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La serietà impossibile. Guida all’Italia d’oggi per turisti dello spirito

L’Italia si dimostra il luogo dell’Occidente dove è più dolce vivere, dove la tragedia non va mai in scena, dove s’è messa al bando ogni forma di mortifera pesanteur.

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[dropcap]P[/dropcap]aese storicamente incline alla farsa, l’Italia d’oggi tocca vette d’umorismo che nemmeno la gloriosa epoca della commedia dell’arte e del teatro di Goldoni, che insegnarono all’Europa un nuovo modo di ridere, riuscirono neppure a lambire. In Italia la serietà –il restare cioè integri, retti e pacati davanti ai più disparati accadimenti- è semplicemente impossibile: non vi è situazione che l’italiano non abbia occasione di ribaltare in farsa, in giuoco, in puro intrattenimento.

Terra del sole e del buon mangiare, affollata di donne sinuose che perdono ogni inibizione dopo la contrazione del matrimonio con rito cattolico, mai prima, e di uomini bravissimi a cantare e a fare all’amore, l’Italia si dimostra il luogo dell’Occidente dove è più dolce vivere, dove la tragedia non va mai in scena, dove s’è messa al bando ogni forma di mortifera pesanteur. Lieta di tanta sua levità, l’Italia coccola e nutre quest’immagine di sé della quale va particolarmente fiera. Al turista dello spirito si mostrano alcuni tra i più recenti episodi, testimonianza della giocondità e della profonda ilarità del popolo italiano.

Affranta da un lungo periodo di depressione economica ed esistenziale, causata dall’avvento al governo del Prof. Sen. Mario Monti e della sua squadraccia di anziani docenti polverosi fissati coll’affidabilità internazionale dell’Italia, alla prima occasione utile il Paese festosamente ha raggiunto i seggi elettorali, addobbati a festa nonostante le gravi mancanze di liquidità monetarie, formando lunghi cortei coloratissimi e rumorosissimi che si facevano sempre più nutriti a mano a mano che si attraversavano strade e piazze: l’Italia infatti è tra i Paesi europei ad avere il più alto tasso di partecipazione alle elezioni di tutto il mondo occidentale.

Dimentico dei torti subiti, il popolo italiano ha gioiosamente attribuito al capocomico Silvio B., guitto della provincia brianzola discendente da un grande istrione di Chioggia, ispiratore delle Baruffe chiozzotte, un plebiscito di voti reso non maggioritario solo da taluni guastafeste che leggono i giornali guerrafondai, grancassa dei padroni e dei poteri forti. Accanto a questo trionfo carnascialesco intonante tarantelle, saltarelle, pizzicarelle e antichi poemi rinascimentali inneggianti all’incertezza del domani, sfilava un più mesto ma non meno rumoroso corteo di “grillini” (in Italia sempre gli eponimi devono evocare il ridanciano e il grottesco). Costoro, a differenza dei seguaci di Silvio B., sono pericolosissimi: non perché siano più confusionari e caciaroni, ma perché, a differenza loro, questi si prendono dannatamente sul serio.

Sfilano coloratissimi e vocianti anche loro, ma hanno l’illusione di essere composti e intelligentissimi. Una tale illusione è data loro dagli elevati titoli di studio (alcuni hanno addirittura studiato in Texas) e da vaghi afflati rivoluzionari. Loro non sfilano, loro protestano, e attraverso questa nuova manifestazione dell’italico genio sono riusciti a fare di un’aula sorda e grigia il bivacco dei loro manipoli. In verità gli elettori, confusi, non avevano capito che solo alcuni sarebbero entrati in Parlamento, e anzi credevano che andando a votare si sarebbero conquistati ciascuno uno scranno: grande delusione quando sono venute fuori le facce degli “eletti”, sconosciute a tutti, soprattutto ai loro sostenitori.

Il più simpatico dei parlamentari grillini si è portato in aula un apriscatole e lo ha fotografato gioviale. Poi ci ha aperto una scatola di fagioli cannellini del discount e se l’è mangiata sul tavolo foderato di corame, prendendosi pure un rimprovero da un commesso in livrea.

Per onestà si dovrà anche dire che per cavalcare una simile ondata di caciaroni e confusionari patentati, anche il governo dei seriosi tecnici, nella persona del suo Ministro degli Affari Esteri, un bergamasco dall’aspetto solo apparentemente severo, vestiti i panni del suo concittadino Zanni, il servo astuto e trafficone della commedia dell’arte, ha deciso di dar prova della maestria teatrale dell’Italia recitando un pezzo da maestro, una scena madre internazionale: “Il ratto dei due marò, ovvero come ti distruggo la credibilità dell’Italia”. In un primo momento della recita si vede in scena Giulio Maria Terzi di Nonsisabenecosa vestire i panni cardinalizi di Richelieu, fare intrighi di palazzo, turlupinare il Primo Ministro con l’aiuto del suo fido notaro Balanzone in guisa di Ministro della Guerra e rapire alla lontana ed esotica India due preziosissimi esemplari di marò, lì illegalmente trattenuti. Applausi a scena aperta quando Zanni promette al Sultano (impersonato da un sempre bravissimo Kabir Bedi) di restituirgli al termine delle quattro settimane i due marò, e il credulone casca nella rete!

Nel secondo atto, Zanni, rivestiti i suoi panni di grisaglia ministeriale, platealmente annunzia che i marò sono suoi, e che il sultano non li rivedrà più. Stupore in sala. Ma dopo vicissitudini e capriole che non si raccontano per non svelare allo spettatore la trama, i due marò, con la soddisfazione di tutti, ritornano in India e lì restano per sempre. Cala il sipario, scroscio d’applausi.

Non sono pienamente convinto che una simile pièce possa trovare apprezzamento tra il più raffinato pubblico del resto d’Europa, ma insomma, fatti loro che credono ancora in sciocchezze rompipalle come la serietà, l’affidabilità e la dignità.

Lo straniero dello spirito che vorrà concludere il suo Grand Tour nello Stivale troverà qui pomodori messi a seccare allo splendido sole che ci benedice, mandolini e pizze ad ogni angolo di strada, calici di schietto vino rosso levati a garantirsi la benedizione di Dio sulle sue sorti.

Uno spettacolo irrinunciabile per chiunque voglia farsi qualche risata prima di tornare nel suo pallido Paese dalla fiorente economia, dall’industria sfavillante, dalla vita politica così pacificamente condotta. Marò che tristezza!

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Photo Credit: giorgiomartini.blogspot.it

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La futuribile convergenza tra sistemi sanitari: equità o innovazione?

Dall’analisi comparata tra sistema sanitario americano ed europeo, emerge il dilemma della sostenibilità: da un lato, l’esigenza di garantire servizi universali controllando la spesa sanitaria; dall’altro la volontà di sostenere l’innovazione tecnologica e l’eccellenza nella ricerca.

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[dropcap]M[/dropcap]entre negli Stati Uniti la riforma Obama del 2010 ha cercato di dare risposte ai problemi di equità determinati dal sistema sanitario delle assicurazioni private, in Europa è crescente l’allarmismo riguardante la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali. Se ne ha un chiaro esempio nella recente dichiarazione dell’attuale  Presidente del Consiglio, Mario Monti, circa la necessità di individuare nuove forme di finanziamento per il SSN. Ritengo, pertanto, che la convergenza dei due trend non sia casuale: i distinti e originali percorsi del sistema delle assicurazioni private statunitense, e di quelli universalistici europei, sono destinati a influenzarsi reciprocamente.

Come anticipato circa un decennio fa da Giovanni Fattore, direttore del Dipartimento di Analisi Istituzionale e Management Pubblico dell’Università Bocconi, il tentativo dei sistemi sanitari europei di raggiungere gli standard tecnologici americani pone un problema di sostenibilità per almeno due ordini di motivi: la minore incidenza della spesa sanitaria sul PIL, e l’assenza di rilevanti fonti private di finanziamento in Europa.

A questo quadro, è necessario aggiungere un ulteriore elemento: la curva demografica. In base a quest’ultima, si può concludere che il costo della sanità non potrà che aumentare nei prossimi anni. La curva della spesa sanitaria media per età presenta, infatti, un andamento a “J”, dovuto al fatto che, dopo una riduzione negli anni successivi all’infanzia, i consumi medi pro-capite cominciano a crescere lievemente dopo l’adolescenza, si intensificano a partire dai cinquant’anni circa, per impennarsi infine verso i sessanta-sessantacinque anni. Si stima che in Italia, nel 2050, il 33% della popolazione sarà ultrasessantenne. Il trend accumana USA ed Europa ed appare difficilmente contrastabile.

Diversamente dalla tradizione storica europea, il modello statunitense delle assicurazioni private ha sempre considerato la sanità come un prodotto individuale afferente alle logiche di mercato. Tale modello è sostenuto dai contributi volontari dei lavoratori o dei datori di lavoro, sotto forma di premi assicurativi o pagamenti diretti. Il sistema è incentrato sulla rimborsabilità delle prestazioni – per coloro che possiedono un’assicurazione sanitaria, e sulla “gratuità” delle stesse – principalmente per coloro che beneficiano dei programmi Medicare e Medicaid. Al contrario, i modelli universalistici europei considerano la sanità come un diritto che lo Stato deve garantire ai cittadini. La forma di finanziamento principale del modello Beveridgiano (UK) è stata la fiscalità generale, mentre quella del modello Bismarckiano (Germania) consisteva nei contributi obbligatori pagati dai lavoratori, o dai datori di lavoro, alle assicurazioni sociali.

Le marcate differenze tra i due sistemi sanitari trovano origine in una diversa concezione dei diritti e dei privilegi relativi all’individuo. Riecheggiando il pensiero di una larga fascia di cittadini statunitensi, non necessariamente di fede politica repubblicana, si potrebbe arrivare a dire che: “Ogni cittadino ha l’assicurazione sanitaria che si merita”. Al contrario, in Europa, il fenomeno delle caring externalities è nettamente dominante: il singolo individuo è disposto a cedere parte del proprio reddito in cambio di servizi, anche se non ne usufruirà personalmente.

A oltre sessant’anni dall’introduzione, nel 1948, del primo modello universalista, il britannico National Health Service, è oggi possibile osservare e comparare i risultati ottenuti dai suddetti sistemi sanitari.

Il sistema statunitense delle assicurazioni private è quello che determina la spesa sanitaria pro-capite più alta tra i Paesi OECD, e allo stesso tempo non garantisce al 15% della sua popolazione, cioè a 45 milioni di persone, alcuna assicurazione sanitaria. I welfaristi potrebbero affermare, a ragione, che l’applicazione delle politiche liberiste in sanità abbia generato un sistema iniquo e inefficiente allo stesso tempo. La riforma Obama 2010 e la seconda ondata di correttivi, prevista per il 2014, costituiscono un tentativo di risposta alle evidenti lacune di tale impianto. Un tentativo, questo, concepito nella direzione dell’universalismo, ed evidentemente influenzato dai sistemi sanitari europei.

Secondo Robert Evans, specialista in Health Economics all’Università della British Columbia, le ambizioni riformiste di Obama, sono state frenate dall’alleanza implicita tra i soggetti dell’offerta (imprese fornitrici, medici, ospedali) e i cittadini con reddito  medio-alto. La prima componente, infatti,  garantisce servizi d’eccellenza ai cittadini con reddito medio-alto e trova nella loro domanda la condizione sufficiente per continuare a dominare il sistema sanitario. Di conseguenza, la qualità della ricerca biomedica statunitense e l’eccellenza dei suoi centri di studio, è di fatto indiscutibile, e non sorprende, quindi, che siano proprio gli USA a dettare i ritmi di sviluppo tecnologico ai sistemi sanitari europei.

Nel vecchio continente, un modello di matrice universalistica offre, al contrario, assistenza sanitaria alla totalità della popolazione, ed è caratterizzato da una spesa pro-capite decisamente inferiore. A riguardo, si segnala che il tanto vituperato SSN abbia una spesa sanitaria pro-capite inferiore alla media OECD. In un costesto recessivo, con trend demografici sfavorevoli e PIL inferiori, i sistemi sanitari europei non riescono però ad assorbire l’innovazione tecnologica promossa dal sistema sanitario americano. La capacità di porre un filtro costruttivo all’innovazione potrebbe essere un elemento fondamentale per garantire la sostenibilità dei sistemi sanitari europei, preservando il loro carattere universalistico.

In conclusione, questa breve analisi comparata consente di mettere in luce il critico trade-off tra la necessità di garantire servizi sanitari universali, controllando la spesa sanitaria, e la capacità di sostenere l’innovazione tecnologica e l’eccellenza nella ricerca. Si è già detto di come Stati Uniti e Europa abbiano privilegiato, rispettivamente, la prima e la seconda dimensione. Nell’era globale è possibile, ma non nesessariamente augurabile, una progressiva convergenza tra due modelli storicamente distinti, che costringerà l’Europa a rinunciare progressivamente al carattere sociale dei propri sistemi sanitari.

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Editing: Maria Teresa De Palma

Photo Credit: Creative Commons