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Il Corridoio Sud nello scacchiere energetico europeo

Il Corridoio Sud, questo il nome del progetto che punta ad aprire una nuova rotta di transito in Europa, è di estrema rilevanza per la politica energetica europea; il gasdotto permetterebbe infatti di collegare i Paesi produttori del Mar Caspio al mercato europeo, bypassando la Russia e aumentando gioco-forza la diversificazione energetica di Bruxelles, nonché il ruolo strategico dei Paesi di transito.

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[dropcap]C[/dropcap]’è grande attesa per la decisione, prevista per la fine di questo mese, del consorzio Shah Deniz sulla scelta del gasdotto che trasporterà il gas del Mar Caspio nel mercato europeo. Il Corridoio Sud, questo il nome del progetto che punta ad aprire una nuova rotta di transito in Europa, è di estrema rilevanza per la politica energetica europea; il gasdotto permetterebbe infatti di collegare i Paesi produttori del Mar Caspio al mercato europeo, bypassando la Russia e aumentando gioco-forza la diversificazione energetica di Bruxelles, nonché il ruolo strategico dei Paesi di transito. Il gas, proveniente prevalentemente dal giacimento azero Shah Deniz II, è conteso da due diversi progetti: il gasdotto Grecia-Albania-Italia, o Trans Adriatic Pipeline (TAP), con punto di arrivo in Puglia, e il Nabucco West, una versione ridotta del più conosciuto progetto Nabucco, la cui estensione è limitata al tratto dalla Bulgaria alla località austriaca di Baumgarten, già hub energetico.

La rilevanza del Corridoio Sud è tale che una mappatura degli interessi in gioco risulta necessaria per comprendere l’impatto della decisione del consorzio sugli attori principali; un’esigenza motivata anche dalla presenza in prima linea dell’Italia, che si gioca l’opportunità di diventare l’hub energetico dell’Europa sud-occidentale.

Dal punto di vista economico, i vantaggi del TAP sono noti: pur garantendo la medesima capacità iniziale del Nabucco West, pari a 10 miliardi di metri cubi (bcm), questo gasdotto è più corto e meno costoso e con una struttura manageriale più snella. Può inoltre vantare la presenza nel suo azionariato di Statoil, una delle compagnie facenti parte del consorzio che prenderà la decisione finale sulla rotta di esportazione.

Tuttavia, dal punto di vista politico, Nabucco West ha importanti carte da giocare. Nonostante infatti entrambi i progetti del Corridoio Sud puntino al miglioramento della sicurezza energetica europea, la direttrice nord-orientale contribuisce a ridurre la dipendenza dalle forniture russe dei Paesi  dell’Europa sud-orientale, che mostrano ancora una forte vulnerabilità energetica da Mosca dai chiari risvolti politici. Il TAP, invece, favorisce i Paesi europei del sud, l’Italia in particolare che già diversifica le proprie forniture tramite il gas proveniente dai Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente; inoltre, avendo accesso al mare, questi Paesi possono contare sul contributo del GNL per diversificare ulteriormente il proprio mercato energetico, in vista anche di potenziali esportazioni future di shale gas statunitense.

Per tali ragioni, il Nabucco ha storicamente vantato il forte supporto politico da parte degli Stati Uniti. Nonostante l’amministrazione Obama abbia preferito assumere una linea più neutrale rispetto ai suoi predecessori, all’interno del Congresso stanno riprendendo spazio diverse voci che spingono il governo a prendere una posizione più schierata sulla vicenda del Corridoio Sud. Non potendo vantare alcuna partecipazione di compagnie americane nel progetto, è evidente che l’interesse di molti a Washington per il Corridoio Sud non sia di natura commerciale ma squisitamente politica: preferire la direttrice nord-orientale significherebbe, infatti, aumentare la competizione energetica nell’area balcanica, riducendo il potere di ricatto di Mosca e accrescendo di conseguenza il potere negoziale e la stabilità interna dei Paesi NATO interessati.

Russia e Cina sono invece su tutt’altro fronte. Pechino punta ad avere accesso alle risorse naturali del Mar Caspio in competizione con l’UE; un primo successo lo ha ottenuto con l’avvio della costruzione della Central Asia-China gas pipeline che le permette di collegarsi al Kazakhstan, all’Uzbekistan e al Turkmenistan. Pur non essendo riuscita nell’intento di persuadere l’Azerbaijan a vendergli il proprio gas, il rafforzamento della presenza cinese nel Caspio aumenta la competizione nell’area e può rappresentare una minaccia ad un eventuale potenziamento del flusso di gas caspico in Europa.

La Russia non sembra rinunciare alla sua posizione di major player nella regione e sta facendo le sue mosse per tenere sotto scacco i diversi attori in gioco. Gli sviluppi degli ultimi mesi possono essere interpretati come parte di una strategia volta a mantenere la propria influenza energetica nell’area. Da una parte, l’abbandono del progetto di un braccio meridionale del South Stream, con un percorso similare alla rotta del TAP, sembra aumentare la competitività di quest’ultimo e ad indebolire il progetto Nabucco; dall’altra, le pressioni russe sulla Grecia per comprare gli asset delle due compagnie energetiche nazionali DEPA e DEFSA, gli stretti contatti intrapresi con BP (maggior azionista del consorzio Shah Deniz) sulla possibile costruzione di un terzo braccio del gasdotto North Stream in Gran Bretagna, e le minacce alla Turchia di eventuali ritorsioni, quali tagli alle forniture, non appena sarà operativo il collegamento con l’Azerbaijan tramite il gasdotto TANAP, fanno piuttosto pensare ad un piano russo di influenza indiretta sulle scelte energetiche del consorzio azero e di mantenimento del proprio ruolo dominante nel mercato europeo.

L’Europa, dal canto suo, ha preferito un atteggiamento sostanzialmente equidistante tra i due progetti, con la decisione della Commissione di riconoscere ad entrambi l’esenzione alla clausola di third party access. Addirittura, il Commissario UE all’Energia Oettinger ha sostenuto recentemente la possibilità di coesistenza dei due gasdotti che, pur in tempi diversi, potrebbero giungere in ogni caso a realizzazione. Incertezze dal lato dell’offerta e da quello della domanda rendono questa possibilità ancora lontana, soprattutto in vista degli sviluppi di altri progetti nell’area. Da questo punto di vista, il vero competitor di Nabucco West sembra essere il gasdotto russo South Stream che, pur facendo affidamento su diverse forniture di gas, coinvolge gli stessi Paesi di transito e quindi gli stessi mercati finali.

In questo contesto, l’Italia non dovrebbe perdere quest’opportunità, che le permetterebbe non solo di accrescere il proprio ruolo strategico nell’UE, divenendo uno snodo cruciale per il transito di gas nell’Europa sud-occidentale, ma anche di aumentare la sicurezza della propria politica energetica, riducendo la dipendenza dalla forniture russe.

Nel frattempo, nella zona di Melendugno (LE), punto di arrivo del gasdotto, si è già costituito un comitato No-Tap, a riprova di come l’elevata sfiducia delle popolazioni locali sui progetti infrastrutturali energetici e sulle Istituzioni che li promuovono travalichi spesso le questioni internazionali e di sicurezza nazionale. La mancanza di processi di dibattito pubblico istituzionalizzati, che garantiscano il coinvolgimento delle parti interessate e incoraggino un confronto interattivo orientato al decision-making, resta una delle maggiori sfide che l’Italia deve affrontare. Rinunciandovi, non si fa altro che alimentare uno scontro manicheo tra posizioni inconciliabili il cui unico esito finale è lo stallo decisionale; una situazione che rischia di incoraggiare la fuga degli investitori esteri e fonte di possibile rilancio economico per l’Italia.

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Di percezione e realtà: il multipolarismo dopo la Guerra Fredda

Accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti.

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[dropcap]I[/dropcap]n seguito al crollo del muro di Berlino nel 1989, e la conseguente dissoluzione dell’URSS, il momento post-Guerra Fredda diveniva a guida americana, unipolare ed egemonico, e un’intera categoria di Paesi faceva registrare un aumento costante della crescita economica. Tra questi, anche le economie dei Paesi emergenti, che avvaloravano così la teoria dei vantaggi dell’arretratezza delle condizioni di partenza (Gershenkron, 1962), prefigurando una futura convergenza con quelli economicamente più avanzati, anche in termini di influenza e potere politico.

In questa breve trattazione si cercherà di analizzare l’attuale scenario internazionale, verificando l’attendibilità di alcune delle principali previsioni di medio-lungo periodo sulla crescita economica e relative conseguenze. I BRICs, innanzitutto, rappresentano un valido esempio: la Cina è passata da una crescita a doppia cifra registrata nel 2010, ad un “misero” 7.8% del 2012. Il Brasile, nello stesso periodo di tempo, è passato da una crescita maggiore del 7.5% a poco meno del 2%, l’India dal 10.1% al 4.9% e la Russia dall’8% del 2007 al 3.7% del 2012.

Sebbene questi indebolimenti non possano essere assimilabili ad un arresto, risulta evidente come persino una crescita economica apparentemente inarrestabile implichi dei costi di sostenibilità nell’arco di un decennio. Come ha fatto notare l’economista dell’Università di Harvard, Dani Rodrik, il “percapita income gap” tra economie emergenti ed economie sviluppate è addirittura aumentato tra il 1950 e il 2000. Pertanto, nonostante il nuovo millennio sembrasse garantire una diminuzione di questo differenziale, nel 2011 si è ritornati al livello del 1950.

Tra l’altro, accorpare Paesi diversissimi tra loro in semplicistici acronimi, quali “BRICs”, può talvolta distorcere la realtà: ad esempio, gli interessi di Russia e Brasile, grandi produttori di energia, dalla quale ottengono benefici in virtù degli alti prezzi applicati sulla relativa commercializzazione, non collimano con gli interessi dell’India che, invece, è tra i maggiori consumatori di quelle stesse fonti. Come riportato dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, tutte le previsioni di crescita per il 2013 sono al ribasso quasi ovunque, specialmente in Europa e Cina.

Di conseguenza, si registra uno iato evidente tra quelle che sono, a tutti gli effetti, grandi potenze e tra coloro che aspirano ad essere tali. Infatti, a livello politico le sfide per i nuovi protagonisti della scena multipolare si preannunciano gravi e di difficile superamento.

Il colosso cinese dovrà essere chiamato ad affrontare sfide di natura strutturale. A Pechino il margine di manovra politica è condizionato dall’invecchiamento della popolazione, conseguente agli effetti della one-child policy in voga dal 1979, e da quello che, riprendendo Arthur Lewis, viene definito come il Lewis Turning Point. Secondo tale modello, utile a spiegare lo sviluppo industriale, viene ipotizzata una situazione di partenza simile a quella presente nei Paesi arretrati come la Cina di qualche decennio fa: la prevalenza di manodopera sottoccupata nel settore agricolo. L’economia, pertanto, è suddivisa in due settori: uno stazionario, cioè l’agricoltura, e uno moderno, l’industria. Lo sviluppo inizia con un aumento della domanda di prodotti industriali, che provoca un trasferimento di forza lavoro, in esubero nel settore agricolo, da quest’ultimo al settore industriale. Dato l’eccesso di lavoratori, i salari sono molto bassi e quindi le imprese hanno un notevole profitto, che viene poi reinvestito nelle aziende. Finché c’è un eccesso di manodopera nel settore agricolo, il processo di accumulazione degli investimenti e dei profitti procede nel settore industriale, ma quando si verifica il processo inverso, e l’eccesso di domanda di lavoro proveniente dal settore agricolo è stato già ampiamente riassorbito, una economia di tipo industriale subisce seri rallentamenti e gravi perdite di profitto. A tali problematiche se ne aggiungono due di natura politica: la prima, riguardante la supposta capacità del Politburo di Pechino di coniugare un’esigenza di legittimità domestica con il monopolio del potere da parte del partito, finora necessario per la pace sociale. La seconda di politica estera, tutta rivolta al mantenimento dell’influenza cinese nel Sud-Est asiatico.

Giungendo alle conclusioni, due problemi emergono da quanto finora scritto, l’uno di tipo metodologico e il secondo di tipo economico-politico. In primo luogo sarebbe necessario interrogarsi se il PIL, e le relative previsioni di crescita e decrescita, sia un valido indicatore per etichettare alcuni Paesi come “grandi potenze”, o anche solo per effettuare comparazioni attendibili senza il rischio di distorcere un’analisi seria e puntuale. A questo proposito, sembra più ragionevole paragonare Paesi che godano dello stesso reddito pro-capite. Questo, anche per evitare di cadere in visioni limitate che tendano a interpretare i Paesi emergenti come antropologicamente proni alla disuguaglianza, e i suoi cittadini non esigenti di importanti strutture sociali quali il welfare, la sanità e l’istruzione pubblica a livelli occidentali. Per quanto riguarda il secondo, sebbene il valore di previsioni politiche ed economiche possa risultare analiticamente accettabile, presenterà sempre alcuni rischi. In effetti, l’elemento cruciale risiede nel potere d’influenza che queste previsioni potrebbero avere nel presente, indirizzando o meno alcune politiche economiche nel medio e lungo periodo. La teoria, pertanto, deve rimanere uno strumento utile per capire la realtà e il suo progredire, ma di certo non il solo per comprendere tematiche e questioni politico-sociali.

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Photo Credit: MREBRASIL

La geopolitica e il futuro della stabilità globale

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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[dropcap]L'[/dropcap]ultimo contributo in materia di geopolitica offerto da Ian Bremmer, presidente e co-fondatore di una delle più importanti agenzie di valutazione di rischio politico, si basa sul cosiddetto “nuovo pensiero geopolitico” e, per certi versi, la sua teoria, denominata “G-zero” rappresenta l’idealtipica evoluzione dello stesso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, e la conseguente scomparsa delle più importanti minacce alla società e alla stabilità occidentale mossa da quest’ultima, numerosi studiosi hanno immediatamente supportato il paradigma della “fine della storia”: il ritratto della vittoria trionfale e definitiva del modello politico, economico e sociale di tipo liberale su quello socialista. Secondo altri, tra cui, ad esempio, Samuel Huntington, la minaccia successiva sarebbe stata rappresentata da divisioni di tipo religioso, esacerbate dall’insorgenza di fondamentalismi anti-occidentali e anti-cristiani. Tali previsioni, sebbene in alcun casi siano state accertate, hanno avuto a che fare con attori, ideologie e modelli politici ben identificabili, e con la plausibile eventualità di nuove minacce internazionali a questi collegate.

Infatti, dal crollo dell’Unione Sovietica la stabilità internazionale non è stata ulteriormente intaccata, considerata l’assenza di attori palesemente ostili e dotati di un hard power tale da mettere a repentaglio la sicurezza di altri soggetti internazionali. Al contrario, si è gradualmente formato un complesso scenario di rischio, caratterizzato da fattori imprevedibili, non intenzionali e incontrollabili. Di conseguenza, le formulazioni di politica estera hanno prestato sempre più attenzione alle implicazioni degli sviluppi tecno-scientifici, e la relativa applicazione al settore militare e cibernetico. Tra questi, è possibile annoverare: la proliferazione di armi di distruzione di massa; il mutamento climatico, i disastri ambientali e la necessità di sviluppare una geopolitica della sostenibilità; la crescente competizione per l’accaparramento delle risorse naturali tra attori statali e non in Asia centrale e in Africa; la diffusione del terrorismo religioso e fondamentalista.

Sebbene la geografia rimanga il fattore più pertinente in materia di politica estera, la consapevolezza di vivere in una società del rischio globale, vale a dire dove il rischio trascende i confini territoriali e politici, ha influenzato profondamente il pensiero geopolitico, che storicamente si è sviluppato all’interno della tradizione realista delle relazioni internazionali. Gerard Tuathail ha identificato questo nuovo ambito di ricerca come “geopolitica critica”, insistendo sulla necessità di adottare un approccio nuovo e deterritorializzato per analizzare le questioni relative alla sicurezza.

Sulla scia di questa precedente teorizzazione, la teoria G-Zero di Bremmer afferma che l’epoca attuale richiede più cooperazione sotto l’ombrello di una leadership forte, al fine di affrontare con successo le sfide transnazionali. Ciò nonostante, né le singole potenze come gli Stati Uniti, la Cina o gli altri paesi BRIC, né il G20 o altri soggetti più istituzionalizzati (quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU) sono in grado di garantire una leadership internazionale coerente ed efficace, a causa di vari fattori: il relativo e temporaneo declino in termini di credibilità; poco potere decisionale a disposizione; scarsa influenza in ambito economico su scala globale.

Come risultato dell’instabile vuoto politico al quale assistiamo ormai da qualche tempo, vi sono quattro plausibili scenari geopolitici, tutti incentrati sulla relazione tra Stati Uniti e Cina: un improbabile “G2 informale” che prevede una forma di bipolarismo cristallizzato e cooperativo eretto su due sistemi politici ed economici agli antipodi; un concerto globale di stati, sebbene caratterizzato da interessi diversi in materia di economia e sicurezza, data la contemporanea presenza di potenze emergenti e già consolidate; la Guerra Fredda 2.0, conseguente alla competizione globale tra Stati Uniti e Cina, e imperniata su divergenze economiche e ideologiche, e alla scarsità di risorse energetiche; un mondo frammentato in regioni, dove la cooperazione multilaterale sarebbe ulteriormente indebolita e i problemi di natura transnazionale non potrebbero essere affrontati in maniera appropriata.

Infine, si potrebbe considerare l’evoluzione di un ulteriore scenario, il cosiddetto G-Subzero, nel quale questioni di ordine globale potrebbero tramutarsi in emergenze di carattere locale, con conseguenze catastrofiche per la stabilità dei singoli stati. Infatti, secondo tale prospettiva, ogni nazione sarebbe interamente impegnata a gestire crisi interne causate da rivolte di carattere sociale, crolli economico-finanziari, disordini politici innescati da movimenti separatisti ed estremisti. Di conseguenza, lo stesso concetto di globalizzazione verrebbe compromesso, e ogni nazione sarebbe chiamata a impegnarsi autonomamente per trovare soluzioni efficaci.

È inutile aggiungere che una tale prospettiva, così pessimista, non si realizzerà in maniera altrettanto deterministica, anche se va presa comunque in considerazione dopo mezzo secolo di stabilità bipolare e unipolare. Inoltre, le questioni transnazionali fanno sì che l’attuale configurazione del contesto politico sia la più rischiosa e imprevedibile sin dalla creazione del sistema di Westphalia. Per questo, appaiono impraticabili soluzioni come quella proposta da Robert Cooper: infatti, non è ponendo le basi per una nuova egemonia occidentale che il processo di frammentazione degli stati-nazione sarebbe evitato. Una ricetta simile appare, più che altro, un’anacronistica rielaborazione del messaggio imperialista lanciato da Mackinder nel 1904, utile allora solo per prevenire il crollo dell’Impero Britannico.

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Geopolitics & Future World Stability

Photo credit: Peter Bo Rappmund

La politica delle sanzioni: l’Iran si piega, ma non si spezza

Le sanzioni applicate nel 2012 hanno intaccato esportazioni e profitti, ma non hanno avuto effetto sui programmi nucleari. Almeno, non per il momento.

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[dropcap]S[/dropcap]ono ormai decenni che l’Iran subisce sanzioni economiche, ma quelle applicate nel 2012 sono state particolarmente efficaci. Negli ultimi mesi del 2011, le diplomazie di Stati Uniti e UE dovevano destreggiarsi, da una parte, con Israele – che minacciava di attaccare l’Iran –, e dall’altra con Russia e Cina, contrarie a nuove misure. L’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) confermava la gravità della situazione, pubblicando un report allarmante nel mese di novembre; nel frattempo, l’Iran sviluppava tranquillamente i suoi controversi programmi nucleari. Nonostante la situazione di mercato stretto del petrolio, per colpire il Paese mediorientale, USA e UE si concentrarono sulle esportazioni di greggio, che ammontavano a 2,2 milioni di barili al giorno (b/g). In tal modo, veniva messo a rischio almeno il 50 per cento dei profitti di Teheran.

Il 31 dicembre 2011, il Presidente Obama approvò nuove sanzioni: dopo il 28 giugno, le compagnie che avrebbero continuato a importare petrolio dall’Iran sarebbero stato punite con l’estromissione dal sistema finanziario americano. Questa misura colpiva, oltre alle imprese, anche le banche che le avrebbero finanziate. La possibilità di essere dispensati da tale restrizione dipendeva dalla riduzione semestrale del volume delle importazioni, o dalla decisione diretta della Casa Bianca.

Sin dalla caduta dello Scià, gli Stati Uniti smisero di importare greggio dall’Iran; al contrario, l’Unione Europea ha continuato, raggiungendo nel 2011 la ragguardevole quantità di 450.000 barili al giorno. Nel gennaio 2012, però, l’UE ha annunciato un boicottaggio del petrolio iraniano, con decorrenza dal 1° luglio, che avrebbe destabilizzato circa il 20% delle esportazioni del Paese. Gli Stati membri si sono accordati anche per ritirare l’assicurazione ad ogni veicolo usato per trasportare il greggio iraniano e i relativi prodotti derivati. Tale misura ha interessato circa il 95% della flotta commerciale mondiale, lasciando l’Iran con ristrettissimi margini di manovra.

Nel complesso, le sanzioni entrate in vigore quest’estate hanno paralizzato le esportazioni petrolifere iraniane, che nel mese di luglio sono scese a 930.000 b/g; una cifra che non si registrava dai tempi della guerra contro l’Iraq. Gli importatori hanno poi elaborato nuove strategie commerciali ed assicurative, riportando il volume delle importazioni ad oltre il milione di b/g. In ogni caso, si parla di livelli molto inferiori a quelli dell’anno precedente.

Chiunque criticasse l’applicazione tardiva delle sanzioni minimizzerebbe la portata dei rischi corsi da Stati Uniti e Unione Europea. Colpire l’industria più fiorente dell’Iran, infatti, significa esercitare ingenti pressioni su di un Paese che, prima del 2012, era il secondo produttore di petrolio dell’OPEC; adesso risulta quarto, dopo Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

Fino all’anno scorso, i ministri dell’economia europei si sono rifiutati di boicottare il petrolio iraniano, poiché il mercato risultava già scosso dalle crisi in Medio Oriente e dall’interruzione dei rifornimenti da altre parti del mondo. In Europa, era opinione comune che la politicizzazione dei rapporti con l’Iran avrebbe compromesso il mercato del greggio, facendo impennare i prezzi e annichilendo le economie interessate. Altri, invece, dubitavano dell’efficacia delle sanzioni, che avrebbero avuto il solo effetto di destinare all’Asia il petrolio rifiutato dall’Europa.

In effetti, in pochi si rendevano conto dell’efficacia congiunta delle sanzioni americane ed europee. Inoltre, la riduzione del volume delle esportazioni iraniane è avvenuta in modo graduale, in modo da non destabilizzare i mercati mondiali e provocare l’aumento indiscriminato dei prezzi.  L’effetto del boicottaggio UE si è misurato in mezzo milione di b/g; inoltre, le stringenti misure assicurative hanno colpito anche altri importatori, rendendo loro difficile procurarsi carichi extra. Le uniche assicurazioni disponibili erano offerte da compagnie iraniane di dubbia affidabilità, a cui hanno fatto ricorso Cina e Corea del Sud; o, tramite garanzie sovrane, da importatori nazionali come il Giappone. La paralisi assicurativa, quindi, ha agito congiuntamente alle sanzioni americane, che minacciavano di alienare dagli Stati Uniti gli interlocutori commerciali dell’Iran.

Nel frattempo, per tutto il 2012 l’Europa ha confidato nella capacità produttiva di Libia ed Iraq, ma soprattutto dell’Arabia Saudita, l’unico “swing producer” in grado, da solo, di influenzare il mercato. A sorpresa, dopo un anno di stop dovuto ai moti rivoluzionari, le esportazioni libiche sono riprese al volume di 1,6 milioni di b/g; la produzione irachena è aumentata di circa 650.000 b/g;  per non parlare di quella saudita, arrivata ai 10 milioni di b/g, superando di 1,5 milioni di b/g la media del 2011. Solo l’accennata minaccia di un attacco israeliano ha determinato una breve impennata del prezzo del petrolio.

Tuttavia, risulta ancora complicato valutare le reazioni dell’Iran. Ufficialmente, il Ministero del Petrolio sminuisce l’effetto delle sanzioni, negando – contro ogni evidenza – ricadute nelle esportazioni.  Da altri organi ufficiali arrivano responsi differenti. Il 17 dicembre scorso è stata diffusa una dichiarazione del Ministro dell’Economia, Shamseddin Hosseini, secondo cui le sanzioni avrebbero dimezzato i proventi delle esportazioni petrolifere. Il 19 dicembre, il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato alla stampa che il governo stava cercando di ridurre al minimo, sul bilancio statale, il peso delle vendite del petrolio; pertanto, i tecnici in materia hanno suggerito di preventivare un volume di esportazioni pari solamente ad un milione di b/g per il biennio 2013-2014.

Se valutate dal punto di vista della caduta dei profitti (tra i 3 e i 5 miliardi di dollari al mese), le misure sanzionatorie che hanno interessato Teheran sono state sicuramente efficaci. Difatti, nonostante l’assenza del petrolio iraniano, la disponibilità di greggio sul mercato non è stata intaccata, e i prezzi sono rimasti stabili sui 100 dollari al barile per la maggior parte dell’anno. Inoltre, alcuni dei più importanti importatori dell’Iran, come la Cina, che continua a rifiutare l’approvazione delle sanzioni a livello internazionale, hanno continuato a ridurre le importazioni da Teheran nel 2012, ricevendo in cambio un allentamento delle restrizioni finanziare e legislative da parte della Casa Bianca.

Nonostante questo, gli incontri tra l’AIEA e un’apposita commissione (che conta i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania) per valutare gli effetti delle sanzioni, si sono conclusi con un nulla di fatto: sul breve termine, tali misure sembrano non aver sortito alcun effetto sulle politiche nucleari. Al limite, ci si potranno aspettare dall’Iran altre ammissioni ufficiali sullo stato dell’economia, che potrebbe addirittura peggiorare nel 2013, dato che i clienti indiani e giapponesi stanno già dichiarando di voler ridurre le importazioni. Inoltre, dal mese di febbraio di quest’anno, gli Stati Uniti sembrano voler imporre misure ancora più restrittive, che esacerberanno il deficit del bilancio commerciale iraniano, costringendo le banche a trattenere le entrate. Si prevede, poi, un aumento di produzione da parte dei Paesi al di fuori dell’OPEC, commisurato alla lenta ripresa dell’economia globale. Il petrolio iraniano diverrà sempre meno essenziale, influenzando negativamente la valuta e gli altri settori dell’economia del Paese.

Nessuno può sapere con certezza se il 2013 sarà l’anno della resa dei conti tra Stati Uniti ed Iran; ma, a meno di una svolta diplomatica, quello appena iniziato si appresta ad essere un altro anno durissimo per l’economia del Paese.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Iran Sanctions: Effective But Unsuccessful In 2012

Photo credit: David Holt London

 

Una Cina Grande Come La Cina

Che il cambio della guardia ai vertici cinesi sia tenuto all’oscuro, deciso in una stanza chiusa, è chiaramente il sintomo di un’anomalia intrinseca e persistente. La Cina stenta così a manifestare un potere egemonico che è in gran parte consolidato.

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L’interesse dell’opinione pubblica occidentale per gli avvenimenti che hanno scosso la Cina nel 2012 è sorto in primavera, a seguito del più grande scandalo politico dai tempi dell’eliminazione di Lin Biao nel 1971. La rimozione di Bo Xilai da capo del Partito di Chongqing, avvenuta nel marzo scorso, ha posto fine alle sue ambizioni di potere, obbligando così l’ormai ex membro del Politburo a rinunciare alla leadership nazionale. Il popolarissimo ispiratore della corrente neomaoista è stato eliminato dalla corsa al XVIII Congresso del Partito Comunista cinese a causa di una serie di scandali che hanno a lungo appassionato gli osservatori. La sua fine coincide da un lato con il declino delle istanze ‘reazionarie’ della sinistra del partito e, dall’altro, con l’affermazione, da parte della componente maggioritaria, della volontà di proseguire sulla strada delle riforme.

Il Congresso del Partito Comunista è l’evento centrale per la determinazione degli assetti di potere in Cina. Il XVIII Congresso, che si è svolto lo scorso novembre, ha visto la prevista affermazione della quinta generazione di governanti della Repubblica Popolare e l’elezione di Xi Jinping, attuale vice-presidente, a Segretario Generale del PCC, carica che prelude al passaggio di consegne da parte del presidente Hu Jintao.

Xi, come la maggioranza dei sette membri del Comitato permanente del Politburo, viene dal gruppo dei principi rossi, figli o nipoti dei compagni di Mao nella Lunga Marcia. Nel suo discorso post-elettorale, il nuovo leader della Cina popolare ha parlato della necessità di proseguire sulla strada delle riforme e di sconfiggere il fenomeno – ormai diffusissimo – della corruzione, manifestatosi recentemente in scandali che hanno coinvolto i grandi dirigenti del partito. Anche il presidente Hu, durante il suo intervento di apertura, aveva fatto esplicito riferimento alla vicenda di Bo Xilai. L’eliminazione di Bo resta, difatti, una delle chiavi di volta di questo congresso, soprattutto qualora si vada a considerare l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti. Nonostante la loro apparente marginalità, gli americani hanno infatti svolto un ruolo centrale nella vicenda.

Nel febbraio scorso, il braccio destro di Bo, Wang Lijun, era stato rimosso dal suo incarico; atto, questo, che rivelava l’effettivo avvio dell’operazione politica contro i neomaoisti. Wang Lijun aveva immediatamente cercato rifugio nel consolato americano di Chengdu, per poter sfuggire all’inevitabile arresto. Tuttavia, la reazione americana non è stata quella evidentemente sperata. Dimostrando un’inaspettata fermezza d’intenti, l’amministrazione americana ha negato l’accoglienza a Wang, rifiutandogli lo status di rifugiato politico. Riconsegnando Wang alle autorità cinesi, gli americani hanno così rinunciato alla possibilità di accedere alle eventuali informazioni che questi avrebbe potuto fornir loro. Malgrado l’apparente complessità dello scenario, è tuttavia piuttosto semplice leggerne in filigrana ragioni e cause determinanti. Il mondo che circonda la Cina, Stati Uniti compresi, non è più ostile come un tempo. Al contrario, buona parte degli attori della politica globale aspetta ansiosamente di capire quali siano gli obiettivi futuri del gigante cinese.

Quest’ultima generazione politica si trova, in effetti, a dover fronteggiare una questione del tutto inedita: in che modo e in quale misura assumere e gestire le responsabilità attribuite alla Cina dal suo status di superpotenza mondiale. Il nuovo Celeste Impero è divenuto protagonista della scena mondiale grazie a trent’anni di crescita economica straordinaria e largamente imprevista; una crescita che ha colto impreparata la classe dirigente dei figli della rivoluzione. Dagli anni ’90 ad oggi, la Cina ha teso a mantenere un profilo basso sullo scacchiere globale, dimostrando così una sostanziale incapacità ad affermarsi come potenza egemone. Un processo facilmente imputabile al fatto che la Cina, ad oggi, non ha nulla da offrire.

Il XVIII Congresso del Partito Comunista si è trovato a coincidere, oltretutto, con il periodo in cui gli effetti della crisi euro-americana cominciano a manifestarsi in Asia, rallentando sensibilmente la crescita del gigante cinese. Una simile situazione pone questa nuova quinta generazione di governanti della Repubblica Popolare di fronte ad una sfida inedita: assegnare alla Cina un posto nel mondo. Dare avvio, cioè, a un processo di costruzione e ricostruzione che interesserebbe tutti quei paesi che sono caduti o cadranno sotto l’area di influenza cinese. Un processo di costruzione che adotti una prospettiva di crescita diversa da quella tradizionale, che vada quindi oltre i prodotti industriali a basso costo, e che sia in grado di prevalere sul disinteresse di Pechino per la qualità dei governi con cui costruisce partnership.

Tutto ciò significherebbe inventare un vero e proprio progetto politico per il mondo cinese; staremo a vedere se Xi Jinping e i suoi uomini saranno all’altezza della sfida.

Un ulteriore elemento può aiutare, seppure in maniera incidentale, a comprendere le difficoltà politiche della Cina. Il XVIII Congresso si è aperto due giorni dopo le presidenziali americane ed il fortuito coincidere degli eventi ha messo così in evidenza una delle grandi differenze che dividono le due superpotenze. Da una parte, la segretezza e l’oscurità dei processi politici cinesi rendono inaccessibili, al grande pubblico globale, i nomi dei prossimi governanti. Dall’altra, la corsa al seggio presidenziale negli USA, illuminata fin quasi all’esasperazione dai riflettori mediatici, viene seguita con fervente entusiasmo da tutti gli angoli del globo. Ogni spettatore può quindi parteggiare per il candidato che gli è più affine, per valori o convenienza. Una strategia di comunicazione simile, aggressiva e clamorosa, non può che rafforzare, inevitabilmente e a prescindere dal risultato, il peso dell’egemonia americana.

Il fatto che il cambio della guardia ai vertici cinesi sia tenuto all’oscuro, deciso in una stanza chiusa, è chiaramente il sintomo di un’anomalia intrinseca e persistente. La Cina stenta così a manifestare un potere, di tipo egemonico, che è in gran parte consolidato.

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Photo Credit: Bert Van Dijk

Gli Stati Uniti Tra Antiche Sfide E Nuovi Dilemmi Geopolitici

Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta.

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L’ elezione di Barack Obama, come 45esimo Presidente degli Stati Uniti, merita una riflessione approfondita sull’impatto che la nuova amministrazione avrà sulla politica internazionale. I prossimi quattro anni, in effetti, preannunciano su questa linea una molteplicità di sfide e veri e propri rompicapi, i cui epiloghi potrebbero condurre ad uno scenario globale completamente stravolto rispetto agli adagi tradizionali. Il complesso rapporto con l’Europa, la difficile situazione mediorientale, l’incognita cinese e le nuove attenzioni rivolte al Pacifico rappresentano le più urgenti questioni che la nuova amministrazione dovrà affrontare.

Una comprensione più approfondita delle relazioni transatlantiche nel corso dell’ultimo anno, rivela come il vecchio continente sia quanto mai centrale nelle valutazioni strategiche di Obama. Infatti, contrariamente alle opinioni di alcuni osservatori continentali, il presidente americano ha già dimostrato nel mese di giugno, quando la crisi economica spingeva l’unione monetaria europea e la Grecia verso un inevitabile tracollo, di temere la destabilizzazione della fragile e lenta ripresa americana.

La reazione di disappunto, maturata a livello europeo, ha posto in discussione la partnership privilegiata che lo stesso Obama aveva ridefinito come essenziale all’indomani della sua elezione nel 2008. Come preconizzato a maggio dall’ex Presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, l’Europa e le sue scelte di politica economica sarebbero diventate decisive nella corsa alla Casa Bianca. Allo stesso modo, seppur da prospettive differenti, l’argomento “Unione Europea” non è stato trascurato neanche da Mitt Romney nel corso della campagna elettorale. Hanno colpito, infatti, le parole dello sfidante repubblicano, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero rischiato di precipitare nella disastrosa situazione economica di Italia e Spagna qualora Obama avesse ottenuto un nuovo mandato. Nel bene o nel male, la questione europea è stata centrale per la rielezione del candidato democratico, come ha dimostrato il successo ottenuto da quest’ultimo in Ohio, teatro del piano di salvataggio statale di Chrysler e della partnership con FIAT. Anche per queste ragioni è lecito pensare che il rieletto Presidente porrà maggiore attenzione alla stabilità della moneta unica, quale pilastro fondamentale per l’interdipendenza economica e finanziaria. In ogni caso, è fuori discussione che tali attenzioni si riflettano in un rapporto euro-atlantico basato sulle stesse stringenti logiche di cooperazione risalenti alla guerra fredda.

Per quanto riguarda la situazione mediorientale, la posizione diplomatica della Casa Bianca rimane ancora incerta e non definita. Considerato un consequentialist da Ryan Lizza, in virtù di un approccio a cavallo tra il realismo di John Quincy Adams e l’idealismo di George W. Bush, Obama ha suscitato le reazioni piccate di Israele a causa della gestione della primavera araba. Infatti, pur adottando una politica di dialogo con Iran ed Egitto, il presidente americano ha comunque anteposto gli interessi di sicurezza americani a quelli di altri paesi. Questo atteggiamento ha creato confusione a livello diplomatico e tensione con Gerusalemme, soprattutto in seguito alle posizioni di apertura di Obama verso il presidente egiziano Mosri, e a quelle mostrate con Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare. In un articolo di Helene Cooper sul New York Times, è stato rilevato come i rapporti Washington-Teheran siano stati caratterizzati da un inedito accordo sullo sfruttamento dell’energia nucleare. Per questo motivo, anche a Teheran si fremeva per la rielezione di Obama, considerato un interlocutore affidabile e comprensivo delle esigenze nazionali.

Infine, l’ascesa della Cina a protagonista della scena internazionale. Durante la campagna elettorale, il candidato democratico ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua, improntata al dialogo con un interlocutore globale da un lato, e di risolutezza verso le scelte economiche di Pechino dall’altro. Risalta, pertanto, il richiamo effettuato a marzo dal presidente americano, che invitava Pechino ad adottare un comportamento più rispettoso delle regole del commercio internazionale. La futura strategia americana verso la Cina, pertanto, appare caratterizzata da un approccio attendista e di neutralità rispetto a questioni interne che stanno pian piano turbando la tranquillità politica del gigante asiatico. Infatti, l’economia cinese, sta subendo un lieve ma inevitabile rallentamento, cui si associano l’irrisolta questione tibetana, i casi di corruzione all’interno del Partito comunista cinese e la richiesta sempre più pressante di diritti civili e sociali.

L’atteggiamento del rieletto Presidente, dettato da un maggiore interesse alle questioni interne, sembra condurre ad uno scenario geopolitico fortemente balcanizzato con gli Stati Uniti sempre meno coinvolti nei contesti regionali dove sono stati presenti per larga parte del Novecento. Come prospettato da Ian Bremmer, si sta determinando uno “G-Zero World” in cui nessuna potenza mondiale (Stati Uniti e Cina) o gruppi di paesi (UE o BRICS) sono in grado di dettare una chiara agenda politica internazionale, soprattutto per ragioni di ordine economico e politico interno.

Pertanto, il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, incoerente a prima vista, cela una chiara scelta politica di disimpegno, che nell’immediato ha provocato una crisi nei rapporti con Israele, una risposta insufficiente agli interrogativi delle rivoluzioni del mondo arabo, e a un atteggiamento ambiguo e discontinuo nei confronti di Europa e Cina. Nei prossimi mesi sarà particolarmente interessante analizzare l’evoluzione delle relazioni tra Pechino e Washington, da cui dipenderanno i futuri assetti geopolitici. A livello teorico, vi sarebbero almeno quattro possibili scenari: la creazione di un G-2 informale, improntato ad un pacifico rapporto tra le due maggiori potenze; un concerto globale caratterizzato dai differenti interessi economico-politici delle potenze emergenti; la possibilità di una Guerra Fredda 2.0 dettata dalla competizione economica tra le due potenze principali; infine, un contesto internazionale frammentato con scarsa cooperazione multilaterale.

A prescindere dalle suddette ipotesi teoriche, Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta. Oltre ad una grande attenzione a tutti problemi passati, presenti e futuri, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti necessita anche di una buona dose di fortuna nei quattro anni che lo vedranno nuovamente al comando.

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Photo Credit: Wikimedia Commons