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Cipro, il pivot del Mediterraneo

L’obiettivo dichiarato dal governo di Nicosia è quello di utilizzare la posizione geo-strategica di Cipro, a cavallo tra Europa e Medio Oriente, per rendere il Paese un vero e proprio hub energetico, con un ruolo centrale nel transito commerciale e nell’approvvigionamento energetico europeo.

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[dropcap]N[/dropcap]egli ultimi anni il Mediterraneo Orientale ha accresciuto la propria rilevanza strategica a livello internazionale a seguito di importanti scoperte di idrocarburi. In questa regione, i recenti ritrovamenti offshore di gas naturale ne stanno modificando radicalmente lo status geostrategico ed economico. Prima di raggiungere l’ambizioso obiettivo di diventare esportatori netti di energia, i Paesi del Mediterraneo Orientale, e Cipro in particolare, non possono non confrontarsi con le sfide regionali e gli interessi – di natura economica, politico-strategica e, inevitabilmente, energetico-infrastrutturale – delle maggiori potenze nell’area.

Dopo le grandi scoperte dei campi Leviathan e Tamar lungo le coste israeliane, a due anni di distanza, nel dicembre 2011, è la volta di Cipro: la statunitense Noble Energy riportò una prima scoperta di gas offshore nel blocco 12 del giacimento Afrodite, per un potenziale energetico stimato tra i 5 e gli 8 trilioni di piedi cubi (140-230 miliardi di metri cubi). Quest’area, con tutta evidenza il prolungamento del bacino del Levante, è ancora in una fase iniziale di esplorazione e, pertanto, queste prime stime sono considerate conservative, con la prospettiva di un loro rialzo nei prossimi anni. Si profila quindi per l’isola una ricchezza di enormi proporzioni: a detta di alcuni esperti, infatti, Cipro sarebbe potenzialmente seduta su un tesoro di almeno 60 trilioni di piedi cubi (1,7 trilioni di metri cubi) di gas che, senza considerare le potenzialità del petrolio, potrebbe generare entrate per 400 miliardi di dollari una volta provata la sua commercializzazione.

L’obiettivo dichiarato dal governo di Nicosia è quello di utilizzare la posizione geo-strategica di Cipro, a cavallo tra Europa e Medio Oriente, per rendere il Paese un vero e proprio hub energetico, con un ruolo centrale nel transito commerciale e nell’approvvigionamento energetico europeo. Una prospettiva che tuttavia non considera le tensioni e alcune questioni irrisolte che potrebbero ostacolare lo sviluppo energetico dell’isola, essenziale per risollevare una economia in forte crisi.

Primo fra tutti, la forte destabilizzazione politica risultante dall’invasione militare turca del 1974 che ha prodotto una divisione de facto dell’isola, tra il nord turco-cipriota e il sud greco-cipriota. La scoperta di risorse energetiche nella parte meridionale di Cipro, nonché l’assenza di risultati delle ricerche effettuate finora nell’offshore del nord, hanno aggiunto un nuovo e rilevante fattore di frizione nelle relazioni tra Nicosia ed Ankara. La peculiare situazione politica dell’isola potrebbe quindi rappresentare un freno allo sviluppo dell’economia del Paese, potendo incidere sulle decisioni di investimento delle compagnie estere, soprattutto per quelle che hanno forti interessi in Turchia. Quest’ultima, infatti, ha minacciato ripercussioni per quelle compagnie che intendono sottoscrivere accordi per lo sfruttamento delle risorse con il governo cipriota. È il caso dell’Eni che si è vista sospendere tutti i progetti avviati con la Turchia, a causa del suo accordo di esplorazione firmato con Nicosia a gennaio. Ankara, infatti, sostiene che tali risorse energetiche si trovano in acque internazionali e che dovrebbero andare a beneficio di tutti gli abitanti dell’isola e non solo dei greco-ciprioti. Emergono, quindi, gli interessi strettamente energetici della Turchia. Inoltre, le relazioni tra Cipro e Israele, in particolare quelle relative ad un eventuale progetto di liquefazione del gas per l’esportazione, alimentano la prospettiva di una partnership energetica che, escludendo Ankara, potrebbe far emergere una rotta alternativa per il trasporto di gas in Europa e in Asia, divenendo un ostacolo alla grande mission turca di diventare un hub energetico regionale. Questa prospettiva, secondo alcuni analisti, è stata una delle ragioni alla base del riavvicinamento tra Turchia e Israele che permetterebbe alla prima di mantenere la sua centralità di Paese di transito e al secondo di disporre di una opzione ottimale per l’esportazione del proprio gas. Se, nel lungo periodo, i vantaggi economici di una cooperazione tra Nicosia, Tel Aviv, Atene e Ankara potrebbero farsi più convincenti, nel breve le pressioni energetiche alimentano di tensioni una zona già “calda” motu proprio.

La ferma posizione turca sulla questione cipriota è probabilmente una delle ragioni alla base della decisione russa di non accettare il piano di salvataggio proposto frettolosamente da Nicosia in cambio di licenze di sfruttamento dei giacimenti di gas. A questo va aggiunto, tra le altre, la posizione europea, nonché la special relationship tra Berlino e Mosca, sugellata dall’accordo sul gasdotto Nord Stream, che avrebbe potuto subire contraccolpi se Putin avesse deciso di approvare un piano di salvataggio per un Paese facente parte dell’UE. La posizione di Mosca, quindi, trova un senso nella molteplicità degli interessi che il Paese condivide con i diversi attori regionali, come Germania, Grecia e Turchia, e che possono essere salvaguardati solo con una strategia di ambigua realpolitik. Sebbene la questione del bail-out cipriota abbia messo sotto pressione i rapporti tra Nicosia e Mosca, è difficile ipotizzare una rottura delle relazioni tra i due Paesi quanto, piuttosto, una ridefinizione in nome degli interessi che ancora li legano. Mosca, infatti, ha legami di lunga data con l’isola di Afrodite che spaziano dal settore bancario e finanziario, a quello immobiliare e strategico-militare. Sono forti i sospetti, ad esempio, del ruolo giocato da Cipro nel traffico di armi che dalla Russia arriva fino a Damasco.

Bruxelles, da parte sua, sembra essere determinata nell’infliggere un pesante cambio di tendenza nel business model cipriota e al suo sistema bancario, inficiando il suo status di paradiso fiscale per gli investimenti offshore dei magnati russi. Le scoperte di gas nel mare cipriota rappresentano per l’Europa una grande opportunità per diversificare le forniture di energia, rispetto al ruolo dominante della Russia. Tuttavia, i problemi economici di Cipro, che hanno causato il prelievo forzoso sui depositi bancari, sono anche forieri di forti malcontenti nazionali; l’UE non dovrebbe esasperare la situazione economica perché, come le tante manifestazioni nell’isola dimostrano, i sentimenti anti-europei sono particolarmente diffusi tra la popolazione e potrebbero diventare fonte di instabilità politica. Questo allontanerebbe una possibile soluzione del conflitto con la Turchia, ostacolo centrale all’accesso di Ankara a Bruxelles.

Il quadro delineato sembra poco ottimista per Cipro dato che, almeno nel breve-medio periodo, il pugno di ferro europeo sui conti bancari, la ritirata del sostegno russo e la pressione turca, stringono l’isola in una morsa che non potrà che aumentare il malessere interno e inasprire la recessione dell’economia nazionale. Situazione che non sembra poter migliorare fino a che lo sfruttamento delle risorse energetiche del giacimento Afrodite non sarà a pieno regime, e per il quale potrebbero essere necessari diversi anni.

Al contrario, in un orizzonte temporale più ampio la necessità di cooperazione tra le parti in gioco non potrà che essere sempre più forte per le pressioni derivanti dalla stabilizzazione dell’economia cipriota e per il graduale sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas intra-europei. La Turchia ha già inviato segnali in questo senso: conscia del ruolo di transito verso i mercati internazionali, Ankara ha proposto a Nicosia il suo aiuto nello sviluppo del gas, rimarcando d’altra parte come i benefici di tali scoperte dovrebbero essere condivisi da tutti gli abitanti dell’isola. In conclusione, un aspetto più di altri risulta certo: senza una risoluzione della disputa sulla sovranità dell’isola, questione che si trascina da ormai 40 anni, una eventuale cooperazione regionale sembra difficile da ipotizzare.

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Photo Credit: magisstra

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Netanyahu ha davvero perso le elezioni?

L’annuncio della sconfitta del Likud di Benjamin Netanyahu, alle ultime elezioni israeliane, sembra sostanziare una valutazione poco prudente. In realtà il premier uscente ha perso qualche seggio, ma si è rafforzato rispetto alle vittoriose consultazioni di quattro anni fa. 

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[dropcap]R[/dropcap]ispecchiando l’antico detto yiddish “tre partiti ogni due ebrei”, le elezioni per il rinnovo della Knesset hanno consegnato a Israele un quadro di grande frammentazione politica. Il premier uscente Benjamin Netanyahu conserva il primo posto, ma il suo partito risulta numericamente indebolito rispetto alle consultazioni del 2009. Il successo del candidato centrista Yair Lapid è la vera – e indiscutibile – sorpresa delle ultime elezioni. Effettivamente, non si è verificato l’ulteriore spostamento a destra previsto da buona parte degli osservatori: l’estremista Naftali Bennett, che ha attirato su di sé l’attenzione per buona parte della campagna elettorale, non ha ottenuto l’exploit preventivato da più parti. Piuttosto, la formazione di estrema destra ha sottratto voti a Likud-Beitenu, la lista del premier uscente.

D’altro canto, osservando attentamente i risultati sembra ardito sostenere la tesi di un’avanzata delle forze moderate e progressiste. Aggregando i dati per ‘gruppi ideologici’, emerge che le formazioni di destra hanno effettivamente perso ben 6 seggi alla Knesset. Allo stesso modo, le formazioni di centro hanno perso un altro parlamentare. Pertanto, ad una analisi più oculata, si rileva come il successo ottenuto da Yesh Atid, il partito di Lapid, abbia semplicemente occupato la posizione ideologica ed elettorale lasciata vacante dal forte arretramento di Kadima (che, infatti, ha subito una perdita di 24 seggi su 26). Gli ultimi 7 seggi a disposizione sono stati occupati, in gran parte, dalla sinistra – i laburisti e Meretz –, e dagli ultra-ortodossi di Giudaismo Unito nella Torah, che ha conquistato 2 deputati in più rispetto al 2009. In sintesi, lo spostamento avvenuto a favore del centro-sinistra è stato di 4 miseri seggi: insufficienti per formare una coalizione anti-Likud, e imprimere così una svolta politica rispetto ai governi degli ultimi anni.

In definitiva, parlare di una sconfitta di Netanyahu, sulla scorta di buona parte della stampa internazionale (e non) ‘liberal’, sembra poco prudente. Bibi, come è affettuosamente chiamato il primo ministro israeliano, governa da quasi quattro anni il paese, godendo di un consenso personale che supera il 50%. Nonostante la sua coalizione, con i russi di Yisrael Beiteinu, abbia sofferto un calo elettorale, rimane comunque indispensabile per la formazione di qualsiasi formazione di governo. Inoltre, il PIL israeliano ha registrato tassi di crescita del 4.7% nel 2011; dal 2009, inoltre, più nessun israeliano è stato vittima di attentati terroristici che, in precedenza, scandivano macabramente la quotidianità dello Stato di Israele. Netanyahu, pertanto, è percepito dall’opinione pubblica come una guida forte e autorevole, la cui necessità è avvertita in maniera sempre più impellente, dati gli ultimi sviluppi nella regione mediorientale. Infatti, l’instabilità della regione – e quindi l’allontanarsi delle prospettive di pace – rimane da sempre il vero grande alleato della destra israeliana.

Il quadro regionale sembra confermare i timori di chi auspica uno Stato ebraico armato e sulla difensiva. L’Iran, ormai da sette anni, persevera nella sua politica di minacce e dichiarazioni bellicose, così da permettere a Netanyahu di evocare il pericolo di una shoah nucleare. La Turchia di Erdoğan, ormai lanciata verso la conquista dell’egemonia del Mediterraneo islamico, ha mutato il suo approccio accomodante verso Israele, trasformandosi in un potente, sebbene non ostile, avversario regionale. Infine, l’Egitto dei Fratelli Musulmani e i tumulti della guerra civile siriana aggiungono ulteriori motivi di preoccupazione ed elementi di instabilità: in quest’ultimo caso, ad esempio, la caduta del regime di Bashar al-Assad aprirebbe scenari completamente inediti, a cui Israele dovrebbe riadattare le proprie posizioni strategiche pur di conservare l’equilibrio e la pace regionale.

Anche sul fronte interno, relativamente al conflitto israelo-palestinese, il leader israeliano potrebbe continuare ad agire sulle divisioni interne all’ANP, e insistere sulla minaccia rappresentata da Hamas. Difatti, l’operazione militare Pillar of Defense lanciata dalle forze armate israeliane nel novembre scorso, è stato uno pseudo-conflitto – nonostante le centinaia di vittime – dal punto di vista tattico e strategico: da una parte, Hamas ha sempre evitato e respinto il confronto diretto con l’esercito israeliano, che avrebbe come unica conseguenza la distruzione del partito islamista; dall’altra, Netanyahu ha dimostrato di non avere nessuna intenzione di rioccupare Gaza, dato che l’operazione costerebbe eccessivamente in termini umani, elettorali e militari, essendo peraltro inutile dal punto di vista della sicurezza. Pertanto, mantenere lo status quo nella striscia di Gaza rientra tra gli interessi di tutti i contendenti: in primis, da parte della destra israeliana che, insistendo ed ergendosi ad alfiere della sicurezza e della risolutezza militare, guadagna voti ogniqualvolta si affievoliscono le speranze di pace; in secondo luogo, anche di Hamas che, sfruttando la radicalizzazione del conflitto, rafforza l’egemonia e il controllo sui palestinesi, sottraendo consenso ai moderati di Fatah. Purtroppo, a quanto pare, l’unico attore che ci perde in questo ignobile gioco delle parti è il popolo palestinese assediato all’interno della striscia di Gaza.

In conclusione, la strada di Netanyahu non è, quindi, così in salita. Di sicuro, formare una coalizione che coinvolgerà i centristi, una parte degli ultra-ortodossi e l’estrema destra non sarà impresa agevole. Tuttavia, il premier può contare sulla minaccia del ritorno alle urne, visto che una campagna elettorale incentrata sul tema della governabilità non potrebbe che favorire il proprio partito. Diversa, invece, appare la posizione di Yair Lapid: se il nuovo protagonista della politica israeliana deciderà di partecipare al nuovo governo, lo farà ponendo alcune condizioni essenziali, quali la riapertura dei colloqui di pace (sebbene sul tema ci sia da registrare una posizione piuttosto ambigua, concernente l’irrinunciabilità agli insediamenti coloniali in Cisgiordania). Una volta accettata tale condizione, Netanyahu sarà costretto a dimostrare all’opinione pubblica israeliana di essere seriamente interessato a perseguire sulla strada del negoziato con Hamas e Fatah. Lapid, di conseguenza, dovrà dimostrare di essere anche un abile politico, oltre che un ottimo e accattivante comunicatore da campagna elettorale.

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Photo Credit: todogaceta.com

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La politica delle sanzioni: l’Iran si piega, ma non si spezza

Le sanzioni applicate nel 2012 hanno intaccato esportazioni e profitti, ma non hanno avuto effetto sui programmi nucleari. Almeno, non per il momento.

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[dropcap]S[/dropcap]ono ormai decenni che l’Iran subisce sanzioni economiche, ma quelle applicate nel 2012 sono state particolarmente efficaci. Negli ultimi mesi del 2011, le diplomazie di Stati Uniti e UE dovevano destreggiarsi, da una parte, con Israele – che minacciava di attaccare l’Iran –, e dall’altra con Russia e Cina, contrarie a nuove misure. L’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) confermava la gravità della situazione, pubblicando un report allarmante nel mese di novembre; nel frattempo, l’Iran sviluppava tranquillamente i suoi controversi programmi nucleari. Nonostante la situazione di mercato stretto del petrolio, per colpire il Paese mediorientale, USA e UE si concentrarono sulle esportazioni di greggio, che ammontavano a 2,2 milioni di barili al giorno (b/g). In tal modo, veniva messo a rischio almeno il 50 per cento dei profitti di Teheran.

Il 31 dicembre 2011, il Presidente Obama approvò nuove sanzioni: dopo il 28 giugno, le compagnie che avrebbero continuato a importare petrolio dall’Iran sarebbero stato punite con l’estromissione dal sistema finanziario americano. Questa misura colpiva, oltre alle imprese, anche le banche che le avrebbero finanziate. La possibilità di essere dispensati da tale restrizione dipendeva dalla riduzione semestrale del volume delle importazioni, o dalla decisione diretta della Casa Bianca.

Sin dalla caduta dello Scià, gli Stati Uniti smisero di importare greggio dall’Iran; al contrario, l’Unione Europea ha continuato, raggiungendo nel 2011 la ragguardevole quantità di 450.000 barili al giorno. Nel gennaio 2012, però, l’UE ha annunciato un boicottaggio del petrolio iraniano, con decorrenza dal 1° luglio, che avrebbe destabilizzato circa il 20% delle esportazioni del Paese. Gli Stati membri si sono accordati anche per ritirare l’assicurazione ad ogni veicolo usato per trasportare il greggio iraniano e i relativi prodotti derivati. Tale misura ha interessato circa il 95% della flotta commerciale mondiale, lasciando l’Iran con ristrettissimi margini di manovra.

Nel complesso, le sanzioni entrate in vigore quest’estate hanno paralizzato le esportazioni petrolifere iraniane, che nel mese di luglio sono scese a 930.000 b/g; una cifra che non si registrava dai tempi della guerra contro l’Iraq. Gli importatori hanno poi elaborato nuove strategie commerciali ed assicurative, riportando il volume delle importazioni ad oltre il milione di b/g. In ogni caso, si parla di livelli molto inferiori a quelli dell’anno precedente.

Chiunque criticasse l’applicazione tardiva delle sanzioni minimizzerebbe la portata dei rischi corsi da Stati Uniti e Unione Europea. Colpire l’industria più fiorente dell’Iran, infatti, significa esercitare ingenti pressioni su di un Paese che, prima del 2012, era il secondo produttore di petrolio dell’OPEC; adesso risulta quarto, dopo Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

Fino all’anno scorso, i ministri dell’economia europei si sono rifiutati di boicottare il petrolio iraniano, poiché il mercato risultava già scosso dalle crisi in Medio Oriente e dall’interruzione dei rifornimenti da altre parti del mondo. In Europa, era opinione comune che la politicizzazione dei rapporti con l’Iran avrebbe compromesso il mercato del greggio, facendo impennare i prezzi e annichilendo le economie interessate. Altri, invece, dubitavano dell’efficacia delle sanzioni, che avrebbero avuto il solo effetto di destinare all’Asia il petrolio rifiutato dall’Europa.

In effetti, in pochi si rendevano conto dell’efficacia congiunta delle sanzioni americane ed europee. Inoltre, la riduzione del volume delle esportazioni iraniane è avvenuta in modo graduale, in modo da non destabilizzare i mercati mondiali e provocare l’aumento indiscriminato dei prezzi.  L’effetto del boicottaggio UE si è misurato in mezzo milione di b/g; inoltre, le stringenti misure assicurative hanno colpito anche altri importatori, rendendo loro difficile procurarsi carichi extra. Le uniche assicurazioni disponibili erano offerte da compagnie iraniane di dubbia affidabilità, a cui hanno fatto ricorso Cina e Corea del Sud; o, tramite garanzie sovrane, da importatori nazionali come il Giappone. La paralisi assicurativa, quindi, ha agito congiuntamente alle sanzioni americane, che minacciavano di alienare dagli Stati Uniti gli interlocutori commerciali dell’Iran.

Nel frattempo, per tutto il 2012 l’Europa ha confidato nella capacità produttiva di Libia ed Iraq, ma soprattutto dell’Arabia Saudita, l’unico “swing producer” in grado, da solo, di influenzare il mercato. A sorpresa, dopo un anno di stop dovuto ai moti rivoluzionari, le esportazioni libiche sono riprese al volume di 1,6 milioni di b/g; la produzione irachena è aumentata di circa 650.000 b/g;  per non parlare di quella saudita, arrivata ai 10 milioni di b/g, superando di 1,5 milioni di b/g la media del 2011. Solo l’accennata minaccia di un attacco israeliano ha determinato una breve impennata del prezzo del petrolio.

Tuttavia, risulta ancora complicato valutare le reazioni dell’Iran. Ufficialmente, il Ministero del Petrolio sminuisce l’effetto delle sanzioni, negando – contro ogni evidenza – ricadute nelle esportazioni.  Da altri organi ufficiali arrivano responsi differenti. Il 17 dicembre scorso è stata diffusa una dichiarazione del Ministro dell’Economia, Shamseddin Hosseini, secondo cui le sanzioni avrebbero dimezzato i proventi delle esportazioni petrolifere. Il 19 dicembre, il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato alla stampa che il governo stava cercando di ridurre al minimo, sul bilancio statale, il peso delle vendite del petrolio; pertanto, i tecnici in materia hanno suggerito di preventivare un volume di esportazioni pari solamente ad un milione di b/g per il biennio 2013-2014.

Se valutate dal punto di vista della caduta dei profitti (tra i 3 e i 5 miliardi di dollari al mese), le misure sanzionatorie che hanno interessato Teheran sono state sicuramente efficaci. Difatti, nonostante l’assenza del petrolio iraniano, la disponibilità di greggio sul mercato non è stata intaccata, e i prezzi sono rimasti stabili sui 100 dollari al barile per la maggior parte dell’anno. Inoltre, alcuni dei più importanti importatori dell’Iran, come la Cina, che continua a rifiutare l’approvazione delle sanzioni a livello internazionale, hanno continuato a ridurre le importazioni da Teheran nel 2012, ricevendo in cambio un allentamento delle restrizioni finanziare e legislative da parte della Casa Bianca.

Nonostante questo, gli incontri tra l’AIEA e un’apposita commissione (che conta i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania) per valutare gli effetti delle sanzioni, si sono conclusi con un nulla di fatto: sul breve termine, tali misure sembrano non aver sortito alcun effetto sulle politiche nucleari. Al limite, ci si potranno aspettare dall’Iran altre ammissioni ufficiali sullo stato dell’economia, che potrebbe addirittura peggiorare nel 2013, dato che i clienti indiani e giapponesi stanno già dichiarando di voler ridurre le importazioni. Inoltre, dal mese di febbraio di quest’anno, gli Stati Uniti sembrano voler imporre misure ancora più restrittive, che esacerberanno il deficit del bilancio commerciale iraniano, costringendo le banche a trattenere le entrate. Si prevede, poi, un aumento di produzione da parte dei Paesi al di fuori dell’OPEC, commisurato alla lenta ripresa dell’economia globale. Il petrolio iraniano diverrà sempre meno essenziale, influenzando negativamente la valuta e gli altri settori dell’economia del Paese.

Nessuno può sapere con certezza se il 2013 sarà l’anno della resa dei conti tra Stati Uniti ed Iran; ma, a meno di una svolta diplomatica, quello appena iniziato si appresta ad essere un altro anno durissimo per l’economia del Paese.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Iran Sanctions: Effective But Unsuccessful In 2012

Photo credit: David Holt London

 

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Una legge democratica e religiosa. Come quella ugandese contro gli omosessuali.

A prima vista potrebbe sembrare un discorso imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. Si deve agire subito.

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[dropcap]N[/dropcap]el 2009 l’Uganda ha avanzato una proposta di legge contro gli omosessuali, il cosiddetto “Kill the Gays bill”. Il testo comprende due disposizioni che, in pratica, equiparano l’omosessualità all’omicidio, punendo con l’ergastolo coppie gay e trasgressori incensurati. È invece prevista la pena di morte per criminali recidivi, ovvero sieropositivi, figure autorevoli (genitori inclusi) e pedofili, ossia tutti coloro che intrattengano rapporti con minori di 18 anni. Si configura anche il reato di omessa denuncia, punito con una multa e fino a tre anni di detenzione.

Il progetto di legge, condannato dall’opinione pubblica internazionale, si è arenato varie volte all’interno del parlamento ugandese. Le pressioni politiche occidentali furono inizialmente inefficaci, ma a fine 2009 il testo venne smussato, eliminando la pena di morte. Per due anni, a partire dal marzo 2010, la bozza non è stata più discussa, nonostante un tentativo fallimentare avvenuto quell’agosto; adesso è tornata alla ribalta.

Perché insistere su questa legge? Perché “sono gli ugandesi a chiederla”.

A questo proposito, i mass media hanno sempre usato le virgolette, come se riportassero un’affermazione fasulla, da prendere con le pinze o a cui non credere affatto: cosa che invece viene smentita dai numeri. In teoria, se democrazia significa ascoltare le maggioranze, questa legge dovrebbe essere approvata.

Infatti, il 96% degli ugandesi vorrebbe bandire l’omosessualità. Il massiccio supporto popolare a favore di tale misura rispecchia un trend comune a tutta l’area sub-sahariana (escluso il Sudafrica, relativamente liberale): in questa zona, lo stato meno sfavorevole all’omosessualità è la Costa d’Avorio, che registra una percentuale dell’89% tra i contrari. Non che la situazione cambi molto in un contesto più esteso: in Medio Oriente lo Stato più tollerante è quello di Israele, in cui però solo un terzo della popolazione si dichiara aperta nei confronti dell’omosessualità; questa percentuale cala drasticamente in Egitto, fino a scendere all’1%. Il quadro è decisamente migliore in Europa occidentale, ma peggiora gradualmente procedendo verso est: nel sud-est asiatico l’unica eccezione che prevede una maggioranza “a favore” del riconoscimento degli omosessuali è costituita dal Giappone. Nel continente americano, sebbene via sia un orientamento progressista in materia, gli Stati Uniti dimostrano un’intolleranza che non ha eguali nel mondo occidentale.

Omofobia non è la parola giusta per descrivere comportamenti dettati, più che dalla paura, dall’odio, e l’ostilità statunitense attecchisce notevolmente a livello globale. Con i loro sermoni carichi di intolleranza, certi pastori ultraconservatori americani trovano molto seguito in Africa, dove le popolazioni locali sono indotte a temere un presunto contagio omosessuale tra i bambini, che dissemini sia il virus dell’HIV, sia pericolosi pensieri omosessuali. In aggiunta, numerose organizzazioni statunitensi, supportate da predicatori religiosi e corporations internazionali, sono preposte alla diffusione di programmi anti-abortisti ed anti-omosessuali.

Tuttavia, l’intolleranza statunitense non ha bisogno di essere emulata o esportata: piuttosto, questi predicatori ne capitalizzano la versione autoctona, basandosi sulle severe prescrizioni religiose delle vecchie società coloniali, e sul persistere di superstizioni ancora più antiche – che stigmatizzano, ad esempio, l’omosessualità e l’albinismo.

La mancanza d’istruzione ha fatto il resto: i principi sacri delle popolazioni colonizzate hanno finito per diventare ancora più ferrei di quelli dei colonizzatori. Al grido di “conversione o morte”, la cristianizzazione forzata determinò spesso massacri sanguinosissimi, al confronto dei quali appaiono poca cosa le guerre religiose combattute in Europa.  Queste ultime si originavano da questioni interpretative che volevano risalire a principi, stabiliti da Cristo, che regolamentassero società sorte molti secoli dopo la sua nascita – nonostante fosse scritto nei Vangeli che il mondo non sarebbe durato più di un altro secolo (Matteo  16:28, 23:36, 24:34, 26:64, Marco  9:1, 13:30, Luca 9:27, 21:32).

Nel corso della storia, i califfati islamici arabi e gli imperi cristiani adottarono e propugnarono una serie di pratiche sessuofobiche. Inoltre, nei libri della tradizione giudaico-cristiana sono annoverate molte norme in materia di rapporti e pensieri sessuali, talmente paranoiche e restrittive da risultare bizzarre. Nelle ex colonie, tali regole hanno continuato ad avere peso anche dopo che i Paesi industrializzati le hanno dismesse. Quando le popolazioni occidentali hanno iniziato a svincolarsi dai dettami della Chiesa, declassata a mero fattore di identità culturale, anche l’odio per l’omosessualità ha iniziato a svanire. Secondo una stima Gallup, gli Stati più aperti nei confronti dell’omosessualità sono anche quelli che, rifiutando una morale dettata dalla religione, mettono istruzione e libertà di pensiero al primo posto della propria scala di valori.

Così non è per l’Uganda, dove un’applicazione letterale del principio di democrazia tutelerebbe le leggi che mettono al bando l’omosessualità, fino a punirla in qualche caso con la morte. Gli ugandesi lo vogliono, così come la loro religione: di conseguenza, questa legge dovrebbe essere approvata in quanto ritenuta democratica? La risposta è negativa.

Una tale posizione potrebbe apparire imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. La tutela dei valori di libertà (di espressione, identità, sicurezza) rimane prioritaria rispetto al diritto delle maggioranze all’oppressione legale: un ordinamento democratico, da solo, non basta a rendere civile una società. La difesa dei suddetti valori non riguarda esclusivamente le sinistre, come vorrebbe un’opinione diffusa in Occidente: essi sono i principi fondanti delle stesse società occidentali. Pertanto, una demagogia intollerante, fondata su principi sacri, attecchisce particolarmente laddove l’istituzione della democrazia sia recente, e la morale completamente subordinata alla religione. Ingiustizie come quella ugandese devono essere stroncate sul nascere, per tutelare chi si macchi dell’unica colpa di amare in maniera diversa. Il diritto all’oppressione democratica ha già detto abbastanza: per contrastarlo, si deve agire subito.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Uganda’s ‘Kill The Gays’ Bill? It’s Democratic. And It’s Religious.

Photo credit: Todd Huffman

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29 Novembre 2012: In Medio Oriente è Ancora Primavera

Perché, a due anni dall’esplosione della Primavera araba nella regione magrebina e all’espansione della rivoluzione verso le estremità più orientali del mondo arabo-islamico, le conseguenze più straordinarie del cambiamento si producono, ancora oggi e con rinnovata energia, sulla scena mediorientale.

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[dropcap]A[/dropcap] partire dal dicembre 2010, il mondo arabo è stato travolto da una nuova stagione di cambiamenti, da una primavera e dal risveglio politico e sociale che l’ha caratterizzata. La rivoluzione tunisina, inaugurata con l’atto estremo ed emblematico del dissidente Mohamed Bouazizi, per denunciare i maltrattamenti subiti dal regime precedente, ha rappresentato la miccia che ha determinato lo scatenarsi de al-Thûrât al-ʻArabiyy, ossia delle ribellioni arabe. Uno a uno, i Paesi del cosiddetto mondo arabo, sono stati sconvolti da denuncie e pretese, avanzate dai propri cittadini a voce unisona, con determinazione e violenza: improvvisamente, e fieramente, respingendo ogni sorta di compromesso, il demos (popolo) ha reclamato la propria cratia (potere).

Sarebbe tuttavia incompleto e, dunque, per certi versi inesatto, sostenere che le nazioni arabe si siano opposte ai propri rappresentanti per le stesse motivazioni. Sarebbe riduttivo immaginare la Primavera araba quale movimento unitario, senza valutarne le specificità di ogni singolo Paese che ne ha fatto e, in alcuni casi, continua a farne parte. D’altra parte, sia il demos che la cratia, possono essere intesi e variare sensibilmente. Cosicché, se in alcuni casi il cambiamento si è compiuto rapidamente e ha portato i frutti sperati, in altri, è stato brutalmente represso e isolato mentre, in altri ancora, si esplica ancora oggi con effetti inaspettati.

Il Medio Oriente, ancora una volta al centro dell’attenzione internazionale, manifesta e subisce la rivoluzione. La primavera è dilagata nel Nord Africa, nella Penisola Arabica, ha sfiorato le coste del Mediterraneo orientale, per poi tornare ancora nel Maghreb e in Libia. Infine, la primavera sboccia, durante questi ultimi mesi e precisi istanti, nel Medio Oriente. Catalizzatore di diverse problematiche internazionali, da tempi immemori, la regione mediorientale ospita nuovamente il teatro degli scontri più acuti, dall’inizio dell’ondata rivoluzionaria.

L’Egitto, dopo decenni di oppressione retta dal Presidente Hosni Mubarak, è insorto. La guida del Paese, a partire dal 2012, è stata consegnata dal popolo al partito dei Fratelli Musulmani, giudicato dal regime precedente illegale e perfino non candidabile a elezioni. Il cambiamento estremo, sebbene sconsigliato e contrastato da molti stessi egiziani, si è generato come reazione alla violazione sistematica dei diritti umani, indirettamente ammessa dal medesimo dettato costituzionale.

Analogamente, la Siria è stata governata per anni da uno stato di emergenza, risalente al decreto legislativo n. 15 del 22 dicembre 1962. Da allora, fino alla violenta opposizione scatenatasi all’inizio del 2011 e ancora in corso, il partito Baath ha negato diritti fondamentali al proprio popolo, protetto da una costituzione impropriamente definita democratica.

Ancora, mentre l’Iraq è in fiamme dal 2003, il Libano ha subito l’ennesimo attentato alle proprie istituzioni lo scorso ottobre, con l’esplosione di un’autobomba che ha visto l’uccisione del generale Wissam al-Hasan, capo del servizio informazione della polizia libanese. La Giordania, alleato strategico dell’Occidente, è riuscita a gestire gli effetti della primavera fino ad oggi, ma si avvia alle elezioni parlamentari, programmate per il 23 gennaio prossimo.

Infine, i territori palestinesi e lo stato d’Israele, sebbene quest’ultimo non possa essere tecnicamente incluso nel mondo arabo. Acuti scontri si sono consumati nelle ultime settimane, principalmente nella Striscia di Gaza e nella regione meridionale dello stato israeliano, tra le forze militari di quest’ultimo e le forze politiche dominanti della prima. Le perdite umane sono state importanti, soprattutto nella società civile o, meglio, nelle società civili, mentre la tregua è stata mediata dalla presenza egiziana.

Tuttavia, ciò che è accaduto in seno all’Assemblea generale delle Nazione Unite, il 29 novembre scorso, ha un significato storico e simbolico assolutamente nuovo. Con 138 voti a favore, nove contrari e 41 astensioni, l’assemblea internazionale ha riconosciuto lo Stato palestinese. Ben 67 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo la Costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nonché il riconoscimento di Israele, l’Assemblea generale ha affermato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

In Medio Oriente è ancora, o nuovamente, primavera: infatti, il 29 novembre 2012 è iniziata una nuova epoca per il popolo palestinese, per il popolo israeliano, per il mondo arabo e per tutta la comunità internazionale. L’importanza epocale di quanto avvenuto comporterà, difatti, nuove responsabilità sia individuali che collettive. Il riconoscimento dello stato di Palestina non permetterà più di addossare al passato, né di affidare egoisticamente, alle future generazioni, l’onere della soluzione di un conflitto che rimane, in tutti i sensi, internazionale. Poiché da un punto di vista giuridico, solo da questo momento sono internazionali le relazioni tra lo stato d’Israele e lo stato della Palestina.

La primavera ha, quindi, risvegliato coscienze nazionali e rivendicazioni di potere, ha percorso e attraversato il mondo arabo: a due anni di distanza, i fiori della primavera finalmente sbocciano in seno alla comunità internazionale. Se le conseguenze delle ribellioni arabe, a partire da quella tunisina, si erano estese entro limiti territoriali di singoli stati sovrani e potevano essere ritenute crisi interne, dal 29 novembre scorso il piano su cui si manifesteranno è a tutti gli effetti internazionale.

Gli effetti politici e tecnico-giuridici saranno complessi e molteplici, ma il cammino è appena avviato e l’attività diplomatica da compiere si configurerà decisiva e frenetica, dato che la comunità internazionale dovrà compattarsi e non disperdere i risultati ottenuti finora. Laddove la pace e la necessità di sicurezza non siano più circoscritte a un solo soggetto di diritto, ma si estendano alla comunità degli stati, l’impegno per il loro mantenimento dovrà essere senza alcun dubbio collettivo. Solo in questo modo, al tempo del raccolto, a tutti i soggetti sarà concesso godere della nuova e accresciuta ricchezza.

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Photo Credit: D’Ark Man

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Gli Stati Uniti Tra Antiche Sfide E Nuovi Dilemmi Geopolitici

Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta.

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L’ elezione di Barack Obama, come 45esimo Presidente degli Stati Uniti, merita una riflessione approfondita sull’impatto che la nuova amministrazione avrà sulla politica internazionale. I prossimi quattro anni, in effetti, preannunciano su questa linea una molteplicità di sfide e veri e propri rompicapi, i cui epiloghi potrebbero condurre ad uno scenario globale completamente stravolto rispetto agli adagi tradizionali. Il complesso rapporto con l’Europa, la difficile situazione mediorientale, l’incognita cinese e le nuove attenzioni rivolte al Pacifico rappresentano le più urgenti questioni che la nuova amministrazione dovrà affrontare.

Una comprensione più approfondita delle relazioni transatlantiche nel corso dell’ultimo anno, rivela come il vecchio continente sia quanto mai centrale nelle valutazioni strategiche di Obama. Infatti, contrariamente alle opinioni di alcuni osservatori continentali, il presidente americano ha già dimostrato nel mese di giugno, quando la crisi economica spingeva l’unione monetaria europea e la Grecia verso un inevitabile tracollo, di temere la destabilizzazione della fragile e lenta ripresa americana.

La reazione di disappunto, maturata a livello europeo, ha posto in discussione la partnership privilegiata che lo stesso Obama aveva ridefinito come essenziale all’indomani della sua elezione nel 2008. Come preconizzato a maggio dall’ex Presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, l’Europa e le sue scelte di politica economica sarebbero diventate decisive nella corsa alla Casa Bianca. Allo stesso modo, seppur da prospettive differenti, l’argomento “Unione Europea” non è stato trascurato neanche da Mitt Romney nel corso della campagna elettorale. Hanno colpito, infatti, le parole dello sfidante repubblicano, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero rischiato di precipitare nella disastrosa situazione economica di Italia e Spagna qualora Obama avesse ottenuto un nuovo mandato. Nel bene o nel male, la questione europea è stata centrale per la rielezione del candidato democratico, come ha dimostrato il successo ottenuto da quest’ultimo in Ohio, teatro del piano di salvataggio statale di Chrysler e della partnership con FIAT. Anche per queste ragioni è lecito pensare che il rieletto Presidente porrà maggiore attenzione alla stabilità della moneta unica, quale pilastro fondamentale per l’interdipendenza economica e finanziaria. In ogni caso, è fuori discussione che tali attenzioni si riflettano in un rapporto euro-atlantico basato sulle stesse stringenti logiche di cooperazione risalenti alla guerra fredda.

Per quanto riguarda la situazione mediorientale, la posizione diplomatica della Casa Bianca rimane ancora incerta e non definita. Considerato un consequentialist da Ryan Lizza, in virtù di un approccio a cavallo tra il realismo di John Quincy Adams e l’idealismo di George W. Bush, Obama ha suscitato le reazioni piccate di Israele a causa della gestione della primavera araba. Infatti, pur adottando una politica di dialogo con Iran ed Egitto, il presidente americano ha comunque anteposto gli interessi di sicurezza americani a quelli di altri paesi. Questo atteggiamento ha creato confusione a livello diplomatico e tensione con Gerusalemme, soprattutto in seguito alle posizioni di apertura di Obama verso il presidente egiziano Mosri, e a quelle mostrate con Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare. In un articolo di Helene Cooper sul New York Times, è stato rilevato come i rapporti Washington-Teheran siano stati caratterizzati da un inedito accordo sullo sfruttamento dell’energia nucleare. Per questo motivo, anche a Teheran si fremeva per la rielezione di Obama, considerato un interlocutore affidabile e comprensivo delle esigenze nazionali.

Infine, l’ascesa della Cina a protagonista della scena internazionale. Durante la campagna elettorale, il candidato democratico ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua, improntata al dialogo con un interlocutore globale da un lato, e di risolutezza verso le scelte economiche di Pechino dall’altro. Risalta, pertanto, il richiamo effettuato a marzo dal presidente americano, che invitava Pechino ad adottare un comportamento più rispettoso delle regole del commercio internazionale. La futura strategia americana verso la Cina, pertanto, appare caratterizzata da un approccio attendista e di neutralità rispetto a questioni interne che stanno pian piano turbando la tranquillità politica del gigante asiatico. Infatti, l’economia cinese, sta subendo un lieve ma inevitabile rallentamento, cui si associano l’irrisolta questione tibetana, i casi di corruzione all’interno del Partito comunista cinese e la richiesta sempre più pressante di diritti civili e sociali.

L’atteggiamento del rieletto Presidente, dettato da un maggiore interesse alle questioni interne, sembra condurre ad uno scenario geopolitico fortemente balcanizzato con gli Stati Uniti sempre meno coinvolti nei contesti regionali dove sono stati presenti per larga parte del Novecento. Come prospettato da Ian Bremmer, si sta determinando uno “G-Zero World” in cui nessuna potenza mondiale (Stati Uniti e Cina) o gruppi di paesi (UE o BRICS) sono in grado di dettare una chiara agenda politica internazionale, soprattutto per ragioni di ordine economico e politico interno.

Pertanto, il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, incoerente a prima vista, cela una chiara scelta politica di disimpegno, che nell’immediato ha provocato una crisi nei rapporti con Israele, una risposta insufficiente agli interrogativi delle rivoluzioni del mondo arabo, e a un atteggiamento ambiguo e discontinuo nei confronti di Europa e Cina. Nei prossimi mesi sarà particolarmente interessante analizzare l’evoluzione delle relazioni tra Pechino e Washington, da cui dipenderanno i futuri assetti geopolitici. A livello teorico, vi sarebbero almeno quattro possibili scenari: la creazione di un G-2 informale, improntato ad un pacifico rapporto tra le due maggiori potenze; un concerto globale caratterizzato dai differenti interessi economico-politici delle potenze emergenti; la possibilità di una Guerra Fredda 2.0 dettata dalla competizione economica tra le due potenze principali; infine, un contesto internazionale frammentato con scarsa cooperazione multilaterale.

A prescindere dalle suddette ipotesi teoriche, Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta. Oltre ad una grande attenzione a tutti problemi passati, presenti e futuri, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti necessita anche di una buona dose di fortuna nei quattro anni che lo vedranno nuovamente al comando.

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Photo Credit: Wikimedia Commons

 

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Perché, In Questo Momento, Il Riconoscimento Di Uno Stato Palestinese Sarebbe Disastroso

Bisogna evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU, soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici.

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Articolo in riposta a: “Ostacolare la creazione della Palestina: il grande errore degli Stati Uniti

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La richiesta di riconoscimento istituzionale che l’Autorità Nazionale Palestinese ha avanzato presso l’ONU ha rappresentato, per molti,  una possibile via d’uscita dalla questione mediorientale: si reputa, infatti, che una tale istanza possa esercitare una maggiore pressione internazionale su Israele. Di conseguenza, assecondando questa logica, i contrari al suddetto riconoscimento statuale rischierebbero un passo falso diplomatico: pare, infatti, che la richiesta dell’ANP goda di crescente consenso presso gli Stati membri delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, sostiene ancora la tesi dell’articolo precedente, vi si opporrebbero poiché preoccupati dalla possibile denuncia che, un eventuale Stato palestinese, intenterebbe presso la Corte Penale Istituzionale contro Israele, con l’accusa di occupare illegalmente i propri territori. Infatti, continuando a sostenere un alleato storico, gli Stati Uniti finirebbero però per  tradire i propri stessi principi e valori, vedendo poi compromessa la propria influenza all’interno del mondo arabo. In aggiunta, conclude l’articolo, l’atteggiamento americano nei confronti dell’ANP suscita qualche perplessità, dato che appare in forte contrasto con il supporto fornito alle rivoluzioni democratiche in Nordafrica.

A questo punto, sarebbe il caso di confutare le argomentazioni descritte. In primis, approvare la richiesta dell’ANP potrebbe generare pericolosi sviluppi non solo per Stati Uniti ed Israele, ma anche e soprattutto per lo stesso Stato palestinese;  e, più in generale, per tutta la regione mediorientale. E’ infatti per ragioni legate alla stabilità e alla sicurezza regionale che gli Stati Uniti si oppongono a tale epilogo, piuttosto che per opinabili legami di lealtà a Gerusalemme. In questo momento storico l’ANP non è pronta a configurarsi come entità statuale, e se le valutazioni strategiche avanzate da Israele dovessero essere ulteriormente ignorate, si profilerebbero instabilità politica e il rischio di un conflitto generalizzato a tutta l’area circostante.

L’ANP, in effetti, non gode del pieno controllo sui propri territori, nemmeno per quanto riguarda la Zona A: non è in grado, dunque, né di esercitare lo stato di diritto sulla regione, né di garantire stabilità nei territori di confine – come ad esempio nella Striscia di Gaza dove perdura e si consolida la presenza di Hamas. A tal proposito, pur supponendo che l’ANP acquisisca lo status desiderato, appare improbabile che possa subentrare o affiancarsi pacificamente ad Hamas nel governo di Gaza. L’organizzazione in questione continuerebbe le proprie attività anche all’interno di uno Stato palestinese ormai indipendente, come il lancio di missili su Israele e la politica di reclutamento tra le tribù beduine, in modo da garantirsi un rafforzamento strategico nella zona del Sinai. Un eventuale Stato potrebbe costituirsi solamente nel momento in cui dovesse possedere le caratteristiche adatte a diventarlo: per adesso territorio e popolazione non sono affatto attributi sufficienti.

Relativamente a considerazioni di ordine interno, si provi ad ipotizzare uno Stato palestinese indipendente che ottenga, da parte della Corte Penale Internazionale, una sentenza sul ritiro di Israele dai Territori Occupati. Cosa accadrebbe in seguito? Storicamente, nessuna entità statale ha mai rinunciato volontariamente alle proprie posizioni strategiche, ancor più per sentenza e senza calcolare le ripercussioni sulla propria stabilità interna. Sia a livello di apparato statale, che di forze di sicurezza, l’ANP risulta troppo debole per poter affrontare proteste e rivolte; e sembra avere ancora meno chance di debellare il terrorismo di matrice domestica. Abu Mazen sarebbe davvero in grado di fermare un possibile lancio missilistico verso l’aeroporto di Tel Aviv? Di ostacolare il contrabbando di armi da fuoco giordane a Ramallah? E di impedire ad agenti di Hezbollah di infiltrarsi in Palestina per reclutare ed addestrare nuovi terroristi?

Non sembra decisamente il caso di correre rischi così consistenti; tanto più adesso che l’intera regione è scossa da conflitti settari. Con le sue deboli istituzioni statali, e le sue forze di sicurezza impreparate e corrotte, l’ANP non è in grado di esercitare il potere sufficiente a garantire una certa stabilità. Al contrario, Israele riesce, in maniera efficace, ad arginare la minaccia terroristica proveniente dai Territori Occupati, malgrado i vergognosi abusi umanitari e le violenze che ne conseguono. Sarebbe dunque ipotizzabile che, sulla base di un mero imperativo morale, lo Stato israeliano decida di affidare la propria sicurezza ad istituzioni deboli e poco influenti? Basterebbe solo un po’ di buon senso per affermare il contrario.

In primo luogo, lo stato di diritto potrà essere esercitato dall’ANP, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, solo quando sarà in grado di evitare che il terrorismo locale giunga a colpire Israele. In secondo luogo, non è pensabile che Israele possa essere costretta, per di più da potenze straniere, ad accettare l’esistenza di uno Stato palestinese. La pressione esercitata su Gerusalemme non basterebbe comunque a determinarne un cedimento; per quanto riguarda la parte palestinese, tale situazione potrebbe dare il via libera ad una Terza Intifada. Ne conseguirebbero eccidi, violenze e l’intensificarsi della presenza militare israeliana nei Territori Occupati: una mossa del genere ritarderebbe almeno di vent’anni la risoluzione della questione palestinese, facendo sfumare ogni possibilità di stipulare un compromesso pacifico.

In ultima analisi, la negoziazione del processo di pace deve coinvolgere le grandi potenze. Ogni argomento contrario sarebbe irrilevante e fuori luogo, poiché già nel 2001, nel corso del Summit di Taba, furono definiti tutti i parametri per una risoluzione consensuale. Il problema risiede nella mancanza di buona volontà da entrambe le parti: se desiderassero realmente risolvere la questione, uno Stato Palestinese potrebbe sorgere nel giro di una notte. Allo stesso modo, ogni soluzione internazionale che prescinda da Israele sarebbe rovinosa: il rischio di violenze aumenterebbe vertiginosamente, determinando il rinfocolarsi di atteggiamenti aggressivi da parte di israeliani e palestinesi.

In conclusione, il riconoscimento statuale sarebbe disastroso per l’ANP e la sua legittimità. Se, successivamente all’ottenimento di tale status istituzionale le condizioni di vita per gli abitanti palestinesi non dovessero migliorare, l’ANP si ritroverebbe ulteriormente danneggiata, e il già debole supporto di cui attualmente gode verrebbe compromesso. Non è difficile ipotizzare come un’ondata di proteste popolari possa favorire la base radicale, che, attaccando l’inerzia e la passività dell’ANP, vedrebbe rinsaldata la propria credibilità, incitando la popolazione a rivendicare con violenza ciò che le stesse Nazioni Unite avevano promesso. Se dovesse scoppiare un’altra Intifada, l’ANP non avrebbe alcuna possibilità di gestirla, né risulterebbe credibile nel prendere le redini del conflitto, ponendosi come alternativa al populismo militante di Hamas. Se Arafat non fu in grado di gestire la Seconda Intifada, è assolutamente fuori discussione che il poco carismatico Abu Mazen riesca a fare di meglio.

Non si voglia leggere, in quest’articolo, un’apologia di Netanyahu o delle politiche repressive israeliane. Bisogna, però, evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU,  soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici. Bisogna comunque riconoscere che, indipendentemente dalle posizioni sull’argomento dibattuto, al momento le relazioni israelo-palestinesi – sia a livello sociale, che diplomatico – sono pacifiche come non accadeva da qualche anno.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Editing: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Recognizing A Palestinian State Would Be Disastrous

Photo Credit: Adam Biggs / theriskyshift.com
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Ostacolare La Creazione Della Palestina: Il Grande Errore Degli Stati Uniti

A prescindere da qualsiasi congettura, è certo che il sostegno atteso dai 115 membri dell’ONU – possibilmente estendibile fino a 150 – nei confronti della Palestina, stia lasciando Stati Uniti e Israele in una posizione diplomatica piuttosto isolata.

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Gli Stati Uniti hanno commesso un grave errore di valutazione nella loro ostinata opposizione alla richiesta, da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, dello status di non-membro delle Nazioni Unite. Tale posizione non solo perpetua la volgare apatia che il mondo – e gli Stati Uniti in primis – ha dimostrato nei riguardi della Palestina dalla fondazione dello stato di Israele nel 1948; soprattutto, è il simbolo di un errore diplomatico che sta compromettendo buona parte della retorica americana in materia di politica estera.

Dal 2010, in virtù dell’empasse nei negoziati internazionali, la questione palestinese per l’indipendenza e la richiesta di una soluzione “a due stati” sono state abbandonate all’esclusiva volontà politica dei soggetti coinvolti. Pertanto non hanno suscitato scalpore né la richiesta di riconoscimento dello Stato Palestinese, né quella di adesione alle Nazioni Unite, avanzate lo scorso anno da Mahmoud Abbas. Successivamente, a seguito della pressione diplomatica contraria esercitata dagli Stati Uniti sul Consiglio di Sicurezza, l’Autorità Nazionale Palestinese ha deciso di bypassare l’esame dell’organismo ONU e procedere con l’adozione dello status di non-membro in seno all’Assemblea Generale.

Rivolgendosi all’Assemblea Generale il 27 settembre Abbas ha dichiarato: “Abbiamo avviato intensi colloqui con diverse organizzazioni regionali e con gli stati membri con l’obiettivo di ottenere l’adozione da parte dell’Assemblea Generale di una risoluzione che prenda in considerazione lo stato Palestinese come non-membro dell’ONU.” Alla speranza del popolo palestinese di essere riconosciuto non-membro delle Nazioni Unite, si somma quella di poter vedere Israele incriminato dalla Corte Penale Internazionale per l’occupazione illegale della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. In maniera abbastanza sorprendente, dato l’attuale disinteresse internazionale, il futuro della Palestina sembra riservare qualche speranza: ci si aspetta, infatti, che almeno 115 stati membri dell’ONU voteranno a favore del riconoscimento della Stato, secondo i confini del 1967. Ci si Interroga, quindi, sui motivi per i quali Washington appaia così determinata affinché tali sviluppi non abbiano alcun seguito.

Una possibile risposta, almeno secondo la retorica ufficiale, potrebbe essere efficacemente riassunta dalla seguente  affermazione: “Lo stato Palestinese sarà dichiarato solo a seguito di negoziati diretti con Israele”. Quello che si può dedurre è che gli Stati Uniti stanno cercando di proteggere il loro storico alleato, nonché maggior beneficiario del sostegno finanziario americano sin dalla seconda guerra mondiale. È indubbio che Israele necessiti di assistenza economica e militare per contenere la minaccia sciita di Hezbollah, e la mole di questi investimenti assicura la contemporanea difesa da tutti i nemici di Israele. A questo proposito, gli americani potrebbero essere seriamente preoccupati dalle conseguenze della sentenza della Corte Penale Internazionale sulla sicurezza di Israele. Quel che sembra chiaro, a prescindere da qualsiasi congettura, è che il sostegno atteso dai 115 membri dell’ONU – possibilmente estendibile fino a 150 – nei confronti della Palestina, stia lasciando Stati Uniti e Israele in una posizione diplomatica piuttosto isolata.

L’isolamento degli Stati Uniti, insieme all’inamovibilità e alla pervicacia mostrate sulla questione, rischia così di mettere a repentaglio l’autorevolezza diplomatica di Washington. Fatta eccezione per la Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono stati i maggiori sostenitori della democrazia sin dalla presidenza Wilson, come dimostrano anche i casi recenti della Primavera Araba e dell’Afghanistan. Di conseguenza, perché le stesse istanze non sono attualmente promosse anche a livello sovra-nazionale? Al contrario, l’atteggiamento tenuto sin qui dagli Stati Uniti si è rivelato repressivo e ostruzionistico, come dimostrano le sanzioni finanziarie inflitte all’Autorità Palestinese a seguito della richiesta di diventare membro dell’ONU, e l’abiura dei principi dell’UNESCO nel 2011 dopo l’ammissione della Palestina. Infatti, questa posizione stride fortemente con la lotta palestinese per l’autodeterminazione, e avvalora l’idea che l’egemone globale sia poco interessato alle conseguenze di questi atti sul processo di pace. Inoltre gli americani stanno via via  perdendo credibilità nella regione, e questo diventerà più evidente nei prossimi mesi, quando i cittadini mediorientali e nordafricani inizieranno a dubitare delle reali intenzioni di Washington di promuovere la democrazia, con il deleterio e tristemente consueto effetto di rendere indistinguibili i terroristi dai “combattenti per la libertà”.

In ogni caso è arrivato sicuramente il momento di avviare un processo di pace tra israeliani e palestinesi senza l’interferenza di Stati Uniti e Russia. Questi ultimi non possono essere considerati autorità morali di riferimento, dato che hanno bandito il razzismo e la segregazione appena cinquanta anni fa. Ci si chiede, infatti, per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno sostenere Israele, un paese che ha dimostrato e che continua a mostrare un’inosservanza così manifesta del diritto internazionale. Sembra giunto il momento che i due ex protagonisti della Guerra Fredda si facciano da parte per permettere alle Nazioni Unite di espletare il compito per cui fu ideata e fondata, ovvero mantenere la pace e la sicurezza internazionale sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli stati e l’autodeterminazione dei popoli. Pertanto, l’approccio americano alla politica estera dovrebbe cessare di mostrarsi intransigente, e finalmente aderire alla natura democratica del multilateralismo.

A questo proposito riecheggiano le affermazioni di Kofi Annan, secondo cui: “Le Nazioni Unite sono indispensabili per tutti i suoi membri, compresi gli Stati Uniti, soprattutto se agiscono in maniera coesa e lavorano come l’unica legittima fonte dell’azione collettiva internazionale”.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Editing: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Blocking Palestine: America’s Big Mistake

Photo Credit: Jean-François Gornet
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Il Quarto Reich In Ascesa? Una Risposta (Tedesca) Al Giornale

Nessuno riesce a cogliere gli obiettivi della Germania a livello internazionale: è forse in procinto di attuare piani da grandeur, magari attraverso una strategia egemonica sull’intero continente?

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Nella tempesta scatenata dalla crisi finanziaria internazionale, la Germania ha assunto il ruolo di guida europea, al punto da sembrare l’unica speranza per uscire dall’impasse. Allo stesso tempo vari commentatori temono, arrivando persino a  denunciarlo, la rinascita di un impero tedesco costruito sulle spalle degli altri Stati europei, tramite il coinvolgimento delle istituzioni dell’Unione Europea. In Italia i giornali parlano di Quarto Reich, e i politici nei talk-show chiedono sarcasticamente ai rispettivi colleghi tedeschi se i prossimi cittadini degli Stati Uniti d’Europa saranno biondi e con gli occhi azzurri.

Ampiamente diffuso a livello europeo, tra comuni cittadini e rappresentanti istituzionali, è quel ragionamento secondo il quale “ciò che i tedeschi non hanno ottenuto con i carroarmati nel 1940, lo avranno ora con l’Euro”. Di conseguenza, sembra scontata l’assenza di qualsiasi alternativa alla ferma volontà tedesca di guidare l’Europa. Il Die Zeit, uno dei più noti e diffusi settimanali tedeschi, ha chiesto a studiosi di tutta Europa di descrivere come i propri paesi percepiscano la Germania: uno di questi ha dapprima chiaramente affermato che la Germania intende guidare l’Europa, per poi elencare una lunga serie di comportamenti che, in qualità di potenza egemonica europea, lo stato tedesco dovrebbe e non dovrebbe assumere.

D’altro canto, altri attori denunciano e si lamentano dell’inattività tedesca. Ad esempio, alla fine del 2011 il Ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski sostenne: “Probabilmente sarò il primo ministro degli esteri nella storia polacca ad affermarlo, ma non sono spaventato dal potere della Germania, piuttosto dalla sua inattività”. Tale dichiarazione giunse alquanto inaspettatamente da parte di un politico il cui paese aveva sofferto per l’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale, e la cui la stampa non si era recentemente astenuta dal riecheggiare la cosiddetta “Nazi card”, risalente a quando i due Paesi entrarono in conflitto.

Da ciò si può dedurre l’ambiguità che caratterizza la percezione della politica estera tedesca in Europa, dato che nessuno  riesce a cogliere gli obiettivi della Germania a livello internazionale: è forse in procinto di attuare piani da grandeur, magari attraverso una strategia egemonica sull’intero continente?

Il problema è che, a questi quesiti, nemmeno Berlino saprebbe rispondere. Difatti, dal dibattito politico traspare uno sconcertante disorientamento sulla strategia di politica estera che il governo dovrebbe assumere, al pari, a parte la contingente e temporanea attenzione dedicata dai media, di un netto disinteresse manifestato dai cittadini e dalla classe dirigente tedesca. Manca, quindi, un’elite preparata a riguardo, che sia in grado di ottenere maggior seguito e credibilità. Come se non bastasse, i più importanti esperti di politica estera sono due signori anziani: il giornalista Peter Scholl-Latour, impegnato da oltre mezzo secolo con la rivista ”Oriente”, e l’ex Cancelliere Helmut Schmidt che, dall’alto dei suoi 94 anni caratterizzati da un irrefrenabile tabagismo, è l’esperto di politica internazionale (e quando serve anche di economia).

In effetti, la rilevanza intellettuale e politica di questi due studiosi si può facilmente dedurre dallo spazio dedicato ai loro saggi nelle librerie tedesche, mentre è difficile trovare la stessa quantità di riferimenti bibliografici appartenenti a studiosi più giovani (sebbene questo non significhi che non ve ne siano). In sostanza, ne risulta una politica estera vaga, goffa e mal attuata, nonostante il notevole sforzo della Germania nel coprire le spese di funzionamento delle istituzioni europee (maggior contribuente in assoluto) e partecipando con simile impegno e dedizione ad altre organizzazioni internazionali quali le Nazioni Unite (terzo maggior contribuente nel 2011). A conferma della mancanza di un coordinamento coerente e funzionale della sua politica estera, alle delegazioni tedesche presso tali istituzioni non sono assegnati tutti gli incarichi direttivi che, in teoria, dovrebbero corrispondere ai contributi economici elargiti. Inoltre, mentre i diplomatici tedeschi a New York si battono e promuovono risoluzioni ONU contro il traffico di armi, il governo di Berlino approva massicce vendite di carroarmati Leopard 2 all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, tra l’altro nel bel mezzo della Primavera Araba.

La mancanza di una strategia coerente e complessa viene spesso lamentata dai professionisti di politica estera tedeschi (le cause di tali carenze sono talmente varie che meriterebbero un articolo a parte); tuttavia ciò non significa che la Germania non abbia mai avuto dei paradigmi strategici legati al proprio ruolo internazionale. A riguardo, basti citare l’obiettivo nazionale della riunificazione, perseguito da Bonn fino alla fine della guerra fredda, e messo in atto in seguito alle politiche di distensione verso l’Est. Un altro concetto strategico fondamentale della Germania si basa sulla relazione speciale con Israele: risale infatti al 2008 la presa di posizione di Angela Merkel, la quale equiparò ed elevò l’obiettivo della sicurezza di Israele a interesse nazionale.

Altri concetti strategici che caratterizzano l’azione di politica estera tedesca attengono a progetti sovranazionali di integrazione. Questi, però, non dovrebbero esser visti come ulteriori tentativi atti ad imporre il proprio potere, bensì come il retaggio dell’approccio di politica estera tedesco successivo alla Seconda Guerra Mondiale. A quel tempo, l’integrazione della Germania Ovest nel blocco occidentale e nelle organizzazioni internazionali ad esso collaterali quali la CEE e l’ONU (Westintegration), contemplava una duplice funzione: dimostrare ai vicini europei la dismissione di qualsiasi atteggiamento revanscista, e il tentativo di riconquistare la sovranità perduta dalle potenze occupanti. Per questo, un pensiero puramente egemonico tra i politici e gli esperti di politica internazionale semplicemente non trova supporto in Germania, dove al contrario, fino ad oggi, il principio dominante che ha sostanziato la sua politica estera è stato quello della auto-limitazione, diretto a contenere e ad evitare il perseguimento dei propri interessi nazionali con la forza. In aggiunta, secondo la cultura tedesca, sostenere la propria economia ha sempre implicato la creazione di benessere diffuso attraverso la cooperazione e l’integrazione. Seppur durante tale crisi finanziaria il principio di auto-limitazione sia stato più volte contraddetto, le strategie per la sua risoluzione hanno sempre perseguito l’approccio tedesco post-1945, teso a creare le condizioni per una maggiore integrazione.

Pertanto, è storicamente errato e politicamente fuorviante sostenere che la Germania punti a ricreare un’egemonia simil-nazista. Non bisognerebbe mai dimenticare di citare, quando si parla di Germania quale repubblica democratica oramai esistente da circa 70 anni, una riflessione tratta dal libro di Anika Leithner, Shaping German Foreign Policy: “Sento spesso cittadini stranieri chiedersi cosa farebbero con la ricchezza, le dimensioni geografiche e la popolazione della Germania. Eppure, non capita mai di sentirli fantasticare su cosa farebbero se ne condividessero anche il passato.”

E allora, questo Quarto Reich? Semplicemente, non esiste.

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Traduzione di Giuseppe Paparella (si ringrazia per la collaborazione Marianna Bettini).

Articolo originale: The Fourth Reich Rises