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Argo Fuck Yourself – Quando il cinema si fa storia prima che la storia si faccia cinema

Ciò che di Argo convince meno è la scelta del regista di costruire una narrazione che cede alla facile tentazione di allineamento dello spettatore con il punto di vista dell’agente CIA e dei sei rifugiati americani, soggiacendo al manicheismo nazionalista americano, per il quale i rivoluzionari iraniani vengono effettivamente percepiti come i nemici, o per lo meno gli antagonisti della storia.

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[dropcap]L’[/dropcap]ottantacinquesima edizione degli Academy Awards che ha visto tra i protagonisti assoluti film fortemente improntati al patriottismo, come gli storici Les Miserables e Lincoln, il controverso war movie contemporaneo Zero Dark Thirty ed il thriller drammatico Argo, è terminata con la solenne ed inedita premiazione di quest’ultimo, per opera della first lady statunitense, Michelle Obama, che, direttamente dalla Casa Bianca, ha annunciato il trionfo del film di Affleck.

Argo è un singolare thriller drammatico di ambientazione storica che narra la rocambolesca missione architettata dall’agente CIA Tony Mendez, interpretato nel film da un solitario e malinconico Ben Affleck, per salvare sei ostaggi americani in Iran. Il film è tratto da una vicenda storica realmente accaduta nel 1979, quando in seguito ad un assalto dei militanti iraniani all’ambasciata americana di Teheran, sei funzionari statunitensi si sono messi in salvo, trovando segretamente rifugio presso la residenza dell’ambasciatore canadese.

La causa della rivolta è l’asilo offerto dal governo USA allo Scià Mohammad Reza Pahlavi, responsabile delle sofferenze del popolo iraniano e uomo di condotta riprovevole.

È proprio l’atteggiamento di connivenza e di protezione verso lo Scià, recatosi a New York nel 1979 per curare un cancro, il motivo scatenante della rivolta dei rivoluzionari iraniani e la conseguente crisi degli ostaggi, che ha coinvolto ben cinquantadue membri della diplomazia americana dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981.

Questo rappresenta il punto di partenza per il film di Affleck che decide di introdurre lo spettatore, sin dalle prime battute, in un universo diegetico strettamente attinente al dominio del reale, mediante una ricostruzione storica fedele ed accurata, con la volontà di portare alla luce un avvenimento importante e poco noto, concernente il passato recente degli Stati Uniti.

Per tali ragioni il film apre con una voce fuori campo introduttiva, estranea ai protagonisti della vicenda, che ripercorre brevemente, con l’ausilio visivo dello storyboard, intervallato da immagini d’archivio e fotografie, le vicissitudini politiche del popolo iraniano, che sin dalle origini dell’impero persiano, ha vissuto per oltre duemila anni sotto il dominio monarchico degli Scià. Nel 1950, con le elezioni del primo leader democratico Mohammad Mosaddegh, gli iraniani ottengono la nazionalizzazione delle proprie riserve petrolifere, in precedenza controllate da Gran Bretagna e Stati Uniti. Proprio questo cambiamento spinge nel 1953 il governo britannico e quello statunitense ad organizzare un colpo di stato per deporre Mosaddegh e portare al potere lo Scià Reza Pahlavi, del quale il film traccia un profilo di uomo corrotto e di sovrano sanguinario e repressivo, reo di voler occidentalizzare l’Iran e di far vivere la popolazione in situazione di povertà e miseria estrema.

Nel 1979 il gruppo di rivoluzionari depone lo Scià che tuttavia riesce a trovare asilo negli Stati Uniti, scatenando la rabbia e l’indignazione dei militanti di Teheran, che ne richiedevano la pubblica impiccagione.

Il prologo, seguendo un registro di carattere documentaristico, si propone di riportare con chiarezza e terzietà il background storico politico dal quale si sviluppa poi il plot narrativo della pellicola, ascrivendo inequivocabilmente e senza alcuna giustificazione le gravissime colpe statunitensi e britanniche verso il popolo iraniano, alimentate da spietate logiche economiche.

Se il primo blocco filmico presenta una splendida ricostruzione dell’assalto all’ambasciata americana di Teheran, nella seconda parte la narrazione si focalizza sull’ideazione e preparazione di uno stravagante piano per il recupero dei sei ostaggi da parte dell’agente CIA Tony Mendez. Questo, scartate tutte le possibili coperture tradizionali per i fuggitivi, decide di porre al vaglio del ministero per la cultura iraniano il progetto per la realizzazione di un film fantascientifico intitolato Argo: uno Star Wars da ambientare nel deserto iraniano, tratto da una sceneggiatura già redatta, ed acquistata da Mendez sotto le false spoglie di produttore cinematografico. L’espediente del film offre la possibilità di trasformare i sei funzionari americani in membri della troupe, ottenendo quindi il permesso di lasciare il Paese. La complessa idea dell’esperto CIA richiede, per garantire un’assoluta credibilità, la collaborazione di reali professionisti dello star system, per cui Mendez si affida al celebre make-up artist John Chambers (personaggio reale) ed all’eccentrico produttore Lester Siegel (personaggio di finzione).

Le peripezie che conducono alla pre-produzione di questo fake-movie conferiscono al film di Affleck una venatura comica, che si allontana dal cinéma véritè della prima parte, spostando l’attenzione dello spettatore sull’allestimento del difficilissimo piano di salvataggio.

Il segmento finale della pellicola mette in scena l’attuazione della pericolosa e difficile operazione, grazie alla tenacia ed all’intuito di Mendez ed al prezioso aiuto dell’ambasciatore canadese e della sua governante iraniana. Il film cambia ancora una volta registro, poiché il regista sceglie di rinunciare alla verosimiglianza iniziale e sbilanciarsi verso la finzione narrativa, realizzando la spettacolare sequenza dell’inseguimento in aeroporto, pregna di suspense e tensione emotiva, caratteristiche dello stilema del thriller, ma lontana dalla realtà dei fatti.

A Ben Affleck va attribuito il grande merito di aver portato in scena una storia sensazionale realmente accaduta, muovendosi con grande padronanza tra generi e linguaggi cinematografici differenti, preservando una difficile solidità della narrazione, senza rinunciare alla spettacolarità e all’emotività del cinema hollywoodiano.

Ciò che di Argo convince meno è invece la scelta del regista di costruire una narrazione che, seppur dopo una dura constatazione critica della posizione statunitense in esordio di pellicola, cede alla facile tentazione di allineamento dello spettatore con il punto di vista dell’agente CIA e dei sei rifugiati americani, soggiacendo al manicheismo nazionalista americano, per il quale i rivoluzionari iraniani vengono effettivamente percepiti come i nemici, o per lo meno gli antagonisti della storia.

Anche la scelta di attribuire alla persona di Mendez la quasi totalità dei meriti dell’operazione, in una classica rappresentazione cinematografica dell’eroe hollywoodiano, mina alla premessa di verosimiglianza storica, poiché omette o non rileva adeguatamente il grande ruolo del governo canadese per la riuscita della missione, a tal punto da suscitare le polemiche dello stesso ambasciatore Ken Taylor per il ridimensionamento del suo ruolo, spingendo il regista a modificare il postscript in seguito alla prima proiezione ufficiale.

Argo, per quanto un film stilisticamente ineccepibile e sicuramente tra i migliori dell’anno, si dimostra però politicamente meno coraggioso ed interrogatorio rispetto ad una pellicola come Zero Dark Thirty boicottata dall’Academy e fortemente criticata dai media statunitensi, poiché a differenza del film della Bigelow, afferisce ad un contesto storico-politico di responsabilità ormai temporalmente distanti e distinte.

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Photo Credit: Desmond Kavanagh