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La crisi siriana e l’ideologizzazione del conflitto

Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

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[dropcap]I[/dropcap]l 4 ottobre del 2011 una risoluzione di condanna promossa dalle Nazioni Unite (redatta in primis da Francia, Inghilterra e Germania) contro l’aspra repressione del regime siriano nei confronti della protesta esplosa ad inizio anno, veniva rigettata per il veto russo e cinese in sede di Consiglio di Sicurezza.

Tanto la proposta di risoluzione quanto il veto evidenziarono già allora una composizione definita, seppur dinamica, degli schieramenti creatisi attorno alla crisi siriana. La vera e propria guerra civile poi divampata ha dimostrato come il conflitto interno e la frammentata opposizione al regime, composta da anime tra loro disomogenee e con interessi confliggenti, sono divenuti un vero e proprio luogo di scontro per le grandi potenze mondiali. Si può dunque delineare, con uno sforzo sintetico, un conflitto a sfere concentriche prive di confini certi che va dal locale al globale, passando per quello regionale.

La prima e più piccola sfera è rinvenibile nella rivolta contro il regime d’inizio 2011 e il successivo conflitto civile. Esso poi racchiude anche le molteplici diatribe latenti di tipo etnico, religioso e culturale del fronte anti-regime pericolosamente frammentato e disomogeneo. La seconda sfera, quella regionale, viene a plasmarsi con le prime prese di posizione sulla crisi di Turchia, (dove ha sede fra l’altro il Consiglio nazionale siriano, anima preminente dell’opposizione ad Assad), Arabia Saudita e di larga parte della Lega Araba a sostegno degli oppositori con le dure accuse al regime; dall’altra parte, le voci di Iran e Iraq levatesi a supporto del governo di Damasco, a dimostrazione di una partita per l’egemonia nell’area dalla quale dipendono la stabilità e il futuro dei suddetti paesi. L’ultimo tassello, in ordine temporale e dimensionale, è quello che rappresenta la sfera globale, con il coinvolgimento internazionale di attori esterni all’area regionale nella crisi siriana, con il rischio di una sua militarizzazione globale.

Il possibile intervento militare statunitense in Siria è stato soltanto l’ultimo evento di una vicenda che ha visto coinvolti, in precedenza, altri protagonisti ansiosi di mettersi in mostra e recuperare una rinnovata centralità nel Medio Oriente. Da un lato Francia e Regno Unito che, sin dai primi mesi del 2011, sono stati scrupolosi e interessati promotori di quasi tutte le risoluzioni di condanna al regime di Assad, fiutando la possibilità di rivestire un nuovo ruolo nella regione facendosi spazio in uno scenario geopolitico imprevedibile, fluido e in ridefinizione. Non va inoltre trascurata la necessità per questi due paesi di recuperare prestigio internazionale agli occhi di Stati Uniti, Russia e Cina. Dall’altro lato, a supporto di Damasco, ci sono proprio Russia e Cina con le quali si è aperto immediatamente uno scontro, soprattutto in sede ONU, scaturito con i veti alle suddette risoluzioni. Questi hanno alimentato risentimenti e tensioni sfociate in un reciproco scambio di piccate dichiarazioni, con l’accusa delle violazioni dei diritti umani da un lato, e la difesa del principio di non-ingerenza da parte di russi e cinesi.

L’escalation della crisi siriana, avvenuta in seguito all’uso di armi chimiche, ha paventato la possibilità di un intervento militare (sulla falsariga di quello libico) per favorire una transizione e porre fine alle violenze. Stiamo dunque assistendo ad una sorta di generale ri-ideologizzazione delle posizioni, con un richiamo a comportamenti simili a quelli dei decenni precedenti la caduta dell’Unione Sovietica. Come ben descritto da Sergej Karaganov, “accade qualcosa di strano alla geopolitica mondiale: sta tornando a ideologizzarsi”.

Secondo Karaganov, la debolezza che oggi più di prima colpisce istituzioni come ONU, Unione Europea, G-8 e G-20, è sintomatica di un mutamento in corso da più di un decennio, che favorisce questo nuovo processo di ideologizzazione. La crisi siriana dimostra una situazione geopolitica molto complessa: l’interdipendenza politica ed economica che vige attualmente nei rapporti internazionali non permette la definizione di strategie d’intervento e scelte sovrapponibili a quelle del passato nonostante le azioni messe in atto dalle maggiori potenze si ispirino ad esse. Un esempio pratico di questo status quo è proprio ciò che è accaduto, nello specifico, negli ultimi due mesi in Siria.

Barack Obama, dopo aver preso tempo evitando il coinvolgimento diretto vincolandolo all’utilizzo di armi chimiche, si è visto costretto, come sostenuto da Panebianco, “a ricostruire almeno un po’ della credibilità perduta”, proponendo un intervento militare addirittura unilaterale.  Ciò ha scatenato reazioni di timore e preoccupazione fra alleati e avversari, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti anche in seno all’alleanza atlantica. Il Regno Unito, che dall’inizio della crisi è apparsa propenso ad un’interferenza nelle dinamiche siriane, si è progressivamente defilato, fino a dichiarasi contrario all’intervento armato. La Francia, seppur più decisa sull’intervento, ha posto cautele. Il presidente americano ha dovuto poi gestire l’opposizione politica interna, un’imponente ondata di pacifismo mediatico e le fredda reazione dei colleghi all’ultimo G20, che ha ulteriormente indebolito la sua tardiva presa di posizione.

Dall’altra parte, il presidente russo Vladimir Putin, fermo e convinto sostenitore di una risoluzione diplomatica della faccenda, ha agito secondo una logica di realpolitik. Sfruttando la sua influenza su Damasco, il premier russo ha proposto la definizione di un trattato per la messa al bando delle armi chimiche (firmato il 14 settembre scorso) costringendo Assad ad aderire, pur difendendolo dalle critiche internazionali. Ciò ha permesso al fronte pro-Assad di guadagnare tempo, vanificando così i tentativi di Obama che, negli stessi giorni, era impegnato in una maratona mediatica per guadagnare l’appoggio del Congresso all’azione militare.

Poco importa, quindi, che Ban Ki-moon abbia poi pubblicato i risultati degli osservatori che testimoniano l’utilizzo delle armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano, o che siano stati violati diritti umani, civili e politici. Emergono molti interrogativi in seguito alla piega assunta dagli avvenimenti siriani: la comunità internazionale è realmente capace di rispondere alle difficili sfide che tali conflitti pongono? Gli attori coinvolti su scala globale sono disposti a farsene carico seriamente mettendo da parte interessi e prese di posizione aprioristiche? In che misura l’interdipendenza nei rapporti politici, economici, sociali impedisce politiche estere efficaci e razionali?

Le risposte date finora sono poco incoraggianti come dimostrano i drammi di Libia, Egitto, Tunisia, solo per citare i più recenti. L’instabilità che ancora persiste mostra, evidentemente, l’impotenza della comunità internazionale.

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Photo Credit: Freedom House

Serbia e Kosovo, il sottile confine tra verità politica e giuridica

Sono 98 i Paesi aderenti all’ONU, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, che riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi BRICS – negano un suo riconoscimento formale.

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[dropcap]“O[/dropcap]ggi è una giornata storica, un momento decisivo per il Kosovo e per la regione”. Con queste parole il primo ministro kosovaro, Hashim Thaci, lo scorso 2 aprile, aveva aperto l’ultimo incontro con Ivica Dacic, suo omologo serbo, a Bruxelles. Le trattative, vertenti sullo status della regione settentrionale (“Kosovska Mitrovica” o “Mitrovica”) del neo costituito Kosovo, assumono un valore particolare, tenuto conto del riconoscimento mai avvenuto da parte serba dello Stato kosovaro medesimo.

Proprio attraverso queste trattative, si potrebbe giungere a una nuova epoca per gli Stati coinvolti, per la regione balcanica e per l’Unione Europea (“UE” o “Unione”). Infatti, dallostatus giuridico di Mitrovica, almeno in parte, dipende il riconoscimento serbo di Pristina e da questo, a sua volta, la possibilità di ammissione della Serbia all’Unione.

Il 17 febbraio 2008, le autorità di Pristina, futura capitale, dichiararono l’indipendenza del Kosovo, regione con popolazione prevalentemente albanese, situata nella parte meridionale dello Stato serbo, al confine con Montenegro, Albania ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Allora, come oggi, il Kosovo beneficia del supporto amministrativo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (“ONU” o “Organizzazione”), come disposto dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza del 1999 (“UNMIK”).

Attualmente, 98 dei Paesi aderenti all’Organizzazione, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi cdBRICS – negano un suo riconoscimento formale.

Kosovska Mitrovica e, dunque, le trattative di martedì scorso appaiono determinanti per lo sblocco dei negoziati, in atto dal 2008, tra Belgrado e Pristina. Infatti, sebbene il Kosovo sia in maggioranza popolato da comunità albanesi, rappresentati circa il 90% della sua popolazione totale, le comunità serbe sono presenti e si concentrano nell’area settentrionale del neo Stato, in prossimità di quello serbo.

Una soluzione relativa a suddetta regione, potrebbe rivelarsi decisiva ai fini del riconoscimento serbo dell’intero Kosovo. Ciò comporterebbe almeno due rilevanti conseguenze. In primo luogo, verrebbe meno un notevole impedimento per l’ammissione serba all’UE e, quindi, per la possibilità di ulteriore allargamento di quest’ultima nella regione balcanica. In secondo luogo, l’azione serba potrebbe indurre altri Paesi a concedere quel riconoscimento politico fino a oggi negato e rappresentare una chance per l’affermazione di vecchi e nuovi equilibri internazionali.

Le trattative e, dunque, il riconoscimento assumono valore prettamente politico. Infatti, da un punto di vista giuridico, è prevalente l’orientamento che individua come elementi essenziali, per la costituzione del nuovo Stato, i cd. criteri di Montevideo.[1] Lo Stato, per essere tale, deve soddisfare precisi requisiti, con riguardo alla popolazione, al territorio e al governo, nonché alla capacità di instaurare delle relazioni giuridicamente rilevanti con altri soggetti di diritto internazionale.

A sostegno di quanto sostenuto dalla prevalente dottrina di diritto internazionale, in passato, è intervenuta la stessa Corte Internazionale di Giustizia (“Corte”). In particolare, già nel parere del 22 luglio 2010, la Corte non riconobbe alcuna violazione del diritto internazionale nell’unilaterale dichiarazione d’indipendenza ma, d’altra parte, neppure si espose per validarne il contenuto.

In seguito, si presentarono alla comunità internazionale nuovi casi, con simile oggetto, che confermarono quanto ritenuto dall’orientamento giuridico prevalente (rilevano, di recente, i casi di dichiarazione d’indipendenza della regione del Mali, Azawad, il 6 aprile 2012 e delriconoscimento della Palestina, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre scorso), ossia la natura dichiarativa e non costitutiva del riconoscimento.

Sebbene, dunque, il riconoscimento serbo del Kosovo assuma valore prevalentemente politico e in nessun caso costitutivo, continua ad apparire estremamente rilevante per diversi attori ed equilibri.

Martedì 9 aprile, la Serbia ha infine annunciato di non essere disposta a sottoscrivere le proposte avanzate dalle autorità di Pristina, in accordo con l’Unione, in riferimento a Kosovska Mitrovica. Le proposte, infatti, non terrebbero in alcun modo conto degli interessi nazionali serbi, secondo Belgrado. Le trattative continueranno, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma dovranno essere altresì considerate le pretese serbe: autonomia esecutiva e amministrativa di Mitrovica, in materia di sicurezza, di polizia e di giustizia.

Nonostante i primi, immediati, segnali di disappunto da Bruxelles, si attendono i formali rapporti della Commissione europea e le considerazioni di Catherine Ashton dinnanzi al Consiglio Affari Esteri, rispettivamente il 16 e il 22 aprile prossimi. È ragionevole ritenere che, almeno da un punto di vista politico, in quelle occasioni verranno prese posizioni non soltanto in riferimento alle relazioni serbo-kosovare, ma anche ai futuri programmi di allargamento dell’Unione e dei rapporti di quest’ultima con l’intera comunità internazionale.[2]

[toggle title=”Note”]

[1] Sanciti con l’omonima convenzione del 1934, sono oggi pacificamente ritenuti appartenenti al diritto internazionale consuetudinario.

[2] Si ricordi che la mediazione dell’Unione Europea, nei rapporti tra Kosovo e Serbia, è stata accolta e incoraggiata dalla comunità internazionale mediante la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 10980 del 9 settembre 2010.

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Photo Credit: Aardvark EF-111B

 

Terrorismo? Quale terrorismo? Come la comunicazione aggrava il problema della definizione

Perché è così difficile definire il terrorismo?

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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[dropcap]T[/dropcap]rovare una definizione per la parola ‘terrorismo’ è di certo uno dei rompicapi più impegnativi dell’epoca moderna. Tale fenomeno si manifesta all’interno di un complesso mosaico di problematiche che influiscono sul breve tempo che si ha a disposizione per poterlo valutare. Sebbene sia diventato elemento cruciale della maggior parte delle agende politiche già all’indomani dell’11 Settembre, ancora non vi è un consenso unanime circa la sua definizione. Per citare un esempio, nel secondo dibattito presidenziale Mitt Romney ha criticato aspramente il presidente Obama per non aver definito l’attacco all’Ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi un attentato terroristico, cosa che il Presidente in carica ha fatto solo due settimane dopo lo stesso.  In maniera simile, il leader libico ad interim ha definito la vicenda come un atto di violenza criminale. I politici prima, e i media poi, si sono dimostrati riluttanti, imprecisi e vaghi nel voler far rientrare questi avvenimenti sotto l’etichetta di atti di natura terrorista. Il presente saggio presenterà dunque una parte di quello che è il dibattito intorno al problema della definizione, sebbene alcune questioni saranno omesse. Tuttavia poiché il terrorismo è strettamente collegato a motivazioni di carattere politico e a ragioni retoriche, che vanno di pari passo con l’evoluzione della comunicazione moderna, è comprensibile la difficoltà nel trovare una definizione univoca al concetto.

Alcune definizioni

Il primo passo da compiere è capire perché è così importante fornire una definizione del termine. A partire dall’11 Settembre, la parola ‘terrorismo’ è entrata a far parte sempre di più del lessico della società moderna, tanto da rievocare nell’immaginario collettivo immagini alquanto violente, di sacrificio e catastrofe. Sappiamo tuttavia comprendere ciò che è davvero il terrorismo? Molti accademici e professionisti si cimentano costantemente nella ricerca di una definizione e, allo stesso tempo, rifiutano quelle già esistenti. Walter Laqueur, che è forse il più illustre della categoria, sostiene che una definizione “non esiste e non la si troverà in un prossimo futuro.” Allo stesso modo, Jeremy Waldon e George Fletcher, in opere separate, riconoscono che ci sono troppe domande ma non risposte sufficienti. Entrambi sembrano lontani da una reale definizione e credono piuttosto che il miglior modo per capire cosa sia il terrorismo sia quello di assistere a una delle sue manifestazioni.

Anche l’Ambasciatore britannico alle Nazioni Unite pare essere sulla stessa linea d’onda. In un discorso successivo all’11 Settembre ha evitato di darne una definizione affermando, “ci dobbiamo concentrare su questo concetto: il terrorismo è il terrorismo … ciò che appare, puzza e uccide come il terrorismo è solo terrorismo.” Tuttavia, se il terrorismo viene considerato come una questione transnazionale, e non all’interno di un paradigma Stato-centrico, sostenere che ogni attacco terroristico presenti determinate caratteristiche che sono sempre evidenti, non solo è banale, ma va a discapito di ogni tentativo di progettare una strategia antiterrorista vincente.  Se, dunque, il terrorismo è una questione globale che interessa diversi Paesi, la sua definizione è di vitale importanza per capirlo e, infine, combatterlo.

È opportuno pensare che la lotta al terrorismo necessiti di una definizione, per quanto sia un’impresa molto ardua. Alex Schmid, il cui pensiero è diventato una pietra miliare all’interno del dibattito definitorio, ha posto l’accento sui “metodi derivati dall’ansia” che sono inflitti alle vittime “generalmente scelte… (bersagli di opportunità).” Un particolare interessante è che egli annovera gli attori statali all’interno della sua definizione e quindi aumenta la necessità di una classificazione in quanto non separa chi o che cosa commette gli atti di natura terrorista. In una risposta diretta a Schmid, Weinberg non include elementi di carattere psicologico all’interno della sua definizione ma pone bensì la politica come ragione principale dietro la strategia terroristica. Allo stesso modo Bruce Hoffman sostiene l’importanza delle motivazioni di carattere politico e le considera lo strumento principale per comprendere il modus operandi dei terroristi. Tuttavia, motivare che un gruppo terrorista agisca esclusivamente per ragioni politiche chiarisce solo un aspetto della questione, così come se si ignorano le motivazioni religiose o ideologiche l’ambito di analisi ne risulterà limitato. John Horgan si allontana dall’idea di Weinberg, mettendo l’accento sull’uso psicologico del ‘terrore’ che, nelle sue parole, “rivela una parte del mistero” nella comprensione del terrorismo.

 L’uso del terrore è di vitale importanza per valutare un attacco perché, come sostiene John Mueller, rompe il codice morale penale rispettato da quasi tutte le popolazioni. Pertanto, la comprensione delle potenziali tattiche e dei target individuati non solo aiuta a polarizzare attori statali e non-statali, ma permette anche una migliore comprensione dei potenziali obiettivi di un gruppo. Non vi può essere una definizione univoca ed esclusiva, ed è appropriato sostenere che il dibattito accademico aggiunge maggiore incertezza alla definizione di terrorismo. In ogni caso, se proprio si volesse utilizzare un singolo concetto esplicativo di terrorismo, questo includerebbe inevitabilmente una serie di parametri che siano in grado di valutare l’attività terroristica.

L’uso improprio del termine ‘terrorismo’

L’ambiguità del mondo accademico su come interpretare le manifestazioni del terrorismo, contribuisce a lasciare irrisolto il problema concettuale. Generalmente, il modo in cui gli attori politici e personalità influenti utilizzano tale termine, ha una valenza molto più ampia, che distoglie dal vero significato e dall’uso del sostantivo ‘terrorismo’. All’interno della sua opera provocatoria, ‘Intrappolati in una Guerra al Terrore’, Ian Lustick affronta l’argomento  ponendo l’accento su come il terrorismo è diventato il fondamento cruciale della politica di Bush. I discorsi pregni di sentimenti patriottici che rimandavano a nostalgiche emozioni di guerra, hanno aiutato a legittimare le decisioni politiche dell’ex Presidente, e a fuorviare la percezione della gente da ciò che effettivamente è il terrorismo. Si trova riscontro di quanto detto negli svariati errori commessi dall’amministrazione Bush nel tentativo di combattere una ‘guerra al terrore’.

Altrettanta confusione è riscontrata nel momento in cui il terrorismo è analizzato, o quando un attacco pare enucleare tutte ‘le caratteristiche e le sensazioni (suscitate da un atto) di terrorismo’: è in questo momento che si ricorre al termine per eludere la mancanza di consenso unanime sulla natura di un atto così violento. Le semplificazioni imposte a livello governativo sono inesorabilmente e ulteriormente aggravate dall’uso sistematico di un “allarmismo apocalittico”, in cui viene impiegata una soffocante varietà di  tattiche intimidatorie – in particolar modo negli Stati Uniti. Ad esempio, la politica concernente la Homeland Security (attività di sicurezza interna contro il terrorismo, NdT) non solo descrive solo la minaccia di terroristi in possesso di armi CBRN, ma anche la loro capacità di utilizzare queste stesse armi “da casa all’estero”. Dichiarazioni imprecise e approssimative sembrano celare altre motivazioni. Fred Kaplan ha sostenuto sulle pagine del The Guardian che “le politiche messe in atto riscuotono il massimo sostegno se sono legate alla guerra al terrorismo”. Di conseguenza, se si adopera il terrorismo in correlazione ad altri argomenti di natura politica, al fine di acquisire il sostegno dell’opinione pubblica, un problema di ordine metodologico sorge inevitabilmente: è possibile separare la realtà dalla finzione ed essere finalmente in grado di fornire una definizione precisa dell’oggetto in questione?

Il ruolo esclusivo della comunicazione

La manipolazione interpretativa dei governi sulla natura del terrorismo è aggravata dallo sviluppo di fenomeni legati alla globalizzazione e al conseguente sviluppo tecnologico che, parafrasando Manuel Castells, ha creato un “nuovo spazio di comunicazione” nei centri di potere. La diffusione di alcune idee politiche presso popolazioni e territori precedentemente estranei e geograficamente distanti, e le accresciute possibilità di comunicazione tra le comunità emigrate con la propria madrepatria, ha creato una complessa dicotomia bollata da Sir Richards come “rete globale di rivendicazioni.” La rapida crescita della tecnologia e l’esplosione dei social media hanno trasformato pareri e opinioni in uno spazio informativo virtuale. Questo permette alle persone di muoversi “rapidamente e senza fili” all’interno di un mondo virtuale. David Betz ha correttamente definito questo fenomeno come il Web 2.0, in cui tutti i vettori della società interagiscono simultaneamente e, di conseguenza, il pubblico non ricopre più il ruolo di spettatore passivo ma rappresenta invece la componente attiva del mondo dell’informazione.

Le tecnologie moderne hanno dunque fornito una potentissima piattaforma per attuare una comunicazione orizzontale attraverso un arcipelago di confini nazionali e internazionali. Se il messaggio è incorretto o fuorviante può scatenare conseguenze imprevedibili, dal momento che fornisce informazioni errate ad un’intera comunità. A tal proposito, i messaggi politici stanno diventando sempre più messaggi mediatici e hanno l’immediata capacità di influenzare tutti i campi della società. D’altro canto, la tecnologia moderna permette ai cittadini la possibilità non solo di eludere i controlli statali tradizionali, ma anche di trasmettere informazioni false. Questo è ben noto all’interno della relazione sulla tecnologia del Generale David Richards nella quale sostiene che la comunicazione moderna “si situa ben oltre la capacità dello Stato di esercitare il proprio controllo senza minacciare tutte le altre funzioni di quello stesso Stato.” Ciò nonostante, tale affermazione è vera in entrambi i sensi e pertanto i governi sono in grado di esercitare un certo grado di autonomia nell’uso dei processi mediatici moderni. Pertanto, come sostiene David Kilcullen, i fini e i mezzi che conducono allo sviluppo di fonti d’informazione si caratterizzano per una scarsa trasparenza che rende molto difficile distinguere l’origine o l’affidabilità delle fonti stesse.

Difatti, un messaggio del governo diventa immediatamente l’input per l’elaborazione dei messaggi da parte dei media, e il relativo output ricopre un ruolo cruciale nel plasmarne la definizione. Se anche il terrorismo è sottoposto a questi filtri di comunicazione, va da sé che il risultato sarà un caleidoscopico insieme di definizioni. Tali definizioni, a loro volta, vengono poi servite all’opinione pubblica, ai leader e ai soliti stereotipi sulla politica estera. A tale proposito John Horgan sostiene che per analizzare il terrorismo nel suo insieme di definizioni è necessario discostarsi dai media. Tuttavia, ottenere un tale distacco appare molto difficile poiché i governi sono i primi attori che sempre più spesso ricorrono ad un utilizzo del termine in un contesto erroneo, con i media pronti ad associarlo a questioni di carattere politico.

Conclusioni

Questo questo saggio ha preso in considerazione una varietà di fonti ma non ha proposto in alcun modo una conclusione esaustiva sul dibattito concernente il problema della definizione. Si è voluto porre l’accento sul ruolo del governo statunitense per via del suo compito esclusivo nella lotta al terrorismo, in quanto le indagini portate avanti in altri Paesi avrebbero potuto generare conclusioni molto diverse. Ad ogni modo, la cattiva informazione imposta dai governi potrebbe riferirsi ad ambiti diversi della vita di tutti i giorni, e le conseguenze della stessa sono ulteriormente aggravate dalle modalità della comunicazione moderna. In ultima analisi, questo rende ancor più arduo il tentativo di fornire una definizione precisa di terrorismo.

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Saggio tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Terrorism is Terrorism? How Communication Exacerbates the Definitional Problem

Photo Credit: bixentro

L’intervento francese in Mali: una trappola fuori controllo

Se vuole evitare di rimanere intrappolata nel suo Afghanistan, la Francia farebbe meglio a darsi obiettivi limitati. 

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[dropcap]L[/dropcap]a Francia si è inserita nel conflitto in corso in Mali a seguito di un’improvvisa azione ribelle nel sud del Paese. Senza che l’esercito maliano fosse capace di contrastarne l’offensiva, alcune città strategiche sono cadute nelle mani degli Islamisti: per questo motivo, le forze militari francesi si sono mobilitate nella speranza di arginare l’avanzata ribelle verso la capitale Bamako. L’esercito francese ha bombardato le roccaforti di Gao e Kidal, schierando inoltre le proprie truppe attorno alla capitale e alla provincia di Mopti.

Quello malese ha tutte le caratteristiche di un conflitto moderno, che vede opporsi, ad un governo debole, una rete transnazionale di gruppi armati non-statali. Ciò avviene in un’area, quella del Sahel, attraversata da confini porosi: sono i residui del passato coloniale francese, in pratica linee immaginarie tracciate nella sabbia.

Il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha definito l’azione francese una misura temporanea: un intervento   di poche settimane, in attesa delle truppe dell’ECOWAS, per arginare l’avanzata dei ribelli. Ma tali promesse saranno difficili da mantenere, poiché la durata del conflitto è fuori dal controllo della Francia, che potrebbe rimanervi invischiata a lungo se non si atterrà agli obiettivi chiari e limitati dell’ONU.

Il piano originale, per motivi logistici e di coordinamento, non prevedeva l’impiego di 3.300 forze locali fino al settembre 2013; un numero reputato comunque esiguo da alcuni ambienti militari. L’attacco preventivo degli Islamisti ha cercato di approfittare di tale inferiorità, per conquistare più territorio e quindi anche maggiore credibilità  al tavolo delle trattative. Il precipitare degli eventi ha smentito il presidente francese Hollande, che aveva assicurato di non voler impiegare soldati sul territorio. Inoltre, dopo l’abbattimento di un elicottero militare, le autorità francesi hanno dovuto riconoscere che le milizie ribelli fossero meglio equipaggiate di quanto si pensasse inizialmente. Il piano attuale ha dunque dovuto aggiornarsi, prevedendo addirittura l’impiego di 2.500 unità aggiuntive.

L’obiettivo di Le Drian, Ministro della Difesa francese, sarebbe quello di estirpare dalla regione ogni radice terroristica: secondo recenti ammissioni, ciò  protrarrebbe notevolmente la durata dell’intervento. In aggiunta, Vincent Desportes, generale francese in pensione, ha dichiarato che gli obiettivi attuali della Francia sono quelli di securizzare la capitale e i cittadini francesi; rinforzare la propria linea di azione presso Konna (700 km da Bamako); addestrare, per la riconquista del nord del Mali, truppe dagli stati africani di Niger, Burkina, Benin, Togo e Senegal [nelle relazioni internazionali,  la securizzazione è l’impiego di mezzi non ordinari in nome della difesa della sicurezza. Elaborata da  Barry BuzanOle Wæver e Jaap de Wilde, la teoria della securizzazione combina pensiero costruttivista e realismo politico. Ogni atto di securizzazione si compone di tre elementi principali: un agente securizzante, un obiettivo minacciato e un pubblico, sui cui ricade l’effetto dell’azione securizzante, da convincere della sua necessità. NdT].

Nel breve termine,  la Francia ha quasi portato a termine i primi due; in ogni caso, l’imminente “africanizzazione” del conflitto,  che vedrebbe schierare truppe maliane e dell’ECOWAS,  potrebbe subire complicazioni legate all’anticipazione rispetto ai piani iniziali. Ma tale urgenza è richiesta dalla probabilità di espansione del conflitto, che  allo stato attuale  ha già coinvolto due Paesi confinanti. Il 16 gennaio, l’Algeria ha subito un’azione di rappresaglia per la concessione del suo spazio aereo: un attacco ad un impianto di gas, senza precedenti nemmeno nei tumultuosi anni ‘90:

L’Algeria,  pur avvezza a combattere gruppi islamisti armati sul territorio nazionale, aveva sempre espresso riserve sull’opportunità di un intervento  in Mali. Ma molto probabilmente l’attacco nel cuore del Paese, con i suoi numerosi ostaggi, farà desistere l’Algeria dalla volontà di un dialogo politico con il principale gruppo islamico Ansar-Eddine. L’impianto attaccato nei pressi di In Amenas è più vicino alla Libia che al Mali: e se i confini politici hanno poco significato, il teatro del conflitto si prospetta molto più vasto.

La Francia, però, non dovrebbe aspettarsi molto dall’Algeria, potenza militare egemone nell’area del Sahel, ma quasi esclusivamente nei confronti di Stati sostanzialmente deboli  come il Mali. L’intervento diretto dell’Algeria costituirà, molto  probabilmente, un incentivo per i francesi; in ogni caso, al di fuori del territorio nazionale, le capacità dell’esercito algerino sono tutte da verificare, anche perché ci si aspetta che  le stesse saranno impiegate per la difesa dei relativi confini.

Pertanto, è altamente probabile che la Francia si areni in un lungo conflitto in cui si ritrovi coinvolta tutta la regione del Sahel. Nel peggiore dei casi, il Mali diventerebbe l’Afghanistan della Francia; in alternativa, per la nazione si prospetterebbe un insuccesso simile a quello degli Stati Uniti in Somalia. L’impiego di truppe dell’ECOWAS resta determinante, sebbene il suo apporto effettivo rimanga da verificare. Se vuole evitare di rimanere intrappolata nel suo Afghanistan, la Francia farebbe meglio a darsi obiettivi limitati.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Avoiding The Entanglement Trap Lies Beyond French Control

Photo credit: fdecomite

29 Novembre 2012: In Medio Oriente è Ancora Primavera

Perché, a due anni dall’esplosione della Primavera araba nella regione magrebina e all’espansione della rivoluzione verso le estremità più orientali del mondo arabo-islamico, le conseguenze più straordinarie del cambiamento si producono, ancora oggi e con rinnovata energia, sulla scena mediorientale.

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[dropcap]A[/dropcap] partire dal dicembre 2010, il mondo arabo è stato travolto da una nuova stagione di cambiamenti, da una primavera e dal risveglio politico e sociale che l’ha caratterizzata. La rivoluzione tunisina, inaugurata con l’atto estremo ed emblematico del dissidente Mohamed Bouazizi, per denunciare i maltrattamenti subiti dal regime precedente, ha rappresentato la miccia che ha determinato lo scatenarsi de al-Thûrât al-ʻArabiyy, ossia delle ribellioni arabe. Uno a uno, i Paesi del cosiddetto mondo arabo, sono stati sconvolti da denuncie e pretese, avanzate dai propri cittadini a voce unisona, con determinazione e violenza: improvvisamente, e fieramente, respingendo ogni sorta di compromesso, il demos (popolo) ha reclamato la propria cratia (potere).

Sarebbe tuttavia incompleto e, dunque, per certi versi inesatto, sostenere che le nazioni arabe si siano opposte ai propri rappresentanti per le stesse motivazioni. Sarebbe riduttivo immaginare la Primavera araba quale movimento unitario, senza valutarne le specificità di ogni singolo Paese che ne ha fatto e, in alcuni casi, continua a farne parte. D’altra parte, sia il demos che la cratia, possono essere intesi e variare sensibilmente. Cosicché, se in alcuni casi il cambiamento si è compiuto rapidamente e ha portato i frutti sperati, in altri, è stato brutalmente represso e isolato mentre, in altri ancora, si esplica ancora oggi con effetti inaspettati.

Il Medio Oriente, ancora una volta al centro dell’attenzione internazionale, manifesta e subisce la rivoluzione. La primavera è dilagata nel Nord Africa, nella Penisola Arabica, ha sfiorato le coste del Mediterraneo orientale, per poi tornare ancora nel Maghreb e in Libia. Infine, la primavera sboccia, durante questi ultimi mesi e precisi istanti, nel Medio Oriente. Catalizzatore di diverse problematiche internazionali, da tempi immemori, la regione mediorientale ospita nuovamente il teatro degli scontri più acuti, dall’inizio dell’ondata rivoluzionaria.

L’Egitto, dopo decenni di oppressione retta dal Presidente Hosni Mubarak, è insorto. La guida del Paese, a partire dal 2012, è stata consegnata dal popolo al partito dei Fratelli Musulmani, giudicato dal regime precedente illegale e perfino non candidabile a elezioni. Il cambiamento estremo, sebbene sconsigliato e contrastato da molti stessi egiziani, si è generato come reazione alla violazione sistematica dei diritti umani, indirettamente ammessa dal medesimo dettato costituzionale.

Analogamente, la Siria è stata governata per anni da uno stato di emergenza, risalente al decreto legislativo n. 15 del 22 dicembre 1962. Da allora, fino alla violenta opposizione scatenatasi all’inizio del 2011 e ancora in corso, il partito Baath ha negato diritti fondamentali al proprio popolo, protetto da una costituzione impropriamente definita democratica.

Ancora, mentre l’Iraq è in fiamme dal 2003, il Libano ha subito l’ennesimo attentato alle proprie istituzioni lo scorso ottobre, con l’esplosione di un’autobomba che ha visto l’uccisione del generale Wissam al-Hasan, capo del servizio informazione della polizia libanese. La Giordania, alleato strategico dell’Occidente, è riuscita a gestire gli effetti della primavera fino ad oggi, ma si avvia alle elezioni parlamentari, programmate per il 23 gennaio prossimo.

Infine, i territori palestinesi e lo stato d’Israele, sebbene quest’ultimo non possa essere tecnicamente incluso nel mondo arabo. Acuti scontri si sono consumati nelle ultime settimane, principalmente nella Striscia di Gaza e nella regione meridionale dello stato israeliano, tra le forze militari di quest’ultimo e le forze politiche dominanti della prima. Le perdite umane sono state importanti, soprattutto nella società civile o, meglio, nelle società civili, mentre la tregua è stata mediata dalla presenza egiziana.

Tuttavia, ciò che è accaduto in seno all’Assemblea generale delle Nazione Unite, il 29 novembre scorso, ha un significato storico e simbolico assolutamente nuovo. Con 138 voti a favore, nove contrari e 41 astensioni, l’assemblea internazionale ha riconosciuto lo Stato palestinese. Ben 67 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo la Costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nonché il riconoscimento di Israele, l’Assemblea generale ha affermato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

In Medio Oriente è ancora, o nuovamente, primavera: infatti, il 29 novembre 2012 è iniziata una nuova epoca per il popolo palestinese, per il popolo israeliano, per il mondo arabo e per tutta la comunità internazionale. L’importanza epocale di quanto avvenuto comporterà, difatti, nuove responsabilità sia individuali che collettive. Il riconoscimento dello stato di Palestina non permetterà più di addossare al passato, né di affidare egoisticamente, alle future generazioni, l’onere della soluzione di un conflitto che rimane, in tutti i sensi, internazionale. Poiché da un punto di vista giuridico, solo da questo momento sono internazionali le relazioni tra lo stato d’Israele e lo stato della Palestina.

La primavera ha, quindi, risvegliato coscienze nazionali e rivendicazioni di potere, ha percorso e attraversato il mondo arabo: a due anni di distanza, i fiori della primavera finalmente sbocciano in seno alla comunità internazionale. Se le conseguenze delle ribellioni arabe, a partire da quella tunisina, si erano estese entro limiti territoriali di singoli stati sovrani e potevano essere ritenute crisi interne, dal 29 novembre scorso il piano su cui si manifesteranno è a tutti gli effetti internazionale.

Gli effetti politici e tecnico-giuridici saranno complessi e molteplici, ma il cammino è appena avviato e l’attività diplomatica da compiere si configurerà decisiva e frenetica, dato che la comunità internazionale dovrà compattarsi e non disperdere i risultati ottenuti finora. Laddove la pace e la necessità di sicurezza non siano più circoscritte a un solo soggetto di diritto, ma si estendano alla comunità degli stati, l’impegno per il loro mantenimento dovrà essere senza alcun dubbio collettivo. Solo in questo modo, al tempo del raccolto, a tutti i soggetti sarà concesso godere della nuova e accresciuta ricchezza.

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Photo Credit: D’Ark Man