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Nouri al-Maliki: il nuovo dittatore iracheno?

Il confronto tra il nuovo primo ministro e il regime di Saddam non dovrebbe essere enfatizzato. La profonda valenza emotiva che vi può essere dietro tale parallelo, e i limiti relativi al regime di Nouri al-Maliki, dovrebbero far desistere tutti coloro che tendono a marcare tale comparazione.

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[dropcap]P[/dropcap]er Nouri al-Maliki, la recente storia politica dell’Iraq rimane lo spettro che continua a tormentare il suo regime. Il dominio totalitario di Saddam Hussein ha lasciato pochi precedenti per attuare quella ricostruzione nazionale e democratica auspicata da politici locali e internazionali. Non sorprende quindi che il partito attualmente in carica abbia adottato politiche che ricordano un passato ben più sinistro, tanto da far sorgere l’accostamento tra le politiche di Maliki a quelle messe in atto da Saddam; in particolare, anche Maliki ha ordinato l’arresto di dissidenti politici e ha stabilito il controllo del governo centrale sulle forze di sicurezza. La reazione del primo ministro iracheno alle proteste popolari, ha nuovamente ridestato considerazioni legate alla democraticità del suo regime. Eppure, non sarebbe appropriato elaborare troppi confronti con il regime di Saddam. La profonda valenza emotiva che sostanzia tale parallelo, e i limiti del potere di Maliki rispetto a quello di Saddam, dovrebbero far desistere chi tenta di paragonarli.

Nonostante questa considerazione preliminare, Maliki ha indubbiamente attuato atteggiamenti e misure politiche che hanno suscitato un certo timore tra gli iracheni. In un editoriale pubblicato a settembre, The Guardian sosteneva che “Nouri al-Maliki ha ancora molta strada da fare prima di arrivare ai livelli di terrore di Saddam Hussein, ma l’elenco delle imputazioni a suo carico sono in crescita.” Ad esempio, quando le forze combattenti statunitensi lasciarono il paese nel dicembre del 2011, Maliki emise il famigerato mandato di arresto nei confronti del suo vice-presidente Tariq al-Hashimi. Sotto la guida del figlio di Maliki, soldati e carri armati circondarono la casa di Hashimi, catturando alcune guardie del corpo che, sotto tortura, confessarono che il vice presidente aveva organizzato degli squadroni della morte illegali contro i suoi rivali politici. Pertanto, Hashimi fu subito condannato a morte in contumacia per i suoi presunti crimini. The Guardian  sentenziò senza mezzi termini che “Iraqiyya [il partito di Hashimi]…non [era] la prima vittima dell’ascesa al potere di Maliki.”

Maliki si è così servito dell’esercito iracheno per rinforzare la propria posizione, rimodellando la catena di comando in modo da consentire al suo staff di detenere il pieno controllo sul dislocamento del personale e le scelte strategiche. Le Forze Speciali Irachene sono al servizio personale del primo ministro, così come lo sono diventati il settore giudiziario e l’intelligence. Dopo aver schiacciato l’opposizione Sunnita, molti paventano che i suoi prossimi obiettivi saranno i sadristi e successivamente i curdi, attraverso la messa in atto di misure militari pseudo-legali.

In ogni caso, permangono ancora delle differenze cruciali, tra il suo regime e quello di Saddam, che non possono essere tralasciate. Innanzitutto, Maliki esercita un potere di gran lunga inferiore a quello del suo omologo dispotico. L’incapacità del primo ministro di costringere il presidente curdo Massoud Barzani a rivoltarsi contro Hashimi nel 2011, ad esempio, conferma una tale ipotesi. A differenza di Saddam, Maliki non ha quasi alcun potere o controllo sul Kurdistan iracheno. Questa regione, infatti, supportata da Turchia, Iran e Stati Uniti, è praticamente off-limits per Baghdad, per timore che Maliki possa esacerbare violentemente le tensioni con i suoi vicini regionali.

Anche il blocco politico sunnita al quale appartiene Hashimi, seppur indebolito, si appoggia ad alcuni alleati stranieri. Nonostante i ripetuti tentativi, Maliki non può eliminare o minacciare l’opposizione sunnita, poiché i suoi leader si rivolgerebbero immediatamente all’Arabia Saudita. Maliki, allo stesso tempo, non potrebbe neppure interferire in tali relazioni. Pertanto, l’unica cosa che gli resta da fare è intimidire e isolare i sunniti – sebbene con scarso successo – senza però riuscire a zittirli definitivamente.

Allo stesso modo, anche all’interno della fazione sciita esistono profonde divisioni che impediscono a Maliki di consolidare il suo potere in maniera ancor più significativa. Moqtada al-Sadr, l’instancabile leader del movimento sadrista, ha ripetutamente preso le distanza dal partito in carica. Nonostante i suoi tentativi, Maliki ha poche chance di danneggiare o mettere a tacere la minoranza sadrista. A Sadr, che riveste il ruolo della classica “pecora nera” nella politica irachena, basterebbe coalizzarsi con gli altri leader dell’opposizione per inficiare seriamente il rafforzamento di Maliki. Una tale mossa, peraltro, sarebbe subito messa in atto se l’attuale primo ministro dovesse attuare un ulteriore accentramento del potere politico.

Queste differenze sostanziali tra Maliki e Saddam devono essere valutate freddamente e senza alcuna fretta. I parallelismi tra i due leader ignorano spesso la realtà delle dolorose e terrificanti condizioni che caratterizzavano il regime di Saddam Hussein. Non sarebbe né giusto, né preciso operare raffronti così superficiali quando gli scenari di fondo risultano obiettivamente differenti. Non v’è dubbio che le azioni portate avanti da Maliki abbiano un carattere autoritario, duro e legalmente discutibile, ma è altrettanto importante ricordare la crudeltà di Saddam, il clima di paranoia e gli spietati calcoli politici fatti con la vita dei suoi cittadini, che in Iraq hanno causato ferite molto più profonde. Per molti aspetti, il governo di Maliki è il fallimentare risultato del tentativo americano di instaurare la democrazia, interrotto a seguito della partenza delle truppe statunitensi. La sua amministrazione, infatti non si conformerà mai agli ideali egalitari e rappresentativi sostenuti dai leader statunitensi. In una situazione simile, il confronto con Saddam ha un effetto disastroso, poiché giustifica il tentativo dell’attuale regime ad adottare politiche ancor più restrittive, e al tempo stesso contribuisce a lasciare senza risposta le radici del problema.

Sicuramente, la tendenza verso l’autoritarismo seguita dal governo di Maliki non ispira alcun ottimismo, né andrebbe incoraggiata. Ciò nonostante, il modo migliore per analizzare il problema non è quello di paragonare il regime autoritario di Maliki con quello totalitario di Saddam. A questo punto, l’opinione pubblica mondiale come dovrebbe giudicare Maliki? A livello metodologico, se si riuscisse a guardare oltre l’era Saddam, le risposte sarebbero di gran lunga più illuminanti.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Nouri al-Maliki: Iraq’s Newest Dictator?

Photo Credit: The U.S. Army

Nouri al-Maliki: Iraq’s Newest Dictator?

The comparisons to the Hussein regime should not be over-stretched. The deep emotional significance of drawing such a parallel, and the limits of Nouri al-Maliki’s power compared to his predecessor, should give those espousing such a view serious pause.

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For Nouri al-Maliki, Iraq’s recent political history remains a specter haunting his regime. Saddam Hussein’s totalitarian rule left little precedent for national, democratic reconstruction according to what external and domestic policymakers had hoped. It is thus unsurprising that the current ruling party has enacted policies that resemble those from a far more sinister past, and Maliki’s practices have been compared to Saddam’s; most importantly, he has arrested political dissenters and established central government control over the security forces. His recent response to the protests sweeping Iraq this past week have raised afresh these analyses. Yet the comparisons to Saddam’s regime should not be stretched too far. The deep emotional significance of drawing such a parallel, and the limits of Maliki’s power compared to Saddam’s, should give those espousing such a view serious pause.

Maliki has certainly exhibited tendencies that spark fear amongst Iraqis. In a September editorial, The Guardian argued that “Nouri al-Maliki’s has some way to go before he matches Saddam Hussein’s terror – but the charge sheet is growing.” For example, as US combat forces departed the country in December 2011, Maliki issued the notorious arrest warrant for his vice-president, Tariq al-Hashimi. Soldiers and tanks led by Maliki’s son surrounded Hashimi’s house, detaining several bodyguards who later, after torture, confessed that the vice president had organized illegal death squads against his political rivals. He was soon sentenced to death in absentia for his alleged crimes. The Guardian concluded by bluntly noting that “Iraqiyya [Hashimi’s party]…is not the first victim of Maliki’s power grab.”

Maliki has reinforced his grip through the Iraqi military, reshaping the chain of command so that his office has full control over personnel placement and field strategy. The Iraqi Special Forces have become a personal guard for the Prime Minister, as has the intelligence and judiciary branches. Having confronted the Sunni opposition, many fear that his next targets will be the Sadrists and eventually the Kurds using his strengthened psuedo-legal military options.

Yet there are several key differences between his and Saddam’s regime that must not be ignored. Above all, Maliki simply wields far less power than did his despotic counterpart. The Prime Minister’s inability to coerce the Kurdish President Massoud Barzani into turning over Hashimi in 2011, for instance, underscores this reality. Unlike Saddam, Maliki has nearly no influence or control in Iraqi Kurdistan. Supported by Turkey, Iran, and the United States, Kurdistan is essentially off-limits to Baghdad, lest Maliki violently exacerbate tensions with his regional neighbors.

The Sunni political bloc to which Hashimi belongs, albeit battered, has its foreign allies too. As much as he tries, Maliki cannot eliminate the Sunni opposition, as its leadership would immediately turn to Saudi Arabia if seriously threatened. And he does not have the influence to prevent such links. He can only intimidate and isolate the Sunnis — which he continues to do with limited success — but can never silence their voice.

Even amongst the Shia faction, deep divisions undermine Maliki’s ability to meaningfully consolidate his power. Moqtada al-Sadr, the indefatigable leader of the Sadrist movement, has repeatedly spoken against the ruling party. For all his maneuvering, Maliki has relatively little opportunity to significantly damage or silence the Sadrist minority; Sadr, a “black sheep” in Iraqi politics, needs only align with Iraq’s other opposition leaders to pose a serious threat to Maliki’s grasp on Baghdad, a move he is willing to make if Maliki further strips his political options.

These empirical differences between Maliki and Saddam must be viewed alongside a far less exact, emotional element. Comparisons between the two leaders often ignore the serious and painful realities of the terror with which Saddam Hussein ruled. It is neither accurate nor fair to make such offhand comparisons when the reality does not match. There is little doubt that Maliki’s actions are authoritarian, harsh, and legally questionable, but it is also important to remember that Saddam’s true cruelty, paranoia, and unfeeling political calculations with the lives of his citizens tore far deeper wounds across Iraq. In many respects, Maliki’s ruling style is a product of the stillborn democracy left in the wake of the American departure. His rule will never conform to the ideals of egalitarian and representative government that US leaders espoused. But to compare it to Saddam’s merely exacerbates the situation by pushing the current regime to adopt more insular policies, while at the same time ignores the problem’s roots.

To be sure, the trend towards authoritarianism that Maliki’s government is following does not inspire optimism, nor should it be encouraged. But it should be recognized for what it is, and not compared to a regime it will never truly resemble. How can foreigners understand Maliki? If they look past the Saddam era for answers, the results will be far more enlightening.

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Photo credit: The U.S. Army