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Come la corruzione minaccia le conquiste democratiche della Libia

Solo una riforma globale del settore petrolifero potrà dimostrare la concreta volontà di combattere la corruzione e le pratiche illecite in Libia. Così facendo non solo si promuoverebbe l’immagine di una ‘governance responsabile’, ma aumenterebbe anche la fiducia che i libici ripongono nelle nascenti istituzioni democratiche.

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Corruption

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[dropcap]A[/dropcap] fine marzo, il ministro della Giustizia libico Salah Margani ha invitato il procuratore generale a rilasciare il redattore Amara Abdalla Al-Khatabi, che era stato arrestato il 19 dicembre 2012 a seguito della pubblicazione di un elenco contenente i nomi di ottantaquattro giudici presumibilmente corrotti.

La corruzione in Libia non è né fenomeno nuovo, né è esclusivo del Paese stesso. Tuttavia, la Libia registra dati sconfortanti in confronto al resto del mondo. Secondo le stime della NATO, Gheddafi e i suoi soci nascondevano all’estero circa 150 miliardi dollari. Nel 2012, la Libia si è classificata al 160° posto tra i 176 paesi analizzati dall’autorevole Indice di Percezione della Corruzione realizzato da Transparency International. Nonostante sia stato registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente (2011: 168/176), la Libia si classifica ancora come un Paese fortemente corrotto.

La piaga della corruzione è stata a lungo considerata uno dei maggiori problemi  per il nuovo regime. In qualità di leader del Consiglio Nazionale di Transizione (NTC), Mustapha Abdul Jalil ha dichiarato che la Libia ci avrebbe impiegato anni per superare il “pesante lascito” della corruzione. Eppure tali accuse non sono mancate nemmeno durante il turbolento governo del NTC.

Nel 2012 sono emersi due scandali che concernevano i fondi istituiti per risanare il bilancio dei combattenti rivoluzionari e le relative cure mediche all’estero. Entrambi i fondi sono stati bloccati poi a causa di uso improprio e frode. Commentando lo scandalo delle cure mediche, l’ex ministro della Sanità ad interim Fatima Hamroush ha giustificato tali atteggiamenti sostenendo: “La paura nei confronti del dittatore faceva sì che l’ordine venisse mantenuto anche senza una legge. La legge non veniva applicata ma vi era ordine. Ora non c’è ordine ed è tutto un caos poichè manca la paura. “

Gli scandali attirano l’attenzione su due questioni relative alla corruzione in Libia. Innanzitutto, essi pongono l’accento su quanto siano inette le autorità nel contrastare la corruzione. In secondo luogo, mettono in evidenza come prevalga la ‘cultura della corruzione’. Il capo dell’Audit Bureau libico Ibrahim Belkheir ha riconosciuto quanto il problema sia diffuso tra i libici: “ne sono così abituati che per loro non sembra nemmeno che si tratti di corruzione.”

Anche se va ricordato che il Paese sta attraversando un periodo turbolento, la questione della corruzione così come la volontà del governo (o la mancanza della stessa) di affrontare il problema rimangono in prima pagina. Il 18 gennaio 2013 Il primo ministro Ali Zeidan ha annunciato una serie di misure adottate dalla sua amministrazione volte a combattere questa piaga. Tra queste si annoverano una stretta collaborazione con l’Audit Bureau, l’istituzione di un comitato centrale per gli appalti che miri a garantire la trasparenza nell’aggiudicazione delle opere, il contributo dei servizi segreti nelle indagini e nuove misure per prevenire l’assunzione irregolare di dipendenti pubblici. Il presidente ha poi esortato il popolo libico a fare la propria parte e di segnalare chi viola la legge.

Il governo di Zeidan si dice impegnato a contrastare la corruzione, almeno in apparenza. Il 23 febbraio 2013 è giunto a sorpresa l’annuncio del Primo Ministro relativo al licenziamento di un certo numero di funzionari governativi presumibilmente coinvolti in episodi di corruzione. Nomi e dettagli devono ancora venir fuori ma Zeidan ha tenuto così a sottolineare: “non permetterò l’uso improprio di fondi pubblici e metterò in atto le misure più severe contro la corruzione”. Per via dell’assenza di altri dettagli o di azioni conseguenti, tale affermazione rimane circoscritta alla retorica populista. Malgrado si auspichi che venga interpretata come un monito rivolto a tutti i funzionari, compresi quelli sotto indagine, le parole di Zeidan ancora non si sono trasformate in fatti, come ha sottolineato di recente un informatore.

Sembra che il governo non sia in grado o non voglia affrontare il problema della presunta corruzione. Il vice ministro della Cultura e della Società Civile Awatif al-Tushani ha annunciato le sue dimissioni il 7 febbraio 2013 citando presunte irregolarità finanziarie e amministrative nel suo Ministero. L’ex ministra sostiene di aver sollevato la questione al Primo Ministro e che non sia stato fatto nulla in merito. Inoltre, stando a quanto si legge nei verbali, l’ex ministra è stata costretta a dimettersi  e la sua presa di posizione contro le pratiche illecite al Ministero l’ha resa oggetto di molestie.

Sarebbe necessario che il governo libico affrontasse la questione con un approccio più organico. Secondo il Global Witness (l’Osservatore Globale del gruppo Internazionale contro la corruzione, NdT) il nuovo governo dovrebbe imparare dalle pratiche del regime precedente e attuare le riforme nel settore del petrolio e del gas, per via della loro importanza strategica.

Il “Modello per le Riforme” (2012) del Global Witness ” dovrebbe fornire le linee guida sufficienti a prevenire la corruzione su vasta scala nella nuova Libia. Le loro raccomandazioni includono la promozione della trasparenza attraverso la pubblicazione di tutti i contratti petroliferi esistenti e futuri, la collaborazione con le organizzazioni internazionali di auditing per migliorare i conti e la revisione contabile pratica all’interno della National Oil Company (Azienda Petrolifera Nazionale, NdT), per fare in modo che i ricavi siano quantificati con precisione e comunicati. Inoltre, l’impegno reale per la trasparenza dovrebbe essere sancito dalla nuova Costituzione, e tutti i contratti presenti e futuri dovrebbero essere soggetti al controllo parlamentare.

Solo una riforma globale del settore petrolifero potrà dimostrare la concreta volontà di combattere la corruzione e le pratiche illecite in Libia. Così facendo non solo si promuoverebbe l’immagine di una ‘governance responsabile’, ma aumenterebbe anche la fiducia che i libici ripongono nelle nascenti istituzioni democratiche. Infine, si incentiverebbe anche un cambiamento della percezione così radicata della corruzione, sia a livello istituzionale che sociale.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: Corruption Threatens Libya’s Democratic Gains

Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto

Diversamente dalla pronta reazione di Reagan dopo gli avvenimenti del 1983 a Beirut, la presunta passività dell’attuale presidente americano, mostrata in seguito all’attentato di Bengasi, è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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[dropcap]D[/dropcap]opo l’attentato all’ambasciata americana di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens, il presidente Obama ha risposto con un atteggiamento risoluto ma cauto, in continuità con le scelte di politica estera del suo primo mandato: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for“.

La volontaria preferenza per la locuzione “act of terror” e non “terrorism” dimostra quanto la strategia presidenziale in politica estera, nello specifico in quella mediorientale e nordafricana, sia orientata lungo un percorso divergente rispetto alla precedente amministrazione Bush, con una discontinuità sia linguistica che culturale. Dietro tale linguaggio si nasconde anche l’evidente necessità di ridimensionare un costante, e spesso strumentale, riferimento alla matrice “islamica” degli attentati. La volontà di non cedere alla facile tentazione di interventi militari conferma ancor di più la complessiva tendenza alla cautela e alla riflessione.

Una diversa motivazione di questa condotta è rintracciabile nell’ulteriore obiettivo di pervenire ad una stabilizzazione della situazione politica nel Medio Oriente e ad una complicata rivalutazione dell’immagine degli Stati Uniti. L’attuale presidente degli Stati Uniti si è mosso nella consapevolezza dei limiti politici dell’America in tale contesto e ha preferito un’impostazione realista al tradizionale idealismo tipico della politica estera statunitense. La presenza americana nelle vicende mediorientali e nordafricane nel corso del Novecento ha favorito l’acuirsi di tensioni, in particolare dopo l’11 Settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq ordinate da Bush. Il sentimento antiamericano rinvenibile nelle azioni terroristiche contro obiettivi sensibili USA, accresciutosi nell’ultimo decennio, è uno dei maggiori problemi affrontati da Obama, eletto anche per la promessa di una complessiva normalizzazione.

Anche il recente viaggio in Medio Oriente definito dalla stampa, non a caso, un “maintenance trip”, ha mostrato l’approccio di Obama particolarmente attendista, quasi riflessivo e restio ad un intervento più incisivo, in virtù di un riposizionamento d’alto profilo lontano dal frenetico e tipico interventismo americano.

Il saggio di Fawaz Gerges, apparso a marzo su Limes, ben sintetizza nel titolo un’opinione assai diffusa sulla cosiddetta dottrina Obama: “Barack il cauto”. Nelle parole di Gerges si sottolinea il pragmatismo di Obama nel contesto mediorientale, orientato al mantenimento dello status quo evitando eccessi ideologici e favorendo un clima più sereno. Secondo Gerges, questo atteggiamento è frutto di un voluto disimpegno americano dal Medio Oriente in favore del Pacifico. Michele Basso, infatti, si chiede quanto quest’esito sia realistico, o quanto invece sia ancora determinante per l’America un ruolo pivotale nei contesti di crisi, confermando dunque la presenza di Washington seppur in maniera più “soft”.

Sotto molti aspetti la stessa politica di rivalutazione e ricollocamento americano venne attuata, sebbene con strategie differenti, da Ronald Reagan negli anni Ottanta. L’obiettivo dichiarato era quello di recuperare credito fra i paesi mediorientali nonché di favorire un processo di pacificazione, in uno schema però fortemente influenzato dal discorso di Westminster del 1982. La dottrina Reagan si fondava sull’idea ben definita di fronteggiare i sovietici a livello globale nei conflitti a bassa intensità, ossia non direttamente combattuti tra le due superpotenze, sostenendo laddove necessario anche gruppi di guerriglieri e oppositori di regimi filosocialisti o filocomunisti. Proprio questo versante della politica estera reaganiana, intrisa di un semplicistico quanto superficiale anticomunismo, incise positivamente nel confronto diretto con Mosca nel lungo periodo ma deteriorò fortemente l’immagine degli americani in altri contesti. L’invadenza statunitense, spesso maldestra, in faccende prettamente locali come il confronto tra Israele e Palestina o tra Iraq e Iran, condusse ad un irrigidimento delle relazioni internazionali in particolare in Libano, Iran e Centro-America. L’intervento americano in Libano, a supporto di Israele contro la Palestine Liberation Organization, che aveva sfruttato la guerra civile per insidiare gli israeliani, fu considerata un’azione di interferenza. La reazione a questo “reinserimento” nell’area fu molto violenta con una lunga serie di attentati e rapimenti di ostaggi che caratterizzarono l’intera presidenza Reagan. Il più clamoroso, ed in un certo senso assimilabile a quello all’ambasciata di Bengasi dello scorso anno, fu quello dell’ottobre del 1983 a Beirut, che vide la caduta di oltre 200 marines. L’attentato, poi rivendicato da Hezbollah, condusse ad un’estremizzazione delle scelte politiche americane a livello globale.

La reazione di Reagan fu perciò ben diversa da quella dell’odierno commander-in-chief. L’allora presidente repubblicano non ebbe nessuna riluttanza a parlare di “terrorism”, condannando l’attentato e pianificando un’azione militare di risposta, concretizzatasi nella missione Urgent Fury a Grenada. Nonostante la motivazione di facciata riguardasse la difesa di civili e militari americani nel paese, dove vi era stata una clamorosa avanzata del regime filosocialista, così operando Reagan manifestava la volontà di una politica muscolare che ristabilisse il ruolo predominante degli Stati Uniti.

Un tale modus operandi sembra sia stato abbandonato da Obama, che ha sempre rifiutato un coinvolgimento militare simile a quello dell’epoca Reagan. Secondo la lettura data da Del Pero, il rieletto presidente ha avviato una politica di “interventismo low cost”, improntata ad una generale cautela, “prossima alla passività”, dettata dalle premesse gettate dallo stesso Obama nelle campagne elettorali. Gli osservatori della comunità internazionale riflettono attualmente sulla validità di questo atteggiamento nell’approccio alle questioni mediorientali e si interrogano sul bisogno di un ruolo più decisivo e incisivo degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, non bisognerebbe dimenticare che il presidente non ha abbandonato del tutto lo strumento interventista: basti pensare all’utilizzo dei droni nelle aree di guerra o ad operazioni come quella che ha portato all’uccisione di Bin Laden.

Una simile condotta, nei risultati, non appare assai lontana da quella più aggressiva di Reagan poiché la spirale di antiamericanismo in Medio Oriente e nelle regioni limitrofe non appare affatto attenuata. In questo momento il dubbio maggiore consta nel chiedersi se l’attuale politica estera obamiana sia una scelta quasi obbligata e volontariamente prevista per mutare i rapporti di forza in contesti in continua evoluzione, anche alla luce dei grandi stravolgimenti politici e culturali degli ultimi anni. Molto probabilmente la presunta passività del presidente americano è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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Photo Credit: isriya

Le gambe corte dell’Unione Europea

Sarebbe auspicabile che i Ministri della difesa europei prendessero in attenta considerazione la possibilità di duplicare le proprie capacità, mantenendo distinte le ventisei industrie nazionali della difesa e consolidandole in maniera appropriata.

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[dropcap]I[/dropcap]n un recente articolo pubblicato sul Financial Times Philip Stephens ha sostenuto che gli europei hanno scoperto l’interventismo proprio nel momento in cui gli Stati Uniti iniziavano ad abbandonarne l’idea. Ciò si è verificato dopo le campagne di terra e aerea francese in Mali e dopo la battaglia aerea della NATO in Libia. Una linea simile potrebbe emergere anche in Siria a seguito delle dichiarazioni del leader francese e di quello britannico.

Tuttavia, a parte i Tiger e i Typhoon, gli interventi europei hanno avuto sempre una connotazione atlantica. In Mali l’Inghilterra ha fornito alcuni C-17 e lo stesso ha fatto il Canada. Ciò nonostante sono stati gli Stati Uniti a fornire la maggior parte del supporto logistico. L’Air Force statunitense ha impiegato un’ala di C-17 per trasportare a Bamako la maggior parte della terza Brigata Mécanisée. Successivamente, poiché i portavoce del Comando US-Africa provenivano tutti dal mondo diplomatico, il Dipartimento di Difesa ha chiesto alla Francia di saldare i conti (anche se poi le intenzioni di addebitare le spese all’Eliseo vennero meno senza troppi problemi). In seguito, l’Air Force ha accolto la richiesta di fornire tanker aerei a sostegno dell’aeronautica francese.

In Libia il governo di Obama ha adottato una strategia di “guida da dietro”. Iniziato il conflitto, la forza aerea statunitense e il sistema di precision strike ci hanno messo poco a distruggere la contraerea libica. Come è accaduto anche in Mali successivamente, le forze statunitensi hanno sostenuto gli alleati della NATO nel condurre delle campagne contro obiettivi di terra, in particolar modo senza combattimenti diretti. Ciò nonostante non è possibile classificare il conflitto in Libia come un modello per avanzare stime sulla potenza dell’Europa. Nel tentativo di evitare di evitare vittime civili, la NATO ha utilizzato solo munizioni di precisione (precision-guided munitions). Tale scelta ha però causato ingenti problemi alle forze europee giacché la Danimarca ha esaurito le sue scorte e gli altri rischiavano di fare altrettanto. Pertanto gli Stati Uniti sono stati costretti a rifornire i loro alleati attingendo alle proprie risorse. Lo USAF e la Marina hanno continuato a fornire supporto nelle missioni, contribuendo così alla maggior parte della sorveglianza, degli armamenti elettronici e, come nel caso del Mali, al rifornimento.

Pur non essendo queste le capacità di combattimento, ne rappresentano comunque componenti vitali. Nel 2001, il segretario della Difesa statunitense Robert Gates è stato caustico circa le capacità dei membri della NATO di prendere parte alle varie operazioni militari senza il contributo degli Stati Uniti.

Il Military Balance, presentato dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, aggiornato a questa settimana (prima settimana di Aprile 2013, ndt), include alcune statistiche che presentano comparazioni sulla difesa. Esso presenta infatti gli inventari dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dell’India per diverse categorie di armamenti: stime sulla capacità di proiezione, manovre e così via. A parte il dato palese sulla dominanza degli Stati Uniti sul piano quantitativo, è utile osservare la distribuzione dei blocchi di forze a livello statale. La tabella 1 presenta alcune di queste statistiche che vedono da un lato il Regno Unito e alla Francia, e dall’altro gli Stati Uniti.

Tabella 1: Mezzi di trasporto militari e forze ISTAR, Regno Unito/Francia e Stati Uniti
 

 Trasporto pesante/medio

Cisterne e multi-role tankers

AWACS

Aerei da combattimento†

Regno Unito e Francia

78

49

13

497

Stati Uniti

790

528

104

3232

Fonte: IISS Military Balance 2013

† Include sia l’attacco terreno che la supremazia aerea. I valori relativi agli USA comprendono velivoli di quarta e di quinta generazione.

All’interno di queste categorie logistiche e di supporto, gli Stati Uniti detengono una forza pari a circa dieci volte quella di Regno Unito e Francia insieme. L’unica eccezione concerne i velivoli da combattimento, dove Regno Unito e Francia presentano maggiore potenza di quanto si possa pensare. Tuttavia queste due nazioni registrano una lacuna per quanto riguarda il rapporto di navi cisterna da combattimento rispetto agli Stati Uniti. Il rapporto per gli USA è poco più di sei combattenti per cisterna, mentre poco più di dieci aerei britannici e francesi posso fare affidamento su ogni nave cisterna.

Il fatto che la Francia in Mali e la NATO il Libia abbiano fatto affidamento sull’aiuto degli Stati Uniti per le operazioni aeree, in entrambi i casi distanti diverse ore di volo, indica quanto è lontana l’Europa dall’essere un continente in grado di proiettare la propria forza. Se fosse vero quanto ha scritto Stephens sul Financial Times, e le operazioni in Libia e in Mali rappresentassero davvero i gradini verso interventi europei più partecipati, allora queste lacune dovrebbero essere colmate. Considerando la stagnante economia del continente, è inverosimile poter avere a breve una maggiore disponibilità di fondi. Sarebbe auspicabile invece che i Ministri della difesa europei prendessero in attenta considerazione la possibilità di duplicare le proprie capacità, mantenendo distinte le ventisei industrie nazionali della difesa e consolidandole in maniera appropriata. Il fallimento della fusione tra BAE e EADS nel 2012 ha dimostrato quanto questo sia difficile.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: The European Union’s Short Legs

Photo Credit: dimnikolov

Libia: due anni dopo Gheddafi

Il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Libyan protestor Gaddafi

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[dropcap]M[/dropcap]entre si avvicina il secondo anniversario della rivoluzione libica, la minaccia di nuove proteste ha spinto il governo di Tripoli ad annunciare un piano per la sicurezza di alcune città, tra cui la capitale. Sebbene nuove proteste armate appaiano poco probabili, la pressione popolare per il cambiamento è stata così virulenta da suscitare reazioni da parte del governo. Il Primo Ministro Ali Zaidan ha manifestato le proprie preoccupazioni sul rischio di una seconda rivoluzione,  ventilata da molti cittadini nei centri di Beni Ulid, Bengasi e Tripoli. Vari gruppi della società civile, inoltre, hanno annunciato proteste contro la lentezza delle riforme governative. A fronte delle tante sfide che si prospettano per il governo, il proliferare di tali voci critiche è indice del crescente malcontento che serpeggia tra il popolo.

Il governo sembra  incapace di affrontare le più elementari questioni di sicurezza: lo dimostrano incidenti di alto profilo – come  l’attacco al consolato statunitense, avvenuto lo scorso settembre  a Bengasi – o  l’insubordinazione delle milizie armate. In molte città,  numerosi miliziani continuano a girare a piacimento per le strade, pretendendo inoltre un trattamento di favore in virtù del servizio svolto durante la guerra.

Città strategiche come Bengasi – centro economico della nazione e baluardo della rivoluzione – sono soggette al malfunzionamento delle istituzioni, che determina uno stato di semi-anarchia. Un’ondata di violenza ha investito la città, scossa da  rapimenti, bombardamenti ed omicidi che hanno spesso colpito personalità del governo e della polizia. Il problema della sicurezza impedisce l’esercizio di servizi basilari, come ad esempio la raccolta urbana dei rifiuti. I miliziani, formalmente integrati nell’apparato di sicurezza nazionale, continuano a controllare punti chiave della città, risultando più numerosi e meglio armati delle forze di polizia locali. Ciononostante, gli arresti effettuati sono pochi, per timore di rappresaglie o rapimenti di poliziotti.

La città di Bengasi, che ha sempre diffidato del governo centrale, ha ripreso ad invocare il ritorno ad un sistema federalista. Tali richieste, che se attuate indebolirebbero ulteriormente il governo di Tripoli, potrebbero essere imitate dalle altre province.

La sicurezza non è un problema che riguarda solamente borghi isolati o città devastate come Bengasi: anche Tripoli ha subito una certa dose di violenza. Sono all’ordine del giorno, nella capitale, tentativi di omicidio nei confronti di membri del governo o di ufficiali di sicurezza. Inoltre,  il Congresso Generale Nazionale   è stato più volte preso d’assalto da miliziani e dimostranti; il 4 gennaio, si è tentato l’omicidio del suo presidente Mohamed Magarief.

Secondo molti esperti, la violenza della rivoluzione ha avuto un impatto significativo sulla stabilità della regione magrebina, facendo confluire armi e truppe dal conflitto libico verso il Mali. Nonostante la chiusura dei confini nazionali, la Libia è ancora una base importante per i militanti islamici attivi nella regione, per cui continua a costituire uno snodo importante. Proprio le insufficienti misure di sicurezza sui confini libici hanno agevolato l’assalto ad un impianto di gas nella vicina Algeria.

A quasi due anni dalla caduta di Gheddafi, il governo deve ricostruire una nazione devastata dalla guerra civile, e al tempo stesso fronteggiare le esigenze della sua popolazione. Solo maggiori sforzi sul fronte della sicurezza e delle riforme potranno scongiurare il rischio di rivolte popolari o di nuove ondate di violenza.

Per far questo, il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Libya, Two Years After Gaddafi

Photo Credit: شبكة برق | B.R.Q

L’Unione Africana E La Crisi In Mali

Mentre l’Unione Africana continua a radunare consensi e ad accrescere il suo potere nella lotta per la supremazia nell’area Sahariana, sembra inevitabile la formazione di un esercito indipendente, in grado di contrastare rapidamente le fazioni degli estremisti islamici.

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Quando il Mali settentrionale è finito nelle mani del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), sono stati pochi gli osservatori internazionali a prestare attenzione all’accaduto. Si è trattato di un evento relativamente minore rispetto al colpo di stato che ha avuto luogo nella vicina capitale, alla guerra civile in Libia e agli attacchi degli estremisti religiosi nella Nigeria settentrionale. Ciò nonostante, i riflettori sull’area si sono accesi nel momento in cui sono emersi contrasti all’interno delle forze che avevano dichiarato l’indipendenza dell’Azawad, e il MNLA è risultato sconfitto da fazioni di estremisti islamici.

La disfatta del MNLA, arrivata dopo che questi aveva già battuto l’esercito maliano, ha rappresentato il successo più importante ottenuto delle milizie degli estremisti islamici dalla vittoria sui talebani del 2001. Infatti, se i talebani afgani si stanno convertendo sempre più in una forza moderata, l’Iraq sta ritrovando un suo equilibrio, le forze moderate governano in Africa settentrionale, e le milizie di al-Shabaab in Somalia sembrano ormai quasi esanimi, vien da chiedersi quale soggetto abbia tratto beneficio da questa sconfitta. La risposta reca il nome di Ansar Dine e del Movimento per un’Unica Jihad nell’Africa Occidentale (MOJWA), affiliato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).

Poiché la sconfitta di al-Shabaab appare un’ipotesi sempre più prevedibile a seguito della creazione di un corridoio tra le forze dell’Unione Africana (UA) a Mogadiscio, e le aree sotto il controllo dell’UA, il Mali potrebbe costituire il prossimo fronte per la lotta contro le correnti fondamentaliste islamiche in Africa.

La vittoria del movimento jihadista, ottenuta in Africa Occidentale, ha presupposto la concomitanza una serie di eventi internazionali. Tra questi, va sicuramente considerato l’aumento degli attacchi militari nella Nigeria settentrionale, che ha implicato l’ascesa di una fazione politica e militare denominata Boko Haram. Non si tratta, pertanto, di un conflitto dai caratteri meramente nazionali.  La Nigeria, infatti, è una nazione di medio reddito, ed è un paese relativamente enorme per subire inerme questo tipo di attacchi e questa resistenza da parte di un gruppo ribelle. Non stiamo parlando dell’Afghanistan o dello Yemen, ma piuttosto di uno stato geograficamente ed economicamente simile al Messico, all’Egitto e alla Turchia (secondo le stime più recenti, la Nigeria registrerà la crescita economica più significativa, a livello globale, entro i prossimi quarant’anni). In aggiunta, la popolazione della Nigeria è più ampia, e il suo PIL più elevato, rispetto ai dati registrati dagli altri 14 membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) a livello aggregato. Per questa serie di ragioni non si può sottovalutare la crescita di Boko Haram avvenuta nel corso degli ultimi dieci anni.

Dopo una decade di crescita, i militanti jihadisti dell’Africa Occidentale attendevano solamente l’occasione propizia per sferrare offensive militari di un certo calibro. Tale occasione è giunta a seguito della Primavera araba. Mentre la Libia soccombeva al caos, decine di islamisti si sono arruolati nelle truppe delle tribù orientali e liberali per prendere parte alle campagne contro Gheddafi. Man mano che il conflitto proseguiva, i suddetti infiltrati si sono muniti dei  migliori armamenti. Infine, dopo l’uccisione di Gheddafi, la vittoria elettorale delle forze liberali in Libia e la conseguente smilitarizzazione, i militanti jihadisti si sono spinti dapprima in Algeria, e in seguito lungo il confine con il Mali.

Il MNLA ha beneficiato moltissimo di questo afflusso di militanti. Sebbene questi combattenti siano stati assorbiti soprattutto tra i ranghi degli estremisti dell’Ansar Dine e del MOJWA, e non dai Tuareg nazionalisti, i tre gruppi costituiscono il pericolo maggiore per l’esercito maliano. Infatti, a seguito della rivolta tuareg, avvenuta tra gennaio e marzo scorso, l’ormai logoro esercito maliano rovesciò il governo e sospese la costituzione. Poco tempo dopo il MNLA ottenne il controllo del nord del paese per essere poi tradito e sconfitto dagli alleati islamisti. Al momento il paese risulta diviso tra un nuovo governo transnazionale e gli affiliati dell’AQIM. La situazione attuale, quindi, è estremamente favorevole allo sviluppo dell’Islam estremista. I gruppi militanti, devoti ad un’interpretazione violenta della Sharia, si dedicano ad assediare aree lacerate dai conflitti, dove è più semplice reclutare uomini privati dei propri diritti, e lo stato si rivela incapace di detenere il monopolio della violenza. Ad ogni modo, nell’ultima decade l’Africa ha iniziato ad organizzarsi per far fronte a questa minaccia in continua espansione. A differenza dell’Afganistan, dove la mancanza di una potenza regionale ha implicato il coinvolgimento dell’alleanza occidentale della NATO, l’UA sta intervenendo gradualmente con l’obiettivo di evitare una disgregazione regionale per la quale gli stati interessati perderebbero il controllo dei relativi territori. In Somalia, le forze dell’UA detengono il controllo della capitale e continuano a demolire i centri di potere di al-Shabaab. Nel Mali l’ECOWAS sta agendo in supporto dell’UA, dopo la decisione di dispiegare 3.300 soldati nelle regioni settentrionali contro gli affiliati di AQIM. Il piano prevede una missione della durata di sei mesi, a partire da dicembre, con l’obiettivo di stabilire delle basi nel sud del paese, per poi procedere verso nord e il confine con l’Algeria, che a sua volta si asterrà dalle operazioni. L’Unione Europea, storico sostenitore dell’UA, si sta a sua volta organizzando per inviare centinaia di consiglieri militari, con la precipua funzione di ristabilire l’efficienza dell’esercito maliano.

L’UA sta seguendo il modello adottato dalla NATO nel periodo successivo alla guerra fredda, il quale contemplava la salvaguardia della sicurezza attraverso l’ordine. I cosiddetti “stati falliti”, in altre parole quegli stati in cui non vige un governo in grado di detenere il controllo dell’intero territorio e del monopolio della violenza, non possono essere ignorati, in quanto rappresentano dei veri e propri focolai di destabilizzazione regionale. Come la NATO e l’UE intervennero al momento del collasso dello stato iugoslavo, allo stesso modo l’UA agisce laddove i militanti islamici lottano per il controllo del territorio. Se l’intervento dell’ECOWAS nel Mali dovesse aver successo, dovremmo attenderci l’utilizzo di ulteriori forze di peacekeeping nella Nigeria settentrionale e nella Libia meridionale, in modo da contenere eventuali tensioni.

Qualsiasi resistenza all’azione militare dell’Unione Africana potrebbe essere giustificata solo per mere ragioni di reputazione: infatti, accettare la stessa implicherebbe ammettere l’incapacità di difendersi con i propri mezzi. Sia il Mali e che la Somalia non possono più permettersi tali considerazioni, diversamente da Libia, Nigeria e Sudan meridionale. In sostanza, la minaccia dell’estremismo islamico rappresenta un pericolo così rilevante da sollecitare l’intervento di tutti gli attori regionali, in favore di altri stati, una volta che la necessità di sopravvivenza di questi ultimi precede qualsiasi altra considerazione.

Molti ritengono che la guerra contro l’estremismo islamico sia una questione che riguardi prevalentemente gli Stati Uniti. Credere a tale ipotesi implica accettare l’idea che, il contesto nel quale il conflitto si sviluppa, sia quello contro i malefici imperialisti americani, rendendo ancora più semplice il reclutamento. In realtà, si tratta di una questione globale. La Russia si scontra spesso con gli islamisti nel Caucaso. Il Pakistan nelle regioni federali, la Cina nello Xinjiang, l’Egitto nella penisola del Sinai, l’Indonesia ad Aceh, la Turchia nella zona curda, l’India nel Kashmir, le Filippine nel Bangsaromo. Ogni regione confinante con il mondo islamico deve contrastare gli estremisti che sono visti come minaccia alla propria sicurezza, al proprio potere e ai diritti umani. Il problema principale della lotta al terrorismo, così come concepita dagli Stati Uniti, ha riguardato l’utilizzo unilaterale della forza, in Iraq come in Afghanistan. D’altra parte, l’UA ha perseguito una strategia multilaterale in tale lotta, coinvolgendo l’UE, l’ONU e le forze locali. Una strategia che è stata recentemente adottata anche in Afganistan, sebbene con grave ritardo.

Contestualmente allo sviluppo economico dell’Africa, che sottende ad un ruolo sempre più importante dei propri attori nazionali nell’arena internazionale, la sua battaglia contro l’Islam radicale acquisirà sempre più rilevanza. Una delle questioni che continueranno ad essere cruciali interesserà l’aumento della forza militare dell’UA, che si sta progressivamente trasformando in una forza militare permanente. Così come l’UE è stata richiamata alla coesione a causa della crisi economica, l’Unione Africana è costretta a combattere in maniera altrettanto unita contro i militanti islamici. Entrambe le potenze internazionali possono essere l’emblema di un allontanamento dalla concezione degli stati nazionali, verso amministrazioni internazionali multilaterali dotate di eserciti indipendenti, e particolarmente attente a preservare la stabilità politica. La natura di queste stesse potenze risulterà più liberale degli stati stessi, e pertanto la crescita del consenso pubblico sui diritti umani sarà in totale contrasto con la militanza islamica estremista.

Sembra inevitabile, di conseguenza,  la formazione di un esercito indipendente in seno all’Unione Africana, in grado di contrastare repentinamente fazioni come quelle di AQIM. L’Unione Europea opera già in Africa centrale in ottemperanza alla politica europea di sicurezza e difesa. Le operazioni militari che si svolgono sotto il vessillo dell’UA e dell’UE sembrano destinate ad ampliarsi, avallate dalla legittimità internazionale. Nel frattempo, sarà la stessa caratteristica violenta dell’Islam a tagliar fuori gli estremisti dalle dinamiche internazionali.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: The African Union & The Mali Crisis

Photo Credit: zeepkist