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La guerra è davvero inevitabile?

Se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra, deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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Arlington-Cemetary.James-Sheehan

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[dropcap]G[/dropcap]uerre e conflitti appartengono alla storia dell’umanità quasi dall’inizio dei tempi. La nostra stessa civiltà è contraddistinta dall’insegnamento, a scuola, di un gran numero di guerre, a partire dall’età medievale e arrivando sino ai nostri giorni. Di conseguenza, tali fenomeni si sono radicati così profondamente nel nostro vissuto al punto che diamo subito per scontato, e normale, che le varie dispute tra le nazioni debbano risolversi in sanguinosi scontri fratricidi.

Forse è questo il motivo per cui la maggior parte dei cittadini non protesta a sufficienza contro le guerre. Ad esempio, si prenda il caso del Regno Unito: senza dubbio migliaia, se non milioni, di cittadini erano adirati contro la decisione del governo inglese di partecipare ai conflitti in Afghanistan, Iraq e Libia. Ciononostante, tale rabbia è rimasta inespressa e covata, senza tradursi in una protesta di massa contro la guerra. Così, mentre gran parte della società inglese si lamenta ancora per l’atteggiamento guerrafondaio avuto dalla Gran Bretagna negli ultimi anni, al tempo stesso accetta, banalmente, che partecipare ai conflitti sia ormai parte del nostro modo di vivere e intendere il mondo.

Se analizziamo la questione nel dettaglio, ci rendiamo conto che, forse, tra le invenzioni del genere umano, la guerra è la più illogica di tutte. Certo, alcuni potrebbero contestare che la guerra sia un fenomeno naturale, e poiché noi essere umani altro non siamo che animali, ci comportiamo come tali, combattendo e massacrandoci gli uni con gli altri. In effetti, si tratta di una osservazione logica, che però non considera il fatto che la specie umana sia l’unica al mondo capace di usare la propria lingua, non solo per produrre rumori, piuttosto per comunicare, elaborare linguaggi, e a creare i presupposti per l’azione diplomatica. Altri ancora potrebbero sostenere che, nonostante gli sforzi della diplomazia, alcune dispute per decidere chi comandi e debba dettar legge non possano essere risolte pacificamente. Sebbene la storia confermi una simile asserzione, ancora una volta non si tiene conto dell’esistenza di alcune società che non hanno mai utilizzato la guerra per risolvere le proprie controversie. Gli stessi buddisti, il sistema dei kibbutz in Israele e anche l’Islanda sono soggetti che non sono mai stati coinvolti in guerre internazionali. Anche in tal caso, gli scettici potrebbero obiettare che le suddette minoranze non rappresentano il quadro generale; il punto fondamentale, comunque, è che gli esseri umani, come in questi casi, sono in grado di vivere senza rimaner coinvolti in alcun conflitto. Alcuni affermano che, invece, siano le armi l’elemento da estirpare: fin quando queste saranno a disposizione delle nazioni, la guerra sarà inevitabile. In riferimento a questa ipotesi, è utile ricordare l’esistenza di un certo numero di Paesi sprovvisti di forze armate, come Andorra, Costa Rica, Liechtenstein e Grenada. Probabilmente, però, le ragioni più convincenti contro l’inevitabilità della guerra risiedono nel progresso dell’umanità: storicamente anche la schiavitù, il sistema delle caste, la sudditanza del genere femminile, le dittature, e finanche i sacrifici umani erano considerati fenomeni naturali e inevitabili. In definitiva, quindi, non bisognerebbe abbandonarsi all’idea che, solo perché qualcosa appare consueta e “normale”, debba rimanere immutata e incontestata nel tempo.

Mettendo in pratica ciò detto, ci si dovrebbe chiedere se i recenti conflitti nel Medio Oriente, e quelli possibili contro Siria e Iran, siano davvero segnati dall’ineluttabilità degli eventi. I governi occidentali sostengono che la diplomazia non funziona contro gli spietati e sanguinari terroristi che operano in Medio Oriente. Piuttosto, il recente aumento del numero di attacchi terroristici nella regione, che hanno innalzato il livello di insicurezza come mai prima d’ora, dovrebbe dimostrare che non si risponde alla minaccia terrorista attraverso invasioni e occupazioni militari. Attualmente l’Iraq è una palude disastrata, in cui le esplosioni delle autobombe scandiscono la quotidianità del Paese. Gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan a causa del crescente numero di vittime (in totale, si contano circa 2000 caduti tra gli americani e un numero imprecisato tra la popolazione afgana). Il continuo rifornimento di armi ai ribelli siriani ha provocato un netto aumento di vittime civili, e l’invasione dell’Iran produrrebbe solamente conseguenze catastrofiche nell’intera regione. Forse, la migliore soluzione sarebbe di lasciare alle popolazioni mediorientali le proprie responsabilità, visto che sarebbero in grado di risolvere da sole i relativi problemi. Dopotutto, è necessario ricordare che la transizione più pacifica dopo la Primavera Araba è avvenuta in Tunisia, un Paese in cui l’Occidente ha svolto un ruolo minoritario.

In conclusione, se la morsa dei conflitti dovesse stringere il Medio Oriente e i paesi arabi nei prossimi anni, a causa dei repentini cambiamenti geopolitici e della relativa instabilità provocata, i Paesi occidentali dovrebbero incoraggiare il dialogo tra le diverse fazioni in guerra tra loro, piuttosto che etichettarsi come gli inventori della pace e della diplomazia, e incoraggiando la violenza allo stesso tempo. In effetti, l’Europa ha attraversato e vissuto le guerre più terrificanti: proprio per questo motivo, i Paesi occidentali dovrebbero evitare che simili atrocità avvengano altrove. Alcuni teorici delle relazioni internazionali sostengono che le democrazie non combattono mai tra loro. Di sicuro, però, le democrazie hanno giocato un ruolo decisivo nel promuovere e causare conflitti in altre aree del mondo. Per questo, se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Is War Inevitable?

Photo Credit: James Sheehan / theriskyshift.com

Mali d’Europa

Un amaro cor(ro)sivo per un invito alla riflessione. E un messaggio di speranza, nonostante tutto.

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Mali

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[dropcap]S[/dropcap]i sono levate, le anime belle dell’Occidente, contro l’operazione neo-colonialista della Francia in Mali, versione aggiornata del nostro scatolone di sabbia. “E’ una vergogna –si è detto- che si permetta ad uno Stato straniero di ingerire nelle questioni interne al Mali, con metodi arbitrari e al di fuori di un accordo in seno all’ONU”. Le anime belle ritengono sempre sia meglio fare le guerre sotto un vessillo neutro che sotto quello di una potenza imperialista.

Oltre ogni attesa, gli aerei mandati con atto d’imperio dal moscio presidente Hollande sono riusciti nell’impresa di conquistare Timbuctù, senza nemmeno mettere in pratica l’olocausto di libri che segna le ultime pagine de “Il nome della rosa”. Come questa sia una vittoria di Pirro e come le truppe regolari non abbiano regolarmente il controllo di tutta la vasta area maliana lo dimostreranno le prossime settimane. Ma l’azione francese e la guerra in atto ci suggeriscono qualcosa di più di una semplice lezione di strategia militare.

Anzitutto, l’inestirpabile natura della guerra, che –le anime belle se ne facciano una ragione- travalica ogni sforzo di pacificazione mondiale: Kant mal si adatta al clima desertico, abituato com’è ai rigori di Kaliningrad. Questa guerra atroce, galvanizzante, attraverso la quale tutti devono passare per garantirsi un futuro migliore, per darsi arie di rivoluzione, per sparigliare le regole che amministrano il quotidiano e l’insulso.

Perché bisogna risparmiare all’Africa la tribolazione catastrofica e necessaria della guerra, se l’Europa, eccellendo in quest’arte difficile e suprema, ci ha costruito sopra la sua superiorità morale e materiale? Certo, meglio sarebbe se i soldati maliani potessero sparare veri colpi ed esplodere vere granate, senza simulare con la bocca, quasi una farsa di bambini che si baloccano con armi di legno, frulli e scoppi e cannonate, come un video pateticamente mostrava. Ma insomma: le guerre si fanno coi soldati che si hanno e c’est l’argent qui fait la guerre, come i nostri nonni ben sapevano.

La guerra è un passaggio irrinunciabile, e bisogna lasciare che, ovunque nel Mondo, si scannino e combattano senza risparmio, se è vero che da una guerra civile l’Occidente ci ha tirato fuori la sua meravigliosa democrazia, che del sangue di Atene e di Parigi s’abbevera ancor oggi. Non c’è altra Storia possibile, per quanto spregevole e raccapricciante, e non se ne può tacere l’evoluzione, non se ne possono nascondere le conquiste.

E poi, l’intervento francese in Mali, coi suoi potenti aerei che fanno tribolare le anime belle –“soldi tolti all’istruzione!” mentre le Università, per mancanza di prospettive, santamente si svuotano- e i suoi botti veri e le sue tute mimetiche e la sua legione straniera e le sue medaglie-se-fate-i-bravi, ci riporta alla realtà delle cose, e cioè alla coscienza imprescindibile che non ci libereremo mai della guerra.

Alla Francia noi dobbiamo sempre rendere il merito di mostrarci con anticipo e lungimiranza ciò che troppo spesso nella storia dell’Occidente noi abbiamo dimenticato: che alle radici d’Europa polemos è linfa, è concime salmastro e nauseoso che non si può rifiutare, che da esso nascono la pace e il nomos, di cui nessuno può dirsi mai sazio. Il nostro debito di confusi mentecatti del pacifismo non sarà facile da estinguere: paghi di guerra non lo saremo mai.

Lasciate che il Mali faccia le sue guerre, lasciate che a milioni si massacrino come in una perpetua notte di San Bartolomeo, in un eterno Terrore in cui le teste separate dai corpi non sono mai abbastanza; lasciate che l’Occidente, sotto i suoi occhi, veda consumate le battaglie che ha perduto, perché da queste tragga la paura che ci fa migliori; lasciate che l’Africa bruci, perché solo dalle sue ceneri potrà venire fuori un continente nuovo, conscio della sua potenza. La vera ingerenza, l’imperdonabile intromissione, sarebbe impedirle di sperimentare sulla sua pelle l’orrore della guerra, l’abominio del disastro, il languore del baratro.

Lasciate parlare la guerra, poiché la pace non ha più nulla da dire.

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Photo Credit: uhurunews