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La crisi siriana e l’ideologizzazione del conflitto

Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

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[dropcap]I[/dropcap]l 4 ottobre del 2011 una risoluzione di condanna promossa dalle Nazioni Unite (redatta in primis da Francia, Inghilterra e Germania) contro l’aspra repressione del regime siriano nei confronti della protesta esplosa ad inizio anno, veniva rigettata per il veto russo e cinese in sede di Consiglio di Sicurezza.

Tanto la proposta di risoluzione quanto il veto evidenziarono già allora una composizione definita, seppur dinamica, degli schieramenti creatisi attorno alla crisi siriana. La vera e propria guerra civile poi divampata ha dimostrato come il conflitto interno e la frammentata opposizione al regime, composta da anime tra loro disomogenee e con interessi confliggenti, sono divenuti un vero e proprio luogo di scontro per le grandi potenze mondiali. Si può dunque delineare, con uno sforzo sintetico, un conflitto a sfere concentriche prive di confini certi che va dal locale al globale, passando per quello regionale.

La prima e più piccola sfera è rinvenibile nella rivolta contro il regime d’inizio 2011 e il successivo conflitto civile. Esso poi racchiude anche le molteplici diatribe latenti di tipo etnico, religioso e culturale del fronte anti-regime pericolosamente frammentato e disomogeneo. La seconda sfera, quella regionale, viene a plasmarsi con le prime prese di posizione sulla crisi di Turchia, (dove ha sede fra l’altro il Consiglio nazionale siriano, anima preminente dell’opposizione ad Assad), Arabia Saudita e di larga parte della Lega Araba a sostegno degli oppositori con le dure accuse al regime; dall’altra parte, le voci di Iran e Iraq levatesi a supporto del governo di Damasco, a dimostrazione di una partita per l’egemonia nell’area dalla quale dipendono la stabilità e il futuro dei suddetti paesi. L’ultimo tassello, in ordine temporale e dimensionale, è quello che rappresenta la sfera globale, con il coinvolgimento internazionale di attori esterni all’area regionale nella crisi siriana, con il rischio di una sua militarizzazione globale.

Il possibile intervento militare statunitense in Siria è stato soltanto l’ultimo evento di una vicenda che ha visto coinvolti, in precedenza, altri protagonisti ansiosi di mettersi in mostra e recuperare una rinnovata centralità nel Medio Oriente. Da un lato Francia e Regno Unito che, sin dai primi mesi del 2011, sono stati scrupolosi e interessati promotori di quasi tutte le risoluzioni di condanna al regime di Assad, fiutando la possibilità di rivestire un nuovo ruolo nella regione facendosi spazio in uno scenario geopolitico imprevedibile, fluido e in ridefinizione. Non va inoltre trascurata la necessità per questi due paesi di recuperare prestigio internazionale agli occhi di Stati Uniti, Russia e Cina. Dall’altro lato, a supporto di Damasco, ci sono proprio Russia e Cina con le quali si è aperto immediatamente uno scontro, soprattutto in sede ONU, scaturito con i veti alle suddette risoluzioni. Questi hanno alimentato risentimenti e tensioni sfociate in un reciproco scambio di piccate dichiarazioni, con l’accusa delle violazioni dei diritti umani da un lato, e la difesa del principio di non-ingerenza da parte di russi e cinesi.

L’escalation della crisi siriana, avvenuta in seguito all’uso di armi chimiche, ha paventato la possibilità di un intervento militare (sulla falsariga di quello libico) per favorire una transizione e porre fine alle violenze. Stiamo dunque assistendo ad una sorta di generale ri-ideologizzazione delle posizioni, con un richiamo a comportamenti simili a quelli dei decenni precedenti la caduta dell’Unione Sovietica. Come ben descritto da Sergej Karaganov, “accade qualcosa di strano alla geopolitica mondiale: sta tornando a ideologizzarsi”.

Secondo Karaganov, la debolezza che oggi più di prima colpisce istituzioni come ONU, Unione Europea, G-8 e G-20, è sintomatica di un mutamento in corso da più di un decennio, che favorisce questo nuovo processo di ideologizzazione. La crisi siriana dimostra una situazione geopolitica molto complessa: l’interdipendenza politica ed economica che vige attualmente nei rapporti internazionali non permette la definizione di strategie d’intervento e scelte sovrapponibili a quelle del passato nonostante le azioni messe in atto dalle maggiori potenze si ispirino ad esse. Un esempio pratico di questo status quo è proprio ciò che è accaduto, nello specifico, negli ultimi due mesi in Siria.

Barack Obama, dopo aver preso tempo evitando il coinvolgimento diretto vincolandolo all’utilizzo di armi chimiche, si è visto costretto, come sostenuto da Panebianco, “a ricostruire almeno un po’ della credibilità perduta”, proponendo un intervento militare addirittura unilaterale.  Ciò ha scatenato reazioni di timore e preoccupazione fra alleati e avversari, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti anche in seno all’alleanza atlantica. Il Regno Unito, che dall’inizio della crisi è apparsa propenso ad un’interferenza nelle dinamiche siriane, si è progressivamente defilato, fino a dichiarasi contrario all’intervento armato. La Francia, seppur più decisa sull’intervento, ha posto cautele. Il presidente americano ha dovuto poi gestire l’opposizione politica interna, un’imponente ondata di pacifismo mediatico e le fredda reazione dei colleghi all’ultimo G20, che ha ulteriormente indebolito la sua tardiva presa di posizione.

Dall’altra parte, il presidente russo Vladimir Putin, fermo e convinto sostenitore di una risoluzione diplomatica della faccenda, ha agito secondo una logica di realpolitik. Sfruttando la sua influenza su Damasco, il premier russo ha proposto la definizione di un trattato per la messa al bando delle armi chimiche (firmato il 14 settembre scorso) costringendo Assad ad aderire, pur difendendolo dalle critiche internazionali. Ciò ha permesso al fronte pro-Assad di guadagnare tempo, vanificando così i tentativi di Obama che, negli stessi giorni, era impegnato in una maratona mediatica per guadagnare l’appoggio del Congresso all’azione militare.

Poco importa, quindi, che Ban Ki-moon abbia poi pubblicato i risultati degli osservatori che testimoniano l’utilizzo delle armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano, o che siano stati violati diritti umani, civili e politici. Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

Le risposte date finora sono poco incoraggianti come dimostrano i drammi di Libia, Egitto, Tunisia, solo per citare i più recenti. L’instabilità che ancora persiste mostra, evidentemente, l’impotenza della comunità internazionale.

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Photo Credit: Freedom House

Il caos egiziano: un problema europeo

Il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo alla stabilizzazione dell’Egitto. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare il Paese a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della sua grave deriva economica.

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[dropcap]M[/dropcap]entre l’Europa tenta di trovare un proprio ruolo nell’area mediterranea, l’Egitto torna ad essere al centro dell’attenzione internazionale per l’instabilità politica determinatasi a seguito della caduta di Morsi. Dopo che i frutti della rivoluzione del 2011 sono stati progressivamente catalizzati dai Fratelli Musulmani, in virtù della vittoria delle elezioni presidenziali, la situazione interna al Paese è progressivamente deteriorata, sfociando in un colpo di stato compiuto dall’esercito che sembra aver trovato, per il momento, l’appoggio della popolazione. A questo punto si apre agli occhi dei vicini occidentali un dilemma di non facile soluzione. Si tratta infatti di capire da quale parte stiano le reali istanze del popolo egiziano e quale sia il corretto approccio per ‘comunicare’ con un Egitto in continua evoluzione.

La rivolta egiziana contribuisce a rompere un paradigma radicato in Occidente, quello dell’infallibilità elettorale, in base al quale il risultato delle urne è un elemento fondamentale – e dunque immutabile – della vita statale. Tuttavia, come era già avvenuto nel 2006 a Gaza, nelle realtà politiche in cui la democrazia inizia a germogliare spesso le urne forniscono un risultato opposto a quello previsto – o meglio, auspicato. Ciò che avviene oggi in Medio Oriente, in certo modo, si è già verificato in Europa nella prima metà del Novecento. Se da un lato questo apre a dissertazioni di carattere giuridico, in base alle quali non vi è ragione per boicottare un governo legittimamente giunto al potere, dall’altro non sono poche le voci di chi contesta il risultato elettorale in virtù di ipotetiche pressioni o ‘negozi clientelari’ esercitati dalla Fratellanza Musulmana. Sembra chiaro, tuttavia, che i margini per le elucubrazioni siano molti ristretti e che anzi sia necessario passare quanto prima all’azione per favorire un processo di transizione il meno traumatico possibile: è infatti interesse condiviso che la regione ritrovi un proprio equilibrio.

In questo senso il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare l’Egitto a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della deriva economica del Paese. Economia che, peraltro, è caratterizzata da elementi strutturali che rendono difficile un rilancio interno. Tra questi, il peso dell’industria turistica, che adesso risente dell’instabilità politica; una solida tradizione di alti sussidi pubblici, ma che non generano effetti positivi in termini di occupazione; un elevato grado di controllo dell’esercito sull’economia. I suddetti fattori rendono assai limitati gli spiragli per una imminente ripresa. L’Europa, d’altro canto, potrebbe avere ruolo più incisivo attraverso l’Unione per il Mediterraneo, entità creata nel 2008 dal Processo di Barcellona su impulso francese, e che negli ultimi anni poteva essere una carta assai efficace nell’avvicinarsi alla Primavera Araba. Per trovare una maggiore influenza nella regione, l’UpM ha però bisogno di una rinnovata fiducia e di uno slancio in termini di capacità d’azione.

A ben vedere, invece, quel che si percepisce è un senso di spaesamento vissuto dai governi occidentali, che sembrano non essere in grado di comprendere quale sia il cammino verso cui si dirige l’Egitto. Beninteso, riuscirci non è affatto facile e lo scenario regionale certo non contribuisce a rendere più lucido il quadro: infatti, la situazione in Siria diventa man mano più esplosiva, e rischia di essere l’oggetto di un aspro scontro tra l’Occidente e la Russia che ha in Damasco, sin dal finire degli anni settanta, l’unico partner incisivo in Medio Oriente.

In definitiva, dall’Occidente provengono segnali di apertura verso un Egitto maggiormente laico, che sia in grado, però, di dotarsi di un sistema democratico stabile e credibile. Ad oggi, tuttavia, sembra essere proprio questa scelta di mediazione la sfida più grande fronteggiata dal Cairo. In un tale scenario, segnato dalla fluidità e dal rincorrersi degli eventi, gli interrogativi degli europei, forse, sono identici a quelli degli stessi egiziani.

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Terrorismo? Quale terrorismo? Come la comunicazione aggrava il problema della definizione

Perché è così difficile definire il terrorismo?

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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[dropcap]T[/dropcap]rovare una definizione per la parola ‘terrorismo’ è di certo uno dei rompicapi più impegnativi dell’epoca moderna. Tale fenomeno si manifesta all’interno di un complesso mosaico di problematiche che influiscono sul breve tempo che si ha a disposizione per poterlo valutare. Sebbene sia diventato elemento cruciale della maggior parte delle agende politiche già all’indomani dell’11 Settembre, ancora non vi è un consenso unanime circa la sua definizione. Per citare un esempio, nel secondo dibattito presidenziale Mitt Romney ha criticato aspramente il presidente Obama per non aver definito l’attacco all’Ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi un attentato terroristico, cosa che il Presidente in carica ha fatto solo due settimane dopo lo stesso.  In maniera simile, il leader libico ad interim ha definito la vicenda come un atto di violenza criminale. I politici prima, e i media poi, si sono dimostrati riluttanti, imprecisi e vaghi nel voler far rientrare questi avvenimenti sotto l’etichetta di atti di natura terrorista. Il presente saggio presenterà dunque una parte di quello che è il dibattito intorno al problema della definizione, sebbene alcune questioni saranno omesse. Tuttavia poiché il terrorismo è strettamente collegato a motivazioni di carattere politico e a ragioni retoriche, che vanno di pari passo con l’evoluzione della comunicazione moderna, è comprensibile la difficoltà nel trovare una definizione univoca al concetto.

Alcune definizioni

Il primo passo da compiere è capire perché è così importante fornire una definizione del termine. A partire dall’11 Settembre, la parola ‘terrorismo’ è entrata a far parte sempre di più del lessico della società moderna, tanto da rievocare nell’immaginario collettivo immagini alquanto violente, di sacrificio e catastrofe. Sappiamo tuttavia comprendere ciò che è davvero il terrorismo? Molti accademici e professionisti si cimentano costantemente nella ricerca di una definizione e, allo stesso tempo, rifiutano quelle già esistenti. Walter Laqueur, che è forse il più illustre della categoria, sostiene che una definizione “non esiste e non la si troverà in un prossimo futuro.” Allo stesso modo, Jeremy Waldon e George Fletcher, in opere separate, riconoscono che ci sono troppe domande ma non risposte sufficienti. Entrambi sembrano lontani da una reale definizione e credono piuttosto che il miglior modo per capire cosa sia il terrorismo sia quello di assistere a una delle sue manifestazioni.

Anche l’Ambasciatore britannico alle Nazioni Unite pare essere sulla stessa linea d’onda. In un discorso successivo all’11 Settembre ha evitato di darne una definizione affermando, “ci dobbiamo concentrare su questo concetto: il terrorismo è il terrorismo … ciò che appare, puzza e uccide come il terrorismo è solo terrorismo.” Tuttavia, se il terrorismo viene considerato come una questione transnazionale, e non all’interno di un paradigma Stato-centrico, sostenere che ogni attacco terroristico presenti determinate caratteristiche che sono sempre evidenti, non solo è banale, ma va a discapito di ogni tentativo di progettare una strategia antiterrorista vincente.  Se, dunque, il terrorismo è una questione globale che interessa diversi Paesi, la sua definizione è di vitale importanza per capirlo e, infine, combatterlo.

È opportuno pensare che la lotta al terrorismo necessiti di una definizione, per quanto sia un’impresa molto ardua. Alex Schmid, il cui pensiero è diventato una pietra miliare all’interno del dibattito definitorio, ha posto l’accento sui “metodi derivati dall’ansia” che sono inflitti alle vittime “generalmente scelte… (bersagli di opportunità).” Un particolare interessante è che egli annovera gli attori statali all’interno della sua definizione e quindi aumenta la necessità di una classificazione in quanto non separa chi o che cosa commette gli atti di natura terrorista. In una risposta diretta a Schmid, Weinberg non include elementi di carattere psicologico all’interno della sua definizione ma pone bensì la politica come ragione principale dietro la strategia terroristica. Allo stesso modo Bruce Hoffman sostiene l’importanza delle motivazioni di carattere politico e le considera lo strumento principale per comprendere il modus operandi dei terroristi. Tuttavia, motivare che un gruppo terrorista agisca esclusivamente per ragioni politiche chiarisce solo un aspetto della questione, così come se si ignorano le motivazioni religiose o ideologiche l’ambito di analisi ne risulterà limitato. John Horgan si allontana dall’idea di Weinberg, mettendo l’accento sull’uso psicologico del ‘terrore’ che, nelle sue parole, “rivela una parte del mistero” nella comprensione del terrorismo.

 L’uso del terrore è di vitale importanza per valutare un attacco perché, come sostiene John Mueller, rompe il codice morale penale rispettato da quasi tutte le popolazioni. Pertanto, la comprensione delle potenziali tattiche e dei target individuati non solo aiuta a polarizzare attori statali e non-statali, ma permette anche una migliore comprensione dei potenziali obiettivi di un gruppo. Non vi può essere una definizione univoca ed esclusiva, ed è appropriato sostenere che il dibattito accademico aggiunge maggiore incertezza alla definizione di terrorismo. In ogni caso, se proprio si volesse utilizzare un singolo concetto esplicativo di terrorismo, questo includerebbe inevitabilmente una serie di parametri che siano in grado di valutare l’attività terroristica.

L’uso improprio del termine ‘terrorismo’

L’ambiguità del mondo accademico su come interpretare le manifestazioni del terrorismo, contribuisce a lasciare irrisolto il problema concettuale. Generalmente, il modo in cui gli attori politici e personalità influenti utilizzano tale termine, ha una valenza molto più ampia, che distoglie dal vero significato e dall’uso del sostantivo ‘terrorismo’. All’interno della sua opera provocatoria, ‘Intrappolati in una Guerra al Terrore’, Ian Lustick affronta l’argomento  ponendo l’accento su come il terrorismo è diventato il fondamento cruciale della politica di Bush. I discorsi pregni di sentimenti patriottici che rimandavano a nostalgiche emozioni di guerra, hanno aiutato a legittimare le decisioni politiche dell’ex Presidente, e a fuorviare la percezione della gente da ciò che effettivamente è il terrorismo. Si trova riscontro di quanto detto negli svariati errori commessi dall’amministrazione Bush nel tentativo di combattere una ‘guerra al terrore’.

Altrettanta confusione è riscontrata nel momento in cui il terrorismo è analizzato, o quando un attacco pare enucleare tutte ‘le caratteristiche e le sensazioni (suscitate da un atto) di terrorismo’: è in questo momento che si ricorre al termine per eludere la mancanza di consenso unanime sulla natura di un atto così violento. Le semplificazioni imposte a livello governativo sono inesorabilmente e ulteriormente aggravate dall’uso sistematico di un “allarmismo apocalittico”, in cui viene impiegata una soffocante varietà di  tattiche intimidatorie – in particolar modo negli Stati Uniti. Ad esempio, la politica concernente la Homeland Security (attività di sicurezza interna contro il terrorismo, NdT) non solo descrive solo la minaccia di terroristi in possesso di armi CBRN, ma anche la loro capacità di utilizzare queste stesse armi “da casa all’estero”. Dichiarazioni imprecise e approssimative sembrano celare altre motivazioni. Fred Kaplan ha sostenuto sulle pagine del The Guardian che “le politiche messe in atto riscuotono il massimo sostegno se sono legate alla guerra al terrorismo”. Di conseguenza, se si adopera il terrorismo in correlazione ad altri argomenti di natura politica, al fine di acquisire il sostegno dell’opinione pubblica, un problema di ordine metodologico sorge inevitabilmente: è possibile separare la realtà dalla finzione ed essere finalmente in grado di fornire una definizione precisa dell’oggetto in questione?

Il ruolo esclusivo della comunicazione

La manipolazione interpretativa dei governi sulla natura del terrorismo è aggravata dallo sviluppo di fenomeni legati alla globalizzazione e al conseguente sviluppo tecnologico che, parafrasando Manuel Castells, ha creato un “nuovo spazio di comunicazione” nei centri di potere. La diffusione di alcune idee politiche presso popolazioni e territori precedentemente estranei e geograficamente distanti, e le accresciute possibilità di comunicazione tra le comunità emigrate con la propria madrepatria, ha creato una complessa dicotomia bollata da Sir Richards come “rete globale di rivendicazioni.” La rapida crescita della tecnologia e l’esplosione dei social media hanno trasformato pareri e opinioni in uno spazio informativo virtuale. Questo permette alle persone di muoversi “rapidamente e senza fili” all’interno di un mondo virtuale. David Betz ha correttamente definito questo fenomeno come il Web 2.0, in cui tutti i vettori della società interagiscono simultaneamente e, di conseguenza, il pubblico non ricopre più il ruolo di spettatore passivo ma rappresenta invece la componente attiva del mondo dell’informazione.

Le tecnologie moderne hanno dunque fornito una potentissima piattaforma per attuare una comunicazione orizzontale attraverso un arcipelago di confini nazionali e internazionali. Se il messaggio è incorretto o fuorviante può scatenare conseguenze imprevedibili, dal momento che fornisce informazioni errate ad un’intera comunità. A tal proposito, i messaggi politici stanno diventando sempre più messaggi mediatici e hanno l’immediata capacità di influenzare tutti i campi della società. D’altro canto, la tecnologia moderna permette ai cittadini la possibilità non solo di eludere i controlli statali tradizionali, ma anche di trasmettere informazioni false. Questo è ben noto all’interno della relazione sulla tecnologia del Generale David Richards nella quale sostiene che la comunicazione moderna “si situa ben oltre la capacità dello Stato di esercitare il proprio controllo senza minacciare tutte le altre funzioni di quello stesso Stato.” Ciò nonostante, tale affermazione è vera in entrambi i sensi e pertanto i governi sono in grado di esercitare un certo grado di autonomia nell’uso dei processi mediatici moderni. Pertanto, come sostiene David Kilcullen, i fini e i mezzi che conducono allo sviluppo di fonti d’informazione si caratterizzano per una scarsa trasparenza che rende molto difficile distinguere l’origine o l’affidabilità delle fonti stesse.

Difatti, un messaggio del governo diventa immediatamente l’input per l’elaborazione dei messaggi da parte dei media, e il relativo output ricopre un ruolo cruciale nel plasmarne la definizione. Se anche il terrorismo è sottoposto a questi filtri di comunicazione, va da sé che il risultato sarà un caleidoscopico insieme di definizioni. Tali definizioni, a loro volta, vengono poi servite all’opinione pubblica, ai leader e ai soliti stereotipi sulla politica estera. A tale proposito John Horgan sostiene che per analizzare il terrorismo nel suo insieme di definizioni è necessario discostarsi dai media. Tuttavia, ottenere un tale distacco appare molto difficile poiché i governi sono i primi attori che sempre più spesso ricorrono ad un utilizzo del termine in un contesto erroneo, con i media pronti ad associarlo a questioni di carattere politico.

Conclusioni

Questo questo saggio ha preso in considerazione una varietà di fonti ma non ha proposto in alcun modo una conclusione esaustiva sul dibattito concernente il problema della definizione. Si è voluto porre l’accento sul ruolo del governo statunitense per via del suo compito esclusivo nella lotta al terrorismo, in quanto le indagini portate avanti in altri Paesi avrebbero potuto generare conclusioni molto diverse. Ad ogni modo, la cattiva informazione imposta dai governi potrebbe riferirsi ad ambiti diversi della vita di tutti i giorni, e le conseguenze della stessa sono ulteriormente aggravate dalle modalità della comunicazione moderna. In ultima analisi, questo rende ancor più arduo il tentativo di fornire una definizione precisa di terrorismo.

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Saggio tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Terrorism is Terrorism? How Communication Exacerbates the Definitional Problem

Photo Credit: bixentro

Libia: due anni dopo Gheddafi

Il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Libyan protestor Gaddafi

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[dropcap]M[/dropcap]entre si avvicina il secondo anniversario della rivoluzione libica, la minaccia di nuove proteste ha spinto il governo di Tripoli ad annunciare un piano per la sicurezza di alcune città, tra cui la capitale. Sebbene nuove proteste armate appaiano poco probabili, la pressione popolare per il cambiamento è stata così virulenta da suscitare reazioni da parte del governo. Il Primo Ministro Ali Zaidan ha manifestato le proprie preoccupazioni sul rischio di una seconda rivoluzione,  ventilata da molti cittadini nei centri di Beni Ulid, Bengasi e Tripoli. Vari gruppi della società civile, inoltre, hanno annunciato proteste contro la lentezza delle riforme governative. A fronte delle tante sfide che si prospettano per il governo, il proliferare di tali voci critiche è indice del crescente malcontento che serpeggia tra il popolo.

Il governo sembra  incapace di affrontare le più elementari questioni di sicurezza: lo dimostrano incidenti di alto profilo – come  l’attacco al consolato statunitense, avvenuto lo scorso settembre  a Bengasi – o  l’insubordinazione delle milizie armate. In molte città,  numerosi miliziani continuano a girare a piacimento per le strade, pretendendo inoltre un trattamento di favore in virtù del servizio svolto durante la guerra.

Città strategiche come Bengasi – centro economico della nazione e baluardo della rivoluzione – sono soggette al malfunzionamento delle istituzioni, che determina uno stato di semi-anarchia. Un’ondata di violenza ha investito la città, scossa da  rapimenti, bombardamenti ed omicidi che hanno spesso colpito personalità del governo e della polizia. Il problema della sicurezza impedisce l’esercizio di servizi basilari, come ad esempio la raccolta urbana dei rifiuti. I miliziani, formalmente integrati nell’apparato di sicurezza nazionale, continuano a controllare punti chiave della città, risultando più numerosi e meglio armati delle forze di polizia locali. Ciononostante, gli arresti effettuati sono pochi, per timore di rappresaglie o rapimenti di poliziotti.

La città di Bengasi, che ha sempre diffidato del governo centrale, ha ripreso ad invocare il ritorno ad un sistema federalista. Tali richieste, che se attuate indebolirebbero ulteriormente il governo di Tripoli, potrebbero essere imitate dalle altre province.

La sicurezza non è un problema che riguarda solamente borghi isolati o città devastate come Bengasi: anche Tripoli ha subito una certa dose di violenza. Sono all’ordine del giorno, nella capitale, tentativi di omicidio nei confronti di membri del governo o di ufficiali di sicurezza. Inoltre,  il Congresso Generale Nazionale   è stato più volte preso d’assalto da miliziani e dimostranti; il 4 gennaio, si è tentato l’omicidio del suo presidente Mohamed Magarief.

Secondo molti esperti, la violenza della rivoluzione ha avuto un impatto significativo sulla stabilità della regione magrebina, facendo confluire armi e truppe dal conflitto libico verso il Mali. Nonostante la chiusura dei confini nazionali, la Libia è ancora una base importante per i militanti islamici attivi nella regione, per cui continua a costituire uno snodo importante. Proprio le insufficienti misure di sicurezza sui confini libici hanno agevolato l’assalto ad un impianto di gas nella vicina Algeria.

A quasi due anni dalla caduta di Gheddafi, il governo deve ricostruire una nazione devastata dalla guerra civile, e al tempo stesso fronteggiare le esigenze della sua popolazione. Solo maggiori sforzi sul fronte della sicurezza e delle riforme potranno scongiurare il rischio di rivolte popolari o di nuove ondate di violenza.

Per far questo, il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Libya, Two Years After Gaddafi

Photo Credit: شبكة برق | B.R.Q

Stati Uniti: le implicazioni internazionali di una politica energetica “non convenzionale”

Quali saranno le implicazioni della politica energetica “non convenzionale” americana, nel caso di una sua eventuale auto-sufficienza, a livello internazionale e in Medio Oriente? Gli USA inaugureranno una nuova stagione isolazionista, o manterranno il ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area?

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Shale Gas

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Nel 2007 l’Energy Information Administration (EIA) stimava che nel 2030 gli USA avrebbero importato circa il 20% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Dopo 6 anni, e la prima amministrazione Obama, le suddette prospettive sono sostanzialmente cambiate rendendo, addirittura, la chimera dell’indipendenza energetica una tangibile possibilità: secondo le stime dell’AIE, dal prossimo decennio gli USA potrebbero entrare nel novero degli esportatori di gas naturale e superare, anche se solo temporaneamente, l’Arabia Saudita nella leadership della produzione petrolifera mondiale.

Un tale rapida inversione nella politica energetica statunitense è attribuibile alla cosiddetta “shale revolution”: l’imponente crescita dell’offerta interna di gas e petrolio trainata dallo sviluppo delle risorse non convenzionali, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e nuove tecnologie estrattive. Nonostante lo sviluppo di questo tipo di risorse non sia del tutto nuovo nel Continente – i primi pozzi sono stati “fratturati” alla fine degli anni ’40 del secolo scorso – è solo negli ultimi tempi che, grazie all’avanzamento tecnologico, al clima politico favorevole, e a prezzi sostenuti del greggio, l’unconventional ha registrato un boom nella produzione. Nel caso dello shale gas si è verificata una crescita, nella produzione domestica di gas, dall’1% del 2000 al 20% del 2010, con prospettive incoraggianti, che prevedono di raggiungere il 46% nel 2035. Washington, pertanto, ha superato Mosca come più grande produttore di gas al mondo, arrivando a coprire il 20% della produzione globale, a fronte del 18,5% russo. Inoltre, non sarebbe nemmeno da sottovalutare il ruolo del petrolio non convenzionale statunitense la cui produzione, come ha evidenziato l’OPEC nel suo ultimo rapporto, ha già superato 1 milione di barili al giorno, contribuendo in modo sostanziale all’aumento dell’offerta di petrolio non-OPEC a livello mondiale.

Si tratta, quindi, di una vera e propria rivoluzione, che ridefinisce gli equilibri della mappa energetica mondiale, determinando significative implicazioni a livello domestico e internazionale. Gli effetti economici interni sono senz’altro evidenti, sia in termini di benefici sull’occupazione che nel forte calo dei prezzi del metano. La shale revolution si palesa non solo come volano per gli operatori del settore energetico, con un aumento delle imprese produttrici e del loro fatturato; essa ha anche un impatto sull’intera economia nazionale, supportando l’industria attraverso una estesa supply chain e maggior introiti governativi provenienti da tasse e royalties. La minore dipendenza dalle importazioni energetiche e la polarizzazione di nuovi investimenti reca un evidente beneficio in termini di crescita del PIL, creazione di nuova occupazione, effetti positivi sul saldo della bilancia commerciale: nel 2010, lo sviluppo di gas non convenzionale ha trainato la creazione di più di 1 milione di posti di lavoro con la prospettiva di arrivare ad 1,5 nel 2015, un quinto dei quali concentrato negli Stati americani non produttori. Per quanto riguarda i mercati internazionali, il (temporaneo) calo dei prezzi del gas garantisce un vantaggio competitivo alle imprese statunitensi rispetto ai propri competitor, rinforzando le industrie energivore statunitensi come quella manifatturiera.

Quali saranno le implicazioni del rafforzamento del quadro macroeconomico interno, contestualmente al raggiungimento di una eventuale auto-sufficienza energetica, sull’impegno statunitense a livello internazionale, in particolare in un’area strategica come il Medio Oriente? Gli USA prenderanno la strada di un nuovo isolazionismo o manterranno il loro ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area? Rispetto a tali questioni, va precisato che l’engagement statunitense nell’area del Golfo non può essere motivato solo dal fabbisogno di petrolio. La questione della sicurezza di Israele, la nuclearizzazione dell’Iran, la lotta al terrorismo internazionale restano questioni imprescindibili per la politica estera di Washington. In effetti, non è la dipendenza, peraltro esigua, dal petrolio del Golfo, piuttosto l’interdipendenza economica che lega i mercati globali, Europa e Cina in primis, a rendere la più grande economia mondiale vulnerabile ad un aumento dei prezzi energetici, e quindi sensibile ad una instabilità negli Stati produttori. Alla luce di ciò, la questione della sicurezza regionale, in un’area strategica come quella mediorientale, mantiene un ruolo importante negli equilibri globali e, pertanto, non è ivi pensabile un disimpegno della politica estera americana.

Come ha evidenziato Daniel Yergin, un incremento dell’offerta petrolifera mondiale avrà un impatto geopolitico notevole: l’aumento della produzione petrolifera contribuisce a compensare l’assenza di greggio iraniano soggetto a sanzioni, rendendo queste ultime maggiormente efficaci su Teheran. Altro aspetto da considerare è che lo shale oil statunitense andrà ad alimentare l’offerta non-OPEC, immettendo un elemento di incertezza non trascurabile (insieme alle politiche occidentali di efficienza), causando i presupposti per un potenziale calo dei prezzi e della domanda OPEC. Tale quadro incide sulle politiche di investimento che sono richieste ai Paesi OPEC per garantire il flusso di offerta e per mantenere una spare capacity adeguata alla sicurezza energetica globale. Un costo peraltro necessario non solo per rendere disponibili addizionali volumi di petrolio ma anche per bilanciare il tasso di declino naturale che tipicamente colpisce i giacimenti.

Per quaranta anni, la politica energetica statunitense si è strutturata intorno allo slogan dell’indipendenza energetica. Da Nixon in avanti, l’obiettivo, quasi congenito, delle amministrazioni americane è stato quello di rendere gli Stati Uniti del tutto capaci di provvedere al proprio fabbisogno interno di energia, riprendendo una retorica fedele ad un approccio isolazionista. Lo sviluppo delle risorse non convenzionali certamente avrà un effetto positivo sulla sicurezza energetica statunitense, nonostante logiche di salvaguardia delle risorse, obblighi contrattuali e limiti infrastrutturali impediscano la possibilità di una reale indipendenza. Resta, tuttavia, la portata storica di tale cambiamento tale da renderlo politicamente (ed economicamente) vincente. Al fattore idealista, certamente non trascurabile quando si parla di Stati Uniti, si aggiungono anche aspetti strategicamente più importanti come le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza delle forniture energetiche, sia a causa di prezzi del greggio elevati, che della continua incertezza politica nell’area mediorientale rinfocolata dalla Primavera Araba.

Le questioni di sicurezza ambientale che le tecniche di estrazione sollevano, e le opposizioni all’interno dell’opinione pubblica americana, non sono aspetti trascurabili e potrebbero diventare fattori di incertezza e di rallentamento dello sviluppo dell’unconventional. Tuttavia, ad oggi la rivoluzione energetica sembra continuare il suo percorso, così come confermato dal discorso di Obama del 12 febbraio scorso al Congresso. Il Presidente ha rinsaldato l’impegno verso lo sviluppo di petrolio e gas nazionali ed ha incoraggiato un nuovo “Energy Security Trust” per investire nella ricerca tecnologica al fine di rendere il gas più pulito e i trasporti più efficienti. L’Oil&Gas resta quindi parte della politica energetica dell’Amministrazione Obama; una politica da lui ribattezzata come “all of the above” che, insieme a rinnovabili ed efficienza energetica, punta a ridurre l’impatto climatico, oltre che ad accrescere la sicurezza, piuttosto che un’impraticabile indipendenza, energetica.

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Photo Credit: ANR2008

Lo spreco alimentare e la sicurezza internazionale

Malgrado numerose e gravi evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate e progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione dello spreco alimentare.

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[dropcap]L[/dropcap]e guerre per l’acqua sono destinate a diventare sempre più frequenti nei prossimi anni. Questa problematica è particolarmente rilevante per il Medio Oriente, visto che numerose fonti di acqua dolce si trovano a cavallo dei confini interstatali. Spesso, i negoziati tra Israele e Palestina si arenano per divergenze sulla condivisione delle acque, e in passato sia la Giordania che la Siria hanno stabilito che le minacce poste alle rispettive fonti di approvvigionamento saranno cruciali nel decidere una eventuale partecipazione bellica contro Israele.

Questa situazione è destinata a peggiorare: il numero di Paesi mediorientali che soffrono carenze idriche “è cresciuto costantemente, passando dai tre del 1955, agli otto del 1990″. Attualmente dodici Paesi, su quindici a livello mondiale, che soffrono emergenze idriche si trovano in Medio Oriente e Nord Africa.

L’agricoltura è la causa del “70% dell’assorbimento dell’acqua dolce a livello globale“: un dato destinato a salire man mano che in Asia aumenterà il consumo di carne. Il Medio Oriente non fa eccezione – l’agricoltura è “la principale causa di esaurimento delle risorse idriche nella regione“.

La gran parte dello sfruttamento idrico avviene a vuoto – infatti, le percentuali di risorse alimentari sprecate a livello globale oscillano tra il 30 e il 50%. Stuart sostiene che quando il 25% del cibo prodotto nel mondo viene malamente sprecato, ne consegue una perdita di circa 675 mila miliardi di litri d’acqua, che sarebbero più che sufficienti a soddisfare i bisogni idrici famigliari di 9 miliardi di persone che ne utilizzano 200 litri al giorno. Il direttore esecutivo di SIWI sostiene che la riduzione dei rifiuti alimentari “è la soluzione più intelligente ed efficace per alleviare la pressione sulle risorse idriche e le terre coltivabili”. Quindi, se si vogliono evitare futuri conflitti per l’acqua, è essenziale che il mondo rivolga la sua attenzione a risolvere il problema dello spreco alimentare.

Anche gli spazi coltivabili rappresentano una grande fonte di conflitto. In questo caso, riducendo gli sprechi alimentari si allevierebbe il relativo iper-sfruttamento, liberando vaste aree di terreno agricolo per altri usi. Il McKinsey Global Institute stima che “la riduzione del 30% dei rifiuti alimentari nei Paesi industrializzati potrebbe far risparmiare circa 40 milioni di ettari di terreni agricoli”. Il rapporto del suddetto istituto esamina le opportunità di produttività contenute nelle risorse energetiche, nelle terre, nelle acque e in altri materiali, che potrebbero soddisfare fino al 30 per cento della domanda totale prevista nel 2030 –  ponendo la riduzione dello spreco alimentare come la terza misura più rilevante.

La mancanza di cibo rappresenta un’altra problematica collegata ai conflitti armati. Recentemente, è stato suggerito che i recenti rialzi dei prezzi alimentari abbiano avuto un ruolo determinante nello scatenare la Primavera Araba. In realtà, tali rialzi furono causati principalmente dalla speculazione sulle materie prime avvenute nei mercati dei futures, piuttosto che spinte dalle consuete logiche di mercato. Tuttavia, nel lungo periodo i maggiori prezzi del cibo sono stati influenzati dagli sprechi alimentari, creando una insufficienza artificiale di cibo sul mercato, e mettendo alla prova l’allocazione di risorse scarse, che agiscono come fattori di produzione agricola, causando un’impennata dei prezzi alimentari. In un mondo dove circa 925 milioni di persone soffrono di malnutrizione è di vitale importanza, per motivi umanitari e di sicurezza, che la questione dello spreco alimentare venga al più presto affrontata.

Infine, la riduzione dello spreco alimentare è fondamentale per affrontare i cambiamenti climatici, che rappresentano una minaccia per la sicurezza internazionale a causa dei fenomeni di siccità, degrado dei terreni agricoli e dei disastri ambientali. Stuart stima che nei casi di Regno Unito e Stati Uniti uno spreco alimentare del 25% corrisponde alla produzione del “10 per cento di tutte le emissioni di gas serra”, a sua volta derivante dalla “produzione, trasporto, conservazione e preparazione” dei suddetti cibi. La FAO sottolinea che è necessaria “molta meno energia per conservare i cibi, rispetto ai quantitativi utili per produrre una quantità pari di cibo“. Per esempio, “il costo energetico totale per conservare il grano equivale appena all’1% del costo energetico atto alla sua stessa produzione”.

La riduzione dello spreco alimentare risulterebbe economicamente auspicabile, più degli incrementi di produttività. Ad esempio, nel Regno Unito è stato calcolato che “l’aumento del 5% di raccolto venduto in un supermercato può accrescere i margini di profitto degli agricoltori fino al 60%“.

Malgrado tali evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate, progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione.

Sia i governi che il mercato non sono riusciti a risolvere il problema. I primi hanno formulato programmi di sviluppo puntando eccessivamente sugli aumenti di produttività. Dall’altro lato, lo sviluppo disomogeneo del mercato non ha  permesso un piano di investimenti nelle infrastrutture dedite alla trasformazione di alimenti non consumati nei Paesi industrializzati. Inoltre, il potere dei rivenditori all’interno delle catene di approvvigionamento consente loro di trarre profitto inducendo fornitori e consumatori allo spreco.

L’Iran è stato il primo Stato ad assegnare valenza geopolitica al problema dello spreco alimentare. In effetti, tutti noi  dovremmo iniziare a interpretare in tal senso il suddetto fenomeno da cui, presto, dipenderà la nostra stessa sicurezza.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Food & International Security: Wasted

Photo Credit: Bobolink

L’Iran e il nucleare: nessuna corsa al riarmo, ma diplomazia coercitiva

Il seguente intervento è stato presentato al dibattito intitolato: A Nuclear Iran: The Start of a Middle Eastern Arms Race?, tenutosi presso il King’s College di Londra il 12 febbraio 2013. 

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[dropcap]I[/dropcap]l miglior modo per rispondere al quesito posto dal titolo dell’evento di questa sera, è quello di presentare la questione del nucleare iraniano attraverso un punto di vista sistemico, che inquadri l’oggetto del dibattito nel contesto internazionale, e che presupponga l’Iran come uno degli innumerevoli attori del sistema internazionale.

Secondo l’opinione di Matthew Kroenig, e di altri consiglieri strategici come Dov Zakheim, in attività presso il Center for Strategic and International Studies, un Iran dotato di armi nucleari scatenerebbe una corsa al riarmo in tutto il Medio Oriente, a causa del dilemma della sicurezza che inevitabilmente si verrebbe a creare.

Il dilemma della sicurezza sostiene che sia le caratteristiche di forza, che quelle di debolezza insite negli approcci e nelle politiche di sicurezza dei singoli Stati, possano innescare una spirale di insicurezza reciproca che conduce al conflitto. Infatti, se uno Stato è già molto forte, gli strumenti impiegati da esso per accrescere la propria sicurezza provocheranno una riduzione, anche non intenzionale, della sicurezza di altri Stati. Al contrario, se uno Stato dedito al mantenimento dello status quo è percepito come debole o scarsamente risoluto, la pace sarà messa a repentaglio da potenze aggressive e revisioniste.

Un noto esempio del dilemma della sicurezza è quello relativo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Difatti, i sostenitori di tale interpretazione ribadiscono che le potenze europee furono indotte a partecipare al conflitto a causa dell’insicurezza generalizzata a livello internazionale, nonostante queste non desiderassero affatto un tale esito. Tuttavia, l’unico contesto in cui una corsa al riarmo potrebbe aver luogo è quello del cosiddetto “primo mondo”, un concetto teorico elaborato da Robert Jervis nel 1978 in “Cooperation Under the Security Dilemma”. Definendo il dilemma della sicurezza, Jervis sottolinea l’importanza di due variabili distinte: da una parte, politiche e strumenti militari di tipo offensivo; dall’altra, politiche e strumenti militari di tipo difensivo.

Pertanto, all’interno del summenzionato “primo mondo”, i comportamenti di tipo offensivo e difensivo non risultano tra loro distinguibili, ma la circostanza offensiva (la situazione in cui risulterebbe più vantaggioso, per uno Stato, attaccare e distruggere l’esercito avverso e impossessarsi del relativo territorio, piuttosto che limitarsi a difendere il proprio),  godrebbe di un vantaggio strategico: in tale ipotesi, il dilemma della sicurezza sarebbe molto intenso, e l’ambiente internazionale doppiamente pericoloso e instabile. Infatti, in tale circostanza persino gli Stati interessati a mantenere lo status quo si comporterebbero in maniera risoluta e aggressiva, innescando la possibilità di una corsa al riarmo. Ne conseguirebbe una drastica diminuzione delle possibilità di cooperazione tra Stati.

Per quanto riguarda l’Iran e il Medio Oriente, vige una situazione differente. Teheran, in virtù del proprio programma nucleare e della determinazione mostrata nel perseguirlo, è già percepita come una minaccia dalla comunità internazionale: per tale motivo, il caso in questione è ben rappresentato dalla terza tipologia teorica elaborata da Jervis. In quest’ultima, non è previsto alcun riarmo generalizzato: infatti, nonostante la circostanza offensiva risulti ancora vantaggiosa, i comportamenti offensivi o difensivi di uno Stato sono chiaramente distinguibili dagli attori esterni. In questo “terzo mondo”, il dilemma della sicurezza è piuttosto flebile, e anche se esiste la concreta possibilità che un’aggressione possa comunque verificarsi in futuro, gli Stati interessati a preservare lo status quo e la pace possono perseguire politiche diverse da quelle del potenziale aggressore.

Almeno da un punto di vista prettamente teorico, il pericolo che un riarmo nucleare possa verificarsi in Medio Oriente appare piuttosto inconsistente e infondato. Se poi si aggiunge, a tali considerazioni, la presenza degli Stati Uniti, che in quanto potenza egemonica nella regione è in grado di garantire un buon livello di sicurezza all’Arabia Saudita e agli altri suoi satelliti, tale ipotesi è completamente da scartare. Bisogna inoltre ricordare che, nonostante Israele detenga l’arma nucleare dal 1979, insieme alla percezione della minaccia che la sua presenza ha sempre causato nei vicini Stati arabi, non si è mai determinato un riarmo nucleare in Medio Oriente.

Come hanno recentemente scritto Hobbs e Moran, l’attuale contesto politico e strategico dell’Arabia Saudita non favorirebbe l’acquisizione della bomba nucleare. Infatti, da un punto di vista prettamente difensivo, la relazione speciale tra il paese arabo e gli Stati Uniti, sin dagli anni ’40 basata sull’interscambio energetico e militare, continua ad essere enormemente vantaggiosa per entrambi. D’altro canto, l’impegno strategico statunitense su questo Paese si è ulteriormente rafforzato in seguito agli eventi degli ultimi anni (la caduta del regime di Mubarak in Egitto, l’instabilità politica in Bahrain e Yemen, il collasso del governo filo-saudita in Libano e la guerra civile in Siria), che hanno reso Riad uno degli alleati principali nella regione.

Per tali motivi, giustificare un attacco preventivo contro l’Iran come l’unico modo per fermare un riarmo regionale sarebbe un errore strategico, un’operazione non necessaria ma che, al contrario, aumenterebbe l’instabilità dell’intera area. Scartata tale ipotesi, agli Stati Uniti rimarrebbero due alternative: la prima, sarebbe quella di permettere all’Iran di soddisfare le proprie ambizioni nucleari, e in seguito contenerle; la seconda, consisterebbe nel forzare l’Iran a tralasciare il programma di arricchimento nucleare attraverso la cosiddetta diplomazia coercitiva.

La teoria della deterrenza razionale

Innanzitutto, è opportuno sottolineare che il dibattito sul rapporto tra proliferazione nucleare e il pericolo di conflitti armati è stato affrontato, per la prima volta,  da Kenneth Waltz e Scott Sagan nel 1981, e poi successivamente rinnovato dagli stessi nel 2002.

Waltz ha sempre sostenuto che la proliferazione delle armi nucleari sia foriera di pace e stabilità, basandosi sulle conclusioni tratte dagli avvenimenti della Guerra Fredda e dalla successiva rivalità tra India e Pakistan. Pertanto, non sorprende come lo stesso Waltz, scrivendo su Foreign Affairs lo scorso anno, abbia ribadito che una situazione di asimmetria nucleare, come quella sussistente adesso in Medio Oriente tra Iran e Israele, sia destabilizzante. Il pre-esistente gap militare tra i due Stati è inoltre reso maggiormente problematico dalla rivalità ideologica, un aspetto irrazionale e ancor più dirompente che, a detta di Waltz, potrebbe essere superato dalla logica della deterrenza. Infatti, secondo la teoria della deterrenza razionale, non appena l’Iran avrà acquisito il proprio arsenale nucleare, bilanciando così la disparità militare con Israele, nessun’altra nazione avrebbe l’incentivo a nuclearizzare le rispettive capacità militari, rendendo il Medio Oriente ancor più sicuro e stabilizzato.

Se a prima vista la logica di una tale proposta appare stringente e convincente, è bene considerare la complessità delle relazioni internazionali, dove le preoccupazioni relative alla sicurezza non sono affatto le uniche a caratterizzare il comportamento degli Stati. Come lo stesso Sagan ha fatto notare già nel 1981, gli Stati cercano di appropriarsi delle armi nucleari per tre ragioni: sicurezza, dinamiche di politica interna, e norme internazionali.

Le dinamiche di politica interna, che afferiscono all’esistenza di gruppi politici, o individui, piuttosto influenti (come le lobby dell’energia nucleare, il complesso militare, e gli stessi politici populisti), e la contemporanea influenza delle norme internazionali e di valori e credi politici comuni (come la pretesa, da parte dell’establishment iraniano, di essere una potenza globale con aspirazioni di dominio regionale), non fanno parte dell’analisi di Waltz, e come tali possono modificarne la logica apportando conseguenze gravi e inaspettate.

A questo proposito, come Sagan ricorda, la pace nucleare della Guerra Fredda non dovrebbe essere presentata come l’esempio di una regola generale, o peggio come la scusa per non agire verso un possibile riarmo e una  proliferazione di tipo nucleare; la “pace” in questione rimane comunque un’eccezione, dato che persino la Seconda Guerra Mondiale si è conclusa con il tragico bombardamento su Hiroshima e Nagasaki. Inoltre, considerare la bomba nucleare un’arma intrinsecamente pacifica, dato che coloro che la possiedono non si sono mai scontrati militarmente, proprio come affermano Waltz e John Mearsheimer, è un errore storico.

Il Pakistan, in seguito allo sviluppo di armi nucleari, ha aumentato i conflitti a bassa intensità contro l’India, rendendo il subcontinente ancor più instabile. Come evidenziato dallo scienziato politico Paul Kapur, l’aumento della capacità nucleare di Islamabad è coinciso con una accresciuta volatilità del conflitto Indo-Pakistano. Ad esempio, nel 1999 il Pakistan inviò le proprie forze armate, camuffate da ribelli, lungo la linea di controllo del distretto di Kargil, nella regione contesa del Kashmir, innescando un conflitto limitato con l’India. La storia, quindi, suggerisce che tra un Iran così armato e i suoi vicini, come Israele, potrebbe determinarsi il “paradosso della stabilità-instabilità”, in cui ad una supposta stabilità creata dalla reciproca distruzione assicurata, seguirebbe una maggiore e inaspettata instabilità, laddove aumenterebbero le provocazioni, le dispute e i conflitti militari combattuti al di sotto di una, almeno apparente, rassicurante soglia nucleare.

Infine, critiche alla teoria di Waltz provengono anche da Stephen Walt, un accademico neo-realista di tipo “difensivo” (come pure lo stesso Waltz viene etichettato), il quale dubita fortemente sull’attuale validità della deterrenza. Secondo Walt, questa strategia funzionerebbe solo se entrambe le parti in questione possedessero la cosiddetta capacità di secondo colpo, che le frenerebbe dallo scagliare il primo attacco per calcoli meramente strategici.

La diplomazia coercitiva 

Se la deterrenza e il contenimento sembrano opzioni alquanto impraticabili e probabilmente fallimentari, mentre permettere all’Iran di costruire un arsenale nucleare una mossa fin troppo azzardata, l’ultima carta che gli Stati Uniti hanno a disposizione per garantire la stabilità in Medio Oriente è quella della diplomazia coercitiva.

Allo stato attuale, sebbene la scelta di attaccare preventivamente l’Iran sia razionalmente fallace, l’impossibilità di praticare una politica di deterrenza la rende un’opzione comunque valida, come dimostrano le recenti dichiarazioni del Presidente Obama. Per questa ragione l’unica via pacifica rimane quella della diplomazia coercitiva, nota anche come la diplomazia della minaccia. Alla base di questa teoria, proposta dallo scienziato politico  Alexander George, si punta a costringere un obiettivo, uno Stato, un gruppo (o gruppi) interni ad uno Stato, o persino attori non statali, a modificare il relativo comportamento attraverso la minaccia dell’uso della forza oppure uno suo utilizzo limitato. La forza, pertanto, è finalizzata a garantire maggiore efficacia agli sforzi diplomatici atti alla persuasione: la sua minaccia comunica in maniera inequivocabile la risolutezza e la volontà di chi utilizza tale strategia, che a sua volta si riserva di non escludere, se necessario, la possibilità di azioni militari. Ci sono cinque tipi di diplomazia coercitiva, e l’approccio “bastone e carota” sembrerebbe il più appropriato al caso in questione.

Il suddetto approccio si basa su un doppio e contemporaneo prerequisito: avanzare promesse e minacce credibili. Nel caso mediorientale, la difficoltà dell’impegno è accentuata da numerosi altri fattori, come la lunga storia di reciproca sfiducia tra Iran e Stati Uniti, l’alleanza di questi ultimi con Israele (da sempre grande nemico dell’Iran), e la mancanza di trasparenza dei processi di decision-making iraniani.

Al fine di elaborare minacce credibili, gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto esprimerle pubblicamente e in maniera inequivocabile, enfatizzando i relativi benefici che conseguirebbero da un attacco militare all’Iran. In più, i funzionari americani dovrebbero evidenziare il fatto che un attacco apporterebbe danni irreparabili al programma nucleare iraniano, sottolineando i relativi effetti collaterali: avvertimento verso altri potenziali proliferatori, quali la Corea del Nord; accresciuta credibilità alla risolutezza americana; possibilità di innescare una rivoluzione interna al Paese. Infine, l’uso strumentale e diplomatico delle minacce sarebbe rafforzato nel caso in cui queste fossero inviate in via  confidenziale da attori terzi vicini a Teheran, come Russia e Cina.

Una proposta d’accordo, d’altro canto, sarebbe il requisito fondamentale per promesse perlomeno plausibili. Il negoziato, così, dovrebbe poggiarsi sulla disponibilità dell’Iran a fermare la costruzione di missili e testate, evitando al contempo di arricchire l’uranio al di sopra della soglia del 20%, e permettere ispezioni ai propri impianti nucleari. Gli Stati Uniti, poi, dovrebbero accettare un programma di arricchimento limitato, promettere di non rovesciare il regime iraniano, e sospendere le sanzioni imposte a causa della questione nucleare. Sarebbe inoltre perfetto se Washington  e Teheran ripristinassero regolari relazioni diplomatiche.

Storia e diplomazia coercitiva: il caso della crisi dei missili di Cuba 

La strategia della diplomazia coercitiva è stata applicata con successo durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962. In effetti, considerando la situazione in analisi alla stregua di una crisi cubana in “slow motion”, Graham Allison prefigura una resa dei conti, in cui l’attuale Presidente americano, proprio come avvenuto per Kennedy, sarà costretto a scegliere tra un attacco militare alle installazioni iraniane, oppure a dare il proprio beneplacito alla militarizzazione nucleare del Paese. Nel 1962, però, il Presidente optò per una terza via, promettendo segretamente ai sovietici di ritirare i missili NATO dalla Turchia entro i sei mesi successivi dalla risoluzione pacifica della crisi.

Secondo Alexander George, nel 1962 l’escalation militare è stata evitata in virtù di tre fattori. Primo, Kennedy limitò le proprie richieste alla rimozione dei missili sovietici da Cuba, poiché ulteriori condizioni avrebbero solamente accresciuto la resistenza di Mosca. Secondo, Kennedy si limitò ad ordinare un blocco navale. Questa misura non presupponeva l’impiego della forza, e permise al Presidente di guadagnare tempo per cercare di indurre i sovietici ad un accordo. Infine, sia Krusciov che Kennedy rispettarono alcuni importanti principi operativi di gestione delle crisi. In particolare, Kennedy fu sempre attento a inviare segnali chiari e coerenti ai sovietici, agendo per rallentare l’esacerbarsi della situazione, e indicando la sua assoluta preferenza per una sua risoluzione pacifica.

Oggi, purtroppo, il contesto politico appare più complesso a causa della presenza di un terzo attore nucleare, Israele, e delle implicazioni connesse alla relativa percezione della minaccia. Di conseguenza, Israele si configura imprescindibile alla risoluzione pacifica della crisi: se Gerusalemme deciderà di ridurre le probabilità di un attacco unilaterale, allora anche Washington sarà in grado di elaborare e attuare la migliore e più fruttuosa strategia diplomatica possibile.

 

Qui la versione inglese.

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Photo Credit: Luciapro

La guerra è davvero inevitabile?

Se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra, deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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[dropcap]G[/dropcap]uerre e conflitti appartengono alla storia dell’umanità quasi dall’inizio dei tempi. La nostra stessa civiltà è contraddistinta dall’insegnamento, a scuola, di un gran numero di guerre, a partire dall’età medievale e arrivando sino ai nostri giorni. Di conseguenza, tali fenomeni si sono radicati così profondamente nel nostro vissuto al punto che diamo subito per scontato, e normale, che le varie dispute tra le nazioni debbano risolversi in sanguinosi scontri fratricidi.

Forse è questo il motivo per cui la maggior parte dei cittadini non protesta a sufficienza contro le guerre. Ad esempio, si prenda il caso del Regno Unito: senza dubbio migliaia, se non milioni, di cittadini erano adirati contro la decisione del governo inglese di partecipare ai conflitti in Afghanistan, Iraq e Libia. Ciononostante, tale rabbia è rimasta inespressa e covata, senza tradursi in una protesta di massa contro la guerra. Così, mentre gran parte della società inglese si lamenta ancora per l’atteggiamento guerrafondaio avuto dalla Gran Bretagna negli ultimi anni, al tempo stesso accetta, banalmente, che partecipare ai conflitti sia ormai parte del nostro modo di vivere e intendere il mondo.

Se analizziamo la questione nel dettaglio, ci rendiamo conto che, forse, tra le invenzioni del genere umano, la guerra è la più illogica di tutte. Certo, alcuni potrebbero contestare che la guerra sia un fenomeno naturale, e poiché noi essere umani altro non siamo che animali, ci comportiamo come tali, combattendo e massacrandoci gli uni con gli altri. In effetti, si tratta di una osservazione logica, che però non considera il fatto che la specie umana sia l’unica al mondo capace di usare la propria lingua, non solo per produrre rumori, piuttosto per comunicare, elaborare linguaggi, e a creare i presupposti per l’azione diplomatica. Altri ancora potrebbero sostenere che, nonostante gli sforzi della diplomazia, alcune dispute per decidere chi comandi e debba dettar legge non possano essere risolte pacificamente. Sebbene la storia confermi una simile asserzione, ancora una volta non si tiene conto dell’esistenza di alcune società che non hanno mai utilizzato la guerra per risolvere le proprie controversie. Gli stessi buddisti, il sistema dei kibbutz in Israele e anche l’Islanda sono soggetti che non sono mai stati coinvolti in guerre internazionali. Anche in tal caso, gli scettici potrebbero obiettare che le suddette minoranze non rappresentano il quadro generale; il punto fondamentale, comunque, è che gli esseri umani, come in questi casi, sono in grado di vivere senza rimaner coinvolti in alcun conflitto. Alcuni affermano che, invece, siano le armi l’elemento da estirpare: fin quando queste saranno a disposizione delle nazioni, la guerra sarà inevitabile. In riferimento a questa ipotesi, è utile ricordare l’esistenza di un certo numero di Paesi sprovvisti di forze armate, come Andorra, Costa Rica, Liechtenstein e Grenada. Probabilmente, però, le ragioni più convincenti contro l’inevitabilità della guerra risiedono nel progresso dell’umanità: storicamente anche la schiavitù, il sistema delle caste, la sudditanza del genere femminile, le dittature, e finanche i sacrifici umani erano considerati fenomeni naturali e inevitabili. In definitiva, quindi, non bisognerebbe abbandonarsi all’idea che, solo perché qualcosa appare consueta e “normale”, debba rimanere immutata e incontestata nel tempo.

Mettendo in pratica ciò detto, ci si dovrebbe chiedere se i recenti conflitti nel Medio Oriente, e quelli possibili contro Siria e Iran, siano davvero segnati dall’ineluttabilità degli eventi. I governi occidentali sostengono che la diplomazia non funziona contro gli spietati e sanguinari terroristi che operano in Medio Oriente. Piuttosto, il recente aumento del numero di attacchi terroristici nella regione, che hanno innalzato il livello di insicurezza come mai prima d’ora, dovrebbe dimostrare che non si risponde alla minaccia terrorista attraverso invasioni e occupazioni militari. Attualmente l’Iraq è una palude disastrata, in cui le esplosioni delle autobombe scandiscono la quotidianità del Paese. Gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan a causa del crescente numero di vittime (in totale, si contano circa 2000 caduti tra gli americani e un numero imprecisato tra la popolazione afgana). Il continuo rifornimento di armi ai ribelli siriani ha provocato un netto aumento di vittime civili, e l’invasione dell’Iran produrrebbe solamente conseguenze catastrofiche nell’intera regione. Forse, la migliore soluzione sarebbe di lasciare alle popolazioni mediorientali le proprie responsabilità, visto che sarebbero in grado di risolvere da sole i relativi problemi. Dopotutto, è necessario ricordare che la transizione più pacifica dopo la Primavera Araba è avvenuta in Tunisia, un Paese in cui l’Occidente ha svolto un ruolo minoritario.

In conclusione, se la morsa dei conflitti dovesse stringere il Medio Oriente e i paesi arabi nei prossimi anni, a causa dei repentini cambiamenti geopolitici e della relativa instabilità provocata, i Paesi occidentali dovrebbero incoraggiare il dialogo tra le diverse fazioni in guerra tra loro, piuttosto che etichettarsi come gli inventori della pace e della diplomazia, e incoraggiando la violenza allo stesso tempo. In effetti, l’Europa ha attraversato e vissuto le guerre più terrificanti: proprio per questo motivo, i Paesi occidentali dovrebbero evitare che simili atrocità avvengano altrove. Alcuni teorici delle relazioni internazionali sostengono che le democrazie non combattono mai tra loro. Di sicuro, però, le democrazie hanno giocato un ruolo decisivo nel promuovere e causare conflitti in altre aree del mondo. Per questo, se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Is War Inevitable?

Photo Credit: James Sheehan / theriskyshift.com

Il nucleare dopo Fukushima: tra lo stallo occidentale e i rischi della rincorsa mediorientale

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’energia nucleare rimane un’opzione aperta, specialmente nel contesto asiatico e mediorientale; entro il 2035 la capacità installata crescerà dagli attuali 370 GW a 580 GW e il 94% di tale aumento sarà soddisfatto dai paesi non-OCSE.

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[dropcap]S[/dropcap]olamente tre anni fa l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) citava, nel suo annuale World Energy Outlook (WEO), la possibilità di una “Nuclear Renaissance”: il ritorno dell’apporto dell’energia nucleare sul mix energetico mondiale dopo la situazione di stallo che aveva caratterizzato gli anni ’90, complice anche il disastro di Chernobyl. Il WEO 2012, pubblicato solamente un mese fa, offre un quadro inevitabilmente diverso a causa dell’effetto che l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima Daiichi ha avuto sulle istanze dell’opinione pubblica internazionale, inducendo diversi Paesi, specialmente in area OCSE, a ripensare la propria linea politica in tema di nucleare.

Tra le misure restrittive adottate da questi paesi si ricorderanno: la decisione della Germania di optare per la chiusura immediata di otto centrali e la cessazione delle altre entro il 2020; l’abbandono della Svizzera; il voto referendario dell’elettorato italiano, espressosi (per la seconda volta) contro il ripristino del nucleare; il lancio degli stress test europei per controllare la sicurezza delle centrali; il blocco della costruzione di nuovi impianti da parte degli Stati Uniti. Persino la Francia, storico baluardo dell’energia atomica, ha espresso l’intenzione, con il governo Hollande, di ridurre la quota nucleare dal 74% al 50% ed ha abbandonato, in via quasi definitiva, la costruzione della centrale di Fessenheim. Nonostante l’effetto Fukushima abbia evidentemente minato l’accettabilità di tale fonte energetica nel mondo occidentale, la stessa continuerà, seppur in modo più contenuto, a contribuire al mix energetico mondiale futuro. L’AIE prevede che la quota del nucleare, sul totale della produzione elettrica mondiale, non muterà, attestandosi al 12% nel 2035 (rispetto al 13% attuale). In termini assoluti la capacità installata crescerà dagli attuali 370 GW a 580 GW e il 94% di tale aumento sarà soddisfatto dai paesi non-OCSE (in particolare da India e Cina, con quest’ultima che dovrebbe accrescere la propria capacità nucleare dai 12 GW attuali a 128 GW nel 2035). Pertanto questi dati non possono essere ignorati dalla comunità internazionale per le implicazioni di carattere politico, economico e di sicurezza che pongono.

Proprio in Medio Oriente il dibattito sulla nuclearizzazione della produzione energetica è quanto mai attuale, insieme alle questioni che un tale scenario solleverebbe in termini di sicurezza, sia a livello di safety che di security. Infatti la costruzione di centrali preposte alla produzione di energia nucleare è tra le risposte più adatte per fronteggiare sia la crescente domanda di elettricità, alimentata dall’aumento del reddito e demografico, sia per il perseguimento delle finalità tipiche delle politiche energetiche – sicurezza degli approvvigionamenti, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, progetti di desalinizzazione. Tra questi paesi risalta l’Arabia Saudita, che punta a installare 16 reattori entro il 2030, a partire dal 2019. Sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), tuttavia, a guidare lo sviluppo nell’area, avendo già siglato contratti di fornitura dell’uranio e avviato, quest’estate, la realizzazione del primo reattore, il cui completamento è atteso nel 2017. La Turchia, similmente, ha cantierizzato la costruzione di tre impianti nucleari entro il 2023 al fine di soddisfare il 10% della domanda energetica nazionale. In tal caso, però, la decisione del governo turco riguardo alla localizzazione della prima centrale ha incontrato forti proteste popolari, dato che la città di Akkuyu è situata nelle vicinanze di una faglia sismica.

Nella regione mediorientale l’unica centrale operativa è quella iraniana (ma di costruzione russa) di Bushehr, connessa alla rete elettrica nel settembre 2011. Sebbene la presenza di impianti per la produzione di energia nucleare non implichi direttamente la detenzione dell’arma atomica, alcuni processi e tecnologie sono comuni sia all’ambito militare che a quello civile, in particolare l’enrichment dell’uranio e il reprocessing del plutonio. Nonostante i paesi interessati abbiano più volte escluso la volontà di dotarsi di un programma nucleare strategico, l’acquisizione di tale tecnologia solleva notevoli preoccupazioni a livello internazionale. D’altra parte, però, sembra che i governi occidentali (e non solo) siano in questa fase più interessati alle opportunità che un tale sviluppo possa determinare a livello commerciale, come dimostrano gli accordi di cooperazione di Francia, USA, Sud Corea e Australia con gli EAU.

Infatti, ricordando che il diritto a intraprendere lo sviluppo dell’energia nucleare a fini pacifici è riconosciuto all’art. IV del Trattato Internazionale di Non Proliferazione (TNP), l’unica strada per ostacolare i rischi di proliferazione, derivanti dallo sviluppo dell’energia nucleare, dovrebbe prevedere una più stretta collaborazione con i governi occidentali esportatori di tecnologia nucleare e gli attori internazionali di garanzia e salvaguardia, come l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) e il Nuclear Suppliers Group (NSG). Washington, che detiene la leadership in entrambe le organizzazioni, ha recentemente optato per un approccio più flessibile, mirante a mantenere la propria influenza su un’area così sensibile, piuttosto che intraprendere una strategia di contrapposizione che screditerebbe la propria leadership, come dimostra l’accordo siglato con gli EAU nel 2009. Il cosiddetto 123 Agreement prevedeva, da parte degli Emirati, la rinuncia a erigere installazioni per l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del plutonio, affidandosi al mercato internazionale per ottenere il combustibile nucleare necessario. In questo senso, il 123 Agreement potrebbe essere adottato come modello di riferimento, viste le garanzie di trasparenza e sicurezza che lo stesso offre.

In conclusione, nonostante l’inevitabile riduzione dell’apporto nucleare al mix energetico da parte dei paesi occidentali, l’energia atomica rimane un’opzione aperta, specialmente nel contesto asiatico e mediorientale dove sono previsti numerosi progetti di sviluppo nel medio e lungo periodo. Tuttavia, le problematiche inerenti allo sviluppo di impianti nucleari – il rischio di proliferazione, la gestione delle scorie, la sicurezza delle centrali – restano cogenti, se non addirittura accentuate dalla maggiore interdipendenza a livello internazionale. Un quadro, questo, che evidenzia la necessità di costruire un rapporto cooperativo tra il contesto occidentale e quello asiatico e mediorientale che permetta, da una parte, di sopperire alla mancanza di expertise locale – ad esempio, per quanto riguarda l’utilizzo dell’energia nucleare per i progetti di desalinizzazione marina – e, dall’altra, di gestire tale sviluppo in maniera più sicura e controllata.

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Photo Credit: revistanuevamineria

29 Novembre 2012: In Medio Oriente è Ancora Primavera

Perché, a due anni dall’esplosione della Primavera araba nella regione magrebina e all’espansione della rivoluzione verso le estremità più orientali del mondo arabo-islamico, le conseguenze più straordinarie del cambiamento si producono, ancora oggi e con rinnovata energia, sulla scena mediorientale.

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[dropcap]A[/dropcap] partire dal dicembre 2010, il mondo arabo è stato travolto da una nuova stagione di cambiamenti, da una primavera e dal risveglio politico e sociale che l’ha caratterizzata. La rivoluzione tunisina, inaugurata con l’atto estremo ed emblematico del dissidente Mohamed Bouazizi, per denunciare i maltrattamenti subiti dal regime precedente, ha rappresentato la miccia che ha determinato lo scatenarsi de al-Thûrât al-ʻArabiyy, ossia delle ribellioni arabe. Uno a uno, i Paesi del cosiddetto mondo arabo, sono stati sconvolti da denuncie e pretese, avanzate dai propri cittadini a voce unisona, con determinazione e violenza: improvvisamente, e fieramente, respingendo ogni sorta di compromesso, il demos (popolo) ha reclamato la propria cratia (potere).

Sarebbe tuttavia incompleto e, dunque, per certi versi inesatto, sostenere che le nazioni arabe si siano opposte ai propri rappresentanti per le stesse motivazioni. Sarebbe riduttivo immaginare la Primavera araba quale movimento unitario, senza valutarne le specificità di ogni singolo Paese che ne ha fatto e, in alcuni casi, continua a farne parte. D’altra parte, sia il demos che la cratia, possono essere intesi e variare sensibilmente. Cosicché, se in alcuni casi il cambiamento si è compiuto rapidamente e ha portato i frutti sperati, in altri, è stato brutalmente represso e isolato mentre, in altri ancora, si esplica ancora oggi con effetti inaspettati.

Il Medio Oriente, ancora una volta al centro dell’attenzione internazionale, manifesta e subisce la rivoluzione. La primavera è dilagata nel Nord Africa, nella Penisola Arabica, ha sfiorato le coste del Mediterraneo orientale, per poi tornare ancora nel Maghreb e in Libia. Infine, la primavera sboccia, durante questi ultimi mesi e precisi istanti, nel Medio Oriente. Catalizzatore di diverse problematiche internazionali, da tempi immemori, la regione mediorientale ospita nuovamente il teatro degli scontri più acuti, dall’inizio dell’ondata rivoluzionaria.

L’Egitto, dopo decenni di oppressione retta dal Presidente Hosni Mubarak, è insorto. La guida del Paese, a partire dal 2012, è stata consegnata dal popolo al partito dei Fratelli Musulmani, giudicato dal regime precedente illegale e perfino non candidabile a elezioni. Il cambiamento estremo, sebbene sconsigliato e contrastato da molti stessi egiziani, si è generato come reazione alla violazione sistematica dei diritti umani, indirettamente ammessa dal medesimo dettato costituzionale.

Analogamente, la Siria è stata governata per anni da uno stato di emergenza, risalente al decreto legislativo n. 15 del 22 dicembre 1962. Da allora, fino alla violenta opposizione scatenatasi all’inizio del 2011 e ancora in corso, il partito Baath ha negato diritti fondamentali al proprio popolo, protetto da una costituzione impropriamente definita democratica.

Ancora, mentre l’Iraq è in fiamme dal 2003, il Libano ha subito l’ennesimo attentato alle proprie istituzioni lo scorso ottobre, con l’esplosione di un’autobomba che ha visto l’uccisione del generale Wissam al-Hasan, capo del servizio informazione della polizia libanese. La Giordania, alleato strategico dell’Occidente, è riuscita a gestire gli effetti della primavera fino ad oggi, ma si avvia alle elezioni parlamentari, programmate per il 23 gennaio prossimo.

Infine, i territori palestinesi e lo stato d’Israele, sebbene quest’ultimo non possa essere tecnicamente incluso nel mondo arabo. Acuti scontri si sono consumati nelle ultime settimane, principalmente nella Striscia di Gaza e nella regione meridionale dello stato israeliano, tra le forze militari di quest’ultimo e le forze politiche dominanti della prima. Le perdite umane sono state importanti, soprattutto nella società civile o, meglio, nelle società civili, mentre la tregua è stata mediata dalla presenza egiziana.

Tuttavia, ciò che è accaduto in seno all’Assemblea generale delle Nazione Unite, il 29 novembre scorso, ha un significato storico e simbolico assolutamente nuovo. Con 138 voti a favore, nove contrari e 41 astensioni, l’assemblea internazionale ha riconosciuto lo Stato palestinese. Ben 67 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo la Costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nonché il riconoscimento di Israele, l’Assemblea generale ha affermato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

In Medio Oriente è ancora, o nuovamente, primavera: infatti, il 29 novembre 2012 è iniziata una nuova epoca per il popolo palestinese, per il popolo israeliano, per il mondo arabo e per tutta la comunità internazionale. L’importanza epocale di quanto avvenuto comporterà, difatti, nuove responsabilità sia individuali che collettive. Il riconoscimento dello stato di Palestina non permetterà più di addossare al passato, né di affidare egoisticamente, alle future generazioni, l’onere della soluzione di un conflitto che rimane, in tutti i sensi, internazionale. Poiché da un punto di vista giuridico, solo da questo momento sono internazionali le relazioni tra lo stato d’Israele e lo stato della Palestina.

La primavera ha, quindi, risvegliato coscienze nazionali e rivendicazioni di potere, ha percorso e attraversato il mondo arabo: a due anni di distanza, i fiori della primavera finalmente sbocciano in seno alla comunità internazionale. Se le conseguenze delle ribellioni arabe, a partire da quella tunisina, si erano estese entro limiti territoriali di singoli stati sovrani e potevano essere ritenute crisi interne, dal 29 novembre scorso il piano su cui si manifesteranno è a tutti gli effetti internazionale.

Gli effetti politici e tecnico-giuridici saranno complessi e molteplici, ma il cammino è appena avviato e l’attività diplomatica da compiere si configurerà decisiva e frenetica, dato che la comunità internazionale dovrà compattarsi e non disperdere i risultati ottenuti finora. Laddove la pace e la necessità di sicurezza non siano più circoscritte a un solo soggetto di diritto, ma si estendano alla comunità degli stati, l’impegno per il loro mantenimento dovrà essere senza alcun dubbio collettivo. Solo in questo modo, al tempo del raccolto, a tutti i soggetti sarà concesso godere della nuova e accresciuta ricchezza.

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Photo Credit: D’Ark Man

Siria: Armare O Non Armare, Questo è Il Problema

La decisione dei fornitori turchi e arabi, di privare gli insorti di armamenti altamente tecnologici, rappresenta la scelta migliore affinché le forze ribelli siriane imparino a operare in maniera più coesa.

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A venti mesi dall’inizio del conflitto siriano, si sono osservati considerevoli scontri intestini tra le diverse fazioni di ribelli, i quali stanno compromettendo la vittoria sulle forze di Assad. Infatti, allo svantaggio dei ribelli in termini di preparazione e armi a disposizione, si aggiunge la loro incapacità di cooperare insieme per il raggiungimento dello stesso obiettivo, il che riduce ulteriormente la probabilità di successo contro le forze governative. Pertanto, la Turchia, e gli altri sostenitori del Golfo schierati contro Assad hanno deciso – un po’ come genitori alle prese con figli capricciosi – che a causa di questo comportamento litigioso, i ribelli non riceveranno nuovi armamenti. Infatti, si spera che gli insorti, nel momento in cui vedranno venir meno i rifornimenti, si convincano finalmente a collaborare insieme, pur di non mettere a repentaglio quel risultato atteso e sperato dalla maggior parte del mondo (tranne, a quanto pare, dal governo cinese e russo).

La prima domanda da porsi è: perché questi attori internazionali si schierano dalla parte del popolo siriano? Per quanto le giustificazioni ufficiali appaiano inopinabili, sembrano sussistere altre motivazioni più utili e sottili. In linea di massima, se le forze ribelli siriane fossero più coese, il paese andrebbe incontro a una situazione politica più stabile al termine del conflitto, che è quello che sperano in molti soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti in Libia. La Turchia, che permette l’ingresso degli armamenti provenienti dagli stati del Golfo, ha bramato per lungo tempo il ruolo di autorità morale sul Medio Oriente (per via, probabilmente, della sua volontà di entrare  a far parte nell’Unione Europea). La riconciliazione tra la Turchia e il PKK è, da una parte, un’ipotesi plausibile ma, d’altro canto, la loro relazione rimane instabile e fonte di tensioni. Attraverso il controllo dei rifornimenti militari verso la Siria, i turchi hanno acquisito mezzi sufficientemente potenti da imporre la propria volontà sulle operazioni condotte sia dai ribelli siriani (che potrebbero un giorno costituire l’esercito siriano), sia dai curdi siriani (che potrebbero appoggiare il PKK dalle basi nel nord della Siria). Dato il ruolo cruciale di Ankara nella questione degli armamenti, gli stati del Golfo (in particolare il Qatar) si sono accodati alla sua scelta, in quanto ambiscono a mantenere una posizione centrale in seno all’azione militare e strategica, come testimonia l’accoglienza offerta da questi paesi a molti attivisti siriani dall’inizio del conflitto.

Il rifiuto a fornire nuove armi avrà un impatto significativo sul successo delle operazioni dei ribelli. Poiché i siriani fanno affidamento su armi rubate, contrabbandate, o ricevute da disertori governativi, molto probabilmente non riusciranno ad accaparrarsi missili anti-aerei e anti-carro. È certo, quindi, che l’interruzione di una tale linea di rifornimento così costante e completa potrebbe inibire seriamente la loro capacità di sconfiggere le forze di Assad, numericamente più cospicue e ben equipaggiate. Nonostante le informazioni, scarne e non ufficiali, di velivoli aerei governativi colpiti e distrutti, la mancanza degli armamenti necessari per effettuare regolarmente tali operazioni difensive potrebbe inficiare la vittoria degli insorti siriani. I missili anti-carro, poi, sono parimenti importanti anche se non del tutto necessari per sconfiggere le forze armate governative, dal momento che i ribelli sono già dotati di sistemi adatti, quali gli RPG [lanciarazzi anticarro, ndt].

Tuttavia, una scelta di questo tipo potrebbe incitare all’unità e alla collaborazione le forze ribelli. Negli ultimi mesi, gli insorti hanno patito la mancanza di supporto reciproco nelle operazioni offensive attuate contro le forze governative. A tal proposito, i comandanti dell’esercito regolare godono di un evidente vantaggio strategico, dato che, a differenza dei ribelli, possono vantare anni di addestramento, e mettere in pratica azioni congiunte dei loro battaglioni, brigate e reggimenti. A prescindere dal flusso di armi attraverso il confine turco-siriano, sarebbe molto più importante e decisivo che gli insorti acquisiscano la capacità di operare in maniera efficiente e coesa, alla stregua delle forze governative (che possono beneficiare anche di una copertura aerea e d’artiglieria considerevole, così come di mutuo supporto su terra). Dopotutto, l’importanza degli armamenti ad alta tecnologia diventa evanescente, nel momento in cui manca il coordinamento necessario per adoperarli in maniera efficiente.

L’autore del presente articolo è convinto che, per quanto possa sembrare azzardata la decisione dei fornitori turchi e arabi di privare le forze siriane di armamenti altamente tecnologici, questa rappresenti la scelta migliore, affinché gli insorti imparino a operare in maniera più coesa. Inoltre, rapporti più solidi tra le varie fazioni siriane garantirebbero una maggiore stabilità interna al termine del conflitto, e con Assad destituito. Non resta che attendere e sperare.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: Syria: To Arm Or To Not Arm, That Is The Question

Photo Credit: syriana2011

Gli Stati Uniti Tra Antiche Sfide E Nuovi Dilemmi Geopolitici

Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta.

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L’ elezione di Barack Obama, come 45esimo Presidente degli Stati Uniti, merita una riflessione approfondita sull’impatto che la nuova amministrazione avrà sulla politica internazionale. I prossimi quattro anni, in effetti, preannunciano su questa linea una molteplicità di sfide e veri e propri rompicapi, i cui epiloghi potrebbero condurre ad uno scenario globale completamente stravolto rispetto agli adagi tradizionali. Il complesso rapporto con l’Europa, la difficile situazione mediorientale, l’incognita cinese e le nuove attenzioni rivolte al Pacifico rappresentano le più urgenti questioni che la nuova amministrazione dovrà affrontare.

Una comprensione più approfondita delle relazioni transatlantiche nel corso dell’ultimo anno, rivela come il vecchio continente sia quanto mai centrale nelle valutazioni strategiche di Obama. Infatti, contrariamente alle opinioni di alcuni osservatori continentali, il presidente americano ha già dimostrato nel mese di giugno, quando la crisi economica spingeva l’unione monetaria europea e la Grecia verso un inevitabile tracollo, di temere la destabilizzazione della fragile e lenta ripresa americana.

La reazione di disappunto, maturata a livello europeo, ha posto in discussione la partnership privilegiata che lo stesso Obama aveva ridefinito come essenziale all’indomani della sua elezione nel 2008. Come preconizzato a maggio dall’ex Presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, l’Europa e le sue scelte di politica economica sarebbero diventate decisive nella corsa alla Casa Bianca. Allo stesso modo, seppur da prospettive differenti, l’argomento “Unione Europea” non è stato trascurato neanche da Mitt Romney nel corso della campagna elettorale. Hanno colpito, infatti, le parole dello sfidante repubblicano, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero rischiato di precipitare nella disastrosa situazione economica di Italia e Spagna qualora Obama avesse ottenuto un nuovo mandato. Nel bene o nel male, la questione europea è stata centrale per la rielezione del candidato democratico, come ha dimostrato il successo ottenuto da quest’ultimo in Ohio, teatro del piano di salvataggio statale di Chrysler e della partnership con FIAT. Anche per queste ragioni è lecito pensare che il rieletto Presidente porrà maggiore attenzione alla stabilità della moneta unica, quale pilastro fondamentale per l’interdipendenza economica e finanziaria. In ogni caso, è fuori discussione che tali attenzioni si riflettano in un rapporto euro-atlantico basato sulle stesse stringenti logiche di cooperazione risalenti alla guerra fredda.

Per quanto riguarda la situazione mediorientale, la posizione diplomatica della Casa Bianca rimane ancora incerta e non definita. Considerato un consequentialist da Ryan Lizza, in virtù di un approccio a cavallo tra il realismo di John Quincy Adams e l’idealismo di George W. Bush, Obama ha suscitato le reazioni piccate di Israele a causa della gestione della primavera araba. Infatti, pur adottando una politica di dialogo con Iran ed Egitto, il presidente americano ha comunque anteposto gli interessi di sicurezza americani a quelli di altri paesi. Questo atteggiamento ha creato confusione a livello diplomatico e tensione con Gerusalemme, soprattutto in seguito alle posizioni di apertura di Obama verso il presidente egiziano Mosri, e a quelle mostrate con Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare. In un articolo di Helene Cooper sul New York Times, è stato rilevato come i rapporti Washington-Teheran siano stati caratterizzati da un inedito accordo sullo sfruttamento dell’energia nucleare. Per questo motivo, anche a Teheran si fremeva per la rielezione di Obama, considerato un interlocutore affidabile e comprensivo delle esigenze nazionali.

Infine, l’ascesa della Cina a protagonista della scena internazionale. Durante la campagna elettorale, il candidato democratico ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua, improntata al dialogo con un interlocutore globale da un lato, e di risolutezza verso le scelte economiche di Pechino dall’altro. Risalta, pertanto, il richiamo effettuato a marzo dal presidente americano, che invitava Pechino ad adottare un comportamento più rispettoso delle regole del commercio internazionale. La futura strategia americana verso la Cina, pertanto, appare caratterizzata da un approccio attendista e di neutralità rispetto a questioni interne che stanno pian piano turbando la tranquillità politica del gigante asiatico. Infatti, l’economia cinese, sta subendo un lieve ma inevitabile rallentamento, cui si associano l’irrisolta questione tibetana, i casi di corruzione all’interno del Partito comunista cinese e la richiesta sempre più pressante di diritti civili e sociali.

L’atteggiamento del rieletto Presidente, dettato da un maggiore interesse alle questioni interne, sembra condurre ad uno scenario geopolitico fortemente balcanizzato con gli Stati Uniti sempre meno coinvolti nei contesti regionali dove sono stati presenti per larga parte del Novecento. Come prospettato da Ian Bremmer, si sta determinando uno “G-Zero World” in cui nessuna potenza mondiale (Stati Uniti e Cina) o gruppi di paesi (UE o BRICS) sono in grado di dettare una chiara agenda politica internazionale, soprattutto per ragioni di ordine economico e politico interno.

Pertanto, il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, incoerente a prima vista, cela una chiara scelta politica di disimpegno, che nell’immediato ha provocato una crisi nei rapporti con Israele, una risposta insufficiente agli interrogativi delle rivoluzioni del mondo arabo, e a un atteggiamento ambiguo e discontinuo nei confronti di Europa e Cina. Nei prossimi mesi sarà particolarmente interessante analizzare l’evoluzione delle relazioni tra Pechino e Washington, da cui dipenderanno i futuri assetti geopolitici. A livello teorico, vi sarebbero almeno quattro possibili scenari: la creazione di un G-2 informale, improntato ad un pacifico rapporto tra le due maggiori potenze; un concerto globale caratterizzato dai differenti interessi economico-politici delle potenze emergenti; la possibilità di una Guerra Fredda 2.0 dettata dalla competizione economica tra le due potenze principali; infine, un contesto internazionale frammentato con scarsa cooperazione multilaterale.

A prescindere dalle suddette ipotesi teoriche, Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta. Oltre ad una grande attenzione a tutti problemi passati, presenti e futuri, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti necessita anche di una buona dose di fortuna nei quattro anni che lo vedranno nuovamente al comando.

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Photo Credit: Wikimedia Commons

 

Perché, In Questo Momento, Il Riconoscimento Di Uno Stato Palestinese Sarebbe Disastroso

Bisogna evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU, soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici.

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Articolo in riposta a: “Ostacolare la creazione della Palestina: il grande errore degli Stati Uniti

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La richiesta di riconoscimento istituzionale che l’Autorità Nazionale Palestinese ha avanzato presso l’ONU ha rappresentato, per molti,  una possibile via d’uscita dalla questione mediorientale: si reputa, infatti, che una tale istanza possa esercitare una maggiore pressione internazionale su Israele. Di conseguenza, assecondando questa logica, i contrari al suddetto riconoscimento statuale rischierebbero un passo falso diplomatico: pare, infatti, che la richiesta dell’ANP goda di crescente consenso presso gli Stati membri delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, sostiene ancora la tesi dell’articolo precedente, vi si opporrebbero poiché preoccupati dalla possibile denuncia che, un eventuale Stato palestinese, intenterebbe presso la Corte Penale Istituzionale contro Israele, con l’accusa di occupare illegalmente i propri territori. Infatti, continuando a sostenere un alleato storico, gli Stati Uniti finirebbero però per  tradire i propri stessi principi e valori, vedendo poi compromessa la propria influenza all’interno del mondo arabo. In aggiunta, conclude l’articolo, l’atteggiamento americano nei confronti dell’ANP suscita qualche perplessità, dato che appare in forte contrasto con il supporto fornito alle rivoluzioni democratiche in Nordafrica.

A questo punto, sarebbe il caso di confutare le argomentazioni descritte. In primis, approvare la richiesta dell’ANP potrebbe generare pericolosi sviluppi non solo per Stati Uniti ed Israele, ma anche e soprattutto per lo stesso Stato palestinese;  e, più in generale, per tutta la regione mediorientale. E’ infatti per ragioni legate alla stabilità e alla sicurezza regionale che gli Stati Uniti si oppongono a tale epilogo, piuttosto che per opinabili legami di lealtà a Gerusalemme. In questo momento storico l’ANP non è pronta a configurarsi come entità statuale, e se le valutazioni strategiche avanzate da Israele dovessero essere ulteriormente ignorate, si profilerebbero instabilità politica e il rischio di un conflitto generalizzato a tutta l’area circostante.

L’ANP, in effetti, non gode del pieno controllo sui propri territori, nemmeno per quanto riguarda la Zona A: non è in grado, dunque, né di esercitare lo stato di diritto sulla regione, né di garantire stabilità nei territori di confine – come ad esempio nella Striscia di Gaza dove perdura e si consolida la presenza di Hamas. A tal proposito, pur supponendo che l’ANP acquisisca lo status desiderato, appare improbabile che possa subentrare o affiancarsi pacificamente ad Hamas nel governo di Gaza. L’organizzazione in questione continuerebbe le proprie attività anche all’interno di uno Stato palestinese ormai indipendente, come il lancio di missili su Israele e la politica di reclutamento tra le tribù beduine, in modo da garantirsi un rafforzamento strategico nella zona del Sinai. Un eventuale Stato potrebbe costituirsi solamente nel momento in cui dovesse possedere le caratteristiche adatte a diventarlo: per adesso territorio e popolazione non sono affatto attributi sufficienti.

Relativamente a considerazioni di ordine interno, si provi ad ipotizzare uno Stato palestinese indipendente che ottenga, da parte della Corte Penale Internazionale, una sentenza sul ritiro di Israele dai Territori Occupati. Cosa accadrebbe in seguito? Storicamente, nessuna entità statale ha mai rinunciato volontariamente alle proprie posizioni strategiche, ancor più per sentenza e senza calcolare le ripercussioni sulla propria stabilità interna. Sia a livello di apparato statale, che di forze di sicurezza, l’ANP risulta troppo debole per poter affrontare proteste e rivolte; e sembra avere ancora meno chance di debellare il terrorismo di matrice domestica. Abu Mazen sarebbe davvero in grado di fermare un possibile lancio missilistico verso l’aeroporto di Tel Aviv? Di ostacolare il contrabbando di armi da fuoco giordane a Ramallah? E di impedire ad agenti di Hezbollah di infiltrarsi in Palestina per reclutare ed addestrare nuovi terroristi?

Non sembra decisamente il caso di correre rischi così consistenti; tanto più adesso che l’intera regione è scossa da conflitti settari. Con le sue deboli istituzioni statali, e le sue forze di sicurezza impreparate e corrotte, l’ANP non è in grado di esercitare il potere sufficiente a garantire una certa stabilità. Al contrario, Israele riesce, in maniera efficace, ad arginare la minaccia terroristica proveniente dai Territori Occupati, malgrado i vergognosi abusi umanitari e le violenze che ne conseguono. Sarebbe dunque ipotizzabile che, sulla base di un mero imperativo morale, lo Stato israeliano decida di affidare la propria sicurezza ad istituzioni deboli e poco influenti? Basterebbe solo un po’ di buon senso per affermare il contrario.

In primo luogo, lo stato di diritto potrà essere esercitato dall’ANP, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, solo quando sarà in grado di evitare che il terrorismo locale giunga a colpire Israele. In secondo luogo, non è pensabile che Israele possa essere costretta, per di più da potenze straniere, ad accettare l’esistenza di uno Stato palestinese. La pressione esercitata su Gerusalemme non basterebbe comunque a determinarne un cedimento; per quanto riguarda la parte palestinese, tale situazione potrebbe dare il via libera ad una Terza Intifada. Ne conseguirebbero eccidi, violenze e l’intensificarsi della presenza militare israeliana nei Territori Occupati: una mossa del genere ritarderebbe almeno di vent’anni la risoluzione della questione palestinese, facendo sfumare ogni possibilità di stipulare un compromesso pacifico.

In ultima analisi, la negoziazione del processo di pace deve coinvolgere le grandi potenze. Ogni argomento contrario sarebbe irrilevante e fuori luogo, poiché già nel 2001, nel corso del Summit di Taba, furono definiti tutti i parametri per una risoluzione consensuale. Il problema risiede nella mancanza di buona volontà da entrambe le parti: se desiderassero realmente risolvere la questione, uno Stato Palestinese potrebbe sorgere nel giro di una notte. Allo stesso modo, ogni soluzione internazionale che prescinda da Israele sarebbe rovinosa: il rischio di violenze aumenterebbe vertiginosamente, determinando il rinfocolarsi di atteggiamenti aggressivi da parte di israeliani e palestinesi.

In conclusione, il riconoscimento statuale sarebbe disastroso per l’ANP e la sua legittimità. Se, successivamente all’ottenimento di tale status istituzionale le condizioni di vita per gli abitanti palestinesi non dovessero migliorare, l’ANP si ritroverebbe ulteriormente danneggiata, e il già debole supporto di cui attualmente gode verrebbe compromesso. Non è difficile ipotizzare come un’ondata di proteste popolari possa favorire la base radicale, che, attaccando l’inerzia e la passività dell’ANP, vedrebbe rinsaldata la propria credibilità, incitando la popolazione a rivendicare con violenza ciò che le stesse Nazioni Unite avevano promesso. Se dovesse scoppiare un’altra Intifada, l’ANP non avrebbe alcuna possibilità di gestirla, né risulterebbe credibile nel prendere le redini del conflitto, ponendosi come alternativa al populismo militante di Hamas. Se Arafat non fu in grado di gestire la Seconda Intifada, è assolutamente fuori discussione che il poco carismatico Abu Mazen riesca a fare di meglio.

Non si voglia leggere, in quest’articolo, un’apologia di Netanyahu o delle politiche repressive israeliane. Bisogna, però, evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU,  soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici. Bisogna comunque riconoscere che, indipendentemente dalle posizioni sull’argomento dibattuto, al momento le relazioni israelo-palestinesi – sia a livello sociale, che diplomatico – sono pacifiche come non accadeva da qualche anno.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Editing: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Recognizing A Palestinian State Would Be Disastrous

Photo Credit: Adam Biggs / theriskyshift.com

Viva la Resistenza! L’Iran, l’atomica e il Medio Oriente

Le conseguenze dell’improvviso equilibrio di potenza, derivanti dalla nuclearizzazione dell’Iran, sono enormi: un obiettivo che non è esclusivo della leadership islamica e che non può essere nemmeno scoraggiato attraverso sanzioni o azioni militari.

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Netanyahu United Nations nuclear sanctions Iran

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Nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU della scorsa settimana il primo ministro israeliano Netanyahu ha riportato l’attenzione del pubblico internazionale sulla questione nucleare iraniana, anche se con toni più consoni a dei fumetti della Looney Tunes che a un foro come quello delle Nazioni Unite. La costante svalutazione del Rial iraniano indica che la politica sanzionatoria voluta dagli Stati Uniti sta gravando pesantemente sulla società iraniana ma non è chiaro se, o come, stia avendo ripercussioni sul controverso programma nucleare del paese. Nonostante questa valutazione, il discorso di Netanyahu ha lasciato pochi dubbi sull’eventualità di azioni militari nel caso in cui l’Iran dovesse superare la soglia nucleare. Infatti, è opinione comune che l’Iran stia sviluppando testate atomiche per il proprio arsenale militare, e tali sospetti sono ulteriormente alimentati dalle dichiarazioni retoriche di Ahmadinejad sull’opportunità di spazzar via dalle mappe geografiche lo Stato di Israele. Una spiegazione, attualmente ignorata all’interno di un dibattito fin troppo intriso di nozioni accademiche proprie del campo delle Relazioni Internazionali, è che l’Iran si sia proclamato paladino della “Resistenza”.

Dalle cime del Libano Meridionale, il villaggio di Mlita sembra cozzare parecchio con il resto del panorama montuoso e con i palazzi lacerati dalla guerra dei vicini centri abitati. Questo villaggio è stato trasformato in un museo elegante, moderno e, a dirla tutta, perfino professionale: situato in un’ex base operativa di Hezbollah, e dedicato all’organizzazione della guerra contro Israele e l’Esercito del Libano del Sud, l’avamposto fu costruito con fondi iraniani, come il resto del Libano sciita. Forse l’aspetto più peculiare di Mlita è che, a differenza della classica nozione e funzione di un museo, commemora un evento tuttora in corso.

Tutt’intorno a Mlita sembrano riecheggiare parole appassionate e sciovinistiche. Infatti, potrebbe risultare alquanto ripugnante per un turista che la propria guida turistica si soffermi a far notare i caschi degli elicotteristi israeliani. Tuttavia, a differenza di quanto sosteneva Remarque quando sosteneva che “la guerra è l’inferno”, la scultura di metallo “l’Abisso”, che si erige attorcigliata su sé stessa al centro dal museo, emana un senso di orgoglio e fierezza mai sopiti. Sembra, infatti, che l’intero museo sia stato costruito per lanciare un messaggio a Israele: “Per due volte ci avete invaso e per due volte vi abbiamo sconfitto. Siete molto più deboli di quanto vogliate ostentare e siamo stati noi a mettere a nudo questa vostra debolezza.” Pertanto, il messaggio che proviene dal museo si discosta dall’ “eliminare Israele dalla cartina del mondo”, piuttosto assomiglia ad un invito alla deterrenza o alla “resistenza”. Infatti, nel momento in cui ci si allontana da quella che è la retorica comunemente utilizzata contro Israele, diviene necessario e utile leggere tra le righe e capire quali messaggi vogliono comunicare Hezbollah e i loro sostenitori iraniani.

In effetti, una particolare epigrafe incisa all’interno del museo esprime succintamente una delle idee più ricorrenti in Medio Oriente:

Dal 1948, e fino all’invasione del Libano del 1982, il nemico israeliano ha imposto una sola scelta al Libano e alla regione circostante: la resa, la sconfitta e la sottomissione. L’11 novembre 1982 un guerriero della resistenza di nome Ahmad Qassir si è fatto esplodere nei pressi della roccaforte israeliana di Tyr proclamando la nascita di una nuova scelta: la resistenza.

Malgrado i disperati tentativi da parte degli Stati Uniti (e dell’Europa) di dissimulare, inutilmente, l’immagine di negoziati neutrali, e di evitare di mostrare la realtà dei fatti, le popolazioni mediorientali hanno ben capito da quale parte si trova l’aggressore. In aggiunta, la tendenza a sminuire i forti sentimenti degli arabi nei confronti dell’antisemitismo ha compromesso in modo considerevole la possibilità di trovare una soluzione al problema. Questo non per sostenere una divisione manichea tra buoni e cattivi, ma le recenti ondate di proteste che stanno attraversando il Medio Oriente testimoniano la complessità e la problematicità del ruolo statunitense nella regione.

È importante prendere in considerazione il fatto che in un’era di ritrovato interesse per la contro-insurrezione, abbiamo più volte sentito le popolazioni delle aree interessate dalle insurrezioni fare riferimento al concetto geopolitico di “Spazio Vitale”, un termine proprio del vocabolario della guerra convenzionale, utile ad incitare i cittadini e a supportare i comandanti nelle loro operazioni militari. In effetti, il binomio “cuori e menti” [che la teoria della contro-insurrezione vede come priorità da conquistare, ndr] rappresenta metaforicamente quello Spazio Vitale, conteso tra le parti coinvolte nella Guerra al Terrorismo [Stati Uniti da una parte e reti terroristiche transnazionali dall’altra, ndr].

A riprova di tale tesi basti citare l’indignazione scatenata nel mondo arabo da “Innocence of Muslims” [film distribuito nel settembre del 2012 che propone messaggi e scene ritenute offensive dai Musulmani ndr], che ha sconvolto tutto il Medio Oriente, indicando chiaramente come gli Stati Uniti non detengano il controllo di questo particolare spazio vitale. Da questo punto di vista l’Iran occupa una posizione molto più forte.

Infatti nel mondo occidentale, mentre ci si impegnava a criticare l’idea distorta di libertà di espressione insita nella cultura musulmana, nessuno si è chiesto come tanta rabbia nei confronti degli Stati Uniti si sia potuta diffondere così velocemente per un tale abominevole video. Se da una parte è chiaro quanto tale filmato possa risultare a noi insignificante e volutamente provocatorio, dall’altra nessuno si è posto il problema della possibilità di differenti percezioni e interpretazioni dello stesso, che avrebbero potuto scatenare, come è effettivamente successo, reazioni diverse nelle popolazioni di religione musulmana, spinte a credere alla presenza di una precisa volontà politica, e in tal caso provocatoria, da parte di un altro stato.

In questo contesto, l’Iran esercita la propria influenza nella regione mentre Israele ci prova solo con le armi e la minaccia del loro utilizzo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, riescono ad ottenere supporto combinando forza militare e assistenza di tipo materiale (principalmente bellica). Di conseguenza, almeno nel Libano meridionale la strategia di sostegno iraniana, caratterizzata da ingenti finanziamenti a Hezbollah utili alla ricostruzione, riedificazione e modernizzazione dell’intera area, ha ottenuto maggior successo. Qui il denaro iraniano ha permesso di ricostruire souq [mercati e quartieri commerciali ndr] e infrastrutture chiave per la mobilità dell’intera popolazione. Al contrario, il denaro saudita è stato il viatico per l’installazione di negozi Versace e Armani, spesso situati tra concessionari Porsche, e accessibili solamente all’elite libanese e ai turisti del Golfo. Anche per queste ragioni, l’occidente parte da una posizione culturalmente svantaggiata rispetto all’Iran, e l’attuale indifferenza nei confronti dei sentimenti dei popoli mediorientali non pare essere una strategia particolarmente produttiva, soprattutto se la sconfitta del terrorismo resta in cima alla lista dei nostri obiettivi strategici.

È anche vero che l’Iran si contende l’egemonia della regione con i rivali Sunniti, tant’è che emergono inquietanti segnali di una guerra di religione Sunnita-Sciita in Bahrain, Siria e Libano. In tali paesi, e diversamente dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, la resistenza iraniana ha credenziali molto più solide, al punto da rivendicare un ruolo di preminenza anche nella resistenza palestinese, a prescindere dal fatto che i palestinesi lo vogliano o meno. Per tale ragione, l’ottenimento dell’arma nucleare costituirebbe una seria opportunità per la resistenza iraniana di raggiungere l’equilibrio militare con Israele, divenendo un deterrente molto più efficace dei rudimentali Qassam di Hamas [razzi rudimentali esplosivi, ndr] e degli imprecisi Katushya degli Hezbollah [lanciarazzi di origine sovietica, ndr].

Le implicazioni geopolitiche di un improvviso equilibrio militare, risultante da un Iran nuclearizzato, sarebbero enormi – anche considerando il suddetto obiettivo non esclusivo della leadership islamica [già nel 1957 lo scià Mohammad Reza Pahlavi inaugurò il primo programma nucleare civile, ndr], e la contestuale inefficacia di sanzioni o possibili azioni militari. Avendo già assistito al potenziale di mutamento politico insito nella volontà collettiva dei cittadini, ignorare il significato di “resistenza” significa mettere a repentaglio gli obiettivi strategici degli Stati Uniti e dell’Europa nel Medio Oriente.

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Traduzione di Giuseppe Paparella e Valentina Mecca

Articolo originale: Viva La Resistance! Iran, The Bomb & The Middle East

Photo CreditAdobe of Chaos