Tag Archives: Kill the Gays bill

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Una legge democratica e religiosa. Come quella ugandese contro gli omosessuali.

A prima vista potrebbe sembrare un discorso imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. Si deve agire subito.

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[dropcap]N[/dropcap]el 2009 l’Uganda ha avanzato una proposta di legge contro gli omosessuali, il cosiddetto “Kill the Gays bill”. Il testo comprende due disposizioni che, in pratica, equiparano l’omosessualità all’omicidio, punendo con l’ergastolo coppie gay e trasgressori incensurati. È invece prevista la pena di morte per criminali recidivi, ovvero sieropositivi, figure autorevoli (genitori inclusi) e pedofili, ossia tutti coloro che intrattengano rapporti con minori di 18 anni. Si configura anche il reato di omessa denuncia, punito con una multa e fino a tre anni di detenzione.

Il progetto di legge, condannato dall’opinione pubblica internazionale, si è arenato varie volte all’interno del parlamento ugandese. Le pressioni politiche occidentali furono inizialmente inefficaci, ma a fine 2009 il testo venne smussato, eliminando la pena di morte. Per due anni, a partire dal marzo 2010, la bozza non è stata più discussa, nonostante un tentativo fallimentare avvenuto quell’agosto; adesso è tornata alla ribalta.

Perché insistere su questa legge? Perché “sono gli ugandesi a chiederla”.

A questo proposito, i mass media hanno sempre usato le virgolette, come se riportassero un’affermazione fasulla, da prendere con le pinze o a cui non credere affatto: cosa che invece viene smentita dai numeri. In teoria, se democrazia significa ascoltare le maggioranze, questa legge dovrebbe essere approvata.

Infatti, il 96% degli ugandesi vorrebbe bandire l’omosessualità. Il massiccio supporto popolare a favore di tale misura rispecchia un trend comune a tutta l’area sub-sahariana (escluso il Sudafrica, relativamente liberale): in questa zona, lo stato meno sfavorevole all’omosessualità è la Costa d’Avorio, che registra una percentuale dell’89% tra i contrari. Non che la situazione cambi molto in un contesto più esteso: in Medio Oriente lo Stato più tollerante è quello di Israele, in cui però solo un terzo della popolazione si dichiara aperta nei confronti dell’omosessualità; questa percentuale cala drasticamente in Egitto, fino a scendere all’1%. Il quadro è decisamente migliore in Europa occidentale, ma peggiora gradualmente procedendo verso est: nel sud-est asiatico l’unica eccezione che prevede una maggioranza “a favore” del riconoscimento degli omosessuali è costituita dal Giappone. Nel continente americano, sebbene via sia un orientamento progressista in materia, gli Stati Uniti dimostrano un’intolleranza che non ha eguali nel mondo occidentale.

Omofobia non è la parola giusta per descrivere comportamenti dettati, più che dalla paura, dall’odio, e l’ostilità statunitense attecchisce notevolmente a livello globale. Con i loro sermoni carichi di intolleranza, certi pastori ultraconservatori americani trovano molto seguito in Africa, dove le popolazioni locali sono indotte a temere un presunto contagio omosessuale tra i bambini, che dissemini sia il virus dell’HIV, sia pericolosi pensieri omosessuali. In aggiunta, numerose organizzazioni statunitensi, supportate da predicatori religiosi e corporations internazionali, sono preposte alla diffusione di programmi anti-abortisti ed anti-omosessuali.

Tuttavia, l’intolleranza statunitense non ha bisogno di essere emulata o esportata: piuttosto, questi predicatori ne capitalizzano la versione autoctona, basandosi sulle severe prescrizioni religiose delle vecchie società coloniali, e sul persistere di superstizioni ancora più antiche – che stigmatizzano, ad esempio, l’omosessualità e l’albinismo.

La mancanza d’istruzione ha fatto il resto: i principi sacri delle popolazioni colonizzate hanno finito per diventare ancora più ferrei di quelli dei colonizzatori. Al grido di “conversione o morte”, la cristianizzazione forzata determinò spesso massacri sanguinosissimi, al confronto dei quali appaiono poca cosa le guerre religiose combattute in Europa.  Queste ultime si originavano da questioni interpretative che volevano risalire a principi, stabiliti da Cristo, che regolamentassero società sorte molti secoli dopo la sua nascita – nonostante fosse scritto nei Vangeli che il mondo non sarebbe durato più di un altro secolo (Matteo  16:28, 23:36, 24:34, 26:64, Marco  9:1, 13:30, Luca 9:27, 21:32).

Nel corso della storia, i califfati islamici arabi e gli imperi cristiani adottarono e propugnarono una serie di pratiche sessuofobiche. Inoltre, nei libri della tradizione giudaico-cristiana sono annoverate molte norme in materia di rapporti e pensieri sessuali, talmente paranoiche e restrittive da risultare bizzarre. Nelle ex colonie, tali regole hanno continuato ad avere peso anche dopo che i Paesi industrializzati le hanno dismesse. Quando le popolazioni occidentali hanno iniziato a svincolarsi dai dettami della Chiesa, declassata a mero fattore di identità culturale, anche l’odio per l’omosessualità ha iniziato a svanire. Secondo una stima Gallup, gli Stati più aperti nei confronti dell’omosessualità sono anche quelli che, rifiutando una morale dettata dalla religione, mettono istruzione e libertà di pensiero al primo posto della propria scala di valori.

Così non è per l’Uganda, dove un’applicazione letterale del principio di democrazia tutelerebbe le leggi che mettono al bando l’omosessualità, fino a punirla in qualche caso con la morte. Gli ugandesi lo vogliono, così come la loro religione: di conseguenza, questa legge dovrebbe essere approvata in quanto ritenuta democratica? La risposta è negativa.

Una tale posizione potrebbe apparire imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. La tutela dei valori di libertà (di espressione, identità, sicurezza) rimane prioritaria rispetto al diritto delle maggioranze all’oppressione legale: un ordinamento democratico, da solo, non basta a rendere civile una società. La difesa dei suddetti valori non riguarda esclusivamente le sinistre, come vorrebbe un’opinione diffusa in Occidente: essi sono i principi fondanti delle stesse società occidentali. Pertanto, una demagogia intollerante, fondata su principi sacri, attecchisce particolarmente laddove l’istituzione della democrazia sia recente, e la morale completamente subordinata alla religione. Ingiustizie come quella ugandese devono essere stroncate sul nascere, per tutelare chi si macchi dell’unica colpa di amare in maniera diversa. Il diritto all’oppressione democratica ha già detto abbastanza: per contrastarlo, si deve agire subito.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Uganda’s ‘Kill The Gays’ Bill? It’s Democratic. And It’s Religious.

Photo credit: Todd Huffman

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Uganda’s ‘Kill The Gays’ Bill? It’s Democratic. And It’s Religious.

Some may call it neo-colonialism, some may call it imperialism, but when the stakes are this high democracy based on ignorance and hatred cannot simply be allowed to plow on towards death and suffering. Action must be taken now.

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In 2009 Uganda proposed the “Kill the Gays” bill, or anti-homosexuality bill. In this bill two provisions are set out which essentially equate homosexual acts to the same level as murder. Single offenders or those in same-sex relationships are faced with a sentence of life imprisonment. Those considered serial offenders – those who are HIV-positive, paedophiles (in Uganda under-18) or authority figures (including parents) – will face the death penalty. Those who knew of any offenders and did not report it would face a fine and up to three years in prison.

The bill, in the face of widespread international condemnation, has bounced back and forth in status in the Ugandan parliament. By the end of 2009 the bill had been softened to drop the death penalty though claims of western pressure were rejected, and by May 2010 it had been shelved. An attempt that August to revive it was defeated, however two years later it is back.

Why? Because ‘Ugandans are demanding it’.

This use of quotation marks seems to have been used in every use of the phrase in media treatment of this story, as if it is not credible, to be taken with a pinch of salt or not to be taken seriously at all. This simply is not the case, and in the purest concept of democracy as rule according to the values and interests of the majority this bill should pass.

96% of Ugandans believe that homosexuality should be rejected from society. Not only is this overwhelming support for the suppression and punishment of homosexuality in Uganda practically beyond question, it is completely in line with the attitudes of the region in general. Outside relatively liberal South Africa the closest a sub-Saharan state comes to supporting homosexuality is the “small” proportion of rejection in the Ivory Coast: 89%.Neither is this a concept restricted to sub-Saharan Africa. Israel is the state most likely to support homosexuality as part of society in the Middle East, yet even here only a third of the population defend it. In Egypt only 1% do. Although Western Europe is overwhelmingly supportive, the further East you go the more this position struggles. In East and South Asia only Japan shows such support. Although the Americas are generally supportive the United States stick out among their neighbours with a rejection unique in what is understood as the “West”.

In fact, the hatred of homosexuality (I refuse to use the term homophobia, “fear” is not the correct term) of the United States is very much part of its influence worldwide. Many publications have chased the influence of ultra-conservative US preachers to Africa, highlighting their influence in hate-filled sermons to fire up local populations against the imagined threat of homosexuals in their drive to infect their children with homosexual thoughts and HIV. Entire US organisations are dedicated to spreading anti-homosexual and anti-abortion agendas worldwide through religious preachers and pressure of, and through, international corporations.

However these preachers are not “exporting” this hatred, no matter what some publications may claim. Instead they are capitalising on an ignorance and hatred which is already present in these regions, one which is created by a combination of a history of superstitious practices vilifying such differences as homosexuality and albinism and colonial rule which enforced strict religious rules.

These rules, enforced by the religious practices of Christian European Empires or the Islamic Arab Caliphates, are obsessed with sex. There is no set of moral rules more obsessed and paranoid about sexual relations and even thoughts than the bizarre declarations of the Judeo-Christian holy books. The effect of the massacres of the American and African populations who would not convert to Christianity dwarfed the religious wars which rocked Europe. Wars fought over different interpretations of how Jesus might have imagined society centuries beyond his birth despite predicting the world wouldn’t last past the first century. (Matthew 16:28, 23:36, 24:34, 26:64, Mark 9:1, 13:30, Luke 9:27, 21:32)

The influence of these extreme conversions or death was to create local populations even more dedicated to the iron rules of holy books than their conquerors. Magnified by the lack of education they benefited from these rules of ignorance and superstition remained even as developed states began to turn their backs upon them. As the West cast aside these foul rules and its populations began to reject the Church in all things but identity so too did the ignorant hatred of homosexuality fade. According to Gallup polling, those states who accept homosexuality as part of society are overwhelmingly those who also reject religion as the fundamental basis of morality, those which place education and freedom of expression and ideas first and foremost.

Uganda, by democratic remit, should enforce the law which bans homosexuality and sends many homosexuals to their deaths. It is what the Ugandan population wants and it is what is demanded by their religion. Should they be allowed to do so because such a measure is democratic? No.

Some may call it neo-colonialism, some may call it imperialism, but when the stakes are this high democracy based on ignorance and hatred cannot simply be allowed to plow on towards death and suffering. Socially liberal values, however they may be despised as left-wing by much of the West, are the fundamental values of western society. Freedoms of expression, identity and from persecution and death are far more important than the decratic right of majorities to oppress those they dislike as they see fit. The persecution of homosexuals across the world is evidence that democracy alone is not enough to produce a civil society. Corruption of morals and ideas by religion and intolerant demagogues are all too common in those societies where democracy is new and where absolute moral deference to authority demanded by religion is widespread. Everything must be done to prevent these injustices and save those who’s only crime was to be born and feel love in a way their neighbours do not understand. Enough with democratic right to oppress, action is needed now.

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Photo credit: Todd Huffman