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La crisi siriana e l’ideologizzazione del conflitto

Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

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[dropcap]I[/dropcap]l 4 ottobre del 2011 una risoluzione di condanna promossa dalle Nazioni Unite (redatta in primis da Francia, Inghilterra e Germania) contro l’aspra repressione del regime siriano nei confronti della protesta esplosa ad inizio anno, veniva rigettata per il veto russo e cinese in sede di Consiglio di Sicurezza.

Tanto la proposta di risoluzione quanto il veto evidenziarono già allora una composizione definita, seppur dinamica, degli schieramenti creatisi attorno alla crisi siriana. La vera e propria guerra civile poi divampata ha dimostrato come il conflitto interno e la frammentata opposizione al regime, composta da anime tra loro disomogenee e con interessi confliggenti, sono divenuti un vero e proprio luogo di scontro per le grandi potenze mondiali. Si può dunque delineare, con uno sforzo sintetico, un conflitto a sfere concentriche prive di confini certi che va dal locale al globale, passando per quello regionale.

La prima e più piccola sfera è rinvenibile nella rivolta contro il regime d’inizio 2011 e il successivo conflitto civile. Esso poi racchiude anche le molteplici diatribe latenti di tipo etnico, religioso e culturale del fronte anti-regime pericolosamente frammentato e disomogeneo. La seconda sfera, quella regionale, viene a plasmarsi con le prime prese di posizione sulla crisi di Turchia, (dove ha sede fra l’altro il Consiglio nazionale siriano, anima preminente dell’opposizione ad Assad), Arabia Saudita e di larga parte della Lega Araba a sostegno degli oppositori con le dure accuse al regime; dall’altra parte, le voci di Iran e Iraq levatesi a supporto del governo di Damasco, a dimostrazione di una partita per l’egemonia nell’area dalla quale dipendono la stabilità e il futuro dei suddetti paesi. L’ultimo tassello, in ordine temporale e dimensionale, è quello che rappresenta la sfera globale, con il coinvolgimento internazionale di attori esterni all’area regionale nella crisi siriana, con il rischio di una sua militarizzazione globale.

Il possibile intervento militare statunitense in Siria è stato soltanto l’ultimo evento di una vicenda che ha visto coinvolti, in precedenza, altri protagonisti ansiosi di mettersi in mostra e recuperare una rinnovata centralità nel Medio Oriente. Da un lato Francia e Regno Unito che, sin dai primi mesi del 2011, sono stati scrupolosi e interessati promotori di quasi tutte le risoluzioni di condanna al regime di Assad, fiutando la possibilità di rivestire un nuovo ruolo nella regione facendosi spazio in uno scenario geopolitico imprevedibile, fluido e in ridefinizione. Non va inoltre trascurata la necessità per questi due paesi di recuperare prestigio internazionale agli occhi di Stati Uniti, Russia e Cina. Dall’altro lato, a supporto di Damasco, ci sono proprio Russia e Cina con le quali si è aperto immediatamente uno scontro, soprattutto in sede ONU, scaturito con i veti alle suddette risoluzioni. Questi hanno alimentato risentimenti e tensioni sfociate in un reciproco scambio di piccate dichiarazioni, con l’accusa delle violazioni dei diritti umani da un lato, e la difesa del principio di non-ingerenza da parte di russi e cinesi.

L’escalation della crisi siriana, avvenuta in seguito all’uso di armi chimiche, ha paventato la possibilità di un intervento militare (sulla falsariga di quello libico) per favorire una transizione e porre fine alle violenze. Stiamo dunque assistendo ad una sorta di generale ri-ideologizzazione delle posizioni, con un richiamo a comportamenti simili a quelli dei decenni precedenti la caduta dell’Unione Sovietica. Come ben descritto da Sergej Karaganov, “accade qualcosa di strano alla geopolitica mondiale: sta tornando a ideologizzarsi”.

Secondo Karaganov, la debolezza che oggi più di prima colpisce istituzioni come ONU, Unione Europea, G-8 e G-20, è sintomatica di un mutamento in corso da più di un decennio, che favorisce questo nuovo processo di ideologizzazione. La crisi siriana dimostra una situazione geopolitica molto complessa: l’interdipendenza politica ed economica che vige attualmente nei rapporti internazionali non permette la definizione di strategie d’intervento e scelte sovrapponibili a quelle del passato nonostante le azioni messe in atto dalle maggiori potenze si ispirino ad esse. Un esempio pratico di questo status quo è proprio ciò che è accaduto, nello specifico, negli ultimi due mesi in Siria.

Barack Obama, dopo aver preso tempo evitando il coinvolgimento diretto vincolandolo all’utilizzo di armi chimiche, si è visto costretto, come sostenuto da Panebianco, “a ricostruire almeno un po’ della credibilità perduta”, proponendo un intervento militare addirittura unilaterale.  Ciò ha scatenato reazioni di timore e preoccupazione fra alleati e avversari, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti anche in seno all’alleanza atlantica. Il Regno Unito, che dall’inizio della crisi è apparsa propenso ad un’interferenza nelle dinamiche siriane, si è progressivamente defilato, fino a dichiarasi contrario all’intervento armato. La Francia, seppur più decisa sull’intervento, ha posto cautele. Il presidente americano ha dovuto poi gestire l’opposizione politica interna, un’imponente ondata di pacifismo mediatico e le fredda reazione dei colleghi all’ultimo G20, che ha ulteriormente indebolito la sua tardiva presa di posizione.

Dall’altra parte, il presidente russo Vladimir Putin, fermo e convinto sostenitore di una risoluzione diplomatica della faccenda, ha agito secondo una logica di realpolitik. Sfruttando la sua influenza su Damasco, il premier russo ha proposto la definizione di un trattato per la messa al bando delle armi chimiche (firmato il 14 settembre scorso) costringendo Assad ad aderire, pur difendendolo dalle critiche internazionali. Ciò ha permesso al fronte pro-Assad di guadagnare tempo, vanificando così i tentativi di Obama che, negli stessi giorni, era impegnato in una maratona mediatica per guadagnare l’appoggio del Congresso all’azione militare.

Poco importa, quindi, che Ban Ki-moon abbia poi pubblicato i risultati degli osservatori che testimoniano l’utilizzo delle armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano, o che siano stati violati diritti umani, civili e politici. Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

Le risposte date finora sono poco incoraggianti come dimostrano i drammi di Libia, Egitto, Tunisia, solo per citare i più recenti. L’instabilità che ancora persiste mostra, evidentemente, l’impotenza della comunità internazionale.

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Photo Credit: Freedom House

Obama & Reagan: Foreign Policies in Comparison

Unlike Reagan’s prompt reaction to the events of 1983 in Beirut, the supposed passivity of the current American president, shown following the attack in Benghazi, is needed to orientate himself in a situation undergoing progressive, and above all, unpredictable change. In fact, preventative actions of a military nature would worsen the perception of the U.S. presence in conflict areas and in those which are most geopolitically sensitive.

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[dropcap]A[/dropcap]fter the attack on the American embassy in Benghazi and the killing of Ambassador Stevens, President Obama responded with a resolute but cautious approach, in line with the foreign policy choices of his first term: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for.”

The voluntary preference for the term “act of terror,” and not “terrorism,” shows to what extent the strategy in presidential foreign policy, specifically in the Middle East and North Africa, is focused towards a path which diverges from that of the previous Bush administration, with both linguistic and cultural discontinuities. Behind such language there also lies the undeniable need to put into perspective a constant, and often exploitable, reference to the “Islamic” matrix of the attacks. The will to not concede to the easy temptation of military intervention further confirms the overall tendency towards caution and reflection.

A different reason for this behaviour is to be found in the additional aim of reaching a stabilisation of the political situation in the Middle East and a complex re-evaluation of the image of the United States. The current U.S. president has acted in awareness of America’s political limits in such a context, and has favoured an approach which is more pragmatic than the traditional idealism typical of U.S. foreign policy. The American presence in Middle Eastern and North African affairs during the 20th century has resulted in increased tensions, particularly post-9/11and the wars in Afghanistan and Iraq ordered by Bush. Anti-American sentiment, demonstrated by terrorist actions against sensitive U.S. targets, has grown in the last decade: it is one of the greatest problems faced by Obama, who was also elected for his promise of comprehensive normalisation.

Even the recent trip to the Middle East, described by the press, unsurprisingly, as a “maintenance trip“, showed Obama’s approach to be particularly tentative, almost reflexive, and his reluctance to take more incisive action, by virtue of a high-profile repositioning away from typical frenzied American interventionism.

The title of Fawaz Gerges’ essay, which appeared in March in Limes, effectively sums up  widespread opinion on the so-called Obama doctrine: “Barack the Cautious.” Gerges’ words underline Obama’s pragmatism in the Middle Eastern context, focused on maintaining the status quo by avoiding ideological excesses and encouraging a calmer atmosphere. According to Gerges, this approach is the result of a deliberate American disengagement from the Middle East, in favour of the Pacific. Michele Basso, however, wonders just how realistic this outcome is, and alternatively to what degree a pivotal role in crisis contexts is still a determining factor for America, thus confirming Washington’s presence, albeit in a “softer” manner.

In many respects the same policy of re-evaluation and American outplacement came to be implemented, albeit with different strategies, by Ronald Reagan in the 1980s. The stated objective was to regain credibility among Middle Eastern countries as well as to encourage a process of pacification, however in a strategic framework strongly influenced by the 1982 Westminster Address. Reagan’s doctrine was based on the idea of facing the Soviets at a global level in low-level-intensity conflicts, that is, those not directly fought between the two superpowers, also supporting guerrilla groups and opponents of philosocialist or pro-communist regimes wherever necessary. This aspect of Reagan’s foreign policy, imbued with an anti-communism which was as superficial as it was simplistic, had a positive influence in the direct conflict with Moscow in the long term, but greatly tarnished the image of Americans in other contexts. The U.S. invasion, often maladroit in essentially local matters, such as conflict between Israel and Palestine, or between Iraq and Iran, led to a tightening of international relations, particularly in Lebanon, Iran, and Central America. The American intervention in Lebanon in support of Israel against the Palestine Liberation Organisation, which had exploited the civil war to undermine the Israelis, was considered an act of interference. The reaction to this “reintegration” in the area was very violent with a long series of attacks and abductions of hostages that characterised the entire Reagan presidency. The most shocking episode, which was in a certain sense similar to that of the embassy in Benghazi last year, was in October 1983 in Beirut, which saw the death of more than 200 Marines. The attack, then claimed by Hezbollah, led to a ramping up of American political choices at global level.

Reagan’s reaction was therefore quite different from that of today’s commander-in-chief. The then Republican president showed no reluctance to talk of “terrorism”, condemning the attack and planning a military response, which resulted in the Urgent Fury mission in Grenada. Despite the facade of a reasoning which concerned the defence of civilian and military Americans in the country, where there had been a resounding advance of the philosocialist regime, in so doing Reagan expressed the will for a muscular politics which would restabilise the predominant role of the United States.

Such a modus operandi seems to have been abandoned by Obama, who has always refused military involvement akin to that of the Reagan era. According to Del Pero’s reading, the re-elected president has initiated a policy of “low cost interventionism”, characterised by a general caution, “approaching passivity,” dictated by the pledges established by President Obama himself in electoral campaigns. Observers within the international community are currently reflecting on the validity of this approach with respect to issues in the Middle East and wonder about the need for the U.S. to play a more decisive and incisive role.

At the same time, one should not forget that the president has not completely abandoned the instrument of interventionism: for example, the uses of drones in war zones or in operations like the one that led to the killing of Bin Laden.

In its results, such behaviour does not appear far removed from Reagan’s more aggressive approach, as the escalation of anti-Americanism in the Middle East and in neighbouring regions does not appear at all diminished. At this time the greatest doubt is found in asking whether Obama’s current foreign policy is an almost obligatory and voluntarily considered choice to change the balance of power in ever-changing contexts, especially in light of the great political and cultural upheavals of recent years. It is highly likely that the American president’s supposed passivity is needed to orientate himself in a situation undergoing progressive, and above all, unpredictable change. In fact, preventative actions of a military nature would worsen the perception of the U.S. presence in conflict areas and in those which are most geopolitically sensitive.

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Original Article: Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto 

Translated by Lois Bond

Photo Credit: isriya

 

Il Datagate e l’opinione pubblica americana

Il Datagate ripropone l’atavico dilemma tra il diritto alla privacy e quello alla sicurezza. Tuttavia, aldilà degli attacchi politici rivolti a Obama, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni.

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[dropcap]Q[/dropcap]uando le accuse e le critiche giungono sferzanti anche dagli editorialisti del New York Times, significa che per Obama sta forse iniziando un lungo periodo di crisi istituzionale e politica, nonché d’immagine. Gli scandali che nelle ultime settimane stanno scuotendo stampa e opinione pubblica americana, proiettano irrimediabilmente una serie di ombre sul secondo mandato presidenziale, iniziato con i migliori auspici e con un rinnovato ottimismo dopo la fase finale del primo quadriennio a Washington.

La vicenda “Datagate”, così ribattezzata dai giornalisti d’oltreoceano e da quelli britannici, è esplosa con l’inchiesta di Glenn Greenwald e pubblicata sul Guardian. La complessità della vicenda non permette, aldilà delle facili semplificazioni strumentali, di comprendere quale sia, e se ci sia, il coinvolgimento del presidente. A questa, inoltre, si sovrappone il caso dell’IRS (Internal Revenue Service), avente come oggetto l’ingiustificato accanimento fiscale dell’ufficio dell’agenzia delle entrate su gruppi e associazioni legate al mondo conservatore e al Tea Party, che ha obbligato alle dimissioni, su pressioni di Obama, il responsabile Steven Miller.

Le cronache legate al cosiddetto “Datagate” riportano che la NSA, la National Security Agency, avrebbe ottenuto dalla compagnia telefonica Verizon tabulati e comunicazioni private di cittadini americani, e con il programma PRISM sarebbe riuscita a monitorare le attività dei server dei colossi Internet americani. Come sottolinea correttamente Mario Del Pero, “Obama non avrebbe violato la legge, ma solo utilizzato le possibilità del Patriot Act”, lanciato dopo l’11 settembre, e ampliando così le prerogative dell’esecutivo in nome della sicurezza nazionale.

Lo stesso Obama, infatti, ha catalogato la violazione dei dati personali, delle telefonate e della navigazione web dei cittadini americani, alla stregua di “una modesta violazione della privacy”, resasi necessaria per garantire la sicurezza nazionale. Proprio in virtù di queste affermazioni si ripropone l’annoso interrogativo sul bilanciamento tra interessi contrapposti e divergenti, spesso divisi da una sottile linea di demarcazione: sicurezza nazionale da un lato e difesa e tutela della privacy dall’altro. Sono tematiche e discussioni che ritornano costantemente nella storia americana e che non rappresentano affatto una novità, come riporta Arnaldo Testi a proposito di Louis Brandeis.

Obama, che sta subendo un attacco politicamente trasversale, mantiene ancora un atteggiamento pragmatico e in linea con la sua condotta politica. Difende le azioni messe in campo per la sicurezza e tenta di ridimensionare uno scandalo che potrebbe, nel corso del tempo e delle rivelazioni, ingigantirsi a dismisura. Le dichiarazioni di Edward Snowden, ex informatico della CIA, rilasciate in esclusiva al “South China Morning Post”, appesantiscono ancor di più le accuse all’amministrazione poiché, secondo quanto denunciato, il governo spiava anche Pechino e Hong Kong. Come spesso accade negli Stati Uniti, le problematiche di carattere domestico hanno pesanti implicazioni anche in politica estera. In tal guisa si inseriscono le nuove rivelazioni apparse pochi giorni fa a margine del G8 in Irlanda del Nord, sempre da parte di Snowden, secondo cui agenzie di sicurezza britanniche e americane avrebbero posto sotto la propria attenzione alcuni leader al vertice G20 del 2009. L’asprezza della critica ben si riassume nelle immagini apparse sull’Huffington Post, in cui fa capolino “George W. Obama”, nel tentativo di richiamare e assimilare, perlomeno graficamente, l’attuale presidente al suo predecessore.

Aldilà della sferzante satira politica che sta montando nelle ultime settimane, colpiscono le posate reazioni dell’opinione pubblica americana al susseguirsi delle rivelazioni, che contrastano con l’attacco bipartisan che il presidente sta ricevendo a livello politico in patria e all’estero.

Il secondo mandato ha spesso rappresentato un difficile banco di prova per i presidenti americani, e ne ha segnato negativamente le tappe: si pensi al Watergate per Nixon, all’affare Iran-Contras per Reagan o al Sexgate (caso Lewinsky) per Bill Clinton. Infatti, con l’eccezione di Nixon, l’opinione pubblica americana si è mostrata piuttosto clemente nei confronti di Reagan e Clinton, il cui gradimento è calato solo per un breve periodo, per poi risalire sia in chiusura di mandato sia dopo l’esperienza presidenziale. Stando alle indagini statistiche di Rasmussen e Gallup, il gradimento dell’opinione pubblica nei confronti di Obama sta calando rispetto ai giorni successivi alla rielezione, ma rimane relativamente costante rispetto alle rivelazioni del Datagate e dello scandalo IRS. I numeri dicono che il presidente, da dicembre, ha perso circa dieci punti percentuali sebbene, per adesso, lo scandalo non abbia accelerato questo trend nel gradimento degli americani.

È possibile che l’opinione pubblica reagisca come già visto con Reagan e Clinton, perdonando a Obama gli errori commessi qualora dovesse risultare direttamente coinvolto. D’altro canto, a livello internazionale c’è già chi parla, ad esempio, della fine della luna di miele tra il presidente americano e i suoi sostenitori europei, questi ultimi delusi rispetto alle speranze iniziali riposte nella sua figura. Una tale interpretazione non farebbe altro che confermare, ancora una volta, l’errata percezione dell’interesse nazionale americano nel Vecchio Continente e le differenti, e spesso disattese aspettative riposte nell’inquilino della Casa Bianca.

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Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto

Diversamente dalla pronta reazione di Reagan dopo gli avvenimenti del 1983 a Beirut, la presunta passività dell’attuale presidente americano, mostrata in seguito all’attentato di Bengasi, è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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[dropcap]D[/dropcap]opo l’attentato all’ambasciata americana di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens, il presidente Obama ha risposto con un atteggiamento risoluto ma cauto, in continuità con le scelte di politica estera del suo primo mandato: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for“.

La volontaria preferenza per la locuzione “act of terror” e non “terrorism” dimostra quanto la strategia presidenziale in politica estera, nello specifico in quella mediorientale e nordafricana, sia orientata lungo un percorso divergente rispetto alla precedente amministrazione Bush, con una discontinuità sia linguistica che culturale. Dietro tale linguaggio si nasconde anche l’evidente necessità di ridimensionare un costante, e spesso strumentale, riferimento alla matrice “islamica” degli attentati. La volontà di non cedere alla facile tentazione di interventi militari conferma ancor di più la complessiva tendenza alla cautela e alla riflessione.

Una diversa motivazione di questa condotta è rintracciabile nell’ulteriore obiettivo di pervenire ad una stabilizzazione della situazione politica nel Medio Oriente e ad una complicata rivalutazione dell’immagine degli Stati Uniti. L’attuale presidente degli Stati Uniti si è mosso nella consapevolezza dei limiti politici dell’America in tale contesto e ha preferito un’impostazione realista al tradizionale idealismo tipico della politica estera statunitense. La presenza americana nelle vicende mediorientali e nordafricane nel corso del Novecento ha favorito l’acuirsi di tensioni, in particolare dopo l’11 Settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq ordinate da Bush. Il sentimento antiamericano rinvenibile nelle azioni terroristiche contro obiettivi sensibili USA, accresciutosi nell’ultimo decennio, è uno dei maggiori problemi affrontati da Obama, eletto anche per la promessa di una complessiva normalizzazione.

Anche il recente viaggio in Medio Oriente definito dalla stampa, non a caso, un “maintenance trip”, ha mostrato l’approccio di Obama particolarmente attendista, quasi riflessivo e restio ad un intervento più incisivo, in virtù di un riposizionamento d’alto profilo lontano dal frenetico e tipico interventismo americano.

Il saggio di Fawaz Gerges, apparso a marzo su Limes, ben sintetizza nel titolo un’opinione assai diffusa sulla cosiddetta dottrina Obama: “Barack il cauto”. Nelle parole di Gerges si sottolinea il pragmatismo di Obama nel contesto mediorientale, orientato al mantenimento dello status quo evitando eccessi ideologici e favorendo un clima più sereno. Secondo Gerges, questo atteggiamento è frutto di un voluto disimpegno americano dal Medio Oriente in favore del Pacifico. Michele Basso, infatti, si chiede quanto quest’esito sia realistico, o quanto invece sia ancora determinante per l’America un ruolo pivotale nei contesti di crisi, confermando dunque la presenza di Washington seppur in maniera più “soft”.

Sotto molti aspetti la stessa politica di rivalutazione e ricollocamento americano venne attuata, sebbene con strategie differenti, da Ronald Reagan negli anni Ottanta. L’obiettivo dichiarato era quello di recuperare credito fra i paesi mediorientali nonché di favorire un processo di pacificazione, in uno schema però fortemente influenzato dal discorso di Westminster del 1982. La dottrina Reagan si fondava sull’idea ben definita di fronteggiare i sovietici a livello globale nei conflitti a bassa intensità, ossia non direttamente combattuti tra le due superpotenze, sostenendo laddove necessario anche gruppi di guerriglieri e oppositori di regimi filosocialisti o filocomunisti. Proprio questo versante della politica estera reaganiana, intrisa di un semplicistico quanto superficiale anticomunismo, incise positivamente nel confronto diretto con Mosca nel lungo periodo ma deteriorò fortemente l’immagine degli americani in altri contesti. L’invadenza statunitense, spesso maldestra, in faccende prettamente locali come il confronto tra Israele e Palestina o tra Iraq e Iran, condusse ad un irrigidimento delle relazioni internazionali in particolare in Libano, Iran e Centro-America. L’intervento americano in Libano, a supporto di Israele contro la Palestine Liberation Organization, che aveva sfruttato la guerra civile per insidiare gli israeliani, fu considerata un’azione di interferenza. La reazione a questo “reinserimento” nell’area fu molto violenta con una lunga serie di attentati e rapimenti di ostaggi che caratterizzarono l’intera presidenza Reagan. Il più clamoroso, ed in un certo senso assimilabile a quello all’ambasciata di Bengasi dello scorso anno, fu quello dell’ottobre del 1983 a Beirut, che vide la caduta di oltre 200 marines. L’attentato, poi rivendicato da Hezbollah, condusse ad un’estremizzazione delle scelte politiche americane a livello globale.

La reazione di Reagan fu perciò ben diversa da quella dell’odierno commander-in-chief. L’allora presidente repubblicano non ebbe nessuna riluttanza a parlare di “terrorism”, condannando l’attentato e pianificando un’azione militare di risposta, concretizzatasi nella missione Urgent Fury a Grenada. Nonostante la motivazione di facciata riguardasse la difesa di civili e militari americani nel paese, dove vi era stata una clamorosa avanzata del regime filosocialista, così operando Reagan manifestava la volontà di una politica muscolare che ristabilisse il ruolo predominante degli Stati Uniti.

Un tale modus operandi sembra sia stato abbandonato da Obama, che ha sempre rifiutato un coinvolgimento militare simile a quello dell’epoca Reagan. Secondo la lettura data da Del Pero, il rieletto presidente ha avviato una politica di “interventismo low cost”, improntata ad una generale cautela, “prossima alla passività”, dettata dalle premesse gettate dallo stesso Obama nelle campagne elettorali. Gli osservatori della comunità internazionale riflettono attualmente sulla validità di questo atteggiamento nell’approccio alle questioni mediorientali e si interrogano sul bisogno di un ruolo più decisivo e incisivo degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, non bisognerebbe dimenticare che il presidente non ha abbandonato del tutto lo strumento interventista: basti pensare all’utilizzo dei droni nelle aree di guerra o ad operazioni come quella che ha portato all’uccisione di Bin Laden.

Una simile condotta, nei risultati, non appare assai lontana da quella più aggressiva di Reagan poiché la spirale di antiamericanismo in Medio Oriente e nelle regioni limitrofe non appare affatto attenuata. In questo momento il dubbio maggiore consta nel chiedersi se l’attuale politica estera obamiana sia una scelta quasi obbligata e volontariamente prevista per mutare i rapporti di forza in contesti in continua evoluzione, anche alla luce dei grandi stravolgimenti politici e culturali degli ultimi anni. Molto probabilmente la presunta passività del presidente americano è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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Photo Credit: isriya

Hillary Clinton, per Newsweek la donna americana più potente di sempre

Hillary Rodham Clinton: un ritratto della donna più potente nella storia della politica statunitense.

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[dropcap]S[/dropcap]econdo i sondaggi Gallup, Hillary Rodham Clinton è stata la donna più ammirata del mondo negli ultimi undici anni mentre, per la rivista Forbes, solo Angela Merkel sarebbe più potente e influente a livello globale. Semi-sconosciuta prima della campagna elettorale del 1992, Hillary Rodham Clinton- che non ha mai voluto abbandonare il proprio cognome da nubile- ha ben presto mostrato il suo temperamento deciso e l’intenzione di voler giocare un ruolo attivo nella presidenza del marito. Preceduta da personalità femminili illustri quali Eleanor Roosevelt e Rosalynn Carter, Hillary Clinton ha messo a frutto l’eredità ricevuta, cercando di superare i limiti già raggiunti da altre donne prima di lei.

Sin dal suo ingresso sulla scena mondiale, la Clinton è stata considerata portavoce delle donne della generazione del baby boom degli anni ’50, impersonando il modello di donna in carriera, impeccabile, attenta alla famiglia, ma contraria alle convenzioni tradizionali. Tralasciando gli anni alla Casa Bianca come first lady, che richiederebbero uno spazio ben più ampio per essere trattati esaurientemente, la Clinton ha iniziato autonomamente la propria carriera politica come Senatrice dello Stato di New York dal 2001 fino al 2009, quando Barack Obama la nominò segretario di Stato. Nel 2008 i due democratici si erano contesi la candidatura per le presidenziali, rappresentando così due delle principali minoranze del popolo statunitense, le donne e gli afroamericani. Quando, nel 2009, Obama le assegnò il ruolo di segretario di Stato, la Clinton era la terza donna, dopo Madeleine Albright e Condoleeza Rice, ad assumere questo incarico all’interno dell’establishment statunitense. Nonostante non fosse stata la prima a ricoprire quella carica, senza dubbio il suo mandato ha rappresentato un momentum notevole sia all’interno della sua carriera personale che per la carica in sé.

Nel suo ultimo discorso come segretario di Stato, Hillary Clinton ha riassunto in pochi punti le politiche centrali nella gestione del Dipartimento di Stato: in primo piano l’uso dei mass media e dei social network come strumento di smart power, ovvero come mezzo per aggirare il controllo e il dispotismo dei governi e dei regimi lì dove i movimenti di liberazione nazionali e democratici agiscono spesso in tal modo; in secondo luogo l’uso delle politiche tradizionali per portare avanti le politiche di non proliferazione; successivamente l’uso della diplomazia economica che associa i finanziamenti e i programmi per favorire gli scambi economici e commerciali con i paesi del Terzo Mondo, all’idea che l’economia e la politica siano strettamente interconnesse e che quindi entrambe abbiano un ruolo determinante sull’assetto geopolitico mondiale. Questi tre aspetti rappresentano in modo chiaro il nuovo approccio che la diplomazia statunitense ha cercato di adottare durante questo quadriennio: una politica estera versatile, paragonata dal segretario di Stato ad uno stile architettonico moderno, il quale utilizza un mix di materiali e linee architettoniche variegate per rispondere alle esigenze di un’epoca storica contrassegnata da molteplici sfide.

Se il cambiamento qualitativo non fosse sufficiente, la Clinton ha raggiunto anche un record quantitativo, a seguito del numero di Paesi visitati nell’arco degli ultimi quattro anni: con 112 capitali, l’ex segretario di Stato ha superato persino Madeleine Albright, che ne aveva visitate solamente 96. Anche in questo aspetto, la Clinton ha voluto esplicitamente dar prova di un cambiamento, visitando non solo i principali alleati, ma anche quei Paesi strategicamente meno rilevanti per il governo statunitense.

Nei suoi innumerevoli spostamenti, le esperienze più toccanti sono senza dubbio arrivate dalla visita ad Aung San Suu Kyi in Birmania, in un’occasione che vide combaciare l’interesse diplomatico di dimostrare vicinanza agli oppositori dei governi autocratici con l’attivismo dell’ex first-lady per i diritti delle donne. Un interesse, questo, dichiarato apertamente fin dai suoi primi anni alla Casa Bianca, quando la Clinton annunciò che i diritti umani potevano essere tali solo se intesi, prima di tutto, in quanto diritti delle donne. Tra le ultime iniziative a favore di una maggior rappresentanza politica femminile, è spiccata l’istituzione di Melanne Verveer alla carica di Ambasciatrice generale per le questioni di genere nel mondo.

Tuttavia, se da un lato la conduzione del Dipartimento di Stato da parte della Clinton ha vantato un approccio innovativo, il chiaro supporto alle democrazie e un rinnovato attivismo a favore delle donne, dall’altro permangono ancora degli aspetti opachi che è necessario considerare più approfonditamente. Ad esempio, a causa della scarsa esperienza del Presidente Obama in materia di politica estera e la sua incapacità di mantenere una linea decisionale ferma e coerente, il Dipartimento di Stato ha giocato un ruolo molto marginale rispetto a quello cui avrebbe potuto aspirare, e che aveva raggiunto in periodi precedenti. Inoltre, l’incarico di segretario di Stato ha allontanato la Clinton dal dibattito e dalle questioni di politica interna, lasciando libera la scena all’attuale first lady, Michelle Obama. Fra le altre, proprio quest’ultima potrebbe essere quella figura femminile sufficientemente influente in grado di contendere alla Clinton il titolo di donna più potente nella storia della politica americana: banalmente, se si considerano i followers su Twitter, l’attuale first lady è seguita da oltre 3 milioni di utenti, contro i soli 73 mila del segretario di Stato uscente, per non parlare della popolarità che stanno conferendo a Michelle Obama le apparizioni pubbliche in spettacoli televisivi e in eventi mondani, non da ultimo la consegna del premio per il miglior film nella notte degli Oscar.

Ironia della sorte, è precisamente di un dream ticket Clinton-Obama (Hillary e Michelle, stavolta) che si inizia a ipotizzare (e forse sperare) tra i media americani, che evidenziano enfaticamente il contributo e l’impatto causato dalle due first ladies sul popolo americano. La Clinton, che a fine mandato era apparsa piuttosto cauta riguardo alle prossime elezioni, ha da poco rilasciato una dichiarazione in favore dei matrimoni gay –un’inversione di tendenza rispetto alle sue precedenti posizioni– che potrebbe rivelarsi il primo passo per ingraziarsi l’elettorato under30 in vista della campagna presidenziale per il 2016. Tuttavia, a prescindere dalle sue scelte future, l’ex segretario di Stato ha già lasciato un segno indelebile nella storia politica americana.

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Photo Credit: PanARMENIAN_Photo

 

Stati Uniti: le implicazioni internazionali di una politica energetica “non convenzionale”

Quali saranno le implicazioni della politica energetica “non convenzionale” americana, nel caso di una sua eventuale auto-sufficienza, a livello internazionale e in Medio Oriente? Gli USA inaugureranno una nuova stagione isolazionista, o manterranno il ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area?

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Shale Gas

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Nel 2007 l’Energy Information Administration (EIA) stimava che nel 2030 gli USA avrebbero importato circa il 20% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Dopo 6 anni, e la prima amministrazione Obama, le suddette prospettive sono sostanzialmente cambiate rendendo, addirittura, la chimera dell’indipendenza energetica una tangibile possibilità: secondo le stime dell’AIE, dal prossimo decennio gli USA potrebbero entrare nel novero degli esportatori di gas naturale e superare, anche se solo temporaneamente, l’Arabia Saudita nella leadership della produzione petrolifera mondiale.

Un tale rapida inversione nella politica energetica statunitense è attribuibile alla cosiddetta “shale revolution”: l’imponente crescita dell’offerta interna di gas e petrolio trainata dallo sviluppo delle risorse non convenzionali, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e nuove tecnologie estrattive. Nonostante lo sviluppo di questo tipo di risorse non sia del tutto nuovo nel Continente – i primi pozzi sono stati “fratturati” alla fine degli anni ’40 del secolo scorso – è solo negli ultimi tempi che, grazie all’avanzamento tecnologico, al clima politico favorevole, e a prezzi sostenuti del greggio, l’unconventional ha registrato un boom nella produzione. Nel caso dello shale gas si è verificata una crescita, nella produzione domestica di gas, dall’1% del 2000 al 20% del 2010, con prospettive incoraggianti, che prevedono di raggiungere il 46% nel 2035. Washington, pertanto, ha superato Mosca come più grande produttore di gas al mondo, arrivando a coprire il 20% della produzione globale, a fronte del 18,5% russo. Inoltre, non sarebbe nemmeno da sottovalutare il ruolo del petrolio non convenzionale statunitense la cui produzione, come ha evidenziato l’OPEC nel suo ultimo rapporto, ha già superato 1 milione di barili al giorno, contribuendo in modo sostanziale all’aumento dell’offerta di petrolio non-OPEC a livello mondiale.

Si tratta, quindi, di una vera e propria rivoluzione, che ridefinisce gli equilibri della mappa energetica mondiale, determinando significative implicazioni a livello domestico e internazionale. Gli effetti economici interni sono senz’altro evidenti, sia in termini di benefici sull’occupazione che nel forte calo dei prezzi del metano. La shale revolution si palesa non solo come volano per gli operatori del settore energetico, con un aumento delle imprese produttrici e del loro fatturato; essa ha anche un impatto sull’intera economia nazionale, supportando l’industria attraverso una estesa supply chain e maggior introiti governativi provenienti da tasse e royalties. La minore dipendenza dalle importazioni energetiche e la polarizzazione di nuovi investimenti reca un evidente beneficio in termini di crescita del PIL, creazione di nuova occupazione, effetti positivi sul saldo della bilancia commerciale: nel 2010, lo sviluppo di gas non convenzionale ha trainato la creazione di più di 1 milione di posti di lavoro con la prospettiva di arrivare ad 1,5 nel 2015, un quinto dei quali concentrato negli Stati americani non produttori. Per quanto riguarda i mercati internazionali, il (temporaneo) calo dei prezzi del gas garantisce un vantaggio competitivo alle imprese statunitensi rispetto ai propri competitor, rinforzando le industrie energivore statunitensi come quella manifatturiera.

Quali saranno le implicazioni del rafforzamento del quadro macroeconomico interno, contestualmente al raggiungimento di una eventuale auto-sufficienza energetica, sull’impegno statunitense a livello internazionale, in particolare in un’area strategica come il Medio Oriente? Gli USA prenderanno la strada di un nuovo isolazionismo o manterranno il loro ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area? Rispetto a tali questioni, va precisato che l’engagement statunitense nell’area del Golfo non può essere motivato solo dal fabbisogno di petrolio. La questione della sicurezza di Israele, la nuclearizzazione dell’Iran, la lotta al terrorismo internazionale restano questioni imprescindibili per la politica estera di Washington. In effetti, non è la dipendenza, peraltro esigua, dal petrolio del Golfo, piuttosto l’interdipendenza economica che lega i mercati globali, Europa e Cina in primis, a rendere la più grande economia mondiale vulnerabile ad un aumento dei prezzi energetici, e quindi sensibile ad una instabilità negli Stati produttori. Alla luce di ciò, la questione della sicurezza regionale, in un’area strategica come quella mediorientale, mantiene un ruolo importante negli equilibri globali e, pertanto, non è ivi pensabile un disimpegno della politica estera americana.

Come ha evidenziato Daniel Yergin, un incremento dell’offerta petrolifera mondiale avrà un impatto geopolitico notevole: l’aumento della produzione petrolifera contribuisce a compensare l’assenza di greggio iraniano soggetto a sanzioni, rendendo queste ultime maggiormente efficaci su Teheran. Altro aspetto da considerare è che lo shale oil statunitense andrà ad alimentare l’offerta non-OPEC, immettendo un elemento di incertezza non trascurabile (insieme alle politiche occidentali di efficienza), causando i presupposti per un potenziale calo dei prezzi e della domanda OPEC. Tale quadro incide sulle politiche di investimento che sono richieste ai Paesi OPEC per garantire il flusso di offerta e per mantenere una spare capacity adeguata alla sicurezza energetica globale. Un costo peraltro necessario non solo per rendere disponibili addizionali volumi di petrolio ma anche per bilanciare il tasso di declino naturale che tipicamente colpisce i giacimenti.

Per quaranta anni, la politica energetica statunitense si è strutturata intorno allo slogan dell’indipendenza energetica. Da Nixon in avanti, l’obiettivo, quasi congenito, delle amministrazioni americane è stato quello di rendere gli Stati Uniti del tutto capaci di provvedere al proprio fabbisogno interno di energia, riprendendo una retorica fedele ad un approccio isolazionista. Lo sviluppo delle risorse non convenzionali certamente avrà un effetto positivo sulla sicurezza energetica statunitense, nonostante logiche di salvaguardia delle risorse, obblighi contrattuali e limiti infrastrutturali impediscano la possibilità di una reale indipendenza. Resta, tuttavia, la portata storica di tale cambiamento tale da renderlo politicamente (ed economicamente) vincente. Al fattore idealista, certamente non trascurabile quando si parla di Stati Uniti, si aggiungono anche aspetti strategicamente più importanti come le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza delle forniture energetiche, sia a causa di prezzi del greggio elevati, che della continua incertezza politica nell’area mediorientale rinfocolata dalla Primavera Araba.

Le questioni di sicurezza ambientale che le tecniche di estrazione sollevano, e le opposizioni all’interno dell’opinione pubblica americana, non sono aspetti trascurabili e potrebbero diventare fattori di incertezza e di rallentamento dello sviluppo dell’unconventional. Tuttavia, ad oggi la rivoluzione energetica sembra continuare il suo percorso, così come confermato dal discorso di Obama del 12 febbraio scorso al Congresso. Il Presidente ha rinsaldato l’impegno verso lo sviluppo di petrolio e gas nazionali ed ha incoraggiato un nuovo “Energy Security Trust” per investire nella ricerca tecnologica al fine di rendere il gas più pulito e i trasporti più efficienti. L’Oil&Gas resta quindi parte della politica energetica dell’Amministrazione Obama; una politica da lui ribattezzata come “all of the above” che, insieme a rinnovabili ed efficienza energetica, punta a ridurre l’impatto climatico, oltre che ad accrescere la sicurezza, piuttosto che un’impraticabile indipendenza, energetica.

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Photo Credit: ANR2008

Getting Your Five A Day?

The government wants us to eat five portions of fruit & veg every day; why not engage with five different news sources each day as well – it would be equally as healthy for you, and for the wider world.

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5 a day

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Tom is currently employed by Edelman Berland (the research arm of Edelman and the organisation that produced the data referred to in this piece). He was not involved in the creation of the report.

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International PR firm Edelman released their 2013 survey of global trust, the ‘Trust Barometer‘, yesterday at the World Economic Forum in Davos, Switzerland. The survey, released annually since the turn of the millennium, commenced with the rise of NGOs to the global scene as a consequence of the anti-globalisation movement in the US. Since then it has tracked the ‘Fall of the Celebrity CEO’ (2002), to the rise of ‘A Person Like Me’ as a credible spokesperson (2006), through to the ‘Fall of Government’ (2012).

The data released this year was telling. Some pointed to things that we already knew (people don’t trust bankers or journalists much these days), and some to things that you would be unlikely to consider (the most trusted location for a company to be headquartered, for example, is Canada). Below are my highlights – you can see the figures for yourself here.

The ‘informed public’ (college-educated/within the top 25 per cent of household income per age group/significant media consumption/engaged with business news and public policy) felt significantly higher degrees of trust than the general public. According to the data the global difference was 9 points (informed public trust standing at 57 points against the general public trust at 48 points), with the UK displaying equatable levels (taking into account margins for error). The US, however, surged ahead with a whopping 14 point difference (informed: 59, general: 45) – though it is worth noting that this may have been artificially inflated by the recent election and the ‘hope’ of Obama having a successful second term, however improbable.

Business was trusted more than government in 16 out of 26 markets surveyed, including the US, the UK, Japan, and India. Interestingly, citizens of Singapore and China – neither possessing especially liberal or hospitable governments – expressed greater trust in their governments than in business, by 5 per cent and 7 per cent respectively. Whether this is due to mass failings in business (corruption et al.), good economic performance, or the lack of a polycephalous media…

We in the West, perhaps somewhat idealistically, trust small businesses significantly more than we trust big businesses: in the UK this amounts to an astonishing difference of 30 per cent (trust in small business: 78 per cent, big business: 48 per cent). Emerging markets on the other hand, expressed greater trust in big business. 89 per cent of Chinese, for example, giving the thumbs up for large organisations, against only 65 per cent for their smaller equivalents.

The winning statistic, purely from a fear factor, is the increasing level of trust that many are placing in social media as a reliable news source – 58 per cent in emerging markets view social media as a credible news source, 28 per cent in developed markets.

Bertrand Russell once said, “I think we ought always to entertain our opinions with some measure of doubt. I shouldn’t wish people dogmatically to believe any philosophy, not even mine”. By relying on social media to provide information about the world around us we run the risk of regressing into an environment that relays to us only what we wish to hear, rather than ideas that challenge our perspectives.

In the case of Twitter, for example, a platform where you, and only you, are responsible for choosing the sources of your daily digestion, this possibility is entirely plausible. I myself am guilty of ‘unfollowing’ those with whom I expressly disagree with. An over-reliance on social media to provide us with a snapshot of world events creates the foundation for a wholly unbalanced diet of media consumption.

The government wants us to eat five portions of fruit & veg every day, why not engage with five different news sources each day as well – it would be healthy for both you and the world around you.

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Photo credit: luckyjimmy

La politica delle sanzioni: l’Iran si piega, ma non si spezza

Le sanzioni applicate nel 2012 hanno intaccato esportazioni e profitti, ma non hanno avuto effetto sui programmi nucleari. Almeno, non per il momento.

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[dropcap]S[/dropcap]ono ormai decenni che l’Iran subisce sanzioni economiche, ma quelle applicate nel 2012 sono state particolarmente efficaci. Negli ultimi mesi del 2011, le diplomazie di Stati Uniti e UE dovevano destreggiarsi, da una parte, con Israele – che minacciava di attaccare l’Iran –, e dall’altra con Russia e Cina, contrarie a nuove misure. L’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) confermava la gravità della situazione, pubblicando un report allarmante nel mese di novembre; nel frattempo, l’Iran sviluppava tranquillamente i suoi controversi programmi nucleari. Nonostante la situazione di mercato stretto del petrolio, per colpire il Paese mediorientale, USA e UE si concentrarono sulle esportazioni di greggio, che ammontavano a 2,2 milioni di barili al giorno (b/g). In tal modo, veniva messo a rischio almeno il 50 per cento dei profitti di Teheran.

Il 31 dicembre 2011, il Presidente Obama approvò nuove sanzioni: dopo il 28 giugno, le compagnie che avrebbero continuato a importare petrolio dall’Iran sarebbero stato punite con l’estromissione dal sistema finanziario americano. Questa misura colpiva, oltre alle imprese, anche le banche che le avrebbero finanziate. La possibilità di essere dispensati da tale restrizione dipendeva dalla riduzione semestrale del volume delle importazioni, o dalla decisione diretta della Casa Bianca.

Sin dalla caduta dello Scià, gli Stati Uniti smisero di importare greggio dall’Iran; al contrario, l’Unione Europea ha continuato, raggiungendo nel 2011 la ragguardevole quantità di 450.000 barili al giorno. Nel gennaio 2012, però, l’UE ha annunciato un boicottaggio del petrolio iraniano, con decorrenza dal 1° luglio, che avrebbe destabilizzato circa il 20% delle esportazioni del Paese. Gli Stati membri si sono accordati anche per ritirare l’assicurazione ad ogni veicolo usato per trasportare il greggio iraniano e i relativi prodotti derivati. Tale misura ha interessato circa il 95% della flotta commerciale mondiale, lasciando l’Iran con ristrettissimi margini di manovra.

Nel complesso, le sanzioni entrate in vigore quest’estate hanno paralizzato le esportazioni petrolifere iraniane, che nel mese di luglio sono scese a 930.000 b/g; una cifra che non si registrava dai tempi della guerra contro l’Iraq. Gli importatori hanno poi elaborato nuove strategie commerciali ed assicurative, riportando il volume delle importazioni ad oltre il milione di b/g. In ogni caso, si parla di livelli molto inferiori a quelli dell’anno precedente.

Chiunque criticasse l’applicazione tardiva delle sanzioni minimizzerebbe la portata dei rischi corsi da Stati Uniti e Unione Europea. Colpire l’industria più fiorente dell’Iran, infatti, significa esercitare ingenti pressioni su di un Paese che, prima del 2012, era il secondo produttore di petrolio dell’OPEC; adesso risulta quarto, dopo Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

Fino all’anno scorso, i ministri dell’economia europei si sono rifiutati di boicottare il petrolio iraniano, poiché il mercato risultava già scosso dalle crisi in Medio Oriente e dall’interruzione dei rifornimenti da altre parti del mondo. In Europa, era opinione comune che la politicizzazione dei rapporti con l’Iran avrebbe compromesso il mercato del greggio, facendo impennare i prezzi e annichilendo le economie interessate. Altri, invece, dubitavano dell’efficacia delle sanzioni, che avrebbero avuto il solo effetto di destinare all’Asia il petrolio rifiutato dall’Europa.

In effetti, in pochi si rendevano conto dell’efficacia congiunta delle sanzioni americane ed europee. Inoltre, la riduzione del volume delle esportazioni iraniane è avvenuta in modo graduale, in modo da non destabilizzare i mercati mondiali e provocare l’aumento indiscriminato dei prezzi.  L’effetto del boicottaggio UE si è misurato in mezzo milione di b/g; inoltre, le stringenti misure assicurative hanno colpito anche altri importatori, rendendo loro difficile procurarsi carichi extra. Le uniche assicurazioni disponibili erano offerte da compagnie iraniane di dubbia affidabilità, a cui hanno fatto ricorso Cina e Corea del Sud; o, tramite garanzie sovrane, da importatori nazionali come il Giappone. La paralisi assicurativa, quindi, ha agito congiuntamente alle sanzioni americane, che minacciavano di alienare dagli Stati Uniti gli interlocutori commerciali dell’Iran.

Nel frattempo, per tutto il 2012 l’Europa ha confidato nella capacità produttiva di Libia ed Iraq, ma soprattutto dell’Arabia Saudita, l’unico “swing producer” in grado, da solo, di influenzare il mercato. A sorpresa, dopo un anno di stop dovuto ai moti rivoluzionari, le esportazioni libiche sono riprese al volume di 1,6 milioni di b/g; la produzione irachena è aumentata di circa 650.000 b/g;  per non parlare di quella saudita, arrivata ai 10 milioni di b/g, superando di 1,5 milioni di b/g la media del 2011. Solo l’accennata minaccia di un attacco israeliano ha determinato una breve impennata del prezzo del petrolio.

Tuttavia, risulta ancora complicato valutare le reazioni dell’Iran. Ufficialmente, il Ministero del Petrolio sminuisce l’effetto delle sanzioni, negando – contro ogni evidenza – ricadute nelle esportazioni.  Da altri organi ufficiali arrivano responsi differenti. Il 17 dicembre scorso è stata diffusa una dichiarazione del Ministro dell’Economia, Shamseddin Hosseini, secondo cui le sanzioni avrebbero dimezzato i proventi delle esportazioni petrolifere. Il 19 dicembre, il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato alla stampa che il governo stava cercando di ridurre al minimo, sul bilancio statale, il peso delle vendite del petrolio; pertanto, i tecnici in materia hanno suggerito di preventivare un volume di esportazioni pari solamente ad un milione di b/g per il biennio 2013-2014.

Se valutate dal punto di vista della caduta dei profitti (tra i 3 e i 5 miliardi di dollari al mese), le misure sanzionatorie che hanno interessato Teheran sono state sicuramente efficaci. Difatti, nonostante l’assenza del petrolio iraniano, la disponibilità di greggio sul mercato non è stata intaccata, e i prezzi sono rimasti stabili sui 100 dollari al barile per la maggior parte dell’anno. Inoltre, alcuni dei più importanti importatori dell’Iran, come la Cina, che continua a rifiutare l’approvazione delle sanzioni a livello internazionale, hanno continuato a ridurre le importazioni da Teheran nel 2012, ricevendo in cambio un allentamento delle restrizioni finanziare e legislative da parte della Casa Bianca.

Nonostante questo, gli incontri tra l’AIEA e un’apposita commissione (che conta i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania) per valutare gli effetti delle sanzioni, si sono conclusi con un nulla di fatto: sul breve termine, tali misure sembrano non aver sortito alcun effetto sulle politiche nucleari. Al limite, ci si potranno aspettare dall’Iran altre ammissioni ufficiali sullo stato dell’economia, che potrebbe addirittura peggiorare nel 2013, dato che i clienti indiani e giapponesi stanno già dichiarando di voler ridurre le importazioni. Inoltre, dal mese di febbraio di quest’anno, gli Stati Uniti sembrano voler imporre misure ancora più restrittive, che esacerberanno il deficit del bilancio commerciale iraniano, costringendo le banche a trattenere le entrate. Si prevede, poi, un aumento di produzione da parte dei Paesi al di fuori dell’OPEC, commisurato alla lenta ripresa dell’economia globale. Il petrolio iraniano diverrà sempre meno essenziale, influenzando negativamente la valuta e gli altri settori dell’economia del Paese.

Nessuno può sapere con certezza se il 2013 sarà l’anno della resa dei conti tra Stati Uniti ed Iran; ma, a meno di una svolta diplomatica, quello appena iniziato si appresta ad essere un altro anno durissimo per l’economia del Paese.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Iran Sanctions: Effective But Unsuccessful In 2012

Photo credit: David Holt London

 

The Drones Are Droning On…

Whatever our respective views are on the subject of drone strikes, it is undeniably the case that they are an incredibly effective method of targeting terrorists in unfriendly, or uncontrolled territory.

Of the many successful drone strikes in 2012, the following are – according to CNN’s Security Clearance blog – the most pertinent. June 4th saw al Qaeda strategist Abu Yahya al-Libi meet the ‘business end of a drone‘ in Pakistan, an occurrence that I argued should both be celebrated and mourned. Fahd Mohammad Ahmed al-Quso, another senior al Qaeda operative (wanted for his role in the USS Cole bombing), was killed in Yemen on May 6th. And lastly Badar Mansoor, considered the most senior Pakistani in al Qaeda, was assassinated on February 9th in Waziristan.

It can be argued that by removing known operatives we are simply inducing unknown individuals to take their position. When Israel assassinated Hamas military chief Ahmed al-Jabari in November there were those that argued that the IDF had acted with overwhelming short-sightedness: at least Jabari was a known quantity. If Sun Tzu was correct when he asserted that knowing one’s enemy is paramount to victory, perhaps there is some weight to these claims.

Last year we saw much debate on these pages on the subject of drones. Catherine Connolly’s piece back in June argued that the use of drones signalled a “failure in moral leadership by the United States”. Matt Wahnsiedler’s response sought to demonstrate that Connolly’s arguments had failed to take into account the realities of warfare. TRS Reviews Editor Jenny Holland, writing in The Guardian, took a different route, arguing that opposition to drone strikes is not so black-and-white ‘on the ground’ in Pakistan as is presented by Western peace activists and human rights groups. The real issue, she argued, is that the “debate over the drone campaign is a distraction from other, more important issues”: health, access to clean water, and the rule of law.

It is highly unlikely that Obama will cease to approve of the CIA’s programme. Whether it remains politically possible to persevere with it given the Arab Spring and the effect it could have on Arab sentiment towards the superpower is another matter altogether. 2013 will be telling.

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 Photo credit: DVIDSHUB

The Second Amendment: An Outdated, Ideological Fallacy

This is not about rationality: arguments against gun control are almost entirely constructed and founded on their ideological underpinnings. And as with any devout ideologue, the wider picture and the resultant implications are willfully and purposefully ignored.

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This piece was co-authored by Peter Kelly.

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Anthony Machinski’s recent piece on TRS – “Gun Control: You Can’t Test Irresponsibility” – is, at best, the work of an individual firmly fixated on trying to make reality look like a world in which the Second Amendment is still relevant. At worst, it is one so dedicated to this fantasy as to have dangerous illusions as to the continued relevance of an armed militia concerned with resisting a tyrannous federal government. For that was the purpose and reasoning leading to the Second Amendment.

Machinski’s arguments are based on statistics, but these are either incorrect, invalid, or irrelevant to the matter at hand. Like Machinski we wish to take a moment to remember the lives devastated by this tragedy, however to do so without seeking ways to stop this trend towards such tragedies is a fatal mistake.

If we do not look at the underlying and facilitating factors to Columbine-esque shootings such events will continue to feature: is the post-revolutionary right to bear arms really worth the continuous killings of so many children?

Firstly however, we would like to address some incorrect claims made in the Machinski piece.

1) People will always be able to “get their hands on whatever item they want if they so choose”

Machinski chooses to exemplify this with reference to prohibition and the failure of legislation to tackle drug abuse. These are wholly illegitimate comparisons.

Firstly, there is a huge difference in intent.

The intent of someone who drank alcohol during prohibition was not to be able to maim or kill. Similarly, for one who is recreationally taking illegal drugs the intent is to enjoy themselves.

Irrespective of our respective views on the use of recreational drugs, it is readily apparent that for the vast majority of users the intent is not to commit any violence. With guns, the sourcing of a weapon is for the sole purpose of being able to maim at some point in the future, even if this is under the guise of defence.

Secondly, and more applicably, most killers lack the connections or experience to get hold of illegal weapons (as opposed to gang members).

Reductio ad absurdum: why don’t we just give all mentally unfit persons a firearm? According to Machinksi they are going to get them anyway.

2) The UK “has problems with school shootings”

The factual inaccuracy here is startling. A simple Wikipedia search would have displayed to the author that the only school shooting in the UK in living memory was the Dunblane massacre of 1996.

The Cumbria shootings of 2010 had nothing whatsoever to do with schools or children – as proven by virtue of the fact that all victims were over the age of twenty three. We can further consider that the only other major gun massacre in the UK (again, in living memory) was that which occurred in Hungerford in 1987. Again, nothing to do with a school.

Thus, of the three mass shootings in the last three decades in the UK, only one has taken place in a school.

3) In “no way, shape, or form would gun control laws have helped prevent this tragedy”

Firstly, should the type of guns permitted to be licensed be lower down the “ease-of-use” scale it is highly unlikely that this tragedy would have been as extreme as it is; had the shooter’s only weapon been a handgun it is doubtful that the casualty count would be so high.

The weapon he used was akin to the M16 (as employed by the U.S. Army). Its efficacy in lethality is demonstrated by the short time-frame of the killing spree (the killer shot himself less than ten minutes after the first shot was fired, just as the first police officer entered the school). Less efficient legal weapons would likely result in less deaths per mass killing.

Secondly, legal weapons have been used in approximately seventy five per cent of the sixty two mass killings in America since 1982, thus demonstrating the complete failure of the American licensed weapons system.

A more holistic attempt at ensuring that active weapons do not get into the wrong hands – a greater degree of federal specificity over how guns are stored; the enforced separation of gun from ammunition in storage; the ineligibility of those living with person(s) with mental health issues to possess a weapon, etc. – would indubitably result in less legal weapons being used for illegal purposes.

Such restrictions – gun control laws – would likely have limited (if not put a stop to) this mass murder.

We must also consider arguments which frame the fight against the Second Amendment; this is a debate which cannot be won solely on the defensive.

Outdated

The Second Amendment is archaic and belongs to the time of slavery and the looming threat of the British Empire. In short, a time well before the U.S. could truly have been called a democracy. Now, when federal government depends on votes to remain in power, votes are the weapons every household needs.

There is no need for every man to wield a weapon to warn off a federal army which has its hands tied controlling Afghanistan, let alone the three hundred and ten million citizens of the United States – even were they completely unarmed. Besides which, where is the organised militia such armed citizenry are supposed to belong to?

The Second Amendment is a disastrous carry-on from a past era. The eighteenth century solution (to eighteenth century issues which no longer exist) has created a twenty-first century problem.

The Statistics

The homicide by firearm rate in the U.S. is completely disproportionate to its position as a Western nation. It is only bested by developing countries and the nearest developed countries to it are Liechtenstein and Switzerland (also low gun-restriction countries).

The disproportion is by a rather telling factor of four.

One can point to all kinds of different mitigating statistics to this, but the inescapable line is that lax gun laws equal more gun murders in developed states. In the United States, unless you were to insult the entire populace with the assumption that they are more homicidal than average, a factor of four is simply too large of a difference to be challenged.

Bringing the United Kingdom in hardly helps the case – it has a gun-related homicide rate of approximately forty times smaller. The rate of gun crime has halved in the years since stricter gun laws were enforced and cannot be attributed to a culture of less crime, as the United Kingdom has a slightly higher crime rate.

It also rubbishes the claim that those without guns will find other means, as despite the higher crime rate the UK’s homicide rate is significantly smaller than that of the US, 1.2 per 100,000 against 4.2 respectively.

Conclusion

The fact of the matter is that the strength of the argument for gun control is all but irrelevant. As Sam Leith, writing in today’s Evening Standard, argues, “the issue in the US is a dialogue of the deaf because it’s about identity politics, not harm reduction”. The Second Amendment equates the gun to freedom, and as we are aware, freedom is a big word.

This is not about rationality: arguments against gun control are almost entirely constructed and founded on their ideological underpinnings. And as with any devout ideologue, the wider picture and the resultant implications are willfully and purposefully ignored.

Resultantly debate on this matter is nothing but a formality. No matter how much the facts stack up on one side, votes will be matched along these lines of identity, not of rationality. What needs to change is what “freedom” really means: that we should be looking upon it as freedom from death and suffering, not freedom to wield a weapon of your choice to cause it.

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This piece was co-authored by Peter Kelly.

Peter holds an MSc in International Security from the University of Bristol and a BA in Philosophy and Politics from Durham University. His focus is on security and conflict issues in the western world, Middle East and Africa. He runs the site A Third Opinion.

Photo credit:  Jenn Durfey

Making The US A True Partner

The complexity of the Arab-Israeli environment demands that the US accepts a role as a cooperative member of an international community seeking equitable peace, not as the sole leader. Only by shifting this reality can a solution amenable to both parties’ goals work.

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Shimon Peres and Leon Panetta

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[dropcap]T[/dropcap]he United States’ role in the Arab-Israeli conflict has been the source of widespread debate, most of it centered on the extent to which Washington can pressure the Palestinians towards a resolution. Yet, these arguments skirt around a crucial element of the continuing imbroglio: America is and will never be the idealized arbiter of Mideast peace. The sooner Washington understands this reality, or at least publicly admits it, the closer a sustainable resolution will become.

The United States is a staunch ally of Israel. This friendship is an inescapable fact. Total bilateral aid from Washington to Jerusalem has increased throughout the Obama Presidency, rising from $2,423 million in 2008 to a projected $3,115 million in 2013. Nearly all these funds are for Israeli military development, and nearly 50% of Obama’s 2010 budget for foreign military assistance — $2.8 billion — was appropriated to Israel. This level of funding has been maintained, if not enlarged. In contrast, US aid to the West Bank and Gaza has averaged just over $600 million since 2008.

These illustrative numbers underscore a far deeper, almost spiritual friendship between the Israel and the US, forged in the years after the Second World War and since fueled by the powerful pro-Israel lobby in Washington. The character of this alliance is unique, and has shaped the region. Israeli policy is founded on the recognition of US support, which is nearly unconditional, and Jerusalem would not be capable of its military operations in Gaza or Lebanon, for example, without American aid.

Of course, this friendship has been the source of much criticism from across the political spectrum. How, many ask, can anyone expect the US to be an honest broker of peace, as it proposes to be?

The answer to this question is: they cannot. It is fully within Washington’s purview to foster a powerful alliance with Israel. Such a friendship is not wholly unprecedented, as similar aid was provided to Great Britain in the 1930s. From a strictly political standpoint, sovereign nations are perfectly justified in seeking and maintaining strong defensive relationships against perceived threats. It is the implications of this aid on the peace process that worries those advocating a bilateral, egalitarian resolution.

Yet, rather than embarking on the Sisyphean task of restructuring the deeply entrenched US-Israeli relationship, the far more constructive solution would be to recognize the reality for what it is. By considering the United States as another partisan actor in the Arab-Israeli matrix, the international community might be better able to understand the true avenues and barriers to peace. As long as Washington occupies the dual role of negotiator and unwavering ally, Israel will not budge from its present course. It is not Washington’s support putting the peace process on hold, but rather the way in which this process is defined by it.

The US need not cut its bonds to Israel, but it must not disguise them. If Washington could enter into a truly multilateral negotiating body — one in which both the Israelis and the Palestinians are equally represented and considered — it could contribute to a far more sustainable solution: International, not unilateral, peace. Both the US and Israel have a real chance to achieve such a solution, as Palestinian Authority President Mahmoud Abbas makes his case for Palestinian independence at the United Nations. For a peace process founded nearly entirely on US government opinion, the likely American and Israeli opposition to statehood would deal a crippling to Abbas’ chances. Within these parameters, the framework for reconciliation simply does not exist.

Only by shifting this reality can the two-state solution — or any solution amenable to both parties’ goals — work. The complexity of the Arab-Israeli environment demands that the US accepts a role as a cooperative member of an international community seeking equitable peace, not as the sole leader.

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Photo Credit: Secretary of Defense

US Presidential Election Roundup 3/11 – 10/11

US President Barack Obama was re-elected for a second term in office on Tuesday after a close race against Governor Mitt Romney.

Polls in the final days before Election Day suggested ties in the crucial states of Florida, Ohio, Virginia and Colorado with both President Obama and Mitt Romney making final appeals to voters on Monday. President Obama spoke to 20,000 supporters in Iowa, saying, ‘This is where our movement for change began. Right here’, while Mitt Romney rallied with 12,000 voters in New Hampshire, saying that, ‘This is a special moment for Ann and for me because this is where our campaign began. You got this campaign started a year and a half ago at the Scammon Farm.’

Talking to reporters Romney revealed that he had not written a concession speech, saying, ‘I just finished writing a victory speech. It’s about 1,118 words. And, uh, I’m sure it will change before I’m finished, because I haven’t passed it around to my family and friends and advisers to get their reaction, but I’ve only written one speech at this point.’

As exit poll results emerged, both Obama and Romney remained tied for some time in Florida and Virginia, while Obama was said to have a 3% lead in Ohio.

NBC became the first network to call the election for President Obama, with Rachel Maddow confirming that, ‘We have just learned that in the state of Ohio, NBC News has projected that President Obama has won the state of Ohio. President Obama has been re-elected for a second term.’

Despite campaign staff preparing to challenge the result in states they deemed too close to call Romney eventually decided to concede, thanking his wife Ann, his running mate Paul Ryan and his campaign staff in a short concession speech in Boston and stating that, ‘The nation, as you know, is at a critical point. At a time like this we can’t risk partisan bickering and political posturing. Our leaders have to reach across the aisle to do the people’s work, and we citizens also have to rise to occasion.’ He added that, ‘I so wish that I had been able to fulfil your hopes to lead the country in a different direction, but the nation chose another leader, and so Ann and I join with you to earnestly pray for him and for this great nation.’

Advisers later describes the atmosphere in the Romney campaign as the result became clearer,  while Conservative commentators such as Bill O’Reilly were quick to analyse the Republican failure as it emerged. On Fox News, O’Reilly commented that, ‘The white establishment is now the minority,’ adding that, ‘And the voters, many of them, feel that the economic system is stacked against them and they want stuff. You are going to see a tremendous Hispanic vote for President Obama. Overwhelming black vote for President Obama. And women will probably break President Obama’s way. People feel that they are entitled to things and which candidate, between the two, is going to give them things?

President Obama delivered his victory remarks in Chicago, saying, ‘I want to thank every American who participated in this election, whether you voted for the very first time or waited in line for a very long time. By the way, we have to fix that. Whether you pounded the pavement or picked up the phone, whether you held an Obama sign or a Romney sign, you made your voice heard and you made a difference.’ The President also thanked Vice-President Joe Biden, and also said that, ‘I wouldn’t be the man I am today without the woman who agreed to marry me 20 years ago. Let me say this publicly: Michelle, I have never loved you more. I have never been prouder to watch the rest of America fall in love with you, too, as our nation’s first lady.’ The President went on to praise his campaign staff, stating, ‘To the best campaign team and volunteers in the history of politics. The best. The best ever. Some of you were new this time around, and some of you have been at my side since the very beginning. But all of you are family. No matter what you do or where you go from here, you will carry the memory of the history we made together and you will have the lifelong appreciation of a grateful President.’

Meanwhile, in the Congressional elections, Republicans retained control of the House of Representatives, while the Democrats increased their majority in the Senate. In addition, equal marriage propositions were successful in Washington state, Maine and Maryland, leading to speculation as to the implications for the Supreme Court, while recreation marijuana was legalised in Washington state and Colorado.

Following the presidential election results, footage emerged of the newly re-elected President Obama wiping tears from his face as he thanked his campaign staff. The media also picked up on the accidentally published Mitt Romney ‘Victory’ splash page and transition website.

Since the results, ABC News has drawn up a list of economic issues that President Obama will have to deal with in his second term, including the situation in Europe, payroll taxes and unemployment benefits, while Global Post has reported the international reactions to his re-election. The National Journal has scrutinised the accuracy of polling during this year’s election cycle  while the New York Times has investigated shifts in voting patterns, and the Washington Post has looked at what exit polls reflect about the concerns of voters. In addition, the Huffington Post has speculated about the President’s plans for the Supreme Court, suggesting that his re-election may allow him ‘to deepen his liberal imprint’ on the Court’. Meanwhile, the New York Times has also explored Mitt Romney’s post-election plans.

This week, The Risky Shift’s Anastasia Kyriacou wrote a piece questioning the power of the US presidency, David Schaefer explored the ambiguity of recent polling data, and Peter Kelly has analysed the difficulties President Obama may face in his second term.

Ohio’s Last Hurrah? Obama’s Electoral Strategy

Who will win the US election? Coming into the final day of the campaign, the lifeblood of political junkies – polling numbers – continues to defy easy categorisation.

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If any nationwide trend could be discerned from the mass of information across all 50 states of the Republic, it might be said that Romney edged out in front at one point, but no longer. (As I write this article, the latest news suggests that Obama is now reclaiming the lead).

Even if a majority of Americans decide to vote against him, Obama has maintained the lead in enough of the vaunted “battleground states” to secure victory in the electoral college. This is causing all manner of confusion among poll-watchers. Many of the more respected politicos have reluctantly weighed into the debate with wildly divergent views of the American electorate: do we trust the state numbers which predict an Obama victory, or go with the deadlocked national polls? Conservatives crow about the fall off in early voting among registered Democrats, suggesting that momentum isn’t being conveyed in local surveys. Liberals point to the relatively static nature of Obama’s lead over the last year, and argue that the volatile numbers don’t reflect his underlying advantages.

If Obama is the favourite, it’s due to outlying regions bucking national trends which are weighing him down elsewhere. Curiously, this phenomenon doesn’t simply break down according to past voting habits; rather, it appears to be strikingly unpredictable. Given that Obama won Ohio by just over 2 points and Colorado by more than 6, why has the former remained firmly in his column, whereas the latter is more hostile territory?

To start with, like never before in American politics, voting preferences align with identity – whether it be race, age, or gender – and the most glaring discrepancy lies among minority voters, who favour Obama by an average of nearly three to one. The most decisive shift has come from ethnic Latinos, a movement which will doom the long-term prospects of the Republican party unless it is corrected. But already, in the multiethnic America of 2012, this one-sided nature of non-white support means that while the President might govern over a divided polity, he campaigns from a position of strength. In Ohio, Obama enjoys something approaching 97 per-cent support among African Americans: if this had been replicated in 2004, John Kerry would have seen his 118,000 voting deficit in Ohio turn into a 92,000 surplus. For this reason, despite its long-standing conservatism, North Carolina remains competitive, and Nevada can be wholly written off as a swing state; its lopsided demography puts Obama ahead without much difficulty.

To be sure, white voters constitute a decisive share of the electorate in other states, and they are poised to offset much of Obama’s strength. Indeed, Romney manages to stay competitive in the national polls by chipping away at what are referred to as “aspirational voters”: self-identified moderates increasingly sympathetic to the Democratic party over the last two decades, who nevertheless remain somewhat suspicious of labour unions and redistributive taxation. These voters typically work in newer, start-up industries, and were relatively satisfied with the expansion of credit and rising property prices during the Bush years. The squabbling in Washington over the debt crisis has turned them off politics, and the poor economic outlook confirmed their defection. This explains why Obama is struggling to hold onto 2008 gains like Virginia or Colorado.

But while it might be expected that a lagging economic recovery would depress Obama’s white vote across the rest of the country, his lead is resilient in those industrial pockets which benefited from some of his administration’s more heavy-handed interventionism. In particular, the goodwill over his rescue of the American auto industry has filtered down through the chain of suppliers in Ohio’s industrial sector; he may have lost the high-technology suburbs with his talk of stagnating middle class and the need for higher taxation, but the manufacturing heartland in Ohio and Iowa is representative of a mid-western strain in American politics which responds well to issues like job security. Throughout the budget battles of 2011, Obama held back from hammering away at the Republicans over the worsening level of income inequality in American society, in large part because he feared losing upscale supporters from his coalition. But his electoral map can take the hit, and since the beginning of the year, the Obama campaign team has waged its side of the ad war on the basis of Romney’s work at Bain Capital, cutting jobs in local businesses, as well as his opposition to the auto rescue.

It now appears that Romney was mortally wounded from this onslaught, hence his desperate attempt to claiming that American car manufacturers are haemorrhaging jobs to China. Despite this, he has proven unable to reverse that first, damaging impression; some wavering white voters were reassured after his superior performance in the first debate, but the rot has well and truly set in throughout the mid-west. Obama saved many of their jobs, and they will reward him for it.

If Obama wins, it will be in large part because his strong numbers in the face of strong disillusionment among ordinary white voters. But this suggests that any coalition of his will not last beyond the moment; the remnants of the industrial belt and such a high degree of minority voters are unlikely to be united behind any Democratic Party candidate ever again. Moreover, the political agenda in Washington will inevitably turn after the economy begins to grow at a rate that is self-sustaining; once it does, “aspirational” voters will again be up for grabs.

As a result, the future of American politics should be found in the more affluent suburbs of Colorado, Arizona and Virginia. That was what Obama aimed for in 2008, and he’ll likely shift his agenda in that direction over the course of his second term. So, here’s a tip: if the Democrats are pinning their hopes on Ohio in another four years, they’re on track to lose. But this time, they might just get away with it.

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Photo credit: DonkeyHotey

 

US Presidential Election Roundup 28/10 – 3/11

This week’s roundup of the US presidential elections…

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Obama leads in Virginia [Washington Post] A new poll has given President Obama a small lead over Mitt Romney in the state of Virginia.

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New York Times endorses Obama [New York Times] The New York Times has published an endorsement of President Obama for re-election.

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Obama campaign halts amid storm [The Hill] The Obama campaign has cancelled events in order to respond to Hurricane Sandy.

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Romney focuses on storm relief [USA Today] The Romney campaign has focused on storm relief in the wake of Hurricane Sandy.

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Sandy political implications considered [Politico] Politico explores the potential effects of Hurricane Sandy on the presidential election.

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Susan Eisenhower endorses Obama [MSNBC] Susan Eisenhower, the granddaughter of President Eisenhower, has endorsed President Obama for re-election.

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Early voting continues despite storm [Washington Post] Hurricane Sandy has not affected early voting in Ohio, the Washington Post reports.

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Republicans optimistic about Iowa [CBS News] Romney campaign staff have expressed optimism over Mitt Romney’s chances of winning the state of Iowa.

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Obama ahead in Pennsylvania [Talking Points Memo] A new poll places President Obama ahead of Mitt Romney by 4 points in the state of Pennsylvania.

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Obama campaign optimistic [The Hill] Jim Messina, campaign manager to the Obama campaign, has appeared in a new ad arguing that President Obama is in the ‘dominant position’ in the presidential race.

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Super-PAC targets new states [The Hill] A pro-Romney super-PAC has focused ad campaigns in Minnesota and New Mexico.

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Obama surveys Sandy damage [MSNBC] President Obama has visited New Jersey to survey the damage done to the area by Hurricane Sandy.

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Ohio swings to ‘tossup’ [Washington Post] The Washington Post reports that Ohio has moved from leaning towards President Obama to being a ‘tossup’ according to its ratings.

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New ads attack Obama [CNN] Groups opposed to President Obama have released new ads in Michigan and Pennsylvania.

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Economist endorses Obama [The Economist] The Economist has published an endorsement of President Obama for re-election.

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Romney focuses on CEO endorsements [Wall Street Journal] Mitt Romney has sought to demonstrate the support expressed for his campaign among business executives.

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Romney ad focuses on Obama endorsements [CNN] A new ad from the Romney campaign has attempted to associate President Obama with Hugo Chavez and Fidel Castro.

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Obama to conclude campaign in Iowa [CNN] The Obama campaign has said that the President will conclude campaigning at a rally in Des Moines, Iowa on Monday.

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Romney leads in Ohio poll [The Hill] A poll commissioned by the Republican group Citizens United has Romney up by three points in Ohio.

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Obama business proposal criticised [CBS News] Mitt Romney has criticised President Obama’s proposal to introduced a Secretary of Business to the government.

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Romney criticised over auto bailout [Huffington Post] A number of groups will file an ethics complaint against Mitt Romney over his alleged failure to state auto bailout profits, the Huffington Post reports.

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‘I can smell success right now’ [CNN] Republican Vice-President candidate Paul Ryan has said that he believes the Republican ticket can win Wisconsin and Iowa.

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‘Closing arguments’ [Washington Post] President Obama and Mitt Romney have spoken at rallies, offering their closing arguments to Americans in Ohio and Wisconsin.

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Compiled by Patrick McGhee

US Presidential Election Roundup 21/10 – 27/10

This week’s roundup of the US presidential elections…

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Romney ad focuses on executive role [CNN] A new ad from the Romney campaign has focused on the executive roles of Mitt Romney and President Obama.

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Super PAC breaks fund record [Huffington Post] A super PAC that supports Mitt Romney raised nearly $15 million in September, meaning that it has now raised over $100 million overall during the election.

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Romney insists on TV show reference [Huffington Post] Mitt Romney has continued to make reference to the US television programme Friday Night Lights after being asked by the show’s creator to stop.

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‘Romnesia’ causes campaign criticism [The Hill] Members of both the Romney and the Obama campaign have spoken about President Obama’s suggestion that his opponent’s policy shifts are symptoms of ‘Romnesia’.

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Ryan campaigns in Iowa [ABC News] Paul Ryan has spoken at a campaign event in Iowa on the Republican ticket’s chance of victory.

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Poll suggests tie [NBC] A new poll suggests that the presidential election is tied at 47%.

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Obama campaign targets environmental issues [The Hill] An email sent to environmentalists has sought to demonstrate President Obama’s stance on green issues.

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Ohio polls suggest close result [CNN] A new series of polls suggests a close race in the battleground state of Ohio.

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Campaign finances compared [Huffington Post] The Huffington Post contrasts the way in which each campaign has handled its campaign finances.

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Third presidential debate takes place [New York Times] The third presidential debate took place this week with a focus on foreign policy issues.

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Polls suggest Obama debate win [National Journal] Poll results following the third presidential debate favoured President Obama.

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Debate viewing figures released [The Hill] Nielsen Ratings reports that the third presidential debate was watched by around 59.2 million people, fewer than the previous debates.

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Obama comments on close race [NBC] President Obama has said that he is not surprised at the closeness of the presidential race.

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Campaigns tied among women [The Hill] Mitt Romney has a national lead and is tied with President Obama among women, a new poll suggests.

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Ryan reveals Halloween plans [CNN] Republican candidate for Vice-President has shared his plans for Halloween.

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Cheny and George HW Bush campaign for Romney [CNN] CNN reports that former Vice-President Cheney and Former President George HW Bush will attend Romney campaign fundraisers.

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Romney speaks on ‘change’ [The Hill] Mitt Romney has said that if elected, he and Paul Ryan will ‘bring big changes’ and described President Obama’s approach as ‘status-quo’.

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Campaigns confident in early voting [NBC] Both campaigns have expressed confidence over the impact of early voting in Ohio.

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Obama campaign comments on interview [Yahoo News] The Obama campaign has sought to explain remarks apparently made by the President in a soon-to-be published Rolling Stone interview in which he suggests Mitt Romney is ‘a bullshitter’.

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Ann Romney discusses food shopping [ABC News] Ann Romney has appeared on the Rachel Ray Show, where she discussed groceries.

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Obama votes early [The Guardian] President Obama has become the first president to cast his vote early, in an effort to encourage others to do so.

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Washington Post endorses Obama [Washington Post] The Washington Post has publically endorsed President Obama.

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Powell criticised for Obama support [Huffington Post] Senator John McCain has criticised Colin Powell for declaring his support for President Obama.

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Obama leads in Iowa and Wisconsin [Public Policy Polling] New polls suggest President Obama leads in Iowa and Wisconsin.

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Poll suggests close race in Nevada and Colorado [The Hill] A poll has found that President Obama has a three-point lead in Nevada and is tied with Mitt Romney in Colorado.

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Obama campaign reports finances [CNN] The Obama campaign has revealed that it raised around $90.5 million in the first part of October.

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Obama discusses Trump [Huffington Post] President Obama has joked about Donald Trump on The Tonight Show With Jay Leno.

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Obama leads early voting [Reuters] Reuters report on the percentage of votes cast early, as polls suggest President Obama leads early voting.

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Compiled by Patrick McGhee.