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Mali

Mali d’Europa

Un amaro cor(ro)sivo per un invito alla riflessione. E un messaggio di speranza, nonostante tutto.

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Mali

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[dropcap]S[/dropcap]i sono levate, le anime belle dell’Occidente, contro l’operazione neo-colonialista della Francia in Mali, versione aggiornata del nostro scatolone di sabbia. “E’ una vergogna –si è detto- che si permetta ad uno Stato straniero di ingerire nelle questioni interne al Mali, con metodi arbitrari e al di fuori di un accordo in seno all’ONU”. Le anime belle ritengono sempre sia meglio fare le guerre sotto un vessillo neutro che sotto quello di una potenza imperialista.

Oltre ogni attesa, gli aerei mandati con atto d’imperio dal moscio presidente Hollande sono riusciti nell’impresa di conquistare Timbuctù, senza nemmeno mettere in pratica l’olocausto di libri che segna le ultime pagine de “Il nome della rosa”. Come questa sia una vittoria di Pirro e come le truppe regolari non abbiano regolarmente il controllo di tutta la vasta area maliana lo dimostreranno le prossime settimane. Ma l’azione francese e la guerra in atto ci suggeriscono qualcosa di più di una semplice lezione di strategia militare.

Anzitutto, l’inestirpabile natura della guerra, che –le anime belle se ne facciano una ragione- travalica ogni sforzo di pacificazione mondiale: Kant mal si adatta al clima desertico, abituato com’è ai rigori di Kaliningrad. Questa guerra atroce, galvanizzante, attraverso la quale tutti devono passare per garantirsi un futuro migliore, per darsi arie di rivoluzione, per sparigliare le regole che amministrano il quotidiano e l’insulso.

Perché bisogna risparmiare all’Africa la tribolazione catastrofica e necessaria della guerra, se l’Europa, eccellendo in quest’arte difficile e suprema, ci ha costruito sopra la sua superiorità morale e materiale? Certo, meglio sarebbe se i soldati maliani potessero sparare veri colpi ed esplodere vere granate, senza simulare con la bocca, quasi una farsa di bambini che si baloccano con armi di legno, frulli e scoppi e cannonate, come un video pateticamente mostrava. Ma insomma: le guerre si fanno coi soldati che si hanno e c’est l’argent qui fait la guerre, come i nostri nonni ben sapevano.

La guerra è un passaggio irrinunciabile, e bisogna lasciare che, ovunque nel Mondo, si scannino e combattano senza risparmio, se è vero che da una guerra civile l’Occidente ci ha tirato fuori la sua meravigliosa democrazia, che del sangue di Atene e di Parigi s’abbevera ancor oggi. Non c’è altra Storia possibile, per quanto spregevole e raccapricciante, e non se ne può tacere l’evoluzione, non se ne possono nascondere le conquiste.

E poi, l’intervento francese in Mali, coi suoi potenti aerei che fanno tribolare le anime belle –“soldi tolti all’istruzione!” mentre le Università, per mancanza di prospettive, santamente si svuotano- e i suoi botti veri e le sue tute mimetiche e la sua legione straniera e le sue medaglie-se-fate-i-bravi, ci riporta alla realtà delle cose, e cioè alla coscienza imprescindibile che non ci libereremo mai della guerra.

Alla Francia noi dobbiamo sempre rendere il merito di mostrarci con anticipo e lungimiranza ciò che troppo spesso nella storia dell’Occidente noi abbiamo dimenticato: che alle radici d’Europa polemos è linfa, è concime salmastro e nauseoso che non si può rifiutare, che da esso nascono la pace e il nomos, di cui nessuno può dirsi mai sazio. Il nostro debito di confusi mentecatti del pacifismo non sarà facile da estinguere: paghi di guerra non lo saremo mai.

Lasciate che il Mali faccia le sue guerre, lasciate che a milioni si massacrino come in una perpetua notte di San Bartolomeo, in un eterno Terrore in cui le teste separate dai corpi non sono mai abbastanza; lasciate che l’Occidente, sotto i suoi occhi, veda consumate le battaglie che ha perduto, perché da queste tragga la paura che ci fa migliori; lasciate che l’Africa bruci, perché solo dalle sue ceneri potrà venire fuori un continente nuovo, conscio della sua potenza. La vera ingerenza, l’imperdonabile intromissione, sarebbe impedirle di sperimentare sulla sua pelle l’orrore della guerra, l’abominio del disastro, il languore del baratro.

Lasciate parlare la guerra, poiché la pace non ha più nulla da dire.

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Photo Credit: uhurunews

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Una legge democratica e religiosa. Come quella ugandese contro gli omosessuali.

A prima vista potrebbe sembrare un discorso imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. Si deve agire subito.

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[dropcap]N[/dropcap]el 2009 l’Uganda ha avanzato una proposta di legge contro gli omosessuali, il cosiddetto “Kill the Gays bill”. Il testo comprende due disposizioni che, in pratica, equiparano l’omosessualità all’omicidio, punendo con l’ergastolo coppie gay e trasgressori incensurati. È invece prevista la pena di morte per criminali recidivi, ovvero sieropositivi, figure autorevoli (genitori inclusi) e pedofili, ossia tutti coloro che intrattengano rapporti con minori di 18 anni. Si configura anche il reato di omessa denuncia, punito con una multa e fino a tre anni di detenzione.

Il progetto di legge, condannato dall’opinione pubblica internazionale, si è arenato varie volte all’interno del parlamento ugandese. Le pressioni politiche occidentali furono inizialmente inefficaci, ma a fine 2009 il testo venne smussato, eliminando la pena di morte. Per due anni, a partire dal marzo 2010, la bozza non è stata più discussa, nonostante un tentativo fallimentare avvenuto quell’agosto; adesso è tornata alla ribalta.

Perché insistere su questa legge? Perché “sono gli ugandesi a chiederla”.

A questo proposito, i mass media hanno sempre usato le virgolette, come se riportassero un’affermazione fasulla, da prendere con le pinze o a cui non credere affatto: cosa che invece viene smentita dai numeri. In teoria, se democrazia significa ascoltare le maggioranze, questa legge dovrebbe essere approvata.

Infatti, il 96% degli ugandesi vorrebbe bandire l’omosessualità. Il massiccio supporto popolare a favore di tale misura rispecchia un trend comune a tutta l’area sub-sahariana (escluso il Sudafrica, relativamente liberale): in questa zona, lo stato meno sfavorevole all’omosessualità è la Costa d’Avorio, che registra una percentuale dell’89% tra i contrari. Non che la situazione cambi molto in un contesto più esteso: in Medio Oriente lo Stato più tollerante è quello di Israele, in cui però solo un terzo della popolazione si dichiara aperta nei confronti dell’omosessualità; questa percentuale cala drasticamente in Egitto, fino a scendere all’1%. Il quadro è decisamente migliore in Europa occidentale, ma peggiora gradualmente procedendo verso est: nel sud-est asiatico l’unica eccezione che prevede una maggioranza “a favore” del riconoscimento degli omosessuali è costituita dal Giappone. Nel continente americano, sebbene via sia un orientamento progressista in materia, gli Stati Uniti dimostrano un’intolleranza che non ha eguali nel mondo occidentale.

Omofobia non è la parola giusta per descrivere comportamenti dettati, più che dalla paura, dall’odio, e l’ostilità statunitense attecchisce notevolmente a livello globale. Con i loro sermoni carichi di intolleranza, certi pastori ultraconservatori americani trovano molto seguito in Africa, dove le popolazioni locali sono indotte a temere un presunto contagio omosessuale tra i bambini, che dissemini sia il virus dell’HIV, sia pericolosi pensieri omosessuali. In aggiunta, numerose organizzazioni statunitensi, supportate da predicatori religiosi e corporations internazionali, sono preposte alla diffusione di programmi anti-abortisti ed anti-omosessuali.

Tuttavia, l’intolleranza statunitense non ha bisogno di essere emulata o esportata: piuttosto, questi predicatori ne capitalizzano la versione autoctona, basandosi sulle severe prescrizioni religiose delle vecchie società coloniali, e sul persistere di superstizioni ancora più antiche – che stigmatizzano, ad esempio, l’omosessualità e l’albinismo.

La mancanza d’istruzione ha fatto il resto: i principi sacri delle popolazioni colonizzate hanno finito per diventare ancora più ferrei di quelli dei colonizzatori. Al grido di “conversione o morte”, la cristianizzazione forzata determinò spesso massacri sanguinosissimi, al confronto dei quali appaiono poca cosa le guerre religiose combattute in Europa.  Queste ultime si originavano da questioni interpretative che volevano risalire a principi, stabiliti da Cristo, che regolamentassero società sorte molti secoli dopo la sua nascita – nonostante fosse scritto nei Vangeli che il mondo non sarebbe durato più di un altro secolo (Matteo  16:28, 23:36, 24:34, 26:64, Marco  9:1, 13:30, Luca 9:27, 21:32).

Nel corso della storia, i califfati islamici arabi e gli imperi cristiani adottarono e propugnarono una serie di pratiche sessuofobiche. Inoltre, nei libri della tradizione giudaico-cristiana sono annoverate molte norme in materia di rapporti e pensieri sessuali, talmente paranoiche e restrittive da risultare bizzarre. Nelle ex colonie, tali regole hanno continuato ad avere peso anche dopo che i Paesi industrializzati le hanno dismesse. Quando le popolazioni occidentali hanno iniziato a svincolarsi dai dettami della Chiesa, declassata a mero fattore di identità culturale, anche l’odio per l’omosessualità ha iniziato a svanire. Secondo una stima Gallup, gli Stati più aperti nei confronti dell’omosessualità sono anche quelli che, rifiutando una morale dettata dalla religione, mettono istruzione e libertà di pensiero al primo posto della propria scala di valori.

Così non è per l’Uganda, dove un’applicazione letterale del principio di democrazia tutelerebbe le leggi che mettono al bando l’omosessualità, fino a punirla in qualche caso con la morte. Gli ugandesi lo vogliono, così come la loro religione: di conseguenza, questa legge dovrebbe essere approvata in quanto ritenuta democratica? La risposta è negativa.

Una tale posizione potrebbe apparire imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. La tutela dei valori di libertà (di espressione, identità, sicurezza) rimane prioritaria rispetto al diritto delle maggioranze all’oppressione legale: un ordinamento democratico, da solo, non basta a rendere civile una società. La difesa dei suddetti valori non riguarda esclusivamente le sinistre, come vorrebbe un’opinione diffusa in Occidente: essi sono i principi fondanti delle stesse società occidentali. Pertanto, una demagogia intollerante, fondata su principi sacri, attecchisce particolarmente laddove l’istituzione della democrazia sia recente, e la morale completamente subordinata alla religione. Ingiustizie come quella ugandese devono essere stroncate sul nascere, per tutelare chi si macchi dell’unica colpa di amare in maniera diversa. Il diritto all’oppressione democratica ha già detto abbastanza: per contrastarlo, si deve agire subito.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Uganda’s ‘Kill The Gays’ Bill? It’s Democratic. And It’s Religious.

Photo credit: Todd Huffman

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La futuribile convergenza tra sistemi sanitari: equità o innovazione?

Dall’analisi comparata tra sistema sanitario americano ed europeo, emerge il dilemma della sostenibilità: da un lato, l’esigenza di garantire servizi universali controllando la spesa sanitaria; dall’altro la volontà di sostenere l’innovazione tecnologica e l’eccellenza nella ricerca.

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[dropcap]M[/dropcap]entre negli Stati Uniti la riforma Obama del 2010 ha cercato di dare risposte ai problemi di equità determinati dal sistema sanitario delle assicurazioni private, in Europa è crescente l’allarmismo riguardante la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali. Se ne ha un chiaro esempio nella recente dichiarazione dell’attuale  Presidente del Consiglio, Mario Monti, circa la necessità di individuare nuove forme di finanziamento per il SSN. Ritengo, pertanto, che la convergenza dei due trend non sia casuale: i distinti e originali percorsi del sistema delle assicurazioni private statunitense, e di quelli universalistici europei, sono destinati a influenzarsi reciprocamente.

Come anticipato circa un decennio fa da Giovanni Fattore, direttore del Dipartimento di Analisi Istituzionale e Management Pubblico dell’Università Bocconi, il tentativo dei sistemi sanitari europei di raggiungere gli standard tecnologici americani pone un problema di sostenibilità per almeno due ordini di motivi: la minore incidenza della spesa sanitaria sul PIL, e l’assenza di rilevanti fonti private di finanziamento in Europa.

A questo quadro, è necessario aggiungere un ulteriore elemento: la curva demografica. In base a quest’ultima, si può concludere che il costo della sanità non potrà che aumentare nei prossimi anni. La curva della spesa sanitaria media per età presenta, infatti, un andamento a “J”, dovuto al fatto che, dopo una riduzione negli anni successivi all’infanzia, i consumi medi pro-capite cominciano a crescere lievemente dopo l’adolescenza, si intensificano a partire dai cinquant’anni circa, per impennarsi infine verso i sessanta-sessantacinque anni. Si stima che in Italia, nel 2050, il 33% della popolazione sarà ultrasessantenne. Il trend accumana USA ed Europa ed appare difficilmente contrastabile.

Diversamente dalla tradizione storica europea, il modello statunitense delle assicurazioni private ha sempre considerato la sanità come un prodotto individuale afferente alle logiche di mercato. Tale modello è sostenuto dai contributi volontari dei lavoratori o dei datori di lavoro, sotto forma di premi assicurativi o pagamenti diretti. Il sistema è incentrato sulla rimborsabilità delle prestazioni – per coloro che possiedono un’assicurazione sanitaria, e sulla “gratuità” delle stesse – principalmente per coloro che beneficiano dei programmi Medicare e Medicaid. Al contrario, i modelli universalistici europei considerano la sanità come un diritto che lo Stato deve garantire ai cittadini. La forma di finanziamento principale del modello Beveridgiano (UK) è stata la fiscalità generale, mentre quella del modello Bismarckiano (Germania) consisteva nei contributi obbligatori pagati dai lavoratori, o dai datori di lavoro, alle assicurazioni sociali.

Le marcate differenze tra i due sistemi sanitari trovano origine in una diversa concezione dei diritti e dei privilegi relativi all’individuo. Riecheggiando il pensiero di una larga fascia di cittadini statunitensi, non necessariamente di fede politica repubblicana, si potrebbe arrivare a dire che: “Ogni cittadino ha l’assicurazione sanitaria che si merita”. Al contrario, in Europa, il fenomeno delle caring externalities è nettamente dominante: il singolo individuo è disposto a cedere parte del proprio reddito in cambio di servizi, anche se non ne usufruirà personalmente.

A oltre sessant’anni dall’introduzione, nel 1948, del primo modello universalista, il britannico National Health Service, è oggi possibile osservare e comparare i risultati ottenuti dai suddetti sistemi sanitari.

Il sistema statunitense delle assicurazioni private è quello che determina la spesa sanitaria pro-capite più alta tra i Paesi OECD, e allo stesso tempo non garantisce al 15% della sua popolazione, cioè a 45 milioni di persone, alcuna assicurazione sanitaria. I welfaristi potrebbero affermare, a ragione, che l’applicazione delle politiche liberiste in sanità abbia generato un sistema iniquo e inefficiente allo stesso tempo. La riforma Obama 2010 e la seconda ondata di correttivi, prevista per il 2014, costituiscono un tentativo di risposta alle evidenti lacune di tale impianto. Un tentativo, questo, concepito nella direzione dell’universalismo, ed evidentemente influenzato dai sistemi sanitari europei.

Secondo Robert Evans, specialista in Health Economics all’Università della British Columbia, le ambizioni riformiste di Obama, sono state frenate dall’alleanza implicita tra i soggetti dell’offerta (imprese fornitrici, medici, ospedali) e i cittadini con reddito  medio-alto. La prima componente, infatti,  garantisce servizi d’eccellenza ai cittadini con reddito medio-alto e trova nella loro domanda la condizione sufficiente per continuare a dominare il sistema sanitario. Di conseguenza, la qualità della ricerca biomedica statunitense e l’eccellenza dei suoi centri di studio, è di fatto indiscutibile, e non sorprende, quindi, che siano proprio gli USA a dettare i ritmi di sviluppo tecnologico ai sistemi sanitari europei.

Nel vecchio continente, un modello di matrice universalistica offre, al contrario, assistenza sanitaria alla totalità della popolazione, ed è caratterizzato da una spesa pro-capite decisamente inferiore. A riguardo, si segnala che il tanto vituperato SSN abbia una spesa sanitaria pro-capite inferiore alla media OECD. In un costesto recessivo, con trend demografici sfavorevoli e PIL inferiori, i sistemi sanitari europei non riescono però ad assorbire l’innovazione tecnologica promossa dal sistema sanitario americano. La capacità di porre un filtro costruttivo all’innovazione potrebbe essere un elemento fondamentale per garantire la sostenibilità dei sistemi sanitari europei, preservando il loro carattere universalistico.

In conclusione, questa breve analisi comparata consente di mettere in luce il critico trade-off tra la necessità di garantire servizi sanitari universali, controllando la spesa sanitaria, e la capacità di sostenere l’innovazione tecnologica e l’eccellenza nella ricerca. Si è già detto di come Stati Uniti e Europa abbiano privilegiato, rispettivamente, la prima e la seconda dimensione. Nell’era globale è possibile, ma non nesessariamente augurabile, una progressiva convergenza tra due modelli storicamente distinti, che costringerà l’Europa a rinunciare progressivamente al carattere sociale dei propri sistemi sanitari.

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Editing: Maria Teresa De Palma

Photo Credit: Creative Commons

 

Netanyahu United Nations nuclear sanctions Iran

Viva la Resistenza! L’Iran, l’atomica e il Medio Oriente

Le conseguenze dell’improvviso equilibrio di potenza, derivanti dalla nuclearizzazione dell’Iran, sono enormi: un obiettivo che non è esclusivo della leadership islamica e che non può essere nemmeno scoraggiato attraverso sanzioni o azioni militari.

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Netanyahu United Nations nuclear sanctions Iran

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Nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU della scorsa settimana il primo ministro israeliano Netanyahu ha riportato l’attenzione del pubblico internazionale sulla questione nucleare iraniana, anche se con toni più consoni a dei fumetti della Looney Tunes che a un foro come quello delle Nazioni Unite. La costante svalutazione del Rial iraniano indica che la politica sanzionatoria voluta dagli Stati Uniti sta gravando pesantemente sulla società iraniana ma non è chiaro se, o come, stia avendo ripercussioni sul controverso programma nucleare del paese. Nonostante questa valutazione, il discorso di Netanyahu ha lasciato pochi dubbi sull’eventualità di azioni militari nel caso in cui l’Iran dovesse superare la soglia nucleare. Infatti, è opinione comune che l’Iran stia sviluppando testate atomiche per il proprio arsenale militare, e tali sospetti sono ulteriormente alimentati dalle dichiarazioni retoriche di Ahmadinejad sull’opportunità di spazzar via dalle mappe geografiche lo Stato di Israele. Una spiegazione, attualmente ignorata all’interno di un dibattito fin troppo intriso di nozioni accademiche proprie del campo delle Relazioni Internazionali, è che l’Iran si sia proclamato paladino della “Resistenza”.

Dalle cime del Libano Meridionale, il villaggio di Mlita sembra cozzare parecchio con il resto del panorama montuoso e con i palazzi lacerati dalla guerra dei vicini centri abitati. Questo villaggio è stato trasformato in un museo elegante, moderno e, a dirla tutta, perfino professionale: situato in un’ex base operativa di Hezbollah, e dedicato all’organizzazione della guerra contro Israele e l’Esercito del Libano del Sud, l’avamposto fu costruito con fondi iraniani, come il resto del Libano sciita. Forse l’aspetto più peculiare di Mlita è che, a differenza della classica nozione e funzione di un museo, commemora un evento tuttora in corso.

Tutt’intorno a Mlita sembrano riecheggiare parole appassionate e sciovinistiche. Infatti, potrebbe risultare alquanto ripugnante per un turista che la propria guida turistica si soffermi a far notare i caschi degli elicotteristi israeliani. Tuttavia, a differenza di quanto sosteneva Remarque quando sosteneva che “la guerra è l’inferno”, la scultura di metallo “l’Abisso”, che si erige attorcigliata su sé stessa al centro dal museo, emana un senso di orgoglio e fierezza mai sopiti. Sembra, infatti, che l’intero museo sia stato costruito per lanciare un messaggio a Israele: “Per due volte ci avete invaso e per due volte vi abbiamo sconfitto. Siete molto più deboli di quanto vogliate ostentare e siamo stati noi a mettere a nudo questa vostra debolezza.” Pertanto, il messaggio che proviene dal museo si discosta dall’ “eliminare Israele dalla cartina del mondo”, piuttosto assomiglia ad un invito alla deterrenza o alla “resistenza”. Infatti, nel momento in cui ci si allontana da quella che è la retorica comunemente utilizzata contro Israele, diviene necessario e utile leggere tra le righe e capire quali messaggi vogliono comunicare Hezbollah e i loro sostenitori iraniani.

In effetti, una particolare epigrafe incisa all’interno del museo esprime succintamente una delle idee più ricorrenti in Medio Oriente:

Dal 1948, e fino all’invasione del Libano del 1982, il nemico israeliano ha imposto una sola scelta al Libano e alla regione circostante: la resa, la sconfitta e la sottomissione. L’11 novembre 1982 un guerriero della resistenza di nome Ahmad Qassir si è fatto esplodere nei pressi della roccaforte israeliana di Tyr proclamando la nascita di una nuova scelta: la resistenza.

Malgrado i disperati tentativi da parte degli Stati Uniti (e dell’Europa) di dissimulare, inutilmente, l’immagine di negoziati neutrali, e di evitare di mostrare la realtà dei fatti, le popolazioni mediorientali hanno ben capito da quale parte si trova l’aggressore. In aggiunta, la tendenza a sminuire i forti sentimenti degli arabi nei confronti dell’antisemitismo ha compromesso in modo considerevole la possibilità di trovare una soluzione al problema. Questo non per sostenere una divisione manichea tra buoni e cattivi, ma le recenti ondate di proteste che stanno attraversando il Medio Oriente testimoniano la complessità e la problematicità del ruolo statunitense nella regione.

È importante prendere in considerazione il fatto che in un’era di ritrovato interesse per la contro-insurrezione, abbiamo più volte sentito le popolazioni delle aree interessate dalle insurrezioni fare riferimento al concetto geopolitico di “Spazio Vitale”, un termine proprio del vocabolario della guerra convenzionale, utile ad incitare i cittadini e a supportare i comandanti nelle loro operazioni militari. In effetti, il binomio “cuori e menti” [che la teoria della contro-insurrezione vede come priorità da conquistare, ndr] rappresenta metaforicamente quello Spazio Vitale, conteso tra le parti coinvolte nella Guerra al Terrorismo [Stati Uniti da una parte e reti terroristiche transnazionali dall’altra, ndr].

A riprova di tale tesi basti citare l’indignazione scatenata nel mondo arabo da “Innocence of Muslims” [film distribuito nel settembre del 2012 che propone messaggi e scene ritenute offensive dai Musulmani ndr], che ha sconvolto tutto il Medio Oriente, indicando chiaramente come gli Stati Uniti non detengano il controllo di questo particolare spazio vitale. Da questo punto di vista l’Iran occupa una posizione molto più forte.

Infatti nel mondo occidentale, mentre ci si impegnava a criticare l’idea distorta di libertà di espressione insita nella cultura musulmana, nessuno si è chiesto come tanta rabbia nei confronti degli Stati Uniti si sia potuta diffondere così velocemente per un tale abominevole video. Se da una parte è chiaro quanto tale filmato possa risultare a noi insignificante e volutamente provocatorio, dall’altra nessuno si è posto il problema della possibilità di differenti percezioni e interpretazioni dello stesso, che avrebbero potuto scatenare, come è effettivamente successo, reazioni diverse nelle popolazioni di religione musulmana, spinte a credere alla presenza di una precisa volontà politica, e in tal caso provocatoria, da parte di un altro stato.

In questo contesto, l’Iran esercita la propria influenza nella regione mentre Israele ci prova solo con le armi e la minaccia del loro utilizzo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, riescono ad ottenere supporto combinando forza militare e assistenza di tipo materiale (principalmente bellica). Di conseguenza, almeno nel Libano meridionale la strategia di sostegno iraniana, caratterizzata da ingenti finanziamenti a Hezbollah utili alla ricostruzione, riedificazione e modernizzazione dell’intera area, ha ottenuto maggior successo. Qui il denaro iraniano ha permesso di ricostruire souq [mercati e quartieri commerciali ndr] e infrastrutture chiave per la mobilità dell’intera popolazione. Al contrario, il denaro saudita è stato il viatico per l’installazione di negozi Versace e Armani, spesso situati tra concessionari Porsche, e accessibili solamente all’elite libanese e ai turisti del Golfo. Anche per queste ragioni, l’occidente parte da una posizione culturalmente svantaggiata rispetto all’Iran, e l’attuale indifferenza nei confronti dei sentimenti dei popoli mediorientali non pare essere una strategia particolarmente produttiva, soprattutto se la sconfitta del terrorismo resta in cima alla lista dei nostri obiettivi strategici.

È anche vero che l’Iran si contende l’egemonia della regione con i rivali Sunniti, tant’è che emergono inquietanti segnali di una guerra di religione Sunnita-Sciita in Bahrain, Siria e Libano. In tali paesi, e diversamente dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, la resistenza iraniana ha credenziali molto più solide, al punto da rivendicare un ruolo di preminenza anche nella resistenza palestinese, a prescindere dal fatto che i palestinesi lo vogliano o meno. Per tale ragione, l’ottenimento dell’arma nucleare costituirebbe una seria opportunità per la resistenza iraniana di raggiungere l’equilibrio militare con Israele, divenendo un deterrente molto più efficace dei rudimentali Qassam di Hamas [razzi rudimentali esplosivi, ndr] e degli imprecisi Katushya degli Hezbollah [lanciarazzi di origine sovietica, ndr].

Le implicazioni geopolitiche di un improvviso equilibrio militare, risultante da un Iran nuclearizzato, sarebbero enormi – anche considerando il suddetto obiettivo non esclusivo della leadership islamica [già nel 1957 lo scià Mohammad Reza Pahlavi inaugurò il primo programma nucleare civile, ndr], e la contestuale inefficacia di sanzioni o possibili azioni militari. Avendo già assistito al potenziale di mutamento politico insito nella volontà collettiva dei cittadini, ignorare il significato di “resistenza” significa mettere a repentaglio gli obiettivi strategici degli Stati Uniti e dell’Europa nel Medio Oriente.

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Traduzione di Giuseppe Paparella e Valentina Mecca

Articolo originale: Viva La Resistance! Iran, The Bomb & The Middle East

Photo CreditAdobe of Chaos