sviluppo tecnologico che, parafrasando Manuel Castells, ha creato un “nuovo spazio di comunicazione” nei centri di potere. La diffusione di alcune idee politiche presso popolazioni e territori precedentemente estranei e geograficamente distanti, e le accresciute possibilità di comunicazione tra le comunità emigrate con la propria madrepatria, ha creato una complessa dicotomia bollata da Sir Richards come “rete globale di rivendicazioni.” La rapida crescita della tecnologia e l’esplosione dei social media hanno trasformato pareri e opinioni in uno spazio informativo virtuale. Questo permette alle persone di muoversi “rapidamente e senza fili” all’interno di un mondo virtuale. David Betz ha correttamente definito questo fenomeno come il Web 2.0, in cui tutti i vettori della società interagiscono simultaneamente e, di conseguenza, il pubblico non ricopre più il ruolo di spettatore passivo ma rappresenta invece la componente attiva del mondo dell’informazione.

Le tecnologie moderne hanno dunque fornito una potentissima piattaforma per attuare una comunicazione orizzontale attraverso un arcipelago di confini nazionali e internazionali. Se il messaggio è incorretto o fuorviante può scatenare conseguenze imprevedibili, dal momento che fornisce informazioni errate ad un’intera comunità. A tal proposito, i messaggi politici stanno diventando sempre più messaggi mediatici e hanno l’immediata capacità di influenzare tutti i campi della società. D’altro canto, la tecnologia moderna permette ai cittadini la possibilità non solo di eludere i controlli statali tradizionali, ma anche di trasmettere informazioni false. Questo è ben noto all’interno della relazione sulla tecnologia del Generale David Richards nella quale sostiene che la comunicazione moderna “si situa ben oltre la capacità dello Stato di esercitare il proprio controllo senza minacciare tutte le altre funzioni di quello stesso Stato.” Ciò nonostante, tale affermazione è vera in entrambi i sensi e pertanto i governi sono in grado di esercitare un certo grado di autonomia nell’uso dei processi mediatici moderni. Pertanto, come sostiene David Kilcullen, i fini e i mezzi che conducono allo sviluppo di fonti d’informazione si caratterizzano per una scarsa trasparenza che rende molto difficile distinguere l’origine o l’affidabilità delle fonti stesse.

Difatti, un messaggio del governo diventa immediatamente l’input per l’elaborazione dei messaggi da parte dei media, e il relativo output ricopre un ruolo cruciale nel plasmarne la definizione. Se anche il terrorismo è sottoposto a questi filtri di comunicazione, va da sé che il risultato sarà un caleidoscopico insieme di definizioni. Tali definizioni, a loro volta, vengono poi servite all’opinione pubblica, ai leader e ai soliti stereotipi sulla politica estera. A tale proposito John Horgan sostiene che per analizzare il terrorismo nel suo insieme di definizioni è necessario discostarsi dai media. Tuttavia, ottenere un tale distacco appare molto difficile poiché i governi sono i primi attori che sempre più spesso ricorrono ad un utilizzo del termine in un contesto erroneo, con i media pronti ad associarlo a questioni di carattere politico.

Conclusioni

Questo questo saggio ha preso in considerazione una varietà di fonti ma non ha proposto in alcun modo una conclusione esaustiva sul dibattito concernente il problema della definizione. Si è voluto porre l’accento sul ruolo del governo statunitense per via del suo compito esclusivo nella lotta al terrorismo, in quanto le indagini portate avanti in altri Paesi avrebbero potuto generare conclusioni molto diverse. Ad ogni modo, la cattiva informazione imposta dai governi potrebbe riferirsi ad ambiti diversi della vita di tutti i giorni, e le conseguenze della stessa sono ulteriormente aggravate dalle modalità della comunicazione moderna. In ultima analisi, questo rende ancor più arduo il tentativo di fornire una definizione precisa di terrorismo.

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Saggio tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Terrorism is Terrorism? How Communication Exacerbates the Definitional Problem

Photo Credit: bixentro

Mali crude oil 2012

Le motivazioni francesi dell’intervento in Mali

Le risorse del Mali non risultano particolarmente significative, e ciò sembra smentire che l’intervento francese sia stato motivato da interessi energetici.

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Mali crude oil 2012

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[dropcap]N[/dropcap]el gennaio scorso, le truppe francesi sono state inviate in Mali per contenere l’offensiva dei ribelli islamici diretti verso la capitale Bamako. Presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i diplomatici francesi stavano già lavorando ad una risoluzione che autorizzasse l’intervento armato dell’Unione Africana, ma l’avanzata dei ribelli ha reso urgente un’azione più rapida.

All’inizio di febbraio, il Presidente francese Hollande aveva dichiarato che le sue truppe – a cui sarebbero subentrate, appena possibile, quelle dell’Unione Africana – sarebbero rimaste in Mali fino a che la sovranità del Paese non fosse stata ripristinata. Come scritto da Patrick McGhee in un articolo apparso su questo sito, ad attentare alla sovranità dello Stato maliano sarebbe quindi l’offensiva islamica, e non l’intervento francese.

Altri commentatori sostengono che la Francia avesse ragioni diverse per intervenire. Secondo Seamus Milne del Guardian, l’intervento – motivato da interessi quali petrolio, gas e uranio – si inserirebbe  in una routine post-coloniale tutta francese.

In modo simile, Assed Baig dell’Huffington Post ha giudicato pretestuosa la spiegazione ufficiale, ipotizzando un più realistico interesse per risorse naturali quali oro e uranio.

Tali affermazioni, però, vanno giudicate tenendo conto di dati statistici affidabili. Secondo il CIA World Factbook, nel 2012 il prodotto interno lordo del Mali è stato di 17,35 miliardi di dollari, al 137esimo posto nelle classifiche mondiali; in termini pro-capite, ammonta a 1.100 dollari – al 214esimo posto nelle classifiche mondiali. Tali dati sono confermati dalla Banca Mondiale, secondo la quale il 35% della popolazione maliana vive con meno di due dollari al giorno.

Le esportazioni non sono ingenti, e si concentrano verso i Paesi dell’Asia meridionale e l’Estremo Oriente. Per quanto riguarda le importazioni, la Francia è il secondo interlocutore commerciale del Paese; ma nemmeno questo è sufficiente a motivare l’intervento. Si vadano a considerare i dati del World Factbook relativi al Mali per:

  • Volume di esportazioni: 2,56 miliardi di dollari (al 2012) – al 124 posto delle classifiche mondiali;
  • Partner commerciali – per volume di esportazioni: Cina 31%, Corea del Sud 14,5%, Indonesia 12,2%, Thailandia 6,3%, Malesia 5,4%, Bangladesh 5% (al 2011);
  • Volume di importazioni: $3,21 miliardi di dollari (al 2012) – al 146 posto delle classifiche mondiali;
  • Partner commerciali – per volume di importazioni: Senegal 14,9%, Francia 11,6%, Cina 8,2%, Costa d’Avorio 6,3% ( al 2011).

La Francia, dunque, provvede al 11,6% delle importazioni del Mali, che ammonta a 372 milioni di dollari all’anno; tale cifra costituisce lo 0,0007% delle esportazioni francesi, il cui volume annuo è pari a 567 miliardi di dollari. La Francia ha stanziato 650 milioni di euro (868 milioni di dollari) per la missione in Mali: un investimento che non giustificherebbe un intervento  per motivi commerciali.

I documenti della CIA riportano inoltre dati relativi a petrolio e gas naturale:

  • Greggio – estrazione: 0 barili al giorno;
  • Greggio – esportazioni: 0 barili al giorno;
  • Greggio – riserve accertate: 0 barili al giorno;
  • Gas naturale  –estrazione : 0 metri cubi;
  • Gas naturale – esportazioni : 0 metri cubi;
  • Gas naturale – riserve accertate: 0 metri cubi.

Una tale situazione smentisce che l’intervento francese sia motivato da tali risorse. D’altronde, del Mali non si fa menzione nemmeno nei due più autorevoli volumi sulla storia del petrolio: Il Premio di Daniel Yergin, vincitore del Pulitzer nel 1992; e Oil Politics di Francisco Parra.

L’uranio potrebbe essere una risorsa appetibile per la Francia, che sul nucleare fa affidamento più di ogni altro Paese dell’UE. Ad ogni modo, la World Nuclear Association non include il Mali nella classifica 2011 dei produttori d’uranio; contrariamente al vicino Niger, che provvede al 7% del prodotto mondiale.

Più cospicue risultano invece le risorse minerarie: l’oro è quella principale, ma la nazione si presta anche ad altri tipi di estrazione su larga scala; anche il Niger è ricco di risorse minerarie, tra cui il carbone. Ma, secondo il rapporto 2010 della United States Geological Survey, non ci sono industrie minerarie francesi attive in Mali: le compagnie straniere coinvolte in questo settore fanno capo a Paesi dell’Africa occidentale, Sudafrica, Regno Unito, Australia e Canada.

In sintesi, le risorse del Mali non risultano particolarmente significative, e questo sembra smentire che l’intervento francese sia stato motivato da interessi energetici. Il Paese ha un’economia povera e non produce idrocarburi; inoltre, la Francia non sembra nutrire grande interesse nemmeno nella più fiorente attività mineraria. Si possono intravedere altri motivi dietro l’intervento francese, ma di sicuro si devono escludere quelli legati allo sfruttamento delle risorse maliane.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: French Motives in Mali

Photo Credit: Magharebia

Libyan protestor Gaddafi

Libia: due anni dopo Gheddafi

Il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Libyan protestor Gaddafi

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[dropcap]M[/dropcap]entre si avvicina il secondo anniversario della rivoluzione libica, la minaccia di nuove proteste ha spinto il governo di Tripoli ad annunciare un piano per la sicurezza di alcune città, tra cui la capitale. Sebbene nuove proteste armate appaiano poco probabili, la pressione popolare per il cambiamento è stata così virulenta da suscitare reazioni da parte del governo. Il Primo Ministro Ali Zaidan ha manifestato le proprie preoccupazioni sul rischio di una seconda rivoluzione,  ventilata da molti cittadini nei centri di Beni Ulid, Bengasi e Tripoli. Vari gruppi della società civile, inoltre, hanno annunciato proteste contro la lentezza delle riforme governative. A fronte delle tante sfide che si prospettano per il governo, il proliferare di tali voci critiche è indice del crescente malcontento che serpeggia tra il popolo.

Il governo sembra  incapace di affrontare le più elementari questioni di sicurezza: lo dimostrano incidenti di alto profilo – come  l’attacco al consolato statunitense, avvenuto lo scorso settembre  a Bengasi – o  l’insubordinazione delle milizie armate. In molte città,  numerosi miliziani continuano a girare a piacimento per le strade, pretendendo inoltre un trattamento di favore in virtù del servizio svolto durante la guerra.

Città strategiche come Bengasi – centro economico della nazione e baluardo della rivoluzione – sono soggette al malfunzionamento delle istituzioni, che determina uno stato di semi-anarchia. Un’ondata di violenza ha investito la città, scossa da  rapimenti, bombardamenti ed omicidi che hanno spesso colpito personalità del governo e della polizia. Il problema della sicurezza impedisce l’esercizio di servizi basilari, come ad esempio la raccolta urbana dei rifiuti. I miliziani, formalmente integrati nell’apparato di sicurezza nazionale, continuano a controllare punti chiave della città, risultando più numerosi e meglio armati delle forze di polizia locali. Ciononostante, gli arresti effettuati sono pochi, per timore di rappresaglie o rapimenti di poliziotti.

La città di Bengasi, che ha sempre diffidato del governo centrale, ha ripreso ad invocare il ritorno ad un sistema federalista. Tali richieste, che se attuate indebolirebbero ulteriormente il governo di Tripoli, potrebbero essere imitate dalle altre province.

La sicurezza non è un problema che riguarda solamente borghi isolati o città devastate come Bengasi: anche Tripoli ha subito una certa dose di violenza. Sono all’ordine del giorno, nella capitale, tentativi di omicidio nei confronti di membri del governo o di ufficiali di sicurezza. Inoltre,  il Congresso Generale Nazionale   è stato più volte preso d’assalto da miliziani e dimostranti; il 4 gennaio, si è tentato l’omicidio del suo presidente Mohamed Magarief.

Secondo molti esperti, la violenza della rivoluzione ha avuto un impatto significativo sulla stabilità della regione magrebina, facendo confluire armi e truppe dal conflitto libico verso il Mali. Nonostante la chiusura dei confini nazionali, la Libia è ancora una base importante per i militanti islamici attivi nella regione, per cui continua a costituire uno snodo importante. Proprio le insufficienti misure di sicurezza sui confini libici hanno agevolato l’assalto ad un impianto di gas nella vicina Algeria.

A quasi due anni dalla caduta di Gheddafi, il governo deve ricostruire una nazione devastata dalla guerra civile, e al tempo stesso fronteggiare le esigenze della sua popolazione. Solo maggiori sforzi sul fronte della sicurezza e delle riforme potranno scongiurare il rischio di rivolte popolari o di nuove ondate di violenza.

Per far questo, il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Libya, Two Years After Gaddafi

Photo Credit: شبكة برق | B.R.Q

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Lo spreco alimentare e la sicurezza internazionale

Malgrado numerose e gravi evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate e progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione dello spreco alimentare.

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[dropcap]L[/dropcap]e guerre per l’acqua sono destinate a diventare sempre più frequenti nei prossimi anni. Questa problematica è particolarmente rilevante per il Medio Oriente, visto che numerose fonti di acqua dolce si trovano a cavallo dei confini interstatali. Spesso, i negoziati tra Israele e Palestina si arenano per divergenze sulla condivisione delle acque, e in passato sia la Giordania che la Siria hanno stabilito che le minacce poste alle rispettive fonti di approvvigionamento saranno cruciali nel decidere una eventuale partecipazione bellica contro Israele.

Questa situazione è destinata a peggiorare: il numero di Paesi mediorientali che soffrono carenze idriche “è cresciuto costantemente, passando dai tre del 1955, agli otto del 1990″. Attualmente dodici Paesi, su quindici a livello mondiale, che soffrono emergenze idriche si trovano in Medio Oriente e Nord Africa.

L’agricoltura è la causa del “70% dell’assorbimento dell’acqua dolce a livello globale“: un dato destinato a salire man mano che in Asia aumenterà il consumo di carne. Il Medio Oriente non fa eccezione – l’agricoltura è “la principale causa di esaurimento delle risorse idriche nella regione“.

La gran parte dello sfruttamento idrico avviene a vuoto – infatti, le percentuali di risorse alimentari sprecate a livello globale oscillano tra il 30 e il 50%. Stuart sostiene che quando il 25% del cibo prodotto nel mondo viene malamente sprecato, ne consegue una perdita di circa 675 mila miliardi di litri d’acqua, che sarebbero più che sufficienti a soddisfare i bisogni idrici famigliari di 9 miliardi di persone che ne utilizzano 200 litri al giorno. Il direttore esecutivo di SIWI sostiene che la riduzione dei rifiuti alimentari “è la soluzione più intelligente ed efficace per alleviare la pressione sulle risorse idriche e le terre coltivabili”. Quindi, se si vogliono evitare futuri conflitti per l’acqua, è essenziale che il mondo rivolga la sua attenzione a risolvere il problema dello spreco alimentare.

Anche gli spazi coltivabili rappresentano una grande fonte di conflitto. In questo caso, riducendo gli sprechi alimentari si allevierebbe il relativo iper-sfruttamento, liberando vaste aree di terreno agricolo per altri usi. Il McKinsey Global Institute stima che “la riduzione del 30% dei rifiuti alimentari nei Paesi industrializzati potrebbe far risparmiare circa 40 milioni di ettari di terreni agricoli”. Il rapporto del suddetto istituto esamina le opportunità di produttività contenute nelle risorse energetiche, nelle terre, nelle acque e in altri materiali, che potrebbero soddisfare fino al 30 per cento della domanda totale prevista nel 2030 –  ponendo la riduzione dello spreco alimentare come la terza misura più rilevante.

La mancanza di cibo rappresenta un’altra problematica collegata ai conflitti armati. Recentemente, è stato suggerito che i recenti rialzi dei prezzi alimentari abbiano avuto un ruolo determinante nello scatenare la Primavera Araba. In realtà, tali rialzi furono causati principalmente dalla speculazione sulle materie prime avvenute nei mercati dei futures, piuttosto che spinte dalle consuete logiche di mercato. Tuttavia, nel lungo periodo i maggiori prezzi del cibo sono stati influenzati dagli sprechi alimentari, creando una insufficienza artificiale di cibo sul mercato, e mettendo alla prova l’allocazione di risorse scarse, che agiscono come fattori di produzione agricola, causando un’impennata dei prezzi alimentari. In un mondo dove circa 925 milioni di persone soffrono di malnutrizione è di vitale importanza, per motivi umanitari e di sicurezza, che la questione dello spreco alimentare venga al più presto affrontata.

Infine, la riduzione dello spreco alimentare è fondamentale per affrontare i cambiamenti climatici, che rappresentano una minaccia per la sicurezza internazionale a causa dei fenomeni di siccità, degrado dei terreni agricoli e dei disastri ambientali. Stuart stima che nei casi di Regno Unito e Stati Uniti uno spreco alimentare del 25% corrisponde alla produzione del “10 per cento di tutte le emissioni di gas serra”, a sua volta derivante dalla “produzione, trasporto, conservazione e preparazione” dei suddetti cibi. La FAO sottolinea che è necessaria “molta meno energia per conservare i cibi, rispetto ai quantitativi utili per produrre una quantità pari di cibo“. Per esempio, “il costo energetico totale per conservare il grano equivale appena all’1% del costo energetico atto alla sua stessa produzione”.

La riduzione dello spreco alimentare risulterebbe economicamente auspicabile, più degli incrementi di produttività. Ad esempio, nel Regno Unito è stato calcolato che “l’aumento del 5% di raccolto venduto in un supermercato può accrescere i margini di profitto degli agricoltori fino al 60%“.

Malgrado tali evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate, progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione.

Sia i governi che il mercato non sono riusciti a risolvere il problema. I primi hanno formulato programmi di sviluppo puntando eccessivamente sugli aumenti di produttività. Dall’altro lato, lo sviluppo disomogeneo del mercato non ha  permesso un piano di investimenti nelle infrastrutture dedite alla trasformazione di alimenti non consumati nei Paesi industrializzati. Inoltre, il potere dei rivenditori all’interno delle catene di approvvigionamento consente loro di trarre profitto inducendo fornitori e consumatori allo spreco.

L’Iran è stato il primo Stato ad assegnare valenza geopolitica al problema dello spreco alimentare. In effetti, tutti noi  dovremmo iniziare a interpretare in tal senso il suddetto fenomeno da cui, presto, dipenderà la nostra stessa sicurezza.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Food & International Security: Wasted

Photo Credit: Bobolink

iraqi girl

Nouri al-Maliki: il nuovo dittatore iracheno?

Il confronto tra il nuovo primo ministro e il regime di Saddam non dovrebbe essere enfatizzato. La profonda valenza emotiva che vi può essere dietro tale parallelo, e i limiti relativi al regime di Nouri al-Maliki, dovrebbero far desistere tutti coloro che tendono a marcare tale comparazione.

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iraqi girl

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[dropcap]P[/dropcap]er Nouri al-Maliki, la recente storia politica dell’Iraq rimane lo spettro che continua a tormentare il suo regime. Il dominio totalitario di Saddam Hussein ha lasciato pochi precedenti per attuare quella ricostruzione nazionale e democratica auspicata da politici locali e internazionali. Non sorprende quindi che il partito attualmente in carica abbia adottato politiche che ricordano un passato ben più sinistro, tanto da far sorgere l’accostamento tra le politiche di Maliki a quelle messe in atto da Saddam; in particolare, anche Maliki ha ordinato l’arresto di dissidenti politici e ha stabilito il controllo del governo centrale sulle forze di sicurezza. La reazione del primo ministro iracheno alle proteste popolari, ha nuovamente ridestato considerazioni legate alla democraticità del suo regime. Eppure, non sarebbe appropriato elaborare troppi confronti con il regime di Saddam. La profonda valenza emotiva che sostanzia tale parallelo, e i limiti del potere di Maliki rispetto a quello di Saddam, dovrebbero far desistere chi tenta di paragonarli.

Nonostante questa considerazione preliminare, Maliki ha indubbiamente attuato atteggiamenti e misure politiche che hanno suscitato un certo timore tra gli iracheni. In un editoriale pubblicato a settembre, The Guardian sosteneva che “Nouri al-Maliki ha ancora molta strada da fare prima di arrivare ai livelli di terrore di Saddam Hussein, ma l’elenco delle imputazioni a suo carico sono in crescita.” Ad esempio, quando le forze combattenti statunitensi lasciarono il paese nel dicembre del 2011, Maliki emise il famigerato mandato di arresto nei confronti del suo vice-presidente Tariq al-Hashimi. Sotto la guida del figlio di Maliki, soldati e carri armati circondarono la casa di Hashimi, catturando alcune guardie del corpo che, sotto tortura, confessarono che il vice presidente aveva organizzato degli squadroni della morte illegali contro i suoi rivali politici. Pertanto, Hashimi fu subito condannato a morte in contumacia per i suoi presunti crimini. The Guardian  sentenziò senza mezzi termini che “Iraqiyya [il partito di Hashimi]…non [era] la prima vittima dell’ascesa al potere di Maliki.”

Maliki si è così servito dell’esercito iracheno per rinforzare la propria posizione, rimodellando la catena di comando in modo da consentire al suo staff di detenere il pieno controllo sul dislocamento del personale e le scelte strategiche. Le Forze Speciali Irachene sono al servizio personale del primo ministro, così come lo sono diventati il settore giudiziario e l’intelligence. Dopo aver schiacciato l’opposizione Sunnita, molti paventano che i suoi prossimi obiettivi saranno i sadristi e successivamente i curdi, attraverso la messa in atto di misure militari pseudo-legali.

In ogni caso, permangono ancora delle differenze cruciali, tra il suo regime e quello di Saddam, che non possono essere tralasciate. Innanzitutto, Maliki esercita un potere di gran lunga inferiore a quello del suo omologo dispotico. L’incapacità del primo ministro di costringere il presidente curdo Massoud Barzani a rivoltarsi contro Hashimi nel 2011, ad esempio, conferma una tale ipotesi. A differenza di Saddam, Maliki non ha quasi alcun potere o controllo sul Kurdistan iracheno. Questa regione, infatti, supportata da Turchia, Iran e Stati Uniti, è praticamente off-limits per Baghdad, per timore che Maliki possa esacerbare violentemente le tensioni con i suoi vicini regionali.

Anche il blocco politico sunnita al quale appartiene Hashimi, seppur indebolito, si appoggia ad alcuni alleati stranieri. Nonostante i ripetuti tentativi, Maliki non può eliminare o minacciare l’opposizione sunnita, poiché i suoi leader si rivolgerebbero immediatamente all’Arabia Saudita. Maliki, allo stesso tempo, non potrebbe neppure interferire in tali relazioni. Pertanto, l’unica cosa che gli resta da fare è intimidire e isolare i sunniti – sebbene con scarso successo – senza però riuscire a zittirli definitivamente.

Allo stesso modo, anche all’interno della fazione sciita esistono profonde divisioni che impediscono a Maliki di consolidare il suo potere in maniera ancor più significativa. Moqtada al-Sadr, l’instancabile leader del movimento sadrista, ha ripetutamente preso le distanza dal partito in carica. Nonostante i suoi tentativi, Maliki ha poche chance di danneggiare o mettere a tacere la minoranza sadrista. A Sadr, che riveste il ruolo della classica “pecora nera” nella politica irachena, basterebbe coalizzarsi con gli altri leader dell’opposizione per inficiare seriamente il rafforzamento di Maliki. Una tale mossa, peraltro, sarebbe subito messa in atto se l’attuale primo ministro dovesse attuare un ulteriore accentramento del potere politico.

Queste differenze sostanziali tra Maliki e Saddam devono essere valutate freddamente e senza alcuna fretta. I parallelismi tra i due leader ignorano spesso la realtà delle dolorose e terrificanti condizioni che caratterizzavano il regime di Saddam Hussein. Non sarebbe né giusto, né preciso operare raffronti così superficiali quando gli scenari di fondo risultano obiettivamente differenti. Non v’è dubbio che le azioni portate avanti da Maliki abbiano un carattere autoritario, duro e legalmente discutibile, ma è altrettanto importante ricordare la crudeltà di Saddam, il clima di paranoia e gli spietati calcoli politici fatti con la vita dei suoi cittadini, che in Iraq hanno causato ferite molto più profonde. Per molti aspetti, il governo di Maliki è il fallimentare risultato del tentativo americano di instaurare la democrazia, interrotto a seguito della partenza delle truppe statunitensi. La sua amministrazione, infatti non si conformerà mai agli ideali egalitari e rappresentativi sostenuti dai leader statunitensi. In una situazione simile, il confronto con Saddam ha un effetto disastroso, poiché giustifica il tentativo dell’attuale regime ad adottare politiche ancor più restrittive, e al tempo stesso contribuisce a lasciare senza risposta le radici del problema.

Sicuramente, la tendenza verso l’autoritarismo seguita dal governo di Maliki non ispira alcun ottimismo, né andrebbe incoraggiata. Ciò nonostante, il modo migliore per analizzare il problema non è quello di paragonare il regime autoritario di Maliki con quello totalitario di Saddam. A questo punto, l’opinione pubblica mondiale come dovrebbe giudicare Maliki? A livello metodologico, se si riuscisse a guardare oltre l’era Saddam, le risposte sarebbero di gran lunga più illuminanti.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Nouri al-Maliki: Iraq’s Newest Dictator?

Photo Credit: The U.S. Army

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La guerra è davvero inevitabile?

Se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra, deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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[dropcap]G[/dropcap]uerre e conflitti appartengono alla storia dell’umanità quasi dall’inizio dei tempi. La nostra stessa civiltà è contraddistinta dall’insegnamento, a scuola, di un gran numero di guerre, a partire dall’età medievale e arrivando sino ai nostri giorni. Di conseguenza, tali fenomeni si sono radicati così profondamente nel nostro vissuto al punto che diamo subito per scontato, e normale, che le varie dispute tra le nazioni debbano risolversi in sanguinosi scontri fratricidi.

Forse è questo il motivo per cui la maggior parte dei cittadini non protesta a sufficienza contro le guerre. Ad esempio, si prenda il caso del Regno Unito: senza dubbio migliaia, se non milioni, di cittadini erano adirati contro la decisione del governo inglese di partecipare ai conflitti in Afghanistan, Iraq e Libia. Ciononostante, tale rabbia è rimasta inespressa e covata, senza tradursi in una protesta di massa contro la guerra. Così, mentre gran parte della società inglese si lamenta ancora per l’atteggiamento guerrafondaio avuto dalla Gran Bretagna negli ultimi anni, al tempo stesso accetta, banalmente, che partecipare ai conflitti sia ormai parte del nostro modo di vivere e intendere il mondo.

Se analizziamo la questione nel dettaglio, ci rendiamo conto che, forse, tra le invenzioni del genere umano, la guerra è la più illogica di tutte. Certo, alcuni potrebbero contestare che la guerra sia un fenomeno naturale, e poiché noi essere umani altro non siamo che animali, ci comportiamo come tali, combattendo e massacrandoci gli uni con gli altri. In effetti, si tratta di una osservazione logica, che però non considera il fatto che la specie umana sia l’unica al mondo capace di usare la propria lingua, non solo per produrre rumori, piuttosto per comunicare, elaborare linguaggi, e a creare i presupposti per l’azione diplomatica. Altri ancora potrebbero sostenere che, nonostante gli sforzi della diplomazia, alcune dispute per decidere chi comandi e debba dettar legge non possano essere risolte pacificamente. Sebbene la storia confermi una simile asserzione, ancora una volta non si tiene conto dell’esistenza di alcune società che non hanno mai utilizzato la guerra per risolvere le proprie controversie. Gli stessi buddisti, il sistema dei kibbutz in Israele e anche l’Islanda sono soggetti che non sono mai stati coinvolti in guerre internazionali. Anche in tal caso, gli scettici potrebbero obiettare che le suddette minoranze non rappresentano il quadro generale; il punto fondamentale, comunque, è che gli esseri umani, come in questi casi, sono in grado di vivere senza rimaner coinvolti in alcun conflitto. Alcuni affermano che, invece, siano le armi l’elemento da estirpare: fin quando queste saranno a disposizione delle nazioni, la guerra sarà inevitabile. In riferimento a questa ipotesi, è utile ricordare l’esistenza di un certo numero di Paesi sprovvisti di forze armate, come Andorra, Costa Rica, Liechtenstein e Grenada. Probabilmente, però, le ragioni più convincenti contro l’inevitabilità della guerra risiedono nel progresso dell’umanità: storicamente anche la schiavitù, il sistema delle caste, la sudditanza del genere femminile, le dittature, e finanche i sacrifici umani erano considerati fenomeni naturali e inevitabili. In definitiva, quindi, non bisognerebbe abbandonarsi all’idea che, solo perché qualcosa appare consueta e “normale”, debba rimanere immutata e incontestata nel tempo.

Mettendo in pratica ciò detto, ci si dovrebbe chiedere se i recenti conflitti nel Medio Oriente, e quelli possibili contro Siria e Iran, siano davvero segnati dall’ineluttabilità degli eventi. I governi occidentali sostengono che la diplomazia non funziona contro gli spietati e sanguinari terroristi che operano in Medio Oriente. Piuttosto, il recente aumento del numero di attacchi terroristici nella regione, che hanno innalzato il livello di insicurezza come mai prima d’ora, dovrebbe dimostrare che non si risponde alla minaccia terrorista attraverso invasioni e occupazioni militari. Attualmente l’Iraq è una palude disastrata, in cui le esplosioni delle autobombe scandiscono la quotidianità del Paese. Gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan a causa del crescente numero di vittime (in totale, si contano circa 2000 caduti tra gli americani e un numero imprecisato tra la popolazione afgana). Il continuo rifornimento di armi ai ribelli siriani ha provocato un netto aumento di vittime civili, e l’invasione dell’Iran produrrebbe solamente conseguenze catastrofiche nell’intera regione. Forse, la migliore soluzione sarebbe di lasciare alle popolazioni mediorientali le proprie responsabilità, visto che sarebbero in grado di risolvere da sole i relativi problemi. Dopotutto, è necessario ricordare che la transizione più pacifica dopo la Primavera Araba è avvenuta in Tunisia, un Paese in cui l’Occidente ha svolto un ruolo minoritario.

In conclusione, se la morsa dei conflitti dovesse stringere il Medio Oriente e i paesi arabi nei prossimi anni, a causa dei repentini cambiamenti geopolitici e della relativa instabilità provocata, i Paesi occidentali dovrebbero incoraggiare il dialogo tra le diverse fazioni in guerra tra loro, piuttosto che etichettarsi come gli inventori della pace e della diplomazia, e incoraggiando la violenza allo stesso tempo. In effetti, l’Europa ha attraversato e vissuto le guerre più terrificanti: proprio per questo motivo, i Paesi occidentali dovrebbero evitare che simili atrocità avvengano altrove. Alcuni teorici delle relazioni internazionali sostengono che le democrazie non combattono mai tra loro. Di sicuro, però, le democrazie hanno giocato un ruolo decisivo nel promuovere e causare conflitti in altre aree del mondo. Per questo, se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Is War Inevitable?

Photo Credit: James Sheehan / theriskyshift.com

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L’intervento francese in Mali: una trappola fuori controllo

Se vuole evitare di rimanere intrappolata nel suo Afghanistan, la Francia farebbe meglio a darsi obiettivi limitati. 

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[dropcap]L[/dropcap]a Francia si è inserita nel conflitto in corso in Mali a seguito di un’improvvisa azione ribelle nel sud del Paese. Senza che l’esercito maliano fosse capace di contrastarne l’offensiva, alcune città strategiche sono cadute nelle mani degli Islamisti: per questo motivo, le forze militari francesi si sono mobilitate nella speranza di arginare l’avanzata ribelle verso la capitale Bamako. L’esercito francese ha bombardato le roccaforti di Gao e Kidal, schierando inoltre le proprie truppe attorno alla capitale e alla provincia di Mopti.

Quello malese ha tutte le caratteristiche di un conflitto moderno, che vede opporsi, ad un governo debole, una rete transnazionale di gruppi armati non-statali. Ciò avviene in un’area, quella del Sahel, attraversata da confini porosi: sono i residui del passato coloniale francese, in pratica linee immaginarie tracciate nella sabbia.

Il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha definito l’azione francese una misura temporanea: un intervento   di poche settimane, in attesa delle truppe dell’ECOWAS, per arginare l’avanzata dei ribelli. Ma tali promesse saranno difficili da mantenere, poiché la durata del conflitto è fuori dal controllo della Francia, che potrebbe rimanervi invischiata a lungo se non si atterrà agli obiettivi chiari e limitati dell’ONU.

Il piano originale, per motivi logistici e di coordinamento, non prevedeva l’impiego di 3.300 forze locali fino al settembre 2013; un numero reputato comunque esiguo da alcuni ambienti militari. L’attacco preventivo degli Islamisti ha cercato di approfittare di tale inferiorità, per conquistare più territorio e quindi anche maggiore credibilità  al tavolo delle trattative. Il precipitare degli eventi ha smentito il presidente francese Hollande, che aveva assicurato di non voler impiegare soldati sul territorio. Inoltre, dopo l’abbattimento di un elicottero militare, le autorità francesi hanno dovuto riconoscere che le milizie ribelli fossero meglio equipaggiate di quanto si pensasse inizialmente. Il piano attuale ha dunque dovuto aggiornarsi, prevedendo addirittura l’impiego di 2.500 unità aggiuntive.

L’obiettivo di Le Drian, Ministro della Difesa francese, sarebbe quello di estirpare dalla regione ogni radice terroristica: secondo recenti ammissioni, ciò  protrarrebbe notevolmente la durata dell’intervento. In aggiunta, Vincent Desportes, generale francese in pensione, ha dichiarato che gli obiettivi attuali della Francia sono quelli di securizzare la capitale e i cittadini francesi; rinforzare la propria linea di azione presso Konna (700 km da Bamako); addestrare, per la riconquista del nord del Mali, truppe dagli stati africani di Niger, Burkina, Benin, Togo e Senegal [nelle relazioni internazionali,  la securizzazione è l’impiego di mezzi non ordinari in nome della difesa della sicurezza. Elaborata da  Barry BuzanOle Wæver e Jaap de Wilde, la teoria della securizzazione combina pensiero costruttivista e realismo politico. Ogni atto di securizzazione si compone di tre elementi principali: un agente securizzante, un obiettivo minacciato e un pubblico, sui cui ricade l’effetto dell’azione securizzante, da convincere della sua necessità. NdT].

Nel breve termine,  la Francia ha quasi portato a termine i primi due; in ogni caso, l’imminente “africanizzazione” del conflitto,  che vedrebbe schierare truppe maliane e dell’ECOWAS,  potrebbe subire complicazioni legate all’anticipazione rispetto ai piani iniziali. Ma tale urgenza è richiesta dalla probabilità di espansione del conflitto, che  allo stato attuale  ha già coinvolto due Paesi confinanti. Il 16 gennaio, l’Algeria ha subito un’azione di rappresaglia per la concessione del suo spazio aereo: un attacco ad un impianto di gas, senza precedenti nemmeno nei tumultuosi anni ‘90:

L’Algeria,  pur avvezza a combattere gruppi islamisti armati sul territorio nazionale, aveva sempre espresso riserve sull’opportunità di un intervento  in Mali. Ma molto probabilmente l’attacco nel cuore del Paese, con i suoi numerosi ostaggi, farà desistere l’Algeria dalla volontà di un dialogo politico con il principale gruppo islamico Ansar-Eddine. L’impianto attaccato nei pressi di In Amenas è più vicino alla Libia che al Mali: e se i confini politici hanno poco significato, il teatro del conflitto si prospetta molto più vasto.

La Francia, però, non dovrebbe aspettarsi molto dall’Algeria, potenza militare egemone nell’area del Sahel, ma quasi esclusivamente nei confronti di Stati sostanzialmente deboli  come il Mali. L’intervento diretto dell’Algeria costituirà, molto  probabilmente, un incentivo per i francesi; in ogni caso, al di fuori del territorio nazionale, le capacità dell’esercito algerino sono tutte da verificare, anche perché ci si aspetta che  le stesse saranno impiegate per la difesa dei relativi confini.

Pertanto, è altamente probabile che la Francia si areni in un lungo conflitto in cui si ritrovi coinvolta tutta la regione del Sahel. Nel peggiore dei casi, il Mali diventerebbe l’Afghanistan della Francia; in alternativa, per la nazione si prospetterebbe un insuccesso simile a quello degli Stati Uniti in Somalia. L’impiego di truppe dell’ECOWAS resta determinante, sebbene il suo apporto effettivo rimanga da verificare. Se vuole evitare di rimanere intrappolata nel suo Afghanistan, la Francia farebbe meglio a darsi obiettivi limitati.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Avoiding The Entanglement Trap Lies Beyond French Control

Photo credit: fdecomite

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La geopolitica e il futuro della stabilità globale

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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[dropcap]L’[/dropcap]ultimo contributo in materia di geopolitica offerto da Ian Bremmer, presidente e co-fondatore di una delle più importanti agenzie di valutazione di rischio politico, si basa sul cosiddetto “nuovo pensiero geopolitico” e, per certi versi, la sua teoria, denominata “G-zero” rappresenta l’idealtipica evoluzione dello stesso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, e la conseguente scomparsa delle più importanti minacce alla società e alla stabilità occidentale mossa da quest’ultima, numerosi studiosi hanno immediatamente supportato il paradigma della “fine della storia”: il ritratto della vittoria trionfale e definitiva del modello politico, economico e sociale di tipo liberale su quello socialista. Secondo altri, tra cui, ad esempio, Samuel Huntington, la minaccia successiva sarebbe stata rappresentata da divisioni di tipo religioso, esacerbate dall’insorgenza di fondamentalismi anti-occidentali e anti-cristiani. Tali previsioni, sebbene in alcun casi siano state accertate, hanno avuto a che fare con attori, ideologie e modelli politici ben identificabili, e con la plausibile eventualità di nuove minacce internazionali a questi collegate.

Infatti, dal crollo dell’Unione Sovietica la stabilità internazionale non è stata ulteriormente intaccata, considerata l’assenza di attori palesemente ostili e dotati di un hard power tale da mettere a repentaglio la sicurezza di altri soggetti internazionali. Al contrario, si è gradualmente formato un complesso scenario di rischio, caratterizzato da fattori imprevedibili, non intenzionali e incontrollabili. Di conseguenza, le formulazioni di politica estera hanno prestato sempre più attenzione alle implicazioni degli sviluppi tecno-scientifici, e la relativa applicazione al settore militare e cibernetico. Tra questi, è possibile annoverare: la proliferazione di armi di distruzione di massa; il mutamento climatico, i disastri ambientali e la necessità di sviluppare una geopolitica della sostenibilità; la crescente competizione per l’accaparramento delle risorse naturali tra attori statali e non in Asia centrale e in Africa; la diffusione del terrorismo religioso e fondamentalista.

Sebbene la geografia rimanga il fattore più pertinente in materia di politica estera, la consapevolezza di vivere in una società del rischio globale, vale a dire dove il rischio trascende i confini territoriali e politici, ha influenzato profondamente il pensiero geopolitico, che storicamente si è sviluppato all’interno della tradizione realista delle relazioni internazionali. Gerard Tuathail ha identificato questo nuovo ambito di ricerca come “geopolitica critica”, insistendo sulla necessità di adottare un approccio nuovo e deterritorializzato per analizzare le questioni relative alla sicurezza.

Sulla scia di questa precedente teorizzazione, la teoria G-Zero di Bremmer afferma che l’epoca attuale richiede più cooperazione sotto l’ombrello di una leadership forte, al fine di affrontare con successo le sfide transnazionali. Ciò nonostante, né le singole potenze come gli Stati Uniti, la Cina o gli altri paesi BRIC, né il G20 o altri soggetti più istituzionalizzati (quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU) sono in grado di garantire una leadership internazionale coerente ed efficace, a causa di vari fattori: il relativo e temporaneo declino in termini di credibilità; poco potere decisionale a disposizione; scarsa influenza in ambito economico su scala globale.

Come risultato dell’instabile vuoto politico al quale assistiamo ormai da qualche tempo, vi sono quattro plausibili scenari geopolitici, tutti incentrati sulla relazione tra Stati Uniti e Cina: un improbabile “G2 informale” che prevede una forma di bipolarismo cristallizzato e cooperativo eretto su due sistemi politici ed economici agli antipodi; un concerto globale di stati, sebbene caratterizzato da interessi diversi in materia di economia e sicurezza, data la contemporanea presenza di potenze emergenti e già consolidate; la Guerra Fredda 2.0, conseguente alla competizione globale tra Stati Uniti e Cina, e imperniata su divergenze economiche e ideologiche, e alla scarsità di risorse energetiche; un mondo frammentato in regioni, dove la cooperazione multilaterale sarebbe ulteriormente indebolita e i problemi di natura transnazionale non potrebbero essere affrontati in maniera appropriata.

Infine, si potrebbe considerare l’evoluzione di un ulteriore scenario, il cosiddetto G-Subzero, nel quale questioni di ordine globale potrebbero tramutarsi in emergenze di carattere locale, con conseguenze catastrofiche per la stabilità dei singoli stati. Infatti, secondo tale prospettiva, ogni nazione sarebbe interamente impegnata a gestire crisi interne causate da rivolte di carattere sociale, crolli economico-finanziari, disordini politici innescati da movimenti separatisti ed estremisti. Di conseguenza, lo stesso concetto di globalizzazione verrebbe compromesso, e ogni nazione sarebbe chiamata a impegnarsi autonomamente per trovare soluzioni efficaci.

È inutile aggiungere che una tale prospettiva, così pessimista, non si realizzerà in maniera altrettanto deterministica, anche se va presa comunque in considerazione dopo mezzo secolo di stabilità bipolare e unipolare. Inoltre, le questioni transnazionali fanno sì che l’attuale configurazione del contesto politico sia la più rischiosa e imprevedibile sin dalla creazione del sistema di Westphalia. Per questo, appaiono impraticabili soluzioni come quella proposta da Robert Cooper: infatti, non è ponendo le basi per una nuova egemonia occidentale che il processo di frammentazione degli stati-nazione sarebbe evitato. Una ricetta simile appare, più che altro, un’anacronistica rielaborazione del messaggio imperialista lanciato da Mackinder nel 1904, utile allora solo per prevenire il crollo dell’Impero Britannico.

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Geopolitics & Future World Stability

Photo credit: Peter Bo Rappmund

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La politica delle sanzioni: l’Iran si piega, ma non si spezza

Le sanzioni applicate nel 2012 hanno intaccato esportazioni e profitti, ma non hanno avuto effetto sui programmi nucleari. Almeno, non per il momento.

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[dropcap]S[/dropcap]ono ormai decenni che l’Iran subisce sanzioni economiche, ma quelle applicate nel 2012 sono state particolarmente efficaci. Negli ultimi mesi del 2011, le diplomazie di Stati Uniti e UE dovevano destreggiarsi, da una parte, con Israele – che minacciava di attaccare l’Iran –, e dall’altra con Russia e Cina, contrarie a nuove misure. L’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) confermava la gravità della situazione, pubblicando un report allarmante nel mese di novembre; nel frattempo, l’Iran sviluppava tranquillamente i suoi controversi programmi nucleari. Nonostante la situazione di mercato stretto del petrolio, per colpire il Paese mediorientale, USA e UE si concentrarono sulle esportazioni di greggio, che ammontavano a 2,2 milioni di barili al giorno (b/g). In tal modo, veniva messo a rischio almeno il 50 per cento dei profitti di Teheran.

Il 31 dicembre 2011, il Presidente Obama approvò nuove sanzioni: dopo il 28 giugno, le compagnie che avrebbero continuato a importare petrolio dall’Iran sarebbero stato punite con l’estromissione dal sistema finanziario americano. Questa misura colpiva, oltre alle imprese, anche le banche che le avrebbero finanziate. La possibilità di essere dispensati da tale restrizione dipendeva dalla riduzione semestrale del volume delle importazioni, o dalla decisione diretta della Casa Bianca.

Sin dalla caduta dello Scià, gli Stati Uniti smisero di importare greggio dall’Iran; al contrario, l’Unione Europea ha continuato, raggiungendo nel 2011 la ragguardevole quantità di 450.000 barili al giorno. Nel gennaio 2012, però, l’UE ha annunciato un boicottaggio del petrolio iraniano, con decorrenza dal 1° luglio, che avrebbe destabilizzato circa il 20% delle esportazioni del Paese. Gli Stati membri si sono accordati anche per ritirare l’assicurazione ad ogni veicolo usato per trasportare il greggio iraniano e i relativi prodotti derivati. Tale misura ha interessato circa il 95% della flotta commerciale mondiale, lasciando l’Iran con ristrettissimi margini di manovra.

Nel complesso, le sanzioni entrate in vigore quest’estate hanno paralizzato le esportazioni petrolifere iraniane, che nel mese di luglio sono scese a 930.000 b/g; una cifra che non si registrava dai tempi della guerra contro l’Iraq. Gli importatori hanno poi elaborato nuove strategie commerciali ed assicurative, riportando il volume delle importazioni ad oltre il milione di b/g. In ogni caso, si parla di livelli molto inferiori a quelli dell’anno precedente.

Chiunque criticasse l’applicazione tardiva delle sanzioni minimizzerebbe la portata dei rischi corsi da Stati Uniti e Unione Europea. Colpire l’industria più fiorente dell’Iran, infatti, significa esercitare ingenti pressioni su di un Paese che, prima del 2012, era il secondo produttore di petrolio dell’OPEC; adesso risulta quarto, dopo Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

Fino all’anno scorso, i ministri dell’economia europei si sono rifiutati di boicottare il petrolio iraniano, poiché il mercato risultava già scosso dalle crisi in Medio Oriente e dall’interruzione dei rifornimenti da altre parti del mondo. In Europa, era opinione comune che la politicizzazione dei rapporti con l’Iran avrebbe compromesso il mercato del greggio, facendo impennare i prezzi e annichilendo le economie interessate. Altri, invece, dubitavano dell’efficacia delle sanzioni, che avrebbero avuto il solo effetto di destinare all’Asia il petrolio rifiutato dall’Europa.

In effetti, in pochi si rendevano conto dell’efficacia congiunta delle sanzioni americane ed europee. Inoltre, la riduzione del volume delle esportazioni iraniane è avvenuta in modo graduale, in modo da non destabilizzare i mercati mondiali e provocare l’aumento indiscriminato dei prezzi.  L’effetto del boicottaggio UE si è misurato in mezzo milione di b/g; inoltre, le stringenti misure assicurative hanno colpito anche altri importatori, rendendo loro difficile procurarsi carichi extra. Le uniche assicurazioni disponibili erano offerte da compagnie iraniane di dubbia affidabilità, a cui hanno fatto ricorso Cina e Corea del Sud; o, tramite garanzie sovrane, da importatori nazionali come il Giappone. La paralisi assicurativa, quindi, ha agito congiuntamente alle sanzioni americane, che minacciavano di alienare dagli Stati Uniti gli interlocutori commerciali dell’Iran.

Nel frattempo, per tutto il 2012 l’Europa ha confidato nella capacità produttiva di Libia ed Iraq, ma soprattutto dell’Arabia Saudita, l’unico “swing producer” in grado, da solo, di influenzare il mercato. A sorpresa, dopo un anno di stop dovuto ai moti rivoluzionari, le esportazioni libiche sono riprese al volume di 1,6 milioni di b/g; la produzione irachena è aumentata di circa 650.000 b/g;  per non parlare di quella saudita, arrivata ai 10 milioni di b/g, superando di 1,5 milioni di b/g la media del 2011. Solo l’accennata minaccia di un attacco israeliano ha determinato una breve impennata del prezzo del petrolio.

Tuttavia, risulta ancora complicato valutare le reazioni dell’Iran. Ufficialmente, il Ministero del Petrolio sminuisce l’effetto delle sanzioni, negando – contro ogni evidenza – ricadute nelle esportazioni.  Da altri organi ufficiali arrivano responsi differenti. Il 17 dicembre scorso è stata diffusa una dichiarazione del Ministro dell’Economia, Shamseddin Hosseini, secondo cui le sanzioni avrebbero dimezzato i proventi delle esportazioni petrolifere. Il 19 dicembre, il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato alla stampa che il governo stava cercando di ridurre al minimo, sul bilancio statale, il peso delle vendite del petrolio; pertanto, i tecnici in materia hanno suggerito di preventivare un volume di esportazioni pari solamente ad un milione di b/g per il biennio 2013-2014.

Se valutate dal punto di vista della caduta dei profitti (tra i 3 e i 5 miliardi di dollari al mese), le misure sanzionatorie che hanno interessato Teheran sono state sicuramente efficaci. Difatti, nonostante l’assenza del petrolio iraniano, la disponibilità di greggio sul mercato non è stata intaccata, e i prezzi sono rimasti stabili sui 100 dollari al barile per la maggior parte dell’anno. Inoltre, alcuni dei più importanti importatori dell’Iran, come la Cina, che continua a rifiutare l’approvazione delle sanzioni a livello internazionale, hanno continuato a ridurre le importazioni da Teheran nel 2012, ricevendo in cambio un allentamento delle restrizioni finanziare e legislative da parte della Casa Bianca.

Nonostante questo, gli incontri tra l’AIEA e un’apposita commissione (che conta i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania) per valutare gli effetti delle sanzioni, si sono conclusi con un nulla di fatto: sul breve termine, tali misure sembrano non aver sortito alcun effetto sulle politiche nucleari. Al limite, ci si potranno aspettare dall’Iran altre ammissioni ufficiali sullo stato dell’economia, che potrebbe addirittura peggiorare nel 2013, dato che i clienti indiani e giapponesi stanno già dichiarando di voler ridurre le importazioni. Inoltre, dal mese di febbraio di quest’anno, gli Stati Uniti sembrano voler imporre misure ancora più restrittive, che esacerberanno il deficit del bilancio commerciale iraniano, costringendo le banche a trattenere le entrate. Si prevede, poi, un aumento di produzione da parte dei Paesi al di fuori dell’OPEC, commisurato alla lenta ripresa dell’economia globale. Il petrolio iraniano diverrà sempre meno essenziale, influenzando negativamente la valuta e gli altri settori dell’economia del Paese.

Nessuno può sapere con certezza se il 2013 sarà l’anno della resa dei conti tra Stati Uniti ed Iran; ma, a meno di una svolta diplomatica, quello appena iniziato si appresta ad essere un altro anno durissimo per l’economia del Paese.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Iran Sanctions: Effective But Unsuccessful In 2012

Photo credit: David Holt London