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Serbia e Kosovo, il sottile confine tra verità politica e giuridica

Sono 98 i Paesi aderenti all’ONU, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, che riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi BRICS – negano un suo riconoscimento formale.

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[dropcap]“O[/dropcap]ggi è una giornata storica, un momento decisivo per il Kosovo e per la regione”. Con queste parole il primo ministro kosovaro, Hashim Thaci, lo scorso 2 aprile, aveva aperto l’ultimo incontro con Ivica Dacic, suo omologo serbo, a Bruxelles. Le trattative, vertenti sullo status della regione settentrionale (“Kosovska Mitrovica” o “Mitrovica”) del neo costituito Kosovo, assumono un valore particolare, tenuto conto del riconoscimento mai avvenuto da parte serba dello Stato kosovaro medesimo.

Proprio attraverso queste trattative, si potrebbe giungere a una nuova epoca per gli Stati coinvolti, per la regione balcanica e per l’Unione Europea (“UE” o “Unione”). Infatti, dallostatus giuridico di Mitrovica, almeno in parte, dipende il riconoscimento serbo di Pristina e da questo, a sua volta, la possibilità di ammissione della Serbia all’Unione.

Il 17 febbraio 2008, le autorità di Pristina, futura capitale, dichiararono l’indipendenza del Kosovo, regione con popolazione prevalentemente albanese, situata nella parte meridionale dello Stato serbo, al confine con Montenegro, Albania ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Allora, come oggi, il Kosovo beneficia del supporto amministrativo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (“ONU” o “Organizzazione”), come disposto dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza del 1999 (“UNMIK”).

Attualmente, 98 dei Paesi aderenti all’Organizzazione, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi cdBRICS – negano un suo riconoscimento formale.

Kosovska Mitrovica e, dunque, le trattative di martedì scorso appaiono determinanti per lo sblocco dei negoziati, in atto dal 2008, tra Belgrado e Pristina. Infatti, sebbene il Kosovo sia in maggioranza popolato da comunità albanesi, rappresentati circa il 90% della sua popolazione totale, le comunità serbe sono presenti e si concentrano nell’area settentrionale del neo Stato, in prossimità di quello serbo.

Una soluzione relativa a suddetta regione, potrebbe rivelarsi decisiva ai fini del riconoscimento serbo dell’intero Kosovo. Ciò comporterebbe almeno due rilevanti conseguenze. In primo luogo, verrebbe meno un notevole impedimento per l’ammissione serba all’UE e, quindi, per la possibilità di ulteriore allargamento di quest’ultima nella regione balcanica. In secondo luogo, l’azione serba potrebbe indurre altri Paesi a concedere quel riconoscimento politico fino a oggi negato e rappresentare una chance per l’affermazione di vecchi e nuovi equilibri internazionali.

Le trattative e, dunque, il riconoscimento assumono valore prettamente politico. Infatti, da un punto di vista giuridico, è prevalente l’orientamento che individua come elementi essenziali, per la costituzione del nuovo Stato, i cd. criteri di Montevideo.[1] Lo Stato, per essere tale, deve soddisfare precisi requisiti, con riguardo alla popolazione, al territorio e al governo, nonché alla capacità di instaurare delle relazioni giuridicamente rilevanti con altri soggetti di diritto internazionale.

A sostegno di quanto sostenuto dalla prevalente dottrina di diritto internazionale, in passato, è intervenuta la stessa Corte Internazionale di Giustizia (“Corte”). In particolare, già nel parere del 22 luglio 2010, la Corte non riconobbe alcuna violazione del diritto internazionale nell’unilaterale dichiarazione d’indipendenza ma, d’altra parte, neppure si espose per validarne il contenuto.

In seguito, si presentarono alla comunità internazionale nuovi casi, con simile oggetto, che confermarono quanto ritenuto dall’orientamento giuridico prevalente (rilevano, di recente, i casi di dichiarazione d’indipendenza della regione del Mali, Azawad, il 6 aprile 2012 e delriconoscimento della Palestina, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre scorso), ossia la natura dichiarativa e non costitutiva del riconoscimento.

Sebbene, dunque, il riconoscimento serbo del Kosovo assuma valore prevalentemente politico e in nessun caso costitutivo, continua ad apparire estremamente rilevante per diversi attori ed equilibri.

Martedì 9 aprile, la Serbia ha infine annunciato di non essere disposta a sottoscrivere le proposte avanzate dalle autorità di Pristina, in accordo con l’Unione, in riferimento a Kosovska Mitrovica. Le proposte, infatti, non terrebbero in alcun modo conto degli interessi nazionali serbi, secondo Belgrado. Le trattative continueranno, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma dovranno essere altresì considerate le pretese serbe: autonomia esecutiva e amministrativa di Mitrovica, in materia di sicurezza, di polizia e di giustizia.

Nonostante i primi, immediati, segnali di disappunto da Bruxelles, si attendono i formali rapporti della Commissione europea e le considerazioni di Catherine Ashton dinnanzi al Consiglio Affari Esteri, rispettivamente il 16 e il 22 aprile prossimi. È ragionevole ritenere che, almeno da un punto di vista politico, in quelle occasioni verranno prese posizioni non soltanto in riferimento alle relazioni serbo-kosovare, ma anche ai futuri programmi di allargamento dell’Unione e dei rapporti di quest’ultima con l’intera comunità internazionale.[2]

[toggle title=”Note”]

[1] Sanciti con l’omonima convenzione del 1934, sono oggi pacificamente ritenuti appartenenti al diritto internazionale consuetudinario.

[2] Si ricordi che la mediazione dell’Unione Europea, nei rapporti tra Kosovo e Serbia, è stata accolta e incoraggiata dalla comunità internazionale mediante la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 10980 del 9 settembre 2010.

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Photo Credit: Aardvark EF-111B

 

Interviste #1: La privatizzazione della salute globale

Il Professor Missoni aiuta a far luce sul “perché” e sul “come” i nuovi attori globali, come alcuni rappresentanti della filantropia e le partnerships pubblico-privato, influenzano le politiche e i programmi di salute globale, limitando l’attività di promozione di politiche regolatorie e linee guida da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

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Professore, nuovi attori potrebbero influenzare radicalmente le politiche per la salute globale nei prossimi anni. Ci spiega meglio perché?

Tradizionalmente i principali enti finanziatori dei programmi e delle politiche sanitarie a livello internazionale, con particolare riferimento ai programmi che si realizzano nei Paesi più poveri, erano gli Stati,  in particolare i Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).  Questo scenario si è modificato nell’ultimo decennio, per l’emergere di nuove organizzazioni sullo scenario internazionale e per la scelta, da parte del sistema Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), d’intensificare i rapporti di collaborazione con il mondo privato.  Ciò era dovuto in parte alle accuse di scarsa efficacia e d’inefficienza burocratica mosse al sistema, in parte al prevalere dell’ideologia neo-liberale che voleva ridurre la presenza delle strutture pubbliche a favore del commercio e delle industrie private. Come risultato l’OMS ha promosso le collaborazioni con il settore privato delle grandi industrie transnazionali e con le emergenti fondazioni della filantropia globale, e sono aumentate  le partnerships pubblico-privato nel settore sanitario.

A chi fa riferimento in particolare?

In primis alla Bill and Melinda Gates Foundation (BMGF). Si costituisce nel 2000 dopo la fusione tra la William H. Gates Foundation e la Gates Library Foundation. Nel 2006 Warren Buffet ha promesso 10 milioni di azioni della Berkshire Hathaway, facendo diventare la BMGF la maggiore fondazione al mondo con un valore di circa 37 miliardi di dollari. L’attività della fondazione è concentrata su tre programmi di finanziamento: salute globale, sviluppo globale e Stati Uniti. La natura privata e la missione filantropica della fondazione pongono la stessa in una posizione unica e pivotale nell’arena della salute internazionale. Per comprendere il potere economico e politico della BMGF, basta pensare che nel ranking dei finanziatori dell’OMS, occupa il secondo posto, alle spalle solamente di Stati Uniti e Regno Unito [ultimi dati disponibili 2010, NdR]. Passando alle partnerships pubblico-privato, nel settore sanitario emergono la Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI) e il Global Fund To Fight Against AIDS, Malaria and Tuberculosis (GFATM). Tali attori, pur non avendo un mandato di direzione della salute globale (che spetta all’OMS), influenzano in maniera rilevante le politiche sanitarie globali.

Potrebbero, questi attori, ridimensionare il potere politico e decisionale dell’OMS? E perché?

Certamente sì, per comprendere il perché è necessario fare un breve riferimento a chi finanzia l’OMS. I fondi dell’OMS si dividono in due categorie: i contributi obbligatori e i contributi volontari. I contributi obbligatori sono pagati dagli Stati membri , calcolati in base alle capacità finanziarie dei singoli Stati e costituiscono il 24% del totale. Il restante 76% dei finanziamenti è raccolto su base volontaria da parte sia degli Stati membri, che di altre Istituzioni Internazionali, fondazioni, partnerships, privati e società civile. Le fondazioni, ad esempio, finanziano il 26% dei contributi volontari. La peculiarità dei finanziamenti volontari è la loro natura vincolante: chi finanzia può decidere cosa finanziare. Il risultato è ovviamente una diminuzione dell’indipendenza dell’OMS e il rischio d’incapacità di guidare l’agenda globale delle politiche sanitarie.

Come si configurerà il ruolo dell’OMS? Rimarrà quello di policy advisor a livello internazionale oppure assumerà quello di coordinatore?

Il mandato OMS, in verità, prevede entrambi i ruoli, oltre che la responsabilità nel definire gli standards, supportare i Governi, ecc.. La debolezza finanziaria dell’organizzazione, oggi vincolata drasticamente ai contributi volontari “assegnati” (earmarked) a finalità stabilite dai donatori, fa si però che vengano privilegiati i programmi verticali e le priorità definite dai donatori stessi. Ad esempio,  il forte accento posto dalla BMGF sui vaccini, si riflette sulle scelte dell’OMS a favore degli stessi; oppure la grossa disponibilità finanziaria del Global Fund To Fight Against AIDS, Malaria and Tuberculosis ha spinto l’OMS a preoccuparsi principalmente di tali malattie, trascurandone altre che potrebbero aver uguale o maggiore importanza in termini di mortalità o morbosità. È evidente la difficoltà dell’OMS nel promuovere politiche regolatorie e linee guida per l’industria alimentare e farmaceutica. È questo il problema centrale.

E il Framework Convention on Tobacco Control?

Il FCTM costituisce, al contrario, un esempio di successo recente dell’OMS come policy advisor. È il primo trattato evidence-based negoziato sotto l’auspicio dell’OMS, con il supporto della società civile. Il trattato è stato possibile nonostante l’opposizione del cartello del tabacco e di alcuni influenti Stati. È la prova che l’OMS potrebbe, se guidato adeguatamente, riuscire a mantenere un ruolo di riferimento per le politiche sanitarie, nonostante l’emergere dei nuovi attori e nonostante le ricordate problematiche finanziarie.

Margaret Chan (Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 2010 ha dichiarato che l’OMS dovrà cercare un approccio più coordinato e disciplinato per la mobilitazione delle risorse finanziarie, poiché 80% delle risorse non è considerato sostenibile. Esiste un dibattito per riformare l’OMS, a seguito  dei rilevanti cambiamenti derivanti dall’ingresso dei nuovi attori?

Sì, il dibattito è in corso dal 2011 e si dovrebbe risolvere realisticamente nel 2014.  La nuova proposta manageriale consiste in un meccanismo chiamato “dialogo finanziario”. Secondo Margaret Chan, in una prima fase le priorità per la salute globale dovrebbero essere definite dagli Stati membri e l’OMS non dovrebbe accettare alcun finanziamento che non sia legato alle priorità individuate dagli Stati. Solo successivamente dovrebbe essere aperta una “Pledging Conference”, ossia un fase due in cui è garantito l’accesso ai nuovi attori della salute pubblica. La riforma ha l’obiettivo di garantire una maggiore trasparenza e preservare indirettamente il ruolo di policy advisor dell’OMS. Aggiungerei che la posizione dei Paesi BRICS (in particolare Brasile, India e Cina), oltre che delle emergenti economie dei Paesi arabi, potrebbe avere un peso politico in grado di influenzare il dibattito.

Alla luce delle considerazioni effettuate e indipendentemente dall’esito del dibattito interno all’OMS, è possibile affermare che sia in corso un processo di “privatizzazione della salute globale”?

Credo che il fenomeno della privatizzazione della salute globale sia già divenuto realtà. Si tratta di un fenomeno vincolato non solamente alla BMGF o alle partnerships globali pubblico-privato, ma anche all’azione di marketing delle case farmaceutiche e all’industria alimentare, capaci di influenzare informalmente le politiche sanitarie globali. L’OMS è, e rimarrà, un’organizzazione politica. Interessante sarà scoprire se nel prossimo futuro l’autonomia strategica dell’organizzazione per la sanità pubblica sia destinata a soccombere agli interessi economici dei nuovi attori.

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Eduardo Missoni è docente di Salute Globale presso la SDA-Bocconi e l’Università Bicocca di Milano. Già volontario medico in Nicaragua, funzionario dell’UNICEF e esperto della DGCS-MAE, dal 2004 al 2007 é stato Segretario Generale del World Organization of the Scout Movement.

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Photo Credit: eduardomissoni.info

Di percezione e realtà: il multipolarismo dopo la Guerra Fredda

Accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti.

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[dropcap]I[/dropcap]n seguito al crollo del muro di Berlino nel 1989, e la conseguente dissoluzione dell’URSS, il momento post-Guerra Fredda diveniva a guida americana, unipolare ed egemonico, e un’intera categoria di Paesi faceva registrare un aumento costante della crescita economica. Tra questi, anche le economie dei Paesi emergenti, che avvaloravano così la teoria dei vantaggi dell’arretratezza delle condizioni di partenza (Gershenkron, 1962), prefigurando una futura convergenza con quelli economicamente più avanzati, anche in termini di influenza e potere politico.

In questa breve trattazione si cercherà di analizzare l’attuale scenario internazionale, verificando l’attendibilità di alcune delle principali previsioni di medio-lungo periodo sulla crescita economica e relative conseguenze. I BRICs, innanzitutto, rappresentano un valido esempio: la Cina è passata da una crescita a doppia cifra registrata nel 2010, ad un “misero” 7.8% del 2012. Il Brasile, nello stesso periodo di tempo, è passato da una crescita maggiore del 7.5% a poco meno del 2%, l’India dal 10.1% al 4.9% e la Russia dall’8% del 2007 al 3.7% del 2012.

Sebbene questi indebolimenti non possano essere assimilabili ad un arresto, risulta evidente come persino una crescita economica apparentemente inarrestabile implichi dei costi di sostenibilità nell’arco di un decennio. Come ha fatto notare l’economista dell’Università di Harvard, Dani Rodrik, il “percapita income gap” tra economie emergenti ed economie sviluppate è addirittura aumentato tra il 1950 e il 2000. Pertanto, nonostante il nuovo millennio sembrasse garantire una diminuzione di questo differenziale, nel 2011 si è ritornati al livello del 1950.

Tra l’altro, accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti. Come riportato dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, tutte le previsioni di crescita per il 2013 sono al ribasso quasi ovunque, specialmente in Europa e Cina.

Di conseguenza, si registra uno iato evidente tra quelle che sono, a tutti gli effetti, grandi potenze e tra coloro che aspirano ad essere tali. Infatti, a livello politico le sfide per i nuovi protagonisti della scena multipolare si preannunciano gravi e di difficile superamento.

Il colosso cinese dovrà essere chiamato ad affrontare sfide di natura strutturale. A Pechino il margine di manovra politica è condizionato dall’invecchiamento della popolazione, conseguente agli effetti della one-child policy in voga dal 1979, e da quello che, riprendendo Arthur Lewis, viene definito come il Lewis Turning Point. Secondo tale modello, utile a spiegare lo sviluppo industriale, viene ipotizzata una situazione di partenza simile a quella presente nei Paesi arretrati come la Cina di qualche decennio fa: la prevalenza di manodopera sottoccupata nel settore agricolo. L’economia, pertanto, è suddivisa in due settori: uno stazionario, cioè l’agricoltura, e uno moderno, l’industria. Lo sviluppo inizia con un aumento della domanda di prodotti industriali, che provoca un trasferimento di forza lavoro, in esubero nel settore agricolo, da quest’ultimo al settore industriale. Dato l’eccesso di lavoratori, i salari sono molto bassi e quindi le imprese hanno un notevole profitto, che viene poi reinvestito nelle aziende. Finché c’è un eccesso di manodopera nel settore agricolo, il processo di accumulazione degli investimenti e dei profitti procede nel settore industriale, ma quando si verifica il processo inverso, e l’eccesso di domanda di lavoro proveniente dal settore agricolo è stato già ampiamente riassorbito, una economia di tipo industriale subisce seri rallentamenti e gravi perdite di profitto. A tali problematiche se ne aggiungono due di natura politica: la prima, riguardante la supposta capacità del Politburo di Pechino di coniugare un’esigenza di legittimità domestica con il monopolio del potere da parte del partito, finora necessario per la pace sociale. La seconda di politica estera, tutta rivolta al mantenimento dell’influenza cinese nel Sud-Est asiatico.

Giungendo alle conclusioni, due problemi emergono da quanto finora scritto, l’uno di tipo metodologico e il secondo di tipo economico-politico. In primo luogo sarebbe necessario interrogarsi se il PIL, e le relative previsioni di crescita e decrescita, sia un valido indicatore per etichettare alcuni Paesi come “grandi potenze”, o anche solo per effettuare comparazioni attendibili senza il rischio di distorcere un’analisi seria e puntuale. A questo proposito, sembra più ragionevole paragonare Paesi che godano dello stesso reddito pro-capite. Questo, anche per evitare di cadere in visioni limitate che tendano a interpretare i Paesi emergenti come antropologicamente proni alla disuguaglianza, e i suoi cittadini non esigenti di importanti strutture sociali quali il welfare, la sanità e l’istruzione pubblica a livelli occidentali. Per quanto riguarda il secondo, sebbene il valore di previsioni politiche ed economiche possa risultare analiticamente accettabile, presenterà sempre alcuni rischi. In effetti, l’elemento cruciale risiede nel potere d’influenza che queste previsioni potrebbero avere nel presente, indirizzando o meno alcune politiche economiche nel medio e lungo periodo. La teoria, pertanto, deve rimanere uno strumento utile per capire la realtà e il suo progredire, ma di certo non il solo per comprendere tematiche e questioni politico-sociali.

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Photo Credit: MREBRASIL

Gli Stati Uniti Tra Antiche Sfide E Nuovi Dilemmi Geopolitici

Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta.

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L’ elezione di Barack Obama, come 45esimo Presidente degli Stati Uniti, merita una riflessione approfondita sull’impatto che la nuova amministrazione avrà sulla politica internazionale. I prossimi quattro anni, in effetti, preannunciano su questa linea una molteplicità di sfide e veri e propri rompicapi, i cui epiloghi potrebbero condurre ad uno scenario globale completamente stravolto rispetto agli adagi tradizionali. Il complesso rapporto con l’Europa, la difficile situazione mediorientale, l’incognita cinese e le nuove attenzioni rivolte al Pacifico rappresentano le più urgenti questioni che la nuova amministrazione dovrà affrontare.

Una comprensione più approfondita delle relazioni transatlantiche nel corso dell’ultimo anno, rivela come il vecchio continente sia quanto mai centrale nelle valutazioni strategiche di Obama. Infatti, contrariamente alle opinioni di alcuni osservatori continentali, il presidente americano ha già dimostrato nel mese di giugno, quando la crisi economica spingeva l’unione monetaria europea e la Grecia verso un inevitabile tracollo, di temere la destabilizzazione della fragile e lenta ripresa americana.

La reazione di disappunto, maturata a livello europeo, ha posto in discussione la partnership privilegiata che lo stesso Obama aveva ridefinito come essenziale all’indomani della sua elezione nel 2008. Come preconizzato a maggio dall’ex Presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, l’Europa e le sue scelte di politica economica sarebbero diventate decisive nella corsa alla Casa Bianca. Allo stesso modo, seppur da prospettive differenti, l’argomento “Unione Europea” non è stato trascurato neanche da Mitt Romney nel corso della campagna elettorale. Hanno colpito, infatti, le parole dello sfidante repubblicano, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero rischiato di precipitare nella disastrosa situazione economica di Italia e Spagna qualora Obama avesse ottenuto un nuovo mandato. Nel bene o nel male, la questione europea è stata centrale per la rielezione del candidato democratico, come ha dimostrato il successo ottenuto da quest’ultimo in Ohio, teatro del piano di salvataggio statale di Chrysler e della partnership con FIAT. Anche per queste ragioni è lecito pensare che il rieletto Presidente porrà maggiore attenzione alla stabilità della moneta unica, quale pilastro fondamentale per l’interdipendenza economica e finanziaria. In ogni caso, è fuori discussione che tali attenzioni si riflettano in un rapporto euro-atlantico basato sulle stesse stringenti logiche di cooperazione risalenti alla guerra fredda.

Per quanto riguarda la situazione mediorientale, la posizione diplomatica della Casa Bianca rimane ancora incerta e non definita. Considerato un consequentialist da Ryan Lizza, in virtù di un approccio a cavallo tra il realismo di John Quincy Adams e l’idealismo di George W. Bush, Obama ha suscitato le reazioni piccate di Israele a causa della gestione della primavera araba. Infatti, pur adottando una politica di dialogo con Iran ed Egitto, il presidente americano ha comunque anteposto gli interessi di sicurezza americani a quelli di altri paesi. Questo atteggiamento ha creato confusione a livello diplomatico e tensione con Gerusalemme, soprattutto in seguito alle posizioni di apertura di Obama verso il presidente egiziano Mosri, e a quelle mostrate con Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare. In un articolo di Helene Cooper sul New York Times, è stato rilevato come i rapporti Washington-Teheran siano stati caratterizzati da un inedito accordo sullo sfruttamento dell’energia nucleare. Per questo motivo, anche a Teheran si fremeva per la rielezione di Obama, considerato un interlocutore affidabile e comprensivo delle esigenze nazionali.

Infine, l’ascesa della Cina a protagonista della scena internazionale. Durante la campagna elettorale, il candidato democratico ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua, improntata al dialogo con un interlocutore globale da un lato, e di risolutezza verso le scelte economiche di Pechino dall’altro. Risalta, pertanto, il richiamo effettuato a marzo dal presidente americano, che invitava Pechino ad adottare un comportamento più rispettoso delle regole del commercio internazionale. La futura strategia americana verso la Cina, pertanto, appare caratterizzata da un approccio attendista e di neutralità rispetto a questioni interne che stanno pian piano turbando la tranquillità politica del gigante asiatico. Infatti, l’economia cinese, sta subendo un lieve ma inevitabile rallentamento, cui si associano l’irrisolta questione tibetana, i casi di corruzione all’interno del Partito comunista cinese e la richiesta sempre più pressante di diritti civili e sociali.

L’atteggiamento del rieletto Presidente, dettato da un maggiore interesse alle questioni interne, sembra condurre ad uno scenario geopolitico fortemente balcanizzato con gli Stati Uniti sempre meno coinvolti nei contesti regionali dove sono stati presenti per larga parte del Novecento. Come prospettato da Ian Bremmer, si sta determinando uno “G-Zero World” in cui nessuna potenza mondiale (Stati Uniti e Cina) o gruppi di paesi (UE o BRICS) sono in grado di dettare una chiara agenda politica internazionale, soprattutto per ragioni di ordine economico e politico interno.

Pertanto, il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, incoerente a prima vista, cela una chiara scelta politica di disimpegno, che nell’immediato ha provocato una crisi nei rapporti con Israele, una risposta insufficiente agli interrogativi delle rivoluzioni del mondo arabo, e a un atteggiamento ambiguo e discontinuo nei confronti di Europa e Cina. Nei prossimi mesi sarà particolarmente interessante analizzare l’evoluzione delle relazioni tra Pechino e Washington, da cui dipenderanno i futuri assetti geopolitici. A livello teorico, vi sarebbero almeno quattro possibili scenari: la creazione di un G-2 informale, improntato ad un pacifico rapporto tra le due maggiori potenze; un concerto globale caratterizzato dai differenti interessi economico-politici delle potenze emergenti; la possibilità di una Guerra Fredda 2.0 dettata dalla competizione economica tra le due potenze principali; infine, un contesto internazionale frammentato con scarsa cooperazione multilaterale.

A prescindere dalle suddette ipotesi teoriche, Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta. Oltre ad una grande attenzione a tutti problemi passati, presenti e futuri, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti necessita anche di una buona dose di fortuna nei quattro anni che lo vedranno nuovamente al comando.

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Photo Credit: Wikimedia Commons