Category Archives: The Italian Observer

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La stecca nel coro. Emma Bonino e la politica estera italiana

Con la liberazione di Domenico Quirico, il giornalista de “La Stampa” di Torino rapito cinque mesi fa dai guerriglieri siriani che combattono contro il regime di Assad, la Farnesina guidata da Emma Bonino può vantare un primo, importante successo.

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[dropcap]D[/dropcap]opo le fanfare ridicole e fanfarone del Marchese di Sant’Agata, un diplomatico di carriera che dimostra con eccezionale capacità quanto difficile sia il mestiere della politica e quanto la burocrazia ministeriale sia diversa dall’azione pratica nelle stanze del potere e delle decisioni, pensavamo fosse impossibile per l’Italia l’affermazione di una qualunque linea d’azione in politica estera. E invece, con la benedizione e anzi la sponsorizzazione di quel grandioso animale politico che è Giorgio Napolitano, giunge nel più grande edificio pubblico d’Italia questa donna minuta e dura, che ha già dato grandi prove di sé in passato, e addirittura il Belpaese torna ad avere una sua voce nel contesto internazionale.

Come altrimenti giudicare le nient’affatto cautelose affermazioni del Ministro Bonino sulla partecipazione del nostro paese ad una eventuale guerra in Siria? Il Marchese di Sant’Agata, già ambasciatore a Washington, dove non ha brillato per sobrietà e savoir faire, avrebbe immediatamente sposato la linea statunitense, dicendosi anzi felicissimo d’indossare lui stesso l’elmetto, con effetti che con parsimonia verbale definiremo comici. Emma Bonino invece ha espresso con nettezza tutte le sue riserve sull’intervento armato e ha vincolato soprattutto qualunque azione militare in Siria alla decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: una risposta estremamente chiara e lucida, solo in apparenza sbrigativa. In punta di diritto, il Ministro Bonino ha detto all’amico americano: se hai prove così schiaccianti da convincere tutto il Consiglio –e dunque la Russia, che spalleggia Assad- ad intervenire sotto suo mandato in quel covo di vipere, l’Italia non potrà che essere con te. Ma insomma, quest’appoggio te lo devi guadagnare, non è scontato.

E se il Premio Nobel per la Pace riteneva di ricevere una risposta diversa, non aveva fatto i conti con questa piemontese caparbia. Non siamo così megalomani da credere che il passaggio per il Congresso del presidente Obama sia stato una diretta conseguenza della risposta boniniana, ma una qualche influenza deve averla avuta, se è pure vero che la Bonino gliel’ha fatta sapere molto onestamente, parlando nella sua lingua, in termini crudi e spigolosi che non si potevano equivocare, davanti alle telecamere della CNN.

Una posizione così nettamente discorde non la si sentiva da almeno vent’anni, forse di più, essendo stata in questo lungo arco di tempo l’Italia funestata dai peggiori Ministri degli Esteri che si potessero immaginare (ci piace ricordarli tutti: Giuliano Amato, Emilio Colombo, Beniamino Andreatta, Leopoldo Elia, Antonio Martino, Susanna Agnelli (!), Lamberto Dini, Amato bis, Renato Ruggiero –un altro diplomatico di carriera, primo ministro della storia sfiduciato dal Governo che lo ha messo lì-, Silvio B., Gianfranco Fini, Massimo D’Alema e Franco Frattini, questi ultimi due forse i peggiori di tutti, e poi il Marchese dimissionario sostituito da Monti Mario). Gioverà inoltre ricordare che un grande successo, forse l’ultimo in scala internazionale, della diplomazia italiana, è stato quello di far passare la moratoria ONU sulla pena di morte, un risultato che fu immediatamente sventolato dall’allora Ministro degli Esteri, D’Alema, ma che fu raggiunto solo grazie al paziente e capillare lavorìo proprio della Bonino e del partito Radicale.

È naturale che una simile posizione onesta e intelligente non poteva essere sostenuta oltre da un governo debole e per forza di cose bisognoso di ampie maggioranze, anche internazionali, quale quello di Letta nepote, il quale si è affrettato a firmare documenti a sostegno dell’intervento bellico –art.10 datti pace- durante l’ultimo G20 pietroburghese nel quale Putin, con la paciosa cordialità che ispira, ha raggelato il suo collega statunitense accogliendolo con una mano tesa ma precedentemente passata un quarto d’ora, forse venti minuti, tra due lastre di ghiaccio della Siberia settentrionale.

Dopo er pasticciaccio brutto dell’esiliata kazaka Alma Shalabayeva era difficile gettare una luce positiva sui servizi segreti, che hanno avuto evidentemente un ruolo centrale nella liberazione di Quirico. Eppure il lavoro silenzioso e non sbandierato di Emma Bonino è riuscito là dove altri chiacchieroni avrebbero forse fallito. Nel caso kazako è tra l’altro assai evidente la capillare corruzione che domina in tutto il contesto nazionale, a tutti i livelli: anche nei palazzi ministeriali. Immaginiamo che davvero per amore delle istituzioni e per senso di responsabilità Emma Bonino non abbia voluto infierire contro il suo collega degli Interni, chinando il capo davanti responsabilità non sue.

C’è da sperare che con la stessa discrezione e la medesima capacità il Ministro Bonino riesca a condurre dei negoziati con l’India improntati sull’onestà e la correttezza, per chiarire tutti i mal tratteggiati profili dell’arresto in terra straniera dei due marò, ristabilendo, sempre in punta di diritto, l’equilibrio tra i due paesi. C’è da sperare che per far ciò voglia mettere da parte, come ci sembra stia già facendo, quel bleso funzionario dell’Onu, Staffan de Mistura, che, con la sua eleganza da diplomatico d’autrefois, ha tutta l’aria di muoversi nell’India di un romanzo di Somerset Maugham, ciò che massimamente irrita gli indiani.

La pasionaria radicale, ne siamo convinti, non accoglierà tuttavia con una carezza i due militari, e sarà con loro marziale e rigida, pur celebrando i fasti della sua azione diplomatica: i due hanno pur sempre ammazzato due pescatori. A quel punto si durerà fatica a negarle, vilmente, ascolto, come ha fatto Letta per inspiegabili e inescusabili motivi. Ma forse allora questo governo sarà condannato da una inesorabile data di scadenza, oltre la quale il latte, oramai andato a male, tornerà alle ginocchia dalle borse lise di altri ministri degli esteri, assai poco assertivi e molto accomodanti nei confronti degli altrui voleri.

E l’Italia avrà perso l’occasione di tornare ad avere una sua politica estera, se mai ne ha avuta una.

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Photo Credit: La Stampa

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Morire per un’idea. Breve elogio del suicidio politico

In quanti sono ancora disposti a morire per un’idea? Morire, s’intende, levando di mezzo solo noi stessi, senza inutili stragi d’innocenti? Finché ci sarà chi è disposto ad ammazzarsi perché deluso e amareggiato non per sé ma per la società in cui vive, quella materia incandescente e graveolente che è la Politica continuerà a scorrere sulla terra. E non mi sembra una cattiva notizia.

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[dropcap]L[/dropcap]o ammetto: chi si ammazza per un’idea s’eleva subito ai miei occhi ad eroe romantico. Nessun altro motivo, nessun amore non corrisposto, nessuna depressione giustifica ai miei occhi questo gesto tutto sommato stupido che è il suicidio. Ma ammazzarsi per un’idea, o far sembrare il proprio suicidio un atto politico, mi pare smussare l’eccessiva protervia dell’atto. Spesso questo tipo di suicidi ha una sua componente plateale, diventa un estremo comizio, un testamento politico. Insomma, morire per un’idea è un atto nobile.

Si può morire in mille circostanze diverse: si può morire per sbaglio o per distrazione, si può morire di vecchiaia, si può morire di fame e freddo e si può morire per un’idea. Queste sono morti indubbiamente romantiche, intrise di quel disperato romanticismo politico di cui parlava Carl Schmitt (che però è morto a novantasette anni, segno che l’erba cattiva…). C’è tutto il senso della disperazione, dell’impotenza umana e al contempo tutta la potenza romantica del sacrificio e dell’immolazione nel suicidio, in diretta tv, di Yukio Mishima, per protesta contro l’occidentalizzazione e la modernizzazione del Giappone.

Emozionante contraddizione: uccidersi contro il moderno davanti ad uno dei suoi simboli più potenti, la cinepresa.

E del tipo di suicidi eclatanti e plateali si annoveri anche quello di Socrate con la celebre cicuta, pianta dai deliziosi, candidi fiori: lo sappiamo, ce lo dice Platone, che Socrate poteva sfuggire alla condanna a morte. Ma le leggi vanno rispettate, dice il filosofo, e concionando allegramente come suo solito trangugia l’infuso e dolcemente muore (ma la cicuta, come molti veleni naturali, dà spasimi nervosi e contrazioni muscolari, quindi porta alla paralisi: non una bella scena, insomma). Socrate dunque non obbedisce solo alla condanna, ma esegue una estrema dimostrazione della libertà dell’uomo, del suo arbitrio e del rispetto verso la comunità. Il suo suicidio diventa così il suo manifesto politico, ciò attraverso cui s’invera e si propaga il suo messaggio filosofico.

Naturalmente, non tutti i suicidi possono essere così plateali, e ci sono morti più discrete che nondimeno assumono caratura politica rilevante. Penso a quel 9 maggio del ’59, penso a quella modesta casetta nel magnifico palazzo Cellammare, penso al cuscino intriso di sangue che Renato Caccioppoli, geniale matematico napoletano nipote di Bakunin, comunista anarchico, aveva posto sotto alla testa perché la pallottola, attraversandogli il cranio, non spargesse ovunque il suo sangue e anzi lo raccogliesse come un sudario. Caccioppoli era stato vinto dalla vita, dalle donne, ma soprattutto dal comunismo napoletano, quello da cui esce fuori, non si sa come, Giorgio Napolitano (per avere un’idea di che cosa fosse il comunismo nella Napoli degli anni ’50 bisogna leggere Mistero napoletano di Ermanno Rea).

Penso a quel garbato biglietto che Pierre Drieu la Rochelle lascia alla cameriera dopo aver ingerito dei barbiturici: “Gabrielle, stavolta lasciatemi dormire”. Lo scrittore francese fu l’unico del suo gruppo di amici (Aragon, Malraux, Cocteau, Bréton) a preferire il fascismo di Doriot al comunismo francese, una scelta come l’altra, dettata anche stavolta da un puerile, romantico entusiasmo. Ma il fascismo aveva perso e Drieu non aveva più motivi per vivere. Il diario dei suoi ultimi giorni, e forse la sua intiera opera, è il più lungo messaggio d’addio agli amici e al Mondo che sia dato di leggere.

E un altro fascista fuori tempo massimo, ma della genìa dei suicidi plateali, è questo Dominique Venner, che fino a ieri l’altro era noto solo ad uno stretto manipolo di affezionati lettori, che rintracciavano nel suo pensiero ultraconservatore il lumicino delle loro credenze adolescenziali. Venner aveva settantotto anni e non si può quindi dire che abbia acerbamente salutato il Mondo. I motivi che lo hanno spinto a spararsi un colpo in bocca, senza le accortezze eleganti di Caccioppoli, in una delle più illustri chiese d’Occidente, e cioè la sua contrarietà ai matrimoni omosessuali approvati dall’Assemblée Nationale, sono solo pretestuosi. Venner si è ucciso perché si è accorto che l’Europa nella quale credeva e forse sperava non esisteva più, il suo immaginario personale minutamente scalfito, forse distrutto per sempre.

Sotto i severi occhi e le smorfie ripugnanti dei gargolli, Venner ha deciso di uccidersi, arrivando a quella celebrità postuma che in vita non ebbe. Ma non si tratta del mitomane che cerca attenzione o del padre che stermina la famiglia perché senza lavoro: Venner si è ucciso perché in questo complesso d’idee non c’era più spazio per lui. Si è ucciso per protesta. Era un razzista, un fascista, un retrogrado, e si dirà che il Mondo oggi, senza di lui, è un posto migliore.

Ma in quanti sono ancora disposti a morire per un’idea? Morire, s’intende, levando di mezzo solo noi stessi, senza inutili stragi d’innocenti? Finché ci sarà chi è disposto ad ammazzarsi perché deluso e amareggiato non per sé ma per la società in cui vive, quella materia incandescente e graveolente che è la Politica continuerà a scorrere sulla terra. E non mi sembra una cattiva notizia.

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Photo Credit: 757Live

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In morte della guerra fredda

La guerra fredda è un luogo dello spirito, uno state of mind, un simulacro per guerrafondai, un inganno da strateghi. Nel giro di pochi giorni se ne sono andati Margaret Thatcher, Giulio Andreotti e Kenneth Waltz, tre protagonisti, a vario titolo e di differente caratura, delle vicende storiche del secolo scorso, e dunque della guerra fredda.

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[dropcap]S[/dropcap]i sa: la guerra fredda è un luogo dello spirito, uno state of mind, un simulacro per guerrafondai, un inganno da strateghi. Al contempo, la più raffinata, la più illusoria, la più impalpabile delle guerre, e per questo a pieno diritto un momento necessario e incontournable del XX secolo, un secolo fin troppo lungo e intenso per quanti lo hanno vissuto, con buona pace del britannico Hobsbawm, teorico del ‘secolo breve’ scomparso qualche mese fa.

Ma l’elenco degli scomparsi, che trasformerà il mio The Italian Observer di questo mese in un obituary, in un coccodrillone politologico, non si esaurisce certo qui: nel giro di pochi giorni se ne sono andati Margaret Thatcher, Giulio Andreotti e Kenneth Waltz, tre protagonisti, a vario titolo e di differente caratura, delle vicende storiche del secolo scorso, e dunque della guerra fredda.

Curioso notare come la guerra fredda inizi e finisca con una stessa parola chiave: iron, ferro. In quel celebre discorso di Fulton del 1946, l’allora disoccupato ex primo ministro Winston Churchill, sostenne che una iron curtain, una cortina di ferro, era scesa da Stettino sul Baltico fino a Trieste sull’Adriatico, e che in definitiva il Mondo era diviso in due da questo assai scenografico sipario, e bisognava scegliere da che parte stare. La decisione di quale fosse il palco e quale la platea era demandata al quantitativo di testate nucleari l’una o l’altra compagnia di attori fosse riuscita a detenere.

A chiudere la guerra fredda si trovò, per bizzarria della sorte, un’altra britannica che, per il suo piglio deciso e per la durezza e freddezza dei suoi ragionamenti, venne ribattezzata “iron lady”, la signora di ferro perfetta figlia della perfida Albione. A lei, come anche a Sir Churchill, sono stati tributati solenni funerali di Stato.

Onori che, con una sornioneria tutta romana, sono stati rifiutati recisamente dal Divo Giulio, un uomo che, al netto di qualunque simpatia o considerazione a latere, ha incarnato una certa idea di potere fine a se stesso, un pouvoir pour le pouvoir che raramente si è presentato nella storia d’Europa e ancor più raramente nella storia d’Italia. Di Andreotti si è detto tutto e il contrario di tutto, molto ha detto lui stesso, con un’ironia molte volte accosta al feroce sarcasmo, ma non si può dire che Andreotti si sia arricchito, che abbia rubato ignominiosamente, che abbia amministrato la cosa pubblica per puro tornaconto personale come spessissimo è accaduto negli ultimi vent’anni (e se lo ha fatto, lo ha fatto prudentemente).

Non esagero se dico che Andreotti è quanto di più vicino abbiamo avuto in Italia all’ideale di professionista, di lavorante della politica che Max Weber aveva in testa: Andreotti ha vissuto di politica, per la politica e con la politica tutta la sua vita, ritengo anzi non fosse capace di fare nient’altro che quello che ha fatto, e forse sarebbe stato mediocre in qualunque altro mestiere. Inoltre, assai weberianamente, Andreotti era fin troppo cosciente di quella forza monopolistica e legittima che lo Stato rappresenta, e ne ha fatto un uso che di volta in volta si è dimostrato utile a quel mantenimento e a quella riproduzione del suo potere che, ancora con Weber, ogni élite dello Stato punta ad ottenere.

Andreotti, a differenza di Margaret Thatcher, non è stato un protagonista della guerra fredda: è stato un comprimario e talvolta un guitto, ma comunque una vittima della scriteriata e altalenante politica estera che l’Italia ha condotto dal tempo del Conte di Cavour; non che abbia mancato di fantasia, beninteso, ma forse un po’ di coerenza, come sempre accade nelle relazioni internazionali del Belpaese. Fedele al suo motto “meglio tirare a campare che tirare la corda”, Andreotti si è barcamenato, durante il lungo cinquantennio del suo potere, tra atlantismo e filo arabismo, tra scetticismo europeista e faticosa sopravvivenza in Europa. Ha mancato di coraggio, ma non è mai scivolato nella spudoratezza. Mi sembra un considerevole merito.

Protagonista indiscusso quanto sconosciuto e discosto è stato invece il grande Kenneth Waltz, che se ne è andato, anche lui alquanto vecchiotto, lunedì scorso: elegante e lucidissimo teorico della guerra fredda, è l’unico di questa triade novecentesca che sopravivrà alla sua epoca, consegnandosi all’immortalità. Se infatti sia la Tatcher che Andreotti sono stati spazzati via non solo da intrighi di potere ma in qualche modo da un capovolgimento delle condizioni storiche nelle quali avevano consumato la loro ascesa, Waltz ha lasciato un patrimonio di considerazioni e di riflessioni che, nate indubbiamente in un ben definito contesto storico, quello appunto di cui stiamo dicendo, lambiscono l’eterno e l’immutabile, come ogni buona dottrina politica dovrebbe fare.

Pensatore squisitamente e radicalmente europeo (come Hans Morgenthau e, in parte, come Henry Kissinger, che europei, anzi tedeschi, lo erano davvero), Waltz ha saputo iniettare in un quadro già definitivamente scientifico e accademico, quale quello delle relazioni internazionali e della politologia, una dose necessaria di escogitazione filosofica che ad una disciplina così delicata non può e non deve mancare da sostegno.

Maestro cento volte tradito da allievi presuntuosi e un po’ tonti (ahimè, tutti americani), ha dovuto sopportare, nel corso degli anni ottanta e novanta, l’inqualificabile tradimento rappresentato da una sterile quanto inutile misurazione e “numerizzazione”, diciamo così, delle relazioni internazionali, quasi che solo la matematica e la statistica riescano a dare dignità di scienza a quello che scienza non è e non sarà mai: la Politica, l’accidente più esatto che sia mai comparso sulla faccia della terra.

Waltz, che ha scritto un’opera esemplare e fondamentale sulle relazioni internazionali come Man, the State and War (1959), bella come The Anarchical Society di quel bizzarro pensatore europeo in esilio australe che fu Hedley Bull (1932-1985), non ha solo fornito degli strumenti di analisi preziosissimi, dunque inutilizzati, agli attori della guerra fredda, ma ha scritto uno dei più bei trattati novecenteschi sull’essenza e sulla grandiosità dell’animo umano nell’agone della conquista e della prevaricazione. Un Hobbes aggiornato e capace di esaltare, non dannare, l’animus dominandi che ognuno di noi si porta dentro.

Forse la guerra fredda, con la morte di questi suoi tre protagonisti, è finita per davvero. Certamente le opere di Waltz le sopravvivranno come solo i classici sanno fare.

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hobbes

La paura al potere

Siamo mai usciti dallo stato di natura hobbesiano in cui la vita dell’uomo è “solitary, poor, nasty, brutish, and short”? Quanto ancora durerà l’hegeliano stato d’eccezione che dalla paura scaturisce e alla paura torna per legittimare la natura fondamentalmente monopolistica ed oppressiva del potere? 

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[dropcap]I[/dropcap]l mese che dolcemente muore è stato un periodo di ‘terrore’: come dopo i fasti di fuoco e sangue della rivoluzione francese venne quel buio periodo di vendetta e abominio che oggi, giustamente, è ricordato come “la grande Terreur”, oggi assistiamo ad un periodo altrettanto confuso, in cui le categorie dell’ambiguo e del contraddittorio sono chiamate a definire la situazione.

In un simile contesto, la paura prende il sopravvento, con tutta la sua carica di imprevedibilità, d’insondabilità e d’irragionevolezza. Compare e un po’ nemico della paura è il complotto: compare, perché sempre quando c’è confusione la dietrologia la fa da padrona, nemico perché in qualche modo mina alle radici la generale percezione della paura, che estende tutto il suo potere solo quando è un sentimento unanime e non conosce alternative.

Muovendoci con un sapiente utilizzo dell’obiettivo cinematografico, che in gergo tecnico è detto ‘dolly zoom’ o ‘effetto Vertigo’, che consiste nel portare avanti la cinepresa mentre lo zoom si ritrae, osserviamo come la situazione italiana, che osserviamo sin troppo da vicino, rifletta una generale percezione di instabilità.

La paura di un peggioramento ulteriore del contesto politico italiano ha portato un Parlamento, profondamente rinnovato e particolarmente giovane, ad affidare nuovamente, per la prima volta nella storia, l’incarico di Presidente della Repubblica all’ottantasettenne ex comunista Giorgio Napolitano, che passerà alla storia per le sue doti di finissimo stratega politico.

I complottisti patentati, i dietrologi istituzionalizzati del Movimento 5 stelle volevano portare al Quirinale il livorosissimo frequentatore di salotti radical Stefano Rodotà, personaggio noto agli addetti ai lavori ma sconosciuto, temo, all’ottantacinque percento di quanti, invasi dal delirio mistico legittimato dal fuoco dato alle tessere dei partiti d’appartenenza, ne invocavano il nome in piazza come si invocherebbe il santo patrono durante una fulminante epidemia di colera.

La storia si ripete in farsa: Napolitano aveva già battuto nel 1992 il prof. Rodotà nell’elezione per la presidenza della Camera dei deputati. Già allora i giornali definirono Napolitano “anziano leader migliorista” e già allora Napolitano mostrò al mondo di avere, come molti anziani, la lacrimuccia facile.

La paura del nuovo prevale, e citare qui gattopardeschi aforismi sarebbe fuori luogo: bisogna che niente cambi perché tutto resti com’è. I mercati apprezzano, lo spread si abbassa e Monti è il più illustre desaparecido della storia d’Italia.

Ma la paura vera si poteva leggerla, allo stato liquido e puro, negli occhi dei poverini che, pur svolgendo una biasimevole attività quale quella della corsa e dello jogging, troppo severamente sono stati puniti da due bombe che hanno fatto morti e feriti. Sui morti non c’è che da versare lagrime, ma sui feriti il fratello crudele della paura, il complotto, ha già sollevato dubbi e sin dalle prime ore dopo la tragedia circolavano foto raccapriccianti che però sarebbero frutto di fantasiosi trucchi da film americano, catastrofista quanto basta perché questo pristino e risalente sentimento umano, forse il più antico e il più radicato, sempre sia vigile e mai sopito.

Quello che è certo è il risultato prodotto: il popolo americano si sente nuovamente sotto attacco, e se gli States tremano, trema il mondo. Bisognerà poi chiarire i rapporti tra rivendicazioni cecene e sottili equilibri internazionali. Ma poiché la storia sempre si ripete, in farsa o in tragedia, la nostra mente vola a quel 14 gennaio 1858, quando un anarchico supporter della causa unitaria italiana, Felice Orsini, fece esplodere tre bombe, di fattura simile a quelle esplose a Boston, contro la carrozza di Napoleone III imperatore dei francesi, facendo 12 morti e 156 feriti. Napoleone si salvò, non lo stesso si può dire dell’attentatore, che finì ghigliottinato –lo strumento principe del Terrore- il 13 marzo dello stesso anno.

E a proposito di sottili equilibri internazionali, di terrore e di bombe, come tacere delle bizzarre minacce che il giovane e inespressivo dittatore nordcoreano ha messo su per consolidare il consenso interno alla sua disastrata nazione, per distrarre con un pretestuoso attacco nucleare il suo popolo che inspiegabilmente scoppia a piangere in massa ad ogni epifania del Caro Leader?

Non c’è bisogno di scomodare teorici equilibri della minaccia: la paura ha un potenziale difficilmente tacibile, impossibile da trascurare. Compatta i popoli, agevola il potere, consolida le relazioni sociali.

C’è solo da chiedersi: siamo mai usciti dallo stato di natura hobbesiano in cui la vita dell’uomo è “solitary, poor, nasty, brutish, and short”? Quanto ancora durerà l’hegeliano stato d’eccezione che dalla paura scaturisce e alla paura torna per legittimare la natura fondamentalmente monopolistica ed oppressiva del potere? Ah, saperlo.

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zanni

La serietà impossibile. Guida all’Italia d’oggi per turisti dello spirito

L’Italia si dimostra il luogo dell’Occidente dove è più dolce vivere, dove la tragedia non va mai in scena, dove s’è messa al bando ogni forma di mortifera pesanteur.

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[dropcap]P[/dropcap]aese storicamente incline alla farsa, l’Italia d’oggi tocca vette d’umorismo che nemmeno la gloriosa epoca della commedia dell’arte e del teatro di Goldoni, che insegnarono all’Europa un nuovo modo di ridere, riuscirono neppure a lambire. In Italia la serietà –il restare cioè integri, retti e pacati davanti ai più disparati accadimenti- è semplicemente impossibile: non vi è situazione che l’italiano non abbia occasione di ribaltare in farsa, in giuoco, in puro intrattenimento.

Terra del sole e del buon mangiare, affollata di donne sinuose che perdono ogni inibizione dopo la contrazione del matrimonio con rito cattolico, mai prima, e di uomini bravissimi a cantare e a fare all’amore, l’Italia si dimostra il luogo dell’Occidente dove è più dolce vivere, dove la tragedia non va mai in scena, dove s’è messa al bando ogni forma di mortifera pesanteur. Lieta di tanta sua levità, l’Italia coccola e nutre quest’immagine di sé della quale va particolarmente fiera. Al turista dello spirito si mostrano alcuni tra i più recenti episodi, testimonianza della giocondità e della profonda ilarità del popolo italiano.

Affranta da un lungo periodo di depressione economica ed esistenziale, causata dall’avvento al governo del Prof. Sen. Mario Monti e della sua squadraccia di anziani docenti polverosi fissati coll’affidabilità internazionale dell’Italia, alla prima occasione utile il Paese festosamente ha raggiunto i seggi elettorali, addobbati a festa nonostante le gravi mancanze di liquidità monetarie, formando lunghi cortei coloratissimi e rumorosissimi che si facevano sempre più nutriti a mano a mano che si attraversavano strade e piazze: l’Italia infatti è tra i Paesi europei ad avere il più alto tasso di partecipazione alle elezioni di tutto il mondo occidentale.

Dimentico dei torti subiti, il popolo italiano ha gioiosamente attribuito al capocomico Silvio B., guitto della provincia brianzola discendente da un grande istrione di Chioggia, ispiratore delle Baruffe chiozzotte, un plebiscito di voti reso non maggioritario solo da taluni guastafeste che leggono i giornali guerrafondai, grancassa dei padroni e dei poteri forti. Accanto a questo trionfo carnascialesco intonante tarantelle, saltarelle, pizzicarelle e antichi poemi rinascimentali inneggianti all’incertezza del domani, sfilava un più mesto ma non meno rumoroso corteo di “grillini” (in Italia sempre gli eponimi devono evocare il ridanciano e il grottesco). Costoro, a differenza dei seguaci di Silvio B., sono pericolosissimi: non perché siano più confusionari e caciaroni, ma perché, a differenza loro, questi si prendono dannatamente sul serio.

Sfilano coloratissimi e vocianti anche loro, ma hanno l’illusione di essere composti e intelligentissimi. Una tale illusione è data loro dagli elevati titoli di studio (alcuni hanno addirittura studiato in Texas) e da vaghi afflati rivoluzionari. Loro non sfilano, loro protestano, e attraverso questa nuova manifestazione dell’italico genio sono riusciti a fare di un’aula sorda e grigia il bivacco dei loro manipoli. In verità gli elettori, confusi, non avevano capito che solo alcuni sarebbero entrati in Parlamento, e anzi credevano che andando a votare si sarebbero conquistati ciascuno uno scranno: grande delusione quando sono venute fuori le facce degli “eletti”, sconosciute a tutti, soprattutto ai loro sostenitori.

Il più simpatico dei parlamentari grillini si è portato in aula un apriscatole e lo ha fotografato gioviale. Poi ci ha aperto una scatola di fagioli cannellini del discount e se l’è mangiata sul tavolo foderato di corame, prendendosi pure un rimprovero da un commesso in livrea.

Per onestà si dovrà anche dire che per cavalcare una simile ondata di caciaroni e confusionari patentati, anche il governo dei seriosi tecnici, nella persona del suo Ministro degli Affari Esteri, un bergamasco dall’aspetto solo apparentemente severo, vestiti i panni del suo concittadino Zanni, il servo astuto e trafficone della commedia dell’arte, ha deciso di dar prova della maestria teatrale dell’Italia recitando un pezzo da maestro, una scena madre internazionale: “Il ratto dei due marò, ovvero come ti distruggo la credibilità dell’Italia”. In un primo momento della recita si vede in scena Giulio Maria Terzi di Nonsisabenecosa vestire i panni cardinalizi di Richelieu, fare intrighi di palazzo, turlupinare il Primo Ministro con l’aiuto del suo fido notaro Balanzone in guisa di Ministro della Guerra e rapire alla lontana ed esotica India due preziosissimi esemplari di marò, lì illegalmente trattenuti. Applausi a scena aperta quando Zanni promette al Sultano (impersonato da un sempre bravissimo Kabir Bedi) di restituirgli al termine delle quattro settimane i due marò, e il credulone casca nella rete!

Nel secondo atto, Zanni, rivestiti i suoi panni di grisaglia ministeriale, platealmente annunzia che i marò sono suoi, e che il sultano non li rivedrà più. Stupore in sala. Ma dopo vicissitudini e capriole che non si raccontano per non svelare allo spettatore la trama, i due marò, con la soddisfazione di tutti, ritornano in India e lì restano per sempre. Cala il sipario, scroscio d’applausi.

Non sono pienamente convinto che una simile pièce possa trovare apprezzamento tra il più raffinato pubblico del resto d’Europa, ma insomma, fatti loro che credono ancora in sciocchezze rompipalle come la serietà, l’affidabilità e la dignità.

Lo straniero dello spirito che vorrà concludere il suo Grand Tour nello Stivale troverà qui pomodori messi a seccare allo splendido sole che ci benedice, mandolini e pizze ad ogni angolo di strada, calici di schietto vino rosso levati a garantirsi la benedizione di Dio sulle sue sorti.

Uno spettacolo irrinunciabile per chiunque voglia farsi qualche risata prima di tornare nel suo pallido Paese dalla fiorente economia, dall’industria sfavillante, dalla vita politica così pacificamente condotta. Marò che tristezza!

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Photo Credit: giorgiomartini.blogspot.it

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Roma senza Papa

Lo scacchiere geo-politico internazionale, come dimostra la storia stessa della cristianità, può essere scosso dall’elezione di un papa straniero: è accaduto recentemente con l’elezione di un Papa polacco in piena guerra fredda, ma non è stato certo un caso isolato. Quale che sarà la nazionalità del Papa, egli dovrà fare i conti con la modernità che possentemente bussa alle porte di San Pietro, e confrontarsi con un ruolo che trascende il governo di una città o di un principato e si proietta vieppiù sul globo terrestre nella sua intierezza.

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[dropcap]Q[/dropcap]uando, a metà degli anni ’60, Guido Morselli, nella sua solitaria cattività lombarda, scrisse il romanzo Roma senza Papa, straniante e surreale come tutti i suoi, ma capace di una superiore penetrazione nelle cose del mondo, non immaginava certo che sarebbe venuto il giorno, nemmeno troppo lontano, che le sue profezie si sarebbero inverate. Nel suo libro, Roma è senza Papa perché, in seguito a singolari stravolgimenti, la curia pontificia si trasferisce a Zagarolo, triste paesino laziale più volte oggetto di scherno da parte delle patrie arti. Ora la corte è invece trasferita a Castelgandolfo, e con essa il Papa, “che per viltade, certo, fece il gran rifiuto”.

Il romanzo di Morselli ha la singolare capacità di sottrarsi alla sua contestualizzazione storica (la fine del secolo ventesimo) e di galleggiare inafferrabile in un tempo che non è mai il suo; così oggi a noi pare di vivere una situazione fuori dalla contemporaneità, più vicina al buio medioevo e alle sue oscure trame: come allora, noi pure oggi abbiamo giullari e saltimbanchi e cantastorie pronti a raccontare alla piazza la loro versione della questione.

L’inconsueto accadimento è naturalmente osservato dappertutto nel mondo, e per i più disparati motivi. Quel che è certo è che la Chiesa di Roma, fedele alla sua pristina vocazione, è sempre ecclesiastica, assemblea di uomini, ed ecumenica, cioè estesa ovunque vi siano terre emerse. E’ trasversale alle storie, alle religioni, alle tradizioni, alle lingue: è, sempre, un fatto internazionale. Per questo bisognerà cavare dagli accadimenti dei prossimi giorni un po’ di più della testimonianza meramente giornalistica, dell’attestazione dei fatti e dei riti –che sono antichi e forse grotteschi come antichi e grotteschi sono gli abiti, antica e grottesca la fumata, antica e grottesca la lingua dell’annunzio, antico e grottesco è soprattutto il conclave, con la sua clausura al mondo, che oggi ci è resa impossibile praticamente anche nel supremo momento stercorario, in quel cesso che un tempo era l’unica stanza della casa dove veramente si poteva stare in beata solitudo: piccolo conclave di cloaca.

Come sempre accade per i fatti che si palesano già agli occhi dei mortali quali epocali e rivoluzionari, bisognerà che il mondo vi legga alcune necessarie lezioncine, che qui ora si proveranno ad imbastire.

Bisognerà chiedersi anzitutto che cosa spinge a viltade il Papa: sappiamo che uno dei due uomini che vestono totalmente di bianco –l’altro è lo scrittore Tom Wolfe- è uomo di lettere e di riflessione. Trovatosi in un serpaio di scontri tra alti prelati per la conquista dei gangli vitali del Vaticano, molto più che uno statarello di regime speciale, egli ha avvertito tutta la sua debolezza, la sua incapacità, la sua impotenza. Ciò ci permette di comprendere, più a fondo di qualunque astrazione, che il carisma e il vero potere non risiedono nel ruolo che si ricopre, nella nominalità dell’incarico. E questo è un insegnamento fondamentale per la valutazione delle relazioni tra Stati.

Bisogna poi interrogarsi circa la non eterna reiterazione delle forme e dei tempi del potere: un incarico elettivo che si annuncia vita natural durante viene improvvisamente dichiarato decaduto dallo stesso che lo detiene. Più spesso accade che a porre fine ad un governo interminabile sia invece una rivolta, una rivoluzione o un intrigo interno al regime. Il potere dimostra così la sua imprevedibilità, la sua non immaginabile riproduzione e reiterazione, la sua caducità. Vanitas vanitatis per tutti i dittatori del mondo che si credono eterni ed indispensabili.

Infine bisogna chiedersi quali saranno le conseguenze di un simile gesto: sono aperte le scommesse –stricto sensu- ma il vecchio adagio “Chi entra in conclave Papa ne esce Cardinale” sconsiglia previsioni affrettate che non sono proprie della onesta scienza. Certo la partita è aperta, e lo scacchiere geo-politico internazionale, come dimostra la storia stessa della cristianità, può essere scosso dall’elezione di un papa straniero: è accaduto recentemente con l’elezione di un Papa polacco in piena guerra fredda, ma non è stato certo un caso isolato. Quale che sarà la nazionalità del Papa, egli dovrà fare i conti con la modernità che possentemente bussa alle porte di San Pietro, e confrontarsi con un ruolo che trascende il governo di una città o di un principato e si proietta vieppiù sul globo terrestre nella sua intierezza.

Ad ogni modo, la sequenza cinematografica dell’abbandono del Vaticano su di un bianco aeroplano e la successiva situazione di anarchia e di vuoto sono plastica immagine di un intero mondo che si trova all’improvviso senza guida, capace di tutto e al contempo inetto, confuso e pericoloso, dove tutto può accadere. Il senso più profondo di una situazione che nessuna dottrina politica, nessuna teoria delle relazioni internazionali, nessuna provvisoria soluzione istituzionale è mai riuscita ad emendare.

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Photo Credit: Triumphs and Laments

Mali

Mali d’Europa

Un amaro cor(ro)sivo per un invito alla riflessione. E un messaggio di speranza, nonostante tutto.

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Mali

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[dropcap]S[/dropcap]i sono levate, le anime belle dell’Occidente, contro l’operazione neo-colonialista della Francia in Mali, versione aggiornata del nostro scatolone di sabbia. “E’ una vergogna –si è detto- che si permetta ad uno Stato straniero di ingerire nelle questioni interne al Mali, con metodi arbitrari e al di fuori di un accordo in seno all’ONU”. Le anime belle ritengono sempre sia meglio fare le guerre sotto un vessillo neutro che sotto quello di una potenza imperialista.

Oltre ogni attesa, gli aerei mandati con atto d’imperio dal moscio presidente Hollande sono riusciti nell’impresa di conquistare Timbuctù, senza nemmeno mettere in pratica l’olocausto di libri che segna le ultime pagine de “Il nome della rosa”. Come questa sia una vittoria di Pirro e come le truppe regolari non abbiano regolarmente il controllo di tutta la vasta area maliana lo dimostreranno le prossime settimane. Ma l’azione francese e la guerra in atto ci suggeriscono qualcosa di più di una semplice lezione di strategia militare.

Anzitutto, l’inestirpabile natura della guerra, che –le anime belle se ne facciano una ragione- travalica ogni sforzo di pacificazione mondiale: Kant mal si adatta al clima desertico, abituato com’è ai rigori di Kaliningrad. Questa guerra atroce, galvanizzante, attraverso la quale tutti devono passare per garantirsi un futuro migliore, per darsi arie di rivoluzione, per sparigliare le regole che amministrano il quotidiano e l’insulso.

Perché bisogna risparmiare all’Africa la tribolazione catastrofica e necessaria della guerra, se l’Europa, eccellendo in quest’arte difficile e suprema, ci ha costruito sopra la sua superiorità morale e materiale? Certo, meglio sarebbe se i soldati maliani potessero sparare veri colpi ed esplodere vere granate, senza simulare con la bocca, quasi una farsa di bambini che si baloccano con armi di legno, frulli e scoppi e cannonate, come un video pateticamente mostrava. Ma insomma: le guerre si fanno coi soldati che si hanno e c’est l’argent qui fait la guerre, come i nostri nonni ben sapevano.

La guerra è un passaggio irrinunciabile, e bisogna lasciare che, ovunque nel Mondo, si scannino e combattano senza risparmio, se è vero che da una guerra civile l’Occidente ci ha tirato fuori la sua meravigliosa democrazia, che del sangue di Atene e di Parigi s’abbevera ancor oggi. Non c’è altra Storia possibile, per quanto spregevole e raccapricciante, e non se ne può tacere l’evoluzione, non se ne possono nascondere le conquiste.

E poi, l’intervento francese in Mali, coi suoi potenti aerei che fanno tribolare le anime belle –“soldi tolti all’istruzione!” mentre le Università, per mancanza di prospettive, santamente si svuotano- e i suoi botti veri e le sue tute mimetiche e la sua legione straniera e le sue medaglie-se-fate-i-bravi, ci riporta alla realtà delle cose, e cioè alla coscienza imprescindibile che non ci libereremo mai della guerra.

Alla Francia noi dobbiamo sempre rendere il merito di mostrarci con anticipo e lungimiranza ciò che troppo spesso nella storia dell’Occidente noi abbiamo dimenticato: che alle radici d’Europa polemos è linfa, è concime salmastro e nauseoso che non si può rifiutare, che da esso nascono la pace e il nomos, di cui nessuno può dirsi mai sazio. Il nostro debito di confusi mentecatti del pacifismo non sarà facile da estinguere: paghi di guerra non lo saremo mai.

Lasciate che il Mali faccia le sue guerre, lasciate che a milioni si massacrino come in una perpetua notte di San Bartolomeo, in un eterno Terrore in cui le teste separate dai corpi non sono mai abbastanza; lasciate che l’Occidente, sotto i suoi occhi, veda consumate le battaglie che ha perduto, perché da queste tragga la paura che ci fa migliori; lasciate che l’Africa bruci, perché solo dalle sue ceneri potrà venire fuori un continente nuovo, conscio della sua potenza. La vera ingerenza, l’imperdonabile intromissione, sarebbe impedirle di sperimentare sulla sua pelle l’orrore della guerra, l’abominio del disastro, il languore del baratro.

Lasciate parlare la guerra, poiché la pace non ha più nulla da dire.

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Photo Credit: uhurunews

erdogan

Up Patriots To Turkey

NATO, Siria e Turchia: prove tecniche di guerra contemporanea.

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erdogan

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[dropcap]S[/dropcap]taranno arrivando in queste ore, via posta o in kit di montaggio, i quattrocento soldati che la Turchia ha chiesto alla NATO, di cui è membro dal 1952, per difendersi dal nervosissimo Assad. Con i militi giungerà anche una batteria di missili chiamati solennemente “patriot”, anche se non si capisce bene quale sia questa Patria evocata, tanto disparato e multiforme è l’universo-NATO.

Una delegazione è andata in gita –tutto spesato, ça va sans dire- fino alla base militare che ha il poco simpatico nome di Malatya, nel sud del Paese, verso il confine con la Siria, proprio quello che la Turchia vuol proteggere con questi missili nuovi di zecca (ma saranno davvero nuovi, questi missili, o c’è il rischio che siano invece fondi di magazzino della guerra fredda?).

Rasmussen, il segretario generale dell’allegra combriccola (il prossimo, tenetevi forte, sarà l’ineffabile, immarcescibile Franco Frattini) lo aveva annunciato a fine novembre: la NATO autorizzerà la spedizione e i patriottici missili, forniti da Stati Uniti, Olanda e Germania –che ci mette anche i suoi efficientissimi quattrocento prussiani- giungeranno in Turchia e saranno installati nelle province di Gaziantep e Sanliurfa.

Gli States, galvanizzati non si sa perché ad ogni tiro di schioppo, ad ogni colpo di mortaretti, hanno allarmato le portaerei e i velivoli della loro base di Incirlik.

Qualche riflessione emerge sua sponte, sollevata da certe congiunte leggi della fisica e della teoria delle relazioni internazionali. Anzitutto, la Turchia, che esce fuori da due faticosi decenni di tira e molla con una confusa Unione Europea, si è definitivamente rassegnata e anzi trova oggi vantaggioso lasciar perdere la questione dell’adesione ad un continente impoverito e in grave difficoltà.

Ma Erdogan, che i suoi detrattori tacciano di sultanismo, nonostante lui stesso richiami costantemente la grande tradizione ottomana, s’interroga oggi sempre di più su quale sia e debba essere in futuro il ruolo della Turchia nel contesto geopolitico euro-asiatico. E’, questa Turchia, al netto d’ogni considerazione, una potenza insoddisfatta e ambiziosa, nostalgica d’antichi fasti e bramosa di nuovi trionfi.

La sua solidità economica e sociale (se si escludono periodiche scaramouches col PKK), il suo prestigio internazionale, la considerazione di cui gode a cavallo tra Oriente e Occidente – gli uni ne apprezzano la parvenza di democrazia e laicismo, gli altri il suo essere irriducibilmente baluardo della tradizione levantina e musulmana- le concedono poteri speciali.

Compreso quello di fare la guerra, o almeno di assestare colpi decisivi a potenze deboli e discusse come la confinante Siria – la fine della guerra civile, dopo il vasto riconoscimento internazionale alla sua opposizione, tarda ad arrivare- o il temibile Iran – che conferma oggi di dover continuare “per forza” il processo d’arricchimento dell’uranio, per scopi pacifici, of course.

Ma quali saranno le ripercussioni sugli equilibri mondiali dopo che, in barba ad ogni rassicurazione, la Turchia farà esplodere i missili che le sono stati patriotticamente ceduti dalla NATO?

E’ infatti sicuro, e la Turchia l’ha dimostrato nelle scorse settimane, che non si farà scrupolo di rispondere massicciamente ai petardi gettati dall’altra parte della linea di confine.

Ci si troverebbe davanti all’incresciosa situazione di un Occidente che arma una potenza inquieta ed innesca la polveriera medio-orientale; tenendo conto del fatto che Mosca ha già iniziato a tuonare contro la decisione della NATO di rafforzare il confine meridionale turco, saremo costretti nei prossimi mesi ad interrogarci nuovamente sul ruolo e sul significato dell’Alleanza Atlantica che, per legittimare la sua utilità fuori tempo massimo, deve di tanto in tanto fomentare la rissa e costruirsi un nemico.

Battiato qualche anno fa cantava “Up patriots to arms, engengez-vous!”.

La guerra contemporanea mi butta giù.

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Photo Credit: osipovva

Orbis Terrarum Nova Et Accuratissima Tabula

The Italian Observer

La nuova rubrica mensile dell’edizione italiana di The Risky Shift.

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[dropcap]L[/dropcap]a redazione italiana di The Risky Shift è lieta di annunciare l’introduzione di una nuova rubrica, in aggiunta alle sezioni Analisi & Commenti e Il meglio di TheRiskyShift.com

The Italian Observer è stato pensato come uno spazio prettamente domenicale. Curata da Marzio Maria Cimini, la rubrica si occuperà di commentare, con pungente ironia e profonda conoscenza dei fatti, il complicato e affascinante milieu degli affari e delle relazioni internazionali.

The Risky Shift, nel continuo sforzo e nella speranza di far luce su alcuni di questi avvenimenti, non rinuncia al suo carattere culturalmente “impegnato”. The Italian Observer, pertanto, vuole rispecchiare il senso delle parole di Raymond Aron:

Decisi allora di essere un «osservatore impegnato». Volevo essere l’osservatore della storia mentre si realizzava, preoccupandomi di essere, rispetto a questa storia che si realizzava, quanto più possibile oggettivo e insieme non del tutto distaccato, ma impegnato. Volevo unire insieme l’atteggiamento dell’attore con quello dell’osservatore.

Raymond Aron, Le spectateur engagé, 1981.

 

Buona lettura a tutti.

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Se sei interessato a collaborare con l’edizione italiana di TRS, invia una e-mail a [email protected]

Maggiori informazioni per autori e collaboratori sono disponibili qui.

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Photo Credit: 517design